Gramellini è come la mela: aiuta a stare in salute.
E vedere le cose con ironia non fa male. Neppure dopo i pasti.
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/hrubrica.asp?ID_blog=41
Gramellini è come la mela: aiuta a stare in salute.
E vedere le cose con ironia non fa male. Neppure dopo i pasti.
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C’è chi gioca sempre a gamba tesa e per vincere la sua partita, mette in conto di far male. Entra nelle vite senza chiedere permesso, come un piazzista di libri mette il piede nella porta e usa la parola e il corpo per tagliare difese. La libertà è chiudere le porte, dire arrivo fino a questo, il resto non è assicurato. Dipenderà dalla pazienza reciproca.
Sarà per questo che mi infastidiscono quelli che alzano il dito più di quelli che alzano il gomito.
Sarà per questo che mi rattristano quelli che appoggiano sulle proprie verità la vita altrui.
Sarà per questo che mi piace chi gioca al campo della tosse, che ride, si dispera, ricomincia e dà appuntamento all’indomani.
Se devo giocare cerco di non farmi spezzare le gambe ed aspetto. Se c’è una ragione emergerà.

In questa stagione il caldo ha bruciato tutto quello che poteva, le colline sembrano ordinate, come fosse stata tagliata l’erba. In realtà è tutto giallo, gli steli sono ripiegati e le poche vacche al pascolo, mangiano paglia. Nel sole della sera, l’oro dell’erba è specchio del giorno, denso di luce gialla senza tregua d’ombra. Come un ricordo che si protrae nella notte e nel calore della terra bruna. Ma l’aria è già fresca e giù, al campo della tosse, i ragazzini giocano a pallone, vociando tra sbuffi di polvere. Arriva solo l’eco di gioie e delusioni momentanee, ma qui, lungo la strada, il silenzio ti prende e toglie la voglia di andare.
Ancora mezz’ora, aspetta, siediti sull’erba. La terra è calda come una madre.
In altri tempi, un uomo sarebbe uscito nello spiazzo davanti casa e sedendosi avrebbe guardato il sole basso, misurando ombre, pensieri, stagione.
L’autunno, gli odori, il silenzio: ascoltando il corpo, la mente si distende, trova pace e non corre perchè non c’è posto dove andare. L’incoscienza dell’attesa dice che si sta bene qui. Dove si è.
E il si è non è mai stato così vero
La pioggia arriva a fiotti e riga vetri d’incandescenza giallo oro.
Da quanto tempo manca il fumo dai marmi tondi del caffè? Desideri di tabacco, piacere denso, cenere, vita istantanea.
In un bavero di giacca e nei passi che scorrono veloci, i segnali dell’autunno. Mezzo sigaro all’aria di folata.
Fumo e rhum invecchiato per pensieri galleggianti nel tempo che non scorre. Sarebbe bello avere vizi stagionali che non diventino prigioni.
Penso.
Caldo umido di bar, cucchiaino, panna, guardo, annuso, mescolo luci in cerchi di cioccolata. Scie bianche e gialle: dentro, fuori, fuori, dentro.
La tua voce, è pelo morbido di gatto: riempie spazi, tra pensieri diseguali. Non ascolto, ma guardali, se vuoi, i pensieri di carta stropicciata, sono luce scivolata sotto porta. E’ ancora possibile decidere tra noia ed interesse?
Andare nel colore della pioggia. Fuori.
Il mare cinge il molo, maltrattandolo di carezze e baci. Un’onda incontinente spruzza la notte di vento salso, ancora tiepido.
Che mondo è quello in cui chi è oppresso non esercita la propria forza ma desidera quella di chi lo opprime? Aumentano i disoccupati, i suicidi per disperazione, i poveri e aumenta il consenso al governo, alla lega, a berlusconi. Anche queste parole sono gettate perchè in questi luoghi si crede al valore salvifico della parola, ma poi tutto si riduce ad un cicaleccio su amori spaiati, sentimenti crepuscolari, vibrar di ciglia. Guardiamo le pieghe delle nostre bocche, le rughe che rivelano l’età di questa eterna giovinezza, esibiamo dolori ancillari chiusi in un mondo governabile e domestico, lasciando che quanto ci attornia si guasti irrimediabilmente. Non ho più parole che convincano me e gli altri che ancora ascoltano. capisco che è diventato vecchio il cuore medio del paese. In questi mesi sostengo un candidato fuori schema nel Pd, Marino, parla chiaro, dice cose che molti di voi potrebbero sottoscrivere, eppure è soverchiato da apparati e snobismo che chiude menti ed entusiasmi. Ma dove sono i dissenzienti, gli eroi di cento battaglie? Troppi snob da queste parti, e troppi che fuori han scelto di andare con chi li prenderà a calci in culo. Penso che il 30% che non condivide sia un bel numero da cui partire, ma poi ritrovo gli schizzinosi, gli impegni inderogabili di fine settimana, la noia che sconfina nel nichilismo, quelli che tanto tutto è eguale. In questo sento l’inanità, metto da parte i versi, le sensazioni sottili, i problemi personali e mi chiedo, ma chi me lo fa fare? Per chi?
I comunisti erano carichi di speranza, volevano cambiare il mondo e cominciavano da ciò che stava loro attorno: sè stessi, i rapporti nel lavoro, il cortile di casa, il quartiere, il comune dove abitavano. Pensavano in grande, nel contesto internazionale, come si diveva allora, ma facevano nel territorio. Pensavano per certezze perchè la fede e la speranza non si nutrono di dubbi e relatività. E per capire dovevano leggere, studiare con armi della critica spuntate dai destini più alti dell’idea che metteva da parte i dubbi e le evidenze. L’Unità, diffusa la domenica mattina, ha compitato il pensiero di milioni d’italiani, li ha costretti ad uscire dal semi analfabetismo imperante, vera arma del fascismo e della destra e li ha tolti dal mutismo. Al bar, in piazza si poteva alzare la voce e dire noi, ed avere ragioni insperate, una dignità prima negata. Così le imprese del socialismo erano le imprese di tutti, la dimostrazione pratica che quella era la strada giusta. Solo un problema fu evitato da chi sapeva, ed era la necessità di accettare un confronto che facesse crescere anche l’avversario, che portasse l’intero paese su basi comuni da cui non retrocedere.
Non è accaduto e una parte degli allora comunisti, hanno ristretto il noi al territorio, alla lingua, al povero benessere senza contenuti, nè felicità.
Stamattina mi hanno ricordato un vecchio assioma della politica: se tu mi procuri un danno o mi fai del male, per un tuo vantaggio, ti rispetto come avversario. Ma se è un male senza vantaggio, allora sei un nemico e farò tutto quello che posso per distruggerti.
E se valesse anche nella vita?
La notizia che raccontando/si storie la felicità fugace si avvicina, l’uomo la conosce da sempre.
La sincerità non è più un pregio, miei cari, in fondo non occorre essere, basta sembrare.
Solo che non dura 🙂
” Cosa avrebbe potuto fare alla fine degli anni ’60 un giovane nottambulo, incazzato, mediamente colto, sensibile alle vistose infamie di classe, innamorato dei topi e dei piccioni, forte bevitore, vagheggiatore di ogni miglioramento sociale, amico delle bagasce, cantore feroce di qualunque cordata politica, spesso inaffidabile, musicomane e assatanato di qualsiasi pezzo di carta stampata?
Se fosse sopravissuto e gliene fosse data l’occasione, costui, molto probabilmente, sarebbe diventato un cantautore. Così infatti è stato ma ci voleva un esempio.”
Fabrizio De André
Per quelli che c’erano e per quelli che hanno capito, eppoi, se siete in Sardegna, regalatevi una visita a Nuoro. Al M.A.N. il museo della Provincia c’è una mostra dedicata a Fabrizio De Andrè. Si può passare la giornata tra musica, ricordi, immagini del passato recente. Una storia che non è stata di tutti, ma che tutti hanno vissuto. E per quelli che l’hanno amato per ciò che leggeva nei loro sogni, speranze, realtà, è una boccata d’aria buona che fa respirare.
Nel più grande giacimento di parole creato dall’umanità, basta avere la coscienza che non resta nulla, o quasi, di importante.
Ciò che scrivo su questo blog è quindi, prevalentemente per me, non cambia chi mi sta attorno, al più, come ogni scrittura, cambia me. Se parlo di politica, di entusiasmi, di sentimenti, di cose che mi colpiscono, sento il limite che esiste nella comunicazione: cerchiamo negli altri dei pezzi di noi stessi. Oppure ascoltiamo e ancora cerchiamo pezzi di noi in quello che sentiamo. E così nel leggere, nei film, a teatro, è un continuo ricercare tracce ed immagini di noi in quello che ascoltiamo, vediamo, leggiamo. Come se fosse con noi la comunicazione e coincidesse con la nostra vita in cerca di conferme.
Ogni tanto qualcuno mi dice che sono incommentabile ed è una conferma di quello che penso: ciò che trasmetto è uno scrivere pensieri che neppure si cura di essere chiaro. Ma non può disperare chi accetta di essere letto perché è un illuso che conserva la speranza nella forza salvifica della parola: il ponte che attraversa l’abisso di due mondi separati. Quando questa sensazione passa, allora subentra la consapevolezza che mi scrivo addosso e che la sua utilità è capire un pezzetto di più. Non è nè poco nè tanto: è il limite e basta esserne consapevoli.