E scocca il pomeriggio. Quasi non me n’ero accorto.
Ecco perché il sole si butta impavido dentro finestre cosparse di pollini e di vento.
E, incurante, si perde a pezzi, come me, per rimbalzare sul legno del pavimento, sui libri, sui fogli, sui mattoni rossi alle mie spalle, sul bordo del letto. Raggi di polvere e di luce, equilibrio instabile di costi/benefici, ma lui, au contraire, sembra indifferente d’utile e d’emozione.
Osservo la mia calligrafia, e come sta mutando. L’ordine, l’allineamento delle lettere, le lettere stesse. Penna punta dritta, sensuale di vocabolo più che d’estro. (E non è tempo oggi.)
Tratto medio, pennino smussato, inchiostro nero-blù. D’altri tempi. In tutti i sensi.
Spezzetto pensieri e frasi. Ascolto il suono. Cerco schiocchi di ritmo nella testa, sfere d’acciaio su pavimenti in pietra sonante. Suonano le pietre, le ho saggiate, sentite. Suonano le frasi, aspettano sinosuidali movimenti a fior di labbra e punteggiature adeguate. Impugnare le parole come cavità risonanti, farle vibrare. E’ il sogno dello scrivere sentendo.
Per anni le mie frasi si sono susseguite orizzontali con un ordine che mi stupiva. Forse traboccava da dentro, oppure era bisogno d’ aggrapparsi al bianco del foglio. Rispettarlo ed esserne salvati. C’è una purezza nel foglio, anche quando è scritto. L’avvertiamo nella paura di sporcare, il coraggio dipenderà dall’incoscienza, oppure dall’orgoglio di ciò che si scriverà. Mi verrebbe d’usare protervia al posto d’orgoglio. C’è protervia nel gesto del dare imperioso, nel malo modo che annulla il dare ed anche chi riceve. Così è per la carta.
Adesso non leggo le parole, guardo i segni, e vedo che le linee per essere orizzontali devono tornare nel regno del pensato. Ovvero devo pensare le parole e come le scrivo per allineare linee diritte. Il parallelo è al camminare e si traduce nel pensiero del passo, nel sentire la terra, il sasso.
Bisogno di sentire il particolare. Chissà… forse
Rileggo: Vorrei si facessero (nel senso che proprio diventassero materia da toccare e sentire) in te, amica davvero cara, le mie scuse per non essermi fatto comprendere, per non averti dato la reale dimensione di me. Cosa impossibile del resto perché neppure io la conosco. Ma almeno una traccia dovevo dartela per il rispetto e il bene che ti porto
Troppo ampolloso, circonvoluto anche se sentito, e poca cosa rispetto al tumultare della testa. Eppoi perché manca il punto? La frase potrebbe finire, ma non finisce, come non finisce davvero nulla. Fluxus. Mi tornano a mente le alghe nella corrente. Anche quest’immagine è sensuale. Immerse ed ondeggianti sincrone carezze.
Sovrabbondo. Lo noto, è un marginalia che non c’entra, scritto per traverso. Recupero il pensiero ed un sentore di punta morbida, di cannella, come quello che percepiscono i degustatori di vini prima d’ incespicare nel lieve sentore di pietra focaia. Come si fossero frequentate armerie tardo medioevali, prima dell’osteria, oppure giochi di bambini dove la scintilla tra due pietre doveva avere odore. Sovrabbondo, potrebbe essere il nome d’un prete eccessivo, non solo d’appetiti, ma dilatante di perimetri, circumnavigatore di razionalità pericolose. Invece sono mani che dispensano, larghe non d’aspetto, e generose.
La calligrafia mi descrive. Ho bisogno di controllo, ma lascio andare la mano, ascolto il cigolante amplesso tra pennino e carta. La luce che inonda la stanza è quella che il lato d’un letto s’aspetta il pomeriggio per convenientemente trarre respiro sudato prima del torpore.
Scrivo.




