In quanti modi si dice ti amo? In quante maniere si ha rispetto della parola e si usa il silenzio, l’eufemismo, il gesto, lo sguardo, l’attesa, il rifiuto, la violenza verso di sé. Fino alla rinuncia. Non parlo della violenza dell’amore che si esercita sull’amato, e che toglie, sottrae, limita, acceca, ferisce, uccide. E’ amore deviato, tossico senza futuro e senza amore, perché caratteristica d’ogni specie d’amore è la cura. E’ l’occuparsi dell’amato, sentirlo importante, non compiacerlo, non viziarlo, apprenderlo, crescere assieme a lui.
Qual’è il perimetro dell’amore, che si vorrebbe definire infinito?
Noi siamo il perimetro dell’amore, con quello che ci appartiene, che esprimiamo, che raccontiamo a noi stessi, sentiamo, crediamo. E se la consapevolezza di questo perimetro è la percezione dell’intangibile, allora abbiamo tolto la parte romantica e falsa all’amore, ovvero quella che non abbia limite. Il limite dell’amore è la dignità di chi lo prova, quella dignità per cui si può cambiare, ma che non si deve snaturare, quel limite da accarezzare, ma non abbattere. E la libertà di entrambi, quella che si dona consapevolmente, è la comprensione di quel limite.
La respiro questa solitudine stanotte, questo silenzio di ore artefatte che fa zittire anche un piccolo accenno di me.
Lo respiro questo silenzio che è la somma di tutte le distrazioni di cui sono stato omaggiato, dei sorrisi interessati che m’hanno inseguito, del consenso vuoto provocato.
Lo respiro questo silenzio che è incomprensione del rumore, colpa del sentire, disperazione del mutare.
Lo respiro e lo voglio questo silenzio che rifiuto quando mi è imposto, che accolgo quando nasce dal mio essere animale.
Lo accolgo questo silenzio che respira piano, si meraviglia nei particolari, e ferma l’aria attorno.
E lo faccio mio tenendo il respiro in risonanze d’ottone,
Dall’alto sono una scaglia argentea di questa coda. Il rettile è fermo, persone scendono dalle auto e dai camion, ci si prepara all’attesa sotto il sole. Se continuassi a vedermi dall’alto sarei parte di un mostro sbucato dai colli, risvegliato da chissà quale cava e che ora giace assonnato sulla pianura.
La primavera si mescola agli scarichi: per non perdere utenti l’autostrada ha lasciato aperti i caselli ed adesso la bestia senza corpo occupa almeno 9 chilometri di asfalto in doppia fila. C’è uno spregio agli utenti e all’ambiente inverosimile, questi motori divorano ossigeno, tempo di lavoro, appuntamenti, affari. E sputano veleni azotati, radicali liberi, monossido di carbonio, ansia e stress. Non c’è confronto tra i pedaggi ed il danno arrecato, ma non ci sarà sanzione, solo un brontolio e qualche bestemmia, quindi non vale pensarci.
In fondo non m’importa nulla o quasi, cancello impegni, mi godo una sottile vendetta sull’autostrada e prenoto un treno per Milano. Rinuncio ad un viaggio in auto per domani, fisso un incontro. Il tempo passa, mentre guardo attorno e sonnecchio. Penso che con altre motivazioni, avrei comunque usato l’auto. Riordino la vita, guardando ciò che ho attorno, e stamattina i colli sono un’incanto di verde e segni armonici; una bellezza nuda ed assoluta, offerta al sole. Scrivo, adesso, come qualche giorno fa sulle attese e sui semafori rossi. L’inutilità del dire è un buon insegnamento. Come gli sbagli, che in realtà non fanno apprendere davvero, ma in compenso bruciano.
Per farsene ragione, basta sapere che ciò che sei davvero passerà inosservato, che basta guardare dall’alto e sei diverso. E che mutano totalmente le possibilità se muta il modo di percepire. Ma tu resti tu, non cambi, è solo il modo di percepirti che muta.
Già.
Andando ho visto i due camion incastrati, l’auto fracassata contro il cemento, l’elisoccorso in attesa. E’ stato tre ore fa e l’autostrada non è stata chiusa, non è stata liberata, si è saturata come una vescica, gonfiandosi di auto e camion. Penso alla fatalità che mette insieme coincidenze. Alle persone coinvolte. Sembra tutto lontano, come una guerra senza sangue dove le vittime sono mute. Abbiamo vite parallele che comunicano poco, sentono poco, vedono poco. Portati dalla corrente delle necessità ci si trova oltre agli anni, oltre le attese, oltre l’aver vissuto.
Mi aspettano due ore di fermo e non lo so. Le autostrade non chiudono, incassano tutto. Attendo.
Dall’alto sono una scaglia di serpe e luccico al sole.
L’altra sera si discuteva di Libia e mediterraneo, di tricolore, di aerei e democrazia, di pacifismo presente e passato. Si parlava anche del “fascista” del piano di sopra che metteva il tricolore quando c’era la bandiera della pace e che adesso era spiazzato e confuso. Non eravamo tutti d’accordo, succede spesso tra amici, e il magone dell’essere nel mondo sbagliato ci accomunava.
” ma non c’era altro modo?” ripeteva I. sconsolata. Ed io sapevo che ora, in sostanza, non c’era altro modo, che non governavamo noi e che comunque queste decisioni nascondevano altre cose eloquenti e non dette del tipo: qui sì e lì non importa. Che ci sarebbero stati modi diversi, volendo, ma che costavano fatica continua. Adesso le cose non fatte, avrebbero pesato sulla coscienza dell’occidente, ma poi si sarebbe dimenticato presto, annegando il tutto nella ragion di stato.
Pensavo che si sarebbe ripetuto di nuovo, all’infinito, e che le volevo ancora più bene di sempre per questo suo interrogarsi costante, con la voglia di cambiare davvero.
Oggi possiamo cambiare idea sul tricolore, sulla guerra, sul giusto e l’ingiusto, che sono sempre merci relative, ma… Ecco credo che su quel ma, ci giochiamo lo star bene con noi stessi e gli altri. Anche i principi che non sono veri, ci giochiamo su quel ma. Perché quel ma contiene un mondo possibile, diverso da utopia ed invece praticabile.
Anche l’amore ci giochiamo più o meno per lo stesso motivo. L’amore che è un sistema binario drogato, non ama troppo le sfumature per star davvero bene.