Ci deve essere sempre un difensore dell’ortodossia. Un inquisitore, un crociato del paradigma, colui che difende ciò che è, non ciò che sarà, e anzi cerca di impedirlo perché non rientra negli schemi e quindi è potenzialmente pericoloso. Si può codificare tutto, anche la trasgressione, e ricondurla all’interno degli schemi. Si insegna la trasgressione, quella possibile, naturalmente, e quella possibile è quella che non tocca gli equilibri.
Dell’eccessiva importanza del sapere codificato, della tronfia celebrazione che esso fa di sé, ben attento a conservare i privilegi per pochi e il monopolio del sapere da trasmettere, ben sanno i giovani ricercatori, i talenti, i lavoratori della ricerca, anche quelli che talenti non saranno mai, ma semplicemente hanno fame e per questo sono più svegli. Di tutto questo non possiamo fare a meno, però quello che accompagna questo mondo si potrebbe rimettere in competizione. Di qualche giorno fa le dimissioni di Guido Pescosolido per l’assegnazione del premio Acqui a De Mattei, già vicepresidente del Cnr e antidarwiniano. Una tempesta in un periferico bicchier di vino, si potrebbe pensare, ma in realtà uno dei tanti contrasti tra modi di vedere la realtà. Se condivido il gesto di Pescosolido, contro una interpretazione confessionale della storia, non riesco a non pensare che tutto questo in realtà non cambia un sistema che coopta e include. Una casta si dice adesso, e come tutte le caste bisognosa di conservare ruolo e potere.
Il ruolo del sapere e della scienza nel mondo è fondamentale, ma quanto di questo toglie nella criticità, quanto conformismo c’è nella scienza, negli insegnanti, nella trasmissione del sapere e ancor più nell’abitudine da indurre al pratico utilizzo di questo? Quanto viene inoculata la certezza che per ogni problema ci sia una soluzione già pronta, che basta cercare o attendere, che ogni danno così si potrà riparare?
La funzione del dotto è mutata nel mondo, ed è abbastanza recente la sua professione libera, anche quella dell’insegnante come mestiere di grandi numeri, non arriva ai due secoli e mezzo di età. In fondo, che fosse Maria Teresa, imperatrice d’Austria il sovrano che impose l’istruzione elementare come istruzione di massa, forse aiuta a capire quanto la scuola fu vista come formazione di buoni cittadini e forza lavoro più che luogo per formare individui critici e demolitori di paradigmi.
Dei miei insegnanti molti erano Teresiani in spirito e insegnamento. Non voglio dire che erano bravi o meno, voglio dire che prima veniva la formazione sociale e poi la scienza e che entrambe non erano discutibili. Chi mi ha fatto amare il suo sapere era chi mi conduceva dentro la bellezza del capire il pensiero già stato e lasciava aperta la porta al cambiamento, all’evoluzione. Gli altri erano venditori di cadaveri, alcuni inutilmente severi, che nascondevano difficoltà, ignoranze, troppe certezze e noia. Mestiere difficile quello che si prende carico di spingere fuori dal solo desiderio, dalla facilità, dal senso, i giovani. Credo, dopo tanti anni dopo il ’68, che l’intuizione di una orizzontalità tra chi insegna e chi apprende avesse molta sostanza. Nel senso che c’è uno scambio necessario e se lo scambio non avviene, l’apprendimento vero non si realizza. L’apprendimento è ciò che ci trasforma, non quello che si ricorda. il mio insegnante di impianti chimici a ingegneria diceva che un buon ingegnere doveva saper leggere e ricordare dove trovare ciò che gli serviva per risolvere od almeno affrontare un problema. Non c’era internet, i libri erano molti e pesanti. Credo ci volesse insegnare che una mappa in testa, un grafo era un modo per essere adeguati.
E non era tronfio. Avrete capito che i tronfi mi stanno sulle scatole, perché non hanno limiti e dubbi. Ma questo sentire forse è solo protezione per i miei limiti, per le mie ignoranze abissali, però se non le conoscessi come potrei vendermi un po’ sopra il mio valore?
Sì, le scuole sono fatte per uniformare, l’ho sempre sostenuto. sviluppare uno spirito critico è pericoloso, destabilizzante, formerebbe una generazione di gente che pensa. come vedi, improponibile.
Ancora le università (alcune) reggono i colpi dell’appiattimento, ci sono ancora docenti come quello che citi. Trovo che le scuole superiori siano pericolosamente uniformanti, soprattutto all’estero.
Ed insegnare è una vocazione, per troppi anni è stata una professione di ripiego. i risultati si vedono.
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Credo che il maggior attacco alla scuola e al sapere che trasmette sia toglierle indipendenza e capacità critica. Poi gli insegnanti fanno un lavoro molto particolare, ma un lavoro. Non è una missione è qualcosa che comprende il rapporto con chi impara e cosa si trasmette. Un medico non può obbligare un malato a guarire però ci prova, tenta di entrare dentro la malattia, induce reazioni positive. Per fortuna molto evolve, nonostante la Gelmini, ma se il sistema trasmette cose morte di vita dopo ce ne sarà poca.
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bello, molto.
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In classe c’è vita che pulsa, addirittura eccesso di vita, quindi sintonia c’è raccontando storie di un tempo lineare, immergendole nel tempo circolare che siamo da sempre. A presto, Es.
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Ti commento solo ora, perché ci ho dovuto pensare un po’ – come puoi immaginare, il problema mi tocca, e non poco.
Credo che la percentuale di supponenti tra chi insegna, e quella di menti sciatte tra chi impara, siano tutto sommato nella media, o non molto al di sotto. E’ il processo di trasmissione del sapere che si inceppa: perché è totalmente deleggittimato.
Questo è il paese dove piace dire che “primo della classe, ultimo della vita”, o dove non si prende in considerazione la possibilità di crearsi competenze, “perché tanto senza raccomandazioni dove vai”. E’ il paese dove si parla sprezzantemente del “pezzo di carta” senza neanche sapere di che si tratti.
Ti racconto un aneddoto, ahimè ricorrente per me.
Nei miei corsi, la teoria è rigorosamente accompagnata da ore di laboratorio informatico. Per quanto si parli di questioni di base, agli studenti potrebbe ben succedere (a qualcuno succede) di trovare lavoro nel campo del software scientifico, quindi si direbbe che le ore di laboratorio, per una volta, insegnano qualcosa che potrebbe essere utile nel lavoro. Ebbene, ogni anno una certa percentuale degli studenti arriva con le esercitazioni copiate da qualcun altro.
Dopodiché, non riesco più a pensare, e non per convenienza personale, che gli insuccessi dell’insegnamento vengano sempre dalla presunzione di chi insegna.
Di tutti i velleitarismi che ho vissuto in gioventù, ce n’era uno che andando avanti con gli anni non mi sono mai più perdonato: l’idea che si possa tutto discutere, tutto giudicare, anche (e specialmente) senza avere le competenze specifiche per farlo.
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caro Rob quando ho scritto queste righe, ho pensato anche a te, assieme ad altri, che conosco e stimo, sperando di non offendere il loro lavoro. Ho pensato alla percentuale di analfabeti che esce dalla scuola secondaria, al modo in cui si fa l’università, all’eccesso di insegnamenti per tenere in piedi cattedre, finanziamenti e importanza. Capisco che non è il mio mestiere e quindi parlo di cose che sento, ma non conosco. So anche che gran parte di chi trasmette sapere, lo fa con competenza, dedizione e rispetto per il proprio lavoro. Detto questo e il molto d’altro di positivo della scuola, mi resta il dubbio sulla trasmissione del sapere come scatola chiusa. Vengo da anni in cui si discuteva tutto, la vita ha fatto da ramazza per spazzare via molto di quello che si pensava egualitario e giusto. Ricordo che in un’assemblea particolarmente infuocata e ricca di espulsioni, sostenni l’abolizione legale del titolo di studio ed un corso di studi simile a quello francese di allora, dov’era l’esame finale, enorme, in grado di capire la competenza, a determinare la professione o meno. Fu una discussione feroce, mi rimproveravano di affossare le speranze di mobilità sociale dei figli degli operai. Io ero figlio di un’artigiano, affossavo anche me? No, solo che l’università di massa per cui ho dato il mio piccolo contributo di protesta e lotta con tempo speso, notti, corse e rincorse, ha prodotto un lago immoto in cui chi naviga ha altri mezzi rispetto al solo sapere. E il sapere? cosa possiamo raccontare ai ragazzi che ci danno dentro ed apprendono sul serio? non quelli che copiano, accumulano crediti perché bisogna finire, gli altri che ci credono. Davvero il problema sta tutto fuori? Se così fosse la scienza sarebbe succube, ma non è quello che mi raccontano. Credo che il problema sia dentro e fuori i luoghi in cui si trasmette sapere.
Dico sciocchezze , ma vorrei che il dubbio e la certezza si facessero compagnia e che l’aggressività che si genera quando si ha ben appreso si spendesse per cambiare quello che si codifica troppo. Mi ha sorpreso la storia dell’ultimo premio Nobel russo, la ricerca sul grafene l’ha iniziata con il suo professore quando era ancora studente e la genialità dell’esperimento è che, oltre all’intuizione, è costato 200 euro di materiale. Questo per me è trasmissione del sapere, ovvero commistione di intelligenze. Con chi ci sta naturalmente.
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