Ci sono quei giorni in cui ti prende il ghiribizzo, che è come un salto di gatto che poco lo scompone e appena un attimo dopo cammina indifferente. Ma dopo. Ed è la voglia di andare. Di andare senza tregua e senza troppa meta per un po’. Arrivare e ancora non sapere. Straniante e nuovo com’è quando entri nella stanza d’albergo di una città che non conosci. E’ notte, non hai visto nulla, solo le luci in cui affogano le strade e nascondono le case, viali sconosciuti, muri affiancati, gente che cammina e guarda. Non te, guarda e basta. E’ proprio gente, e almeno per un poco lo sarà, poi ti sembrerà d’averne un pezzetto d’anima, e sarà quello che porterai con te. Ma dopo, non adesso con la mano che cerca l’interruttore, mentre lo zaino pesa e la valigia preme sulle gambe. Finché scopri che per avere luce bisogna infilare quella stupida chiave elettronica in una fessura per il giusto verso ed ecco allora che il tuo piccolo regno s’ appalesa, impudico alla luce, con le cose ben ordinate, i colori della “casa”, il tocco che lo differenzia. E già ti chiedi quale cifra oscura contenga quell’ordine che ha rassicurato una cameriera al piano, dato tono a una direzione, identità miserrima ad una impresa, ed è stata pensata in qualche creativa riunione. Tutto questo anche per te. Ma in fondo le stanze d’albergo sono tutte uguali, al più suscitano qualche sentimento iniziale di scoperta e meraviglia per una piccola differenza, ricordi quella strana doccia in camera, ma proprio in camera appena oltre il bastone degli attaccapanni, che ti ha colpito così tanto da tornarci ogni volta che potevi. Ti sembrava allegro questo circolare senza schermi e senza muri. Però sai che non sono quelle la vere differenze, non lo è mai da nessuna parte per quanto particolari possano essere le stanze. E’ quello che vedi oltre la finestra l’interesse che ti ha portato qui. L’acquario è fuori e adesso è notte, il vedere polisemico che si svuota e rimanda a te, al perché sei fuggito e attendi il giorno. E mentre guardi la luce degli stop delle auto, spegni quella stupida luce che ti preme alle spalle, così lasci che l’oscurità colorata si ricongiunga a quella che ti porti dentro. E ti pare che tutto questo fondere e risucchiare, con tutte le similitudini ch’evocano il sesso in una notte stanca e vogliosa d’altro, è scendere caldo nella paura che ha bisogno d’amore, trattenere tepore e sentire che dopo un brivido, a cui altri sono seguiti, infiniti, sino a non poterne più, ti sei ritrovato squassato e inerme. Squassato nell’amore, qualunque esso sia, e ti senti inerme, per questo quando la coscienza ti prende, e ti vien voglia di fuggire dove l’inermità non si vede, dove amore è attendere che una luce fughi il buio e mostri la novità delle cose. E allora via via fino al senso. Se c’è un senso c’è speranza.
lo scrutatore non votante
In molta della critica sociale e politica avverto la disillusione e la non partecipazione. Nel critico sociale appare l’immagine di chi osserva i lavori pubblici oppure di chi guarda giocare a carte, cioè di persone che hanno un’idea precisa di come fare o di come vincere, ma non lavorano e non giocano più. ” Sporcarsi” con il fare toglie la calma olimpica di chi guarda dall’esterno, espone all’errore, anzi include l’errore come parte di un processo che ha lo scopo di compiere e realizzare il meglio.
L’errore gioca a rimpiattino con noi, è un animaletto che fugge e che si vuole acciuffare, e quando lo si acchiappa allora l’opera, la partita, è perfetta e dà una soddisfazione piena. Ma questo è il processo di chi fa, che è una relazione con se stessi. Chi si rifugia nel non fare e usa la sola critica senza conclusioni, non può capire nella sua importanza il fare e sbagliare e poi rifare, anzi neppure ammette questa perdita di tempo, perché egli si ferma all’opera, alla sua esecuzione, alla tecnica usata e non dice o esegue la propria. Così non può comprendere che la ricerca di chi compie non è la sua, che l’opera stessa si genera nel fare, il suo compito è quello di condurre altri verso un lavoro non proprio, far vedere ciò che non noterebbero, collocare, relativizzare, mettere a confronto cose inconfrontabili perché appartengono ad altri lavori, altri tempi, modi, cervelli, mani. E questo gli dà una funzione che se spinge altri a fare è positiva, ma se unicamente toglie energie è perifrasi dell’abisso.
Anche nel mio poco, preferisco ascoltare, vedere, leggere, gustare il fare per me possibile e poi, se c’è tempo e voglia, sentire la critica.
p.s. pare che al minuto 6.24 ci sia un errore interpretativo, se non me l’avessero detto non me ne sarei mai accorto e mi sarei goduto la bellezza sublime della musica e di chi la suona, senza quel minimo di retro pensiero.
l’affetto delle cose
Nel nome c’era il filo delle voci state,
le stesse che avevano portato rose
in altri giardini,
e poi un risuonar di passi, di memorie,
lo scricchiolare dei mobili amati,
nelle nuove mura.
Occhi aperti nelle notti
srotolavano racconti,
pergamene del senso d’una storia
ricca di cancellature,
d’omissioni comunque dolorose.
Cosa univa il taciuto
se non l’ombra dei fatti,
il rimasto dei sogni
impastato nel futuro
e poi legato dalle cose semplici,
presidi nell’affetto…
Belle come foto sciupate dalle dita,
stavano le storie,
e il sudore senza traccia al giorno
portava fuori d’ogni finestra,
era lo sguardo al cielo
e nella sera grida di rondini
che mutavano lo struggere In malinconie.
In questa notte ora annego,
la mente enumera,
annaspa e cuce,
cerca il buono e il bello
che nascosti non emergono:
e gli errori sono poca cosa
per noi fortunati di tempo e luogo.
Oggi nel macello tutto gronda
e non accende la pietà,
soverchia l’umano che sembrava guida.
Non nobis Domine.
Mani si protendono,
prendono la forma muta
delle inascoltate voci,
e tutto si ripete ancora,
in tragedie di suono e amore,
nei volti che non vedono,
in passioni e miserie che riemergono,
sono lacerti di ricordi e di paure,
mai eguali, sempre irti di dolore
e di speranze nuove.
Nei ricordi non c’è l’acuto,
le geometrie d’angoli e dI punte,
tutto si smussa per sopportar l’offesa,
e tra l’altre, quella data e ricevuta,
per questa povera contabilità di colpe
la memoria è fuga dal presente,
dal dolore, e si racconta
che ogni cosa troverà il suo posto,
in fine,
ma non per questo il male
diverrà più lieve.
,
credere
Mi racconti il tuo limite al credere. Le candeline accese, la piccola preghiera, poi via, fuori dai luoghi in cui tutto si codifica. Un disordine ordinato t’accompagna, t’affascina il vivere che si codifica e s’incanala, l’ordine che emerge, che rassicura. Ma non ti basta, trovato l’ordine tutto s’impoverisce. Tutto il tuo mondo non si esaurisce e se ha un posto e un nome, non fa più sforzi per sapere chi è.
Senti che l’ordine genera un’ansia sottile, svuota le passioni e si chiude nel labirinto della mente. Eppure l’ordine ti affascina e dona tranquillità. Almeno sembra.
Tu hai già le tue difficoltà, i problemi di crescere assieme a ciò che scopri di te ora, ammettere gli errori che insegnano sempre. A tutti. Facciamo così fatica ad accettare gli errori, sembra si perdano pezzi di noi per strada. Definitivamente. La libertà di credere in ciò che c’aiuta, anche quando si sbaglia è una gran cosa. E se questo induce la contraddizione in noi, come non viverla? Noi conteniamo le nostre contraddizioni, siamo abbastanza capienti per tenerle tutte. Anche senza sentirne colpa. Si dicono di noi cose che non sappiamo, ci arrivano echi dissonanti dai gesti e ci pare d’essere proprio quelli. Ci si abitua ai rifiuti come ai complimenti. Basta vivere ed emerge una assuefazione agli aggettivi che li svuota. Gli aggettivi mi ricordano i gusci vuoti dei molluschi, in riva al mare, con il loro leggero rumore metallico quando l’onda li muove. Non hanno più vita, sono altro, ma ci sono ancora. Parte del rumore di risacca, appunto.
Così si tiene tutto, anche il credere e il suo contrario, basta volersi un po’ di bene: una candela, un pensiero positivo e poi via nella luce esterna che nei giorni di sole (c’è una similitudine in questo) abbacina e scalda. E muta i colori, svuota e riempie d’altro l’anima.
(c’è l’anima? non è importante che ci sia davvero, basta sentirla)
C’è un prima e c’è un dopo, ma soprattutto un durante. Vivere è durante, durare un minuto di più delle cose che tolgono, che fanno male.
Resistere un’ora di più della parte che si chiude è già una finestra che si apre. Fa entrare un’idea di sé, una luce con i suoi aggettivi di intensità. Credimi, è meglio del buio.
Chissà cosa ci sarà poi, qui, tra poco, quasi adesso.
aspettative fuorvianti

Penso che un’alta dose di con-passione sia possibile solo a chi è ben difeso o molto innocente. So che può apparire come un paradosso, ma patire l’altro implica dello stoicismo e del cinismo in dosi proporzionali alla sofferenza conseguente alle cauterizzazioni delle proprie ferite. La nobiltà d’animo ha poco a che vedere con le parole di solidarietà, molto spesso frutto di reazioni meccaniche, e così anche la magnanimità. Ciò non significa scegliere l’indifferenza o peggio il cinismo, ma capire quale è il limite che varcheremo e dove arriveremo, sapendo chi siamo.
Spesso ci si accorge di essere abbandonati dalle aspettative che abbiamo verso coloro a cui tendiamo la mano. Aspettative del tutto estranee al ricevente che riempiamo del nostro autoinganno e del frutto degli alambicchi della nostra fantasia. Tutto ego che vorremmo incisivo e fulgido in questo mondo ingrato. Non arriveremo mai alla quadratura del cerchio: non siamo capaci di investire affetto in qualcosa/qualcuno senza riporvi aspettative.
Confezionare autoinganni è un esercizio tipicamente umano.
vento d’aprile

Il vento spinge folate di pollini,
generoso lontano li cosparge,
le dita stropicciano,
e s’arrossano gli occhi.
Della passata stagione,
ancora c’è il fresco
ma i fiori che piovono dagli alberi,
son nuovi,e han fatto tappeto
per insegnarci a non pesare
sulla bellezza e sul tempo.
Nel muro il glicine col gelsomino
abbracciato resiste,
e attorno l’aria
si profuma di vertigine
e di vita che vive.
25aprile25


IL 25 APRILE DI SINISTRA FUTURA
Care compagne e cari compagni, a 80 anni dalla fine della vittoriosa lotta armata partigiana contro il fascismo e l’occupazione nazista stiamo assistendo in Europa alla realizzazione del “neofascismo a pezzi” e l’Italia con il governo Meloni-Tajani- Salvini, è un grande protagonista di questo processo.
Questa destra al governo ci ricorda ogni giorno con il suo lavoro di demolizione della Costituzione che l’antifascismo non è una parola o una celebrazione, ma un impegno di azione e pensiero che dura
Non siamo soli, con noi ci sono altre donne e uomini e la sinistra che capisce qual è il pericolo enorme che si addensa sulle vite di tutti. Con noi c’è la testimonianza delle mani e delle menti in cui sono vissute, passioni, certezze, impegno quotidiano. L’antifascismo non è un reperto dimenticato, è vivo nei cuori e nei gesti di molti che non hanno scordato cosa significa resistenza. Abbiamo con noi lo spirito indomabile di chi ha saputo trasformare un paese che era fascista in un paese democratico.
Oltre alla lotta per la libertà e la democrazia di un intero popolo, la Resistenza fece un capolavoro politico, ridiede la dignità all’Italia e ai suoi cittadini, la dignità di vivere in un paese libero e con la sua autodeterminazione su come voler costruire la propria società e democrazia.
La nostra Costituzione fu la prima, più grande conquista, dopo la sconfitta del fascismo. Poi la storia ci dice, e noi sentiamo tutt’ora, la difficoltà di realizzare pienamente quel cammino che era stato intrapreso 82 anni fa con la resistenza armata. Ed era iniziato ben prima da quanti non avevano guardato al loro numero, ma a ciò che ritenevano giusto e fin dal 1920 avevano intrapresa la lotta contro il fascismo.
Sinistra Futura onora con il suo impegno per l’antifascismo, la pace, la giustizia sociale, tutte le donne e gli uomini che hanno saputo resistere e lottare, restando coerenti ai principi di libertà e democrazia a prezzo di carcerazione, esili, torture.
È stata chiesta sobrietà alle nostre manifestazioni, per la morte di Papa Francesco, farisaicamente da quel governo di destra che mai ne ha applicato i richiami e l’insegnamento. Lo stesso governo che sta attaccando i principi di quella Costituzione conquistata con il sangue. Si vede che non partecipano alle celebrazioni dei martiri della resistenza, che per loro il 25 aprile è una data da superare indenni.
Si rassicuri il governo neofascista, non siamo mai stati sguaiati, le nostre manifestazioni sono orgogliose dei martiri partigiani e di quel popolo che aveva saputo resistere e morire, ma usano la discrezione anche quando sono contenti. E oggi non possiamo essere contenti. Le leggi sulla sicurezza, le riforme sulla giustizia, il premierato, l’attacco all’unità del Paese attraverso l’autonomia differenziata, il riarmo bellicista a spese dalla sanità, della scuola, del sociale, questo è molto altro ci dicono che è ora di resistere e contrattaccare come impegno quotidiano.
I partigiani non hanno combattuto solo contro i nazisti e i fascisti; hanno combattuto anche e soprattutto contro il sistema che queste due forze rappresentavano. Hanno lottato contro la volontà di potenza e il bellicismo, la menzogna di stato, le leggi razziali, la guerra, il genocidio. Oggi queste parole e omissioni della realtà, le ritroviamo quando nulla viene fatto dalla destra per far finire il genocidio di Gaza, negli 800 miliardi di armi che L’Europa vuole acquistare, nell’uso privato della cosa pubblica, nelle leggi liberticide e nell’asservimento della magistratura al potere politico.
Allora care compagne e cari compagni, dobbiamo riprendere la lotta partigiana per quella libertà e giustizia sociale che non è mai conquistata definitivamente, perché il nemico è grande, forte, egoista negli interessi materiali sino a sopprimere l’uomo per essi. Dobbiamo riprendere una resistenza ferma e pacifica contro tutto quello che minaccia la pace, la convivenza tra i popoli e le persone, la dignità e i diritti conquistati.
Il 25 aprile non è una baldoria fuori luogo da contenere con sobrietà. Il 25 aprile è la festa della libertà riconquistata, della dignità ritrovata. È il fondamento della Repubblica italiana, nata sulla Resistenza antifascista. Chi ci invita alla “sobrietà” nelle celebrazioni, chi sfrutta un lutto per mettere il silenziatore alla memoria collettiva, sta facendo un gesto che non è neutro: è un gesto politico che esprime ancora una volta il silenzio di questo governo e di molti dei suoi esponenti nei confronti dell’antifascismo. Ne siamo consapevoli, hanno giurato ma non saranno mai con noi per difendere la libertà nata dalla Resistenza e scritta nella Costituzione. Per questo oggi e per il nostro futuro abbiamo più che mai bisogno di partigiane e partigiani. Viva la Resistenza, viva il 25 aprile, viva l’Italia libera.
dopo la folla la solitudine
Tutto quello che si fa, quindi, lo si fa per paura della solitudine? E’ per questo che rinunciamo a tutte le cose di cui ci rammaricheremo alla fine della vita? E’ questo il motivo per cui diciamo raramente ciò che pensiamo? Per quale altra ragione ci abbarbichiamo a tutti questi matrimoni in frantumi, alle false amicizie, ai noiosi pranzi di compleanno? Che cosa avverrebbe se rompessimo con tutto questo, se ponessimo fine al ricatto strisciante e prendessimo partito per noi stessi?…
Pascal Mercier Treno di notte per Lisbona
Ed esiste un’ ulteriore solitudine che brucia le navi, che si spinge sempre innanzi cercando quel pezzo di sè che manca e che non c’è mai stato. Alle risposte bisogna pure trovare una domanda convincente. Anche la scrittura è una risposta, anche il lavoro è una risposta. Funziona fino alla deprivazione di sè e allo scavare nel posto sbagliato, ma scavare è comunque una attività che occupa tempo e genera speranza.
La stagione continua tiepida, favorevole ai percorsi tra case che scelgono l’equilibrio tra il dentro e il fuori. Raccoglie parole, la casa, dai libri, dalla radio che sussurra senza obbligo di verifica. E poi accende le luci, mette musica su giradischi e lettori cd, lancia richiami : a dopo, sì,… ci si vede.
Allora una paletta da croupier allontana la solitudine oltre il tavolo verde. Ma tornerà in gioco ed ogni volta la posta sarà più alta: rien ne va plus, si vince, si perde, fate il vostro gioco.
suoni ed elegie






Fotografare il profumo del pane caldo,
il rumore croccante che lo spezza,
il pennello che compita la tela,
la tenda che s’intride d’aria,
le chiazze di sole nella piazzetta,
le persone che parlano senza fretta,
l’ondeggiare morbido d’una foglia,
la ragazza che cammina sorridendo,
le pietre rosse che abbracciano i balconi,
l’ombra dei passi dopo la soglia,
le parole ora stanche,
il rossore per un pensiero,
lo stridio muto d’un rapporto che perisce,
un brusio di cose mai dette,
la bellezza difficile dei corpi,
il posarsi della luce sui capelli,
la pozza del remo nell’acqua,
la sera della barca che torna ,
l’utilità nell’inutile,
il suono dello sguardo assorto,
la luce che scava nel cielo.
Il pensiero di te,
che non ha giorni né luogo,
è .
bisognerebbe parlare solo di ciò che si conosce
Bisognerebbe parlare solo di ciò che si conosce. Ciò che si sente è un’area grigia dove la logica si perde. A maggior ragione ciò si capisce nella sfera del religioso e del credere. E chi non crede che fa, viene espulso dall’umano? Pur tra i tanti fondamentalismi, il poter esprimere l’onestà del sentire e non la convenienza, ha la possibilità di una carica di verità che fa onore alla civiltà. La civiltà del dubbio e del relativo ammette, quella delle certezze, esclude. Vale anche per i nuovi teismi, per le fedi scientiste, per la sopravvalutazione del reale, inteso come unico. Ripensando al racconto evangelico dell’ultima cena mi chiedevo se la storia comprendesse un’ inclusione, un’apertura, oppure se già ci fosse la differenziazione tra un noi e un voi. Non è cosa da poco perché si sono impiegati 2000 anni per arrivare alla distinzione tra errante ed errore nella chiesa cattolica, ma non era questa distinzione, che comunque conteneva una superiorità, che m’importava, mi chiedevo se la storia così come narrata e privata dell’alone dell’assoluto e del divino, contenesse un messaggio così universale da essere fondamentale e tolto dal tempo. Il prima della narrazione del Cristo è fatto di inclusioni, il discrimine è il credere come termine della salvazione, l’accoglienza del messaggio umano, comportamentale. Questo è ben più difficile del credere divino perché induce una prassi di vita e di relazione. E’ ben più facile credere alla salvazione piuttosto che praticarla con i gesti quotidiani. Ma si può credere anche solo nell’uomo che salva se stesso e gli altri? Penso sia indispensabile che sia così, per responsabilità, per restare umani. Per cambiare in positivo il mondo.
La storia dell’ultima cena viene letta conoscendone già la fine, ma io voglio pensare che se essa ci fu non fosse così triste, che ci fosse la convivialità e l’amicizia come dato prevalente e che solo il Cristo sentisse il peso della possibilità di una fine. Una fine che l’aveva seguito per tutta la predicazione, che l’aveva accompagnato nella rottura delle consuetudini, nell’inclusione dei pubblicani, delle prostitute e dei peccatori, Era questo lo scandalo per l’ortodossia. Scandalo che si riproduce tal quale nell’ortodossia della nuova chiesa, quella generata da un messaggio che dovrebbe essere inclusivo, badare all’uomo, e che invece punta a Dio, alla sua difesa dal dubbio, dalla ragione, dallo stesso uomo. Come se la divinità fosse più importante dell’uomo stesso. Ma è questo che diceva il Cristo? La condivisione è comunicazione profonda, amore e questo segue l’uomo che ama e condivide secondo possibilità ed errore. La possibilità di amare è per sempre, amore è momento, condivisione profonda, scelta che si ripete, non per forza ma per libertà.
Mi piace pensare che quella sera ci fosse il rito, l’allegria inconsapevole dei discepoli, la preoccupazione del Cristo e anche il suo vivere assieme a loro. Ciò che viene dopo riguarda ancora di più l’uomo: l’angoscia, la tortura, il supplizio, la morte, sono gli elementi di una storia ripetuta infinite volte e che ancora si ripete. Qui mi fermo perché il passaggio successivo esige convinzioni e analisi che non ho, in fondo a me interessa l’umanità che esprime il messaggio cristiano non il dogma, ed è lo stesso interesse che emana da altri messaggi che riguardano l’uomo. Neppure mi interessa il sincretismo tra religioni, è la storia di una positività di pensiero umano che riguarda la comunicazione profonda e l’amore che m’interessa, perché questa agisce sul reale, sul presente e non ha bisogno di credere ma di essere profondamente umani.
In fondo so ben poco e bisognerebbe parlare solo di ciò che si riconosce in sé che ci assomiglia.
