luoghi dove tornare 1

Dietro il “colme” ( che bello il dialetto quando definisce un confine dell’uomo con il cielo) del tetto, spunta il campanile di sant’Andrea. E’ una chiesa stretta tra case, palazzi, viuzze medievali, vicina al palazzo di Ezzelino il Balbo, ad un passo dalla casa di Pietro d’Abano e dalla sequenza civile e gloriosa dell’Università, del Pedrocchi, delle Piazze, del palazzo della Ragione, delle logge del potere veneziano, della reggia Carrarese. Insomma una porta sommessa verso il potere civile, frequentata, da sempre, dalle preghiere delle donne che fanno il mercato, dai pochi abitanti religiosi del centro. Un pezzo d’altro tempo. E qui emerge il campanile, bello ed incongruo tra le case che si sono aggiunte sino a non far capire, dov’esso realmente sia. Non è l’unico caso in questa città, ma penso ve ne siano in qualsiasi città, quando l’aggressione del nuovo si ferma indecisa di fronte a qualche simbolo e rimanda la decisione di distruggerlo sino a dimenticarsene, salvo assisterne, poi stupito, l’esistenza e non sapendo a cosa ricondurla, a quale passato, a cosa s’è perduto senza conservare memoria, prova un piccolo senso di vuoto che scaccia con un moto del capo, come il preannuncio d’un pensiero molesto. 

Vedo il campanile da una sala bellissima del piano nobile del Pedrocchi, mi distoglie dal convegno sull’ennesimo futuro della città. Evoca, il campanile, un futuro che oscilla tra la disattenzione e la passione acuta che evolve, non solo i luoghi, ma la comunità che li occupa, il senso comune dello stare assieme nella città. Qui ho un lampo d’una diversa dimensione dell’essere: questo è un luogo dove tornare, ma dov’è il luogo dove stare? In fondo per chi ha buona memoria il presente è un continuo impastare di vissuto e da vivere (immagino le mani che affondano in una massa morbida e plastica che segue le intenzioni per dar loro scopo e forma), ed i luoghi sono il filo del discorso. Quello nostro, non d’altri.  

Qui ero da bambino, passaggio notturno delle passeggiate con mia nonna verso qualche televisione ed un bicchiere di spuma, ma anche punto d’ arrivo delle corse urlate nella viuzza con gli altri ragazzini.

E’ da sempre considerato il punto più alto della terra della città, cresciuta sulle macerie del suo passato. Fino a sette strati ne hanno trovati, ma ci pensi a quante vite e pensieri e desideri si sono stratificati e chissà come si pensava e si sentiva in paleoveneto, oppure in etrusco, od anche nel latino corroso di frontiera. Frontiera e incrocio, prima e dopo Roma, qui si capivano, perché questa era terra grassa da conquista, e dopo un qualsiasi confine, i denti barbari, etruschi o latini, trovavano carne e roba in cui affondare e si fermavano. Il punto più alto è la gatta mutila della colonna (è un leone di san Marco malridotto, ma i padovani non amavano molto i veneziani dopo la conquista), animale di casa, la gatta, sberleffo e simbolo, insomma un luogo. Da ragazzo questi riferimenti sono stati la spirale delle scorribande notturne, ma non ne ho nostalgia, ne ho ricordo, che è molto di più.

Il convegno procede, ascolto e penso che l’architetto per la cuspide del campanile, prese una coppa di vetro (Murano di certo, la stessa forma la vediamo ancor oggi), e la rovesciò coprendola di rame, prima di poggiarla sulla greca fatta di mattoni della tonda cella campanaria. Otto archi di trasparenza per il suono ovunque senza risonanze e poi la discesa verso terra, ma già nulla più si vede. Si può intuire. E quella cuspide di campanile è il simbolo del vecchio e del nuovo che si intersecano nella città. La città che fagocita, digerisce, si trasforma come accade a qualsiasi organismo vivente.

Questo è ciò di cui si dovrebbe parlare in questo convegno, di come il nuovo può convivere e inglobare il passato, mentre invece si parla di idea guida, di attrattività, di eccellenza, intendendo idee economicamente vincenti, com’è s’usa quando sviluppo non è ragione e lo stare, è moda, più che stratificazione di interessi vitali. Invece sono ormai distratto dalla poesia del campanile prigioniero, eppure presente e vivo, da questo mescolarsi che è stato e che pure riabilita gli errori, li impasta con la speranza incoercibile del presente, nel senso della vita che continua. Ci si ferma nel vivere, e questo vale per gli uomini e per le cose che questi fanno, quando quell’incoercibile si piega su sé, e dilapida energia nel chiudersi, nel non andare, nel mirare la propria perfetta miseria. 

Non intervengo più, col poco o molto da dire, farei confusione con i luoghi, parlerei del dove tornare e qui si tratta del restare. Cose diverse. 

Homs

Ho ripensato spesso alla Syria in questi mesi, Ad Homs in particolare, agli occhi degli abitanti, alla giovialità e fierezza mescolate. Mi è tornato il ricordo delle enormi ruote di legno, usate per far salire l’acqua, dalla valle verde alla città e che ora funzionano solo una volta all’anno per la festa nazionale e i turisti. Adesso ci sono le pompe contro la sete e costa aprire gli invasi perché l’acqua riscorra nei fiumi secchi sottostanti.

Ho pensato alla reticenza della guida quando si chiedeva del bombardamento portato a termine dal presidente siriano di allora, padre di Bashar al Assad, per piegare la città ribelle che ospitava i fratelli musulmani. Ho pensato che i morti non si sono saputi neppure in quella tragedia: 7000, 10.000, 20.000? Fosse comuni e sepolture rapide, poi silenzio. I quartieri bombardati erano stati ricostruiti in periferia, gli stessi che adesso sono sotto assedio e bombardamento, una tragica tela di Penelope senza un Ulisse che liberi, e dove i figli dei padri di allora, muoiono allo stesso modo. Eppure in tanto orrore, iniziato finché eravamo lì, non ho mai compreso appieno i sentimenti del nuovo, cosa volesse oltre la democrazia. Che poi la democrazia è diversa a seconda del posto in cui ci sitrova, anche nella testa delle persone. Comunque il nuovo non si fa riconoscere ed il vecchio mostra il suo volto brutale, come dire che uno lo si conosce e l’altro non si sa chi è. In tutto questo guardare da lontano, le persone scompaiono, diventano numeri e folle che si agitano dentro schermi televisivi, ma cosa pensino quelle persone, cosa accada dopo la preghiera del venerdì, cosa sognino i giovani che, a frotte, escono dalle scuole, non incuriosisce. E neppure dove si siederà, la signora che vendeva giocattoli ai bambini, ora che le bombe cadono in continuazione, ci riguarda. Persone, non gente, uomini e donne, richieste, pensieri forti di cambiamento, tanto che val pena di morirne, poco oltre la porta di casa.

Così vicini e così incollocabili nelle nostre vite di tranquilla domestica sofferenza. Non può essere altrimenti, c’è un limite alla capacità di essere società. Anche alla compassione c’è un limite, perché troppo agita il mondo, troppi stimoli crudeli ottundono la comprensione, troppa informazione che non partecipa e rende tutto grigio, dove la notizia successiva cancella la precedente. Come si fa a capire, a partecipare, se il filo comune si smarrisce?.

un pensiero attorno

Non ho perso il vizio di guardarmi attorno. Un tempo, nel mio partito, chi era dirigente, chiedeva con frequenza cosa pensassero gli operai, gli impiegati, nelle fabbriche, nelle famiglie, in bar. Non c’erano sondaggi quotidiani, si capiva così, in presa diretta l’umore e l’opinione. Allora gli statistici erano quelli del pollo a testa, con uno che ne mangiava due e l’altro niente, ed i sociologi trattavano cose grosse come la definizione di classe sociale, la violenza urbana e rurale, la famiglia, e nessuno ti spiegava cosa pensavi. Anche se non faccio più politica come allora, non riesco a non chiedermi cosa sta accadendo. La mia percezione è quella di un fascino anomalo per un capo del governo, non eletto, che porta avanti una politica di rigore e tagli, neo (o vetero) liberista, praticamente senza opposizione. Credo sia un prodotto dell’antipolitica, ovvero della possibilità di operare senza mediazione in un mondo intellettualmente molle. La ragione, il rigore sono connaturati con l’etica e l’intelligenza, le stesse qualità che impediscono di giustiziarci quotidianamente gli uni con gli altri, in forza di regole condivise, rispetto dei patti sottoscritti e compromesso sulla gestione dei conflitti e sul nuovo. Bene, in questi mesi sono stati buttati all’aria i patti sottoscritti tra stato e cittadini su wellfare e pensioni, i conflitti ed il compromesso si scontrano con una logica esterna: i mercati. Il presidente Monti dice che dobbiamo rispondere ai mercati, che dobbiamo convincere i mercati, come se il patto tra cittadini avesse una variabile indipendente ed un’ unica soluzione: la subordinazione alla finanza e alla speculazione. I mercati per l’appunto. Eppure il consenso non diminuisce in modo significativo. Per questo penso che stia prevalendo, non la vena masochistica del Paese, ma la convinzione che si possa fare a meno della mediazione e della politica. Basta che ci sia uno che decida, che rassicura e che mantiene. Ma quali sono i vantaggi sinora promessi? Nessuno in realtà, perché è proprio del liberismo lasciare che sia il mercato a decidere del merito di ciascuno e di ciascun prodotto, quindi interventi reali sulla ripresa e sulla crescita non ce ne sono. Basterebbe intervenire sul costo dell’energia, sul costo della burocrazia, sui tempi consegnati al rispetto di leggi perennemente interpretabili, per avere un sostanziale miglioramento della competivitività del Paese. Ma la competitività ancora non dice quale sarà il modello di sviluppo e le tutele dei cittadini, questo viene comunque lasciato al mercato e tolto dalla politica. La mia impressione è che un silenzio colpevole gravi sul paese, che le colpe degli anni passati premano su tutti, per questo sta emergendo un modello senza mediazioni sul generale, fatto di proposte nette: prendere o lasciare. E chi è messo davanti alla scelta, prende. Dopo il disastro della politica degli ultimi anni, non solo di Berlusconi, ma anche della sinistra, il governo sembra un gabinetto di salute pubblica, fatto perché si debba uscire da un disastro talmente immane che ogni dubbio è fuori luogo. Se ciò fosse, la logica sarebbe il processo a chi ha prodotto il disastro, il castigo del colpevole, l’oggettivazione del danno subito, invece questo è occultato e passato sotto silenzio, come se il malato guarisse a botte e non spurgando le ferite. Questo è il grande malinteso che diventa imbroglio, se non si ripristinano le regole democratiche ovvero la discussione tra i rappresentanti del popolo, ogni cosa sarà dovuta, soggetta ad una teoria che non si sa se verrà verificata. Chi ci dice che le teorie economiche del premier siano quelle giuste ? In ambito tecnico si pensa anche altro, non pochi giudicano vecchia l’impostazione neo liberista. Obama ad esempio, fa ben altro. Ma ciò che sorprende, e non dovrebbe essere così se non ai romantici come il sottoscritto, è la mancanza di dibattito, di confronto sulle condizioni, quasi che un ipse dixit abbia coinvolti i fedeli, non i cittadini. Ritorno sulla questione dei mercati, ben sapendo che non è possibile sottovalutarli, in una democrazia il governo è del popolo e il condizionamento dell’azione di governo dev’essere assunta per variabili dipendenti da questo. Lo sviluppo deve far parte di una visione della crescita, la coesione sociale, il patto solidaristico dev’essere all’interno di regole, sentimenti condivisi. Se così non è l’apologo di Agrippa funziona a rovescio ovvero ognuno è per sé, gli arti si muovono indipendenti dal corpo e dal cervello e questo comporta la perdita della libertà. Pensavo a Tabucchi e al suo Sostiene Pereira, a quante volte si è messa in disparte la percezione di ciò che accade attorno. Mi sembra importante, non l’aver ragione, ma il poter discutere (quindi niente prendere o lasciare) e farlo. La dignità comincia anche da qui.  

ma davvero è tutto determinato e scontato?

Ma davvero è tutto determinato e scontato, per cui al più è possibile solo mutare qualche piccolo particolare che ci riguarda, mentre tutto il resto è vincolato? Se così fosse, ovvero non vi fossero alternative, e neppure miglioramenti, questo sarebbe il mondo delle libertà presunte e virtuali, delle democrazie senza contenuto, da inguaribile romantico mi permetto di non crederci. Qui può finire la lettura, le considerazioni seguenti riguarderanno il mio modo di vedere quanto sta accadendo in questi giorni in Italia.

Il governo Monti procede secondo le proprie priorità e convinzioni nell’azione di “risanamento” del Paese. In un’analisi certamente né equa, né serena, colgo l’allungamento delle età pensionabili per tutti, per le donne di più, addirittura sette anni, vedo un innalzamento dell’iva, un inasprimento delle tasse sulla casa, liberalizzazioni molto contenute o inesistenti per professioni, taxisti, farmacie, ben rappresentate in parlamento, nessuna vera tassa sui grandi patrimoni, il miserevole recupero dell’1.5% sui capitali scudati (e le banche dicono che è difficile, per motivi di anonimato, anche se è una minima parte di quanto richiesto per lo stesso motivo dagli altri paesi liberali), nessun intervento sulle banche e sulla stretta del credito, un rinvio che non promette bene sulla vergognosa cessione gratuita delle frequenze, e un altrettanto grave rinvio sul problema della governance della Rai. Certamente tralascio qualcosa, non dimentico lo scorporo delle reti gas, e ho presagi non positivi sulle reti acqua e sulle reti Rfi. Ma io sono di parte, chi mi conosce sa che ho una storia di sinistra, che ho avuto l’occasione di vivere dal di dentro la politica e che quindi posso capire, ma non sono obbiettivo. Come sarebbe giusto che ciascuno fosse di parte, almeno la sua, rispettoso delle idee altrui, ma naturalmente portato a contrastare ciò che non ritiene giusto. Bene, per me non è giusto quanto sta avvenendo, si incide sulla carne reale delle persone senza che ci sia un equilibrio nei sacrifici, i deboli pagano moltissimo, i forti nulla. Si è generata l’idea che i colpevoli della crisi del paese siano i lavoratori, le donne, i pensionati, si è sventolata una lettera della BCE, come i comandamenti che permettevano di restare all’interno della chiesa della finanza,  ben sapendo che la stessa BCE è in buona parte impotente rispetto alla speculazione e succube della volontà della Germania. Si è agitata la Grecia come spettro del disastro incombente, vero, ma si è evitato di dire come si genera e si sostiene il debito italiano, quanto realmente pesa l’illegalità e quanto è diversa la situazione italiana rispetto alla Grecia e al Portogallo. Si è considerata la speculazione come un fattore di mercato senza aggettivi negativi e componente ineliminabile dal capitalismo e dai governi democratici. E si è superata la stessa lettera della BCE con la riforma di un articolo dello statuto dei lavoratori che nessuno aveva chiesto, ovvero l’articolo 18.

Si è deviata l’attenzione dalle domande vere della crisi, ovvero come superarla e creare nuova occupazione, come generare nuove professioni e lavori, come sostenere le imprese che siano adeguate ad un protagonismo italiano nel mercato globalizzato. L’attenzione del governo si è incentrata sullo statuto dei lavoratori, cavallo di battaglia dell’ex ministro Sacconi,  e pur riconoscendo che deve essere riformato l’accesso al lavoro dei giovani non è rendendo più facile l’espulsione di quelli più anziani che si risolve il problema. Comunque vorrei sottolineare che non è l’articolo 18 il problema dell’Italia, è un problema marginale, fortemente caricato di valenza ideologica e non riesco a capire perché a fronte della disponibilità del sindacato di voler convergere sul modello tedesco perché si sia scelta la rottura e la divisione. Anzi un motivo mi viene in testa, ovvero che per dare patente di riforma a ciò che alla fine non creerà lavoro aggiuntivo, si sia scelta la prova di forza e se la CGIL non approva allora significa che è davvero una riforma. Come se la sinistra, la CGIL, il Pd fossero la parte reazionaria del paese e invece la modernità risiedesse nelle politiche liberiste. Ecco, questa è un’altra delle mistificazioni che non mi piacciono, tanto da coinvolgere la gestione della flessibilità in uscita tedesca, troppo sociale sembra, per la nuova interpretazione del mercato del lavoro. Meglio il modello americano dove le tutele praticamente non esistono, e non c’è neppure il sistema di wellfare che esiste in Europa.

Non mi piace che nessuno spieghi perché il lavoro dipendente paga l’80% delle tasse a fronte del fatto che possiede il 50% della ricchezza prodotta. Le domande a cui un governo tecnico dovrebbe rispondere sono: che fine fanno i soldi, chi paga chi, perché questo paese non cresce. Senza essere millenaristici è da tempo che il sistema di produzione basato sulla crescita dei consumi porta con sé il proprio declino e tracollo, questo è il problema che dovrebbe essere analizzato e risolto, anche affrontando nuove solidarietà di mercato. Non  sono tra quelli che pensano che si possa uscire dal sistema, che è meglio fallire anziché pagare, solo che capisco che la cura adottata sta ammazzando il cavallo. Lo stanno facendo in Grecia e in Portogallo ed ora anche in Italia, perché nei prossimi mesi, le famiglie verranno ulteriormente impoverite, e magari i lavoratori occupati resisteranno, ma chi non ha lavoro o l’ha perduto, che farà?

Ho l’impressione che in una situazione come quella che vive l’economia italiana ovvero uno stato di recessione con una crisi strutturale in atto che sta cambiando il nostro modo di produrre e creare reddito nel manifatturiero, una minore arroganza e una volontà di trovare soluzioni, non sia consociativismo, ma la necessità di condividere, con chi sta pagando la crisi che non ha, in gran parte, generato, le soluzioni per rilanciare l’economia. Con lo scontro e l’arroganza, è facile non vedere le parti buone della riforma, ma viene anche da pensare che il lavoro irregolare e nero, aumenterà, visti i controlli esigui, che le aziende assumeranno il minimo ed utilizzeranno, finché possono, gli straordinari per le punte di produzione, generando un mercato asfittico basato sulla sopravvivenza anzichè sulla crescita.

Si è detto in questi giorni che bisogna attrarre capitali e nuove imprese, fino ad oggi, in Italia, c’è una flessibilità, che significa precarietà, elevata, un’area di illegalità importante eppure questo non ha attirato capitali e lavorazioni, anzi anche le imprese delle aree dove più si è cresciuto e si cresce, anziché restare sono, o stanno emigrando verso paesi in cui non c’è nessuna tutela. Quindi non è questa la vera ragione della crisi. Il fatto è che questo è un paese economicamente vecchio, dove il costo della burocrazia e dell’illegalità è elevato per chi sta alle regole, è il paese in cui si sono vendute gran parte delle filiere complete di prodotto, la chimica, i treni, gli aerei, fra poco l’auto, si resta sui mercati con nicchie di prodotto, con il made in Italy, contando di non essere raggiunti e superati. Al posto di favorire la nascita di nuove produzioni, viene invece proposta maggiore libertà di impresa, il che significa lavoro meno tutelato e possibilità di espellere gli elementi di disturbo, basterà pagare. Vediamo l’esempio Marchionne, quanti investimenti ha generato? Quanti lavoratori in mobilità sono rientrati in azienda, rispetto a quelli programmati? Dove sono i nuovi modelli di auto? Il problema è proprio questo, non ci sono prodotti e la produttività ristagna da anni per mancanza di tecnologie più che per la capacità di lavoro e di sacrificio degli operai. Se oggi gli stabilimenti Fiat, o quelli delle altre migliaia di fabbriche in cassa integrazione avessero più produttività, avrebbero i magazzini pieni per mancanza di mercato. 

La modernizzazione è una parola contenitore, ognuno ci mette quello che vuole, ma senza pensare a soluzioni impossibili, cambiare si può, magari condividendolo anziché imporlo a chi protesta poco, e comunque agire con meno arroganza. Soprattutto se non si è mai stati eletti da nessuno. Meno emozioni televisive e più cuore per ascoltare il Paese, che poi è quello che la carretta la deve tirare davvero.


la prigionia del necessario

Il ragionare, la razionalizzazione serve a dar conto della propria prigionia nel necessario. L’obbligo che, per essere trangugiabile, dev’essere ricondotto alla volontà. Farsene una ragione, in fondo è questo il procedere comune, e per quanto raffinato è il ragionamento, nel dialogo tra sé, alla fine ci si convince, perché questo era il fine. Non potrebbe essere altrimenti, perché  si dovrebbe rinunciare alla vita di relazione, agli affetti, alla convenienza. Nell’epoca della libertà virtuale, la convenienza ha un cattivo nome, sembra una parte poco generosa delle persone, la si apparenta al calcolo. La generosità in questo mondo, è apparente per gran parte dei casi, dei momenti, delle persone e quasi sempre soddisfa un bisogno. E’ una virtù domestica, la generosità, da associare all’amore, all’affetto, al bene e quando esce dalle mura domestiche, assume una dimensione sociale, supera l’individuo e la sua sfera, diviene eroica. Abbiamo bisogno d’eroi oppure queste modalità d’essere, queste sovrastrutture, poco ci riguardano, quando la vita di tutti i giorni è la gestione della libertà che ci è stata data ed è difficile da esercitare? E’ l’era delle libertà virtuali, che ci consegna al malessere del compromesso tra la possibilità e la realtà, ed è di questo che ogni giorno bisogna farsene una ragione. Ma andando alla radice del luciferino che conteniamo, anche la libertà è un bisogno di perfezione ed invece, noi viviamo nell’universo del relativo, poggiamo i piedi nella perfezione dei teoremi, delle leggi fisiche e dobbiamo muoverci con la forza del pressapoco. Bisogna farsene una ragione, sentire la limitatezza come possibilità, alterare le regole del gioco e pensare che se il mondo è solido noi fluttiamo su esso, che se la società, i vincoli economici, i modi di vivere sono gabbie possiamo uscirne e rientrarne per convenienza. Esplorare il profondo vuol dire essere adeguati a sé e non al mondo mutato, farsi affascinare dalla profondità del mare che conteniamo, è una cosa irragionevole e difficile, non c’è forse, una parte di noi che ci è stata insegnata con cura che ci dice che è meglio governare la ragione, perché la ragione aiuta a procedere? E se ad una ragione ne segue un’altra, poi un’altra e ancora, in una sequela infinita di ragioni e compromessi, non è poco male se esploriamo meno il mare e riusciamo a gestire desideri, irragionevolezze, pulsioni, stanchezze, gioie e disperazioni?

In questa funzione, il prete della ragione, la società, rassicura ed assolve, mentre lo strascico del difficile equilibrio della convenienza lo segue. 

A noi che come pesci ci immergiamo, saltiamo, ci ri immergiamo, perché la vita, lo sappiamo, è lì nel profondo, non nel guizzare d’acquario, resta l’irrequietezza e la necessità del farsene una ragione.

Quasi sempre, a volte si deroga e si respira.

modernismo compulsivo

Queste cose, oggetti, pianificazioni, architetture così stabili e labili assieme, luminescenti ed interconnesse che sembrano avere una vita propria, oltre a contenerne altre, sono la nostra visione del mondo, oppure la visione che subiamo del mondo?

La bellezza del mostrare, incastona funzioni, negozi suadenti, facciate di desideri che assecondano liberazioni da freni inibitori. L’acquisto come centro del vivere e dell’essere diviene l’altra vita rispetto a quella così banale del reale, così fittizia del pensare, così labile del desiderare.  Si saggia il limite di capienza del possibile, ben oltre l’utile, spesso oltre il bello, di rado nel necessario: è il progresso, ragazza, è il compenso del malessere. La pulsione all’acquisto immersa nella frenesia (anche nella penuria si acuiscono i desideri deviati) è simile all’odore del sangue, alla violenza, alla piazza e si muove, ondeggia, punta con decisione sull’obbiettivo dell’atto avendo il solo bisogno della soddisfazione.

Può bastare questo vivere per definire un canone del bello, oppure il mondo vuole liberarsi dal pungolo della bellezza, ne vuole ridurre l’impatto rivoluzionario portando il tutto ad una dimensione che renda quotidiano l’eccezionale, e quindi visibile e percorribile senza fatiche, vicino di casa, acquistabile in riproduzione. Come fosse un poster da appendere in camera che ricorda la meraviglia dal mondo.

la “banalità” quotidiana dell’eroe

Dobbiamo considerare definitivamente conclusa l’era di Nietzsche e Wagner, il romanticismo, l’idealismo, ecc. ecc. E Brecht avrebbe difficoltà a ripetere la frase sull’infelicità del paese che ha bisogno di eroi, perché da tempo l’eroe è solo una persona normale che fa ciò che dovrebbe fare, non rifiuta la responsabilità per cui lo pagano o che ricopre. Eroe diventa il normale, ma ciò significa che tutti gli altri sono peggio di lui, meno normali ? Non credo, e non voglio citare nulla di quanto accaduto in questi giorni, perché non è avvenuto uno scontro di titani, ma al massimo tra persone che di fronte alla difficoltà reagivano in modo responsabilmente differente. L’eroe d’un tempo era altro, ma in realtà non è mai servito a molto e comunque è stato svalutato. Punto sull’eroe quotidiano di cui ho una definizione molto opinabile e cioè che è colui che cerca di essere ciò che è davvero, ovvero non si spaccia per altro da sé. Cosa difficilissima detta così, oppure naturale, senza discrimine se non se stessi e quindi non visibile. Allora prendiamo l’argomento da altra visuale pensando a colui che ogni giorno si sforza nello star bene o male, di essere se stesso e non rinuncia al vivere, non si lascia andare. Non penso ad una persona che non si contraddice e tanto meno a quello che non cambia idea, questi non sono eroi quotidiani, ma persone che scelgono la scorciatoia facile della norma per dire si deve far così, penso piuttosto a chi si mette in discussione in continuazione perché sa cosa vorrebbe essere, cosa è davvero e sceglie. Questa persona si sforza di conoscersi, sta male quando serve e lo accetta, affronta la solitudine che non vorrebbe perché fa parte della sua strada, non ha paura di riempirsi le mani con la gioia di vivere, non pensa che la vita la consumi, e punta comunque alla costruzione di sé. E’ capace di rinuncia in nome di qualcosa che lo riguarda, sa mettersi in gioco rischiando molto, persegue un obbiettivo personale in cui ci sono gli altri. Questa pratica del vivere è molto diffusa, genera solitudini spaventose, insinua diversità che fanno soffrire, non si riesce a comunicare. Ecco la ragione, non c’è comunicazione della normalità per cui alla fine si pensa che la normalità sia altro, sia quello che i media propongono, quello che al massimo dura tre giorni perché dopo tale tempo ogni notizia diventa usata. L’obsolescenza dell’eroe quotidiano sfocia nella sfiducia, seleziona, e ciò che dovrebbe essere naturale, un comportamento comune diventa eccezione. Questa versione domestica e segreta dell’eroe che non è eroe, che è persona che cerca di star bene senza scordare gli altri, non trova posto nel pensiero comune, bisognoso di notizie altisonanti, ma è l’ardua volontà di essere in sintonia con noi e con il mondo. Da questo confronto quotidiano poi verranno gli atti esterni, quelli che è giusto fare. Dopo.

senza perderci troppo la testa

Il pensiero del natale, e poi di questa inusuale concentrazione di feste, mi scuote sempre in questo mese. In fondo gli agnostici, i non credenti sono sempre costretti a prendere posizione sulla ragione di una festa, fosse anche per la sola parte consumistica, che ritengono immotivata per quanto li riguarda. Ma c’è ed in occidente funziona, quindi prescinderne è difficile, tanto vale entrare nella contraddizione, E di questo vorrei parlare: della contraddizione tra ciò che si pensa e ciò che si fa in questo periodo. La mia tesi è che non c’è contraddizione se semplicemente viviamo questi giorni come ci viene. Stamattina ero nel traffico, e ci pensavo, anche sollecitato da alcune vostre riflessioni, una convinzione è emersa per quanto mi riguarda. Il retaggio del cambiamento radicale è qualcosa che mi/ci portiamo dietro, dal cattolicesimo maldigerito dei nostri anni giovanili. Quell’idea di muro, per cui solo la perfezione è il meglio, solo ciò che sta all’interno di una interpretazione del mondo è buono, il resto è fuori, è imperfezione, non ha speranze, ecc.ecc. E  invece per fare qualcosa di buono, basta semplicemente vivere e avere un minimo di coerenza. La “bontà” è fatta anche di gesti singoli, di quello che do ad un extracomunitario, di un’ attenzione per gli altri, di un pensiero che accoglie e che vede il bicchiere mezzo pieno. Il bene è facile, la perfezione è difficile, però se cerco un po’ in sintonia con quello che penso, non occorre mutare la mia vita, basta vivere, far quello che mi viene ed avere speranza. Se il senso della storia è quello che il nuovo sostituisce il vecchio, io faccio parte della storia nel mio cambiare, ne esco quando mi fermo, quando non faccio nulla. Chi si pone domande ha la vita che ribolle dentro, e quindi fa parte della storia. Il nuovo ci accetta come siamo, la vita ci accetta come siamo. Ci mette in discussione per tenerci in moto, ma ci accetta. Allora non ho più urgenze, ma occasioni, e per fare qualcosa di buono per me e per gli altri non devo attendere chissà quale coerenza, semplicemente lo faccio perché mi viene. Noi siamo la nostra storia, la nostra vita è quello che trasmettiamo a noi stessi prima che agli altri, e la novità è che possiamo tirare una riga ogni giorno senza rinunciare a noi, tenendoci come siamo e come saremo. Dov’è allora la contraddizione, sto facendo, farò, sto cambiando, cambierò.

Buone giornate di festa a tutti.

la banca delle capre

Questa storia nasce diversi anni or sono, nel sud del Senegal, la parte più povera del paese, nel villaggio di Cumbacarà. Questo villaggio, della provincia di Kolda, è al confine con la Guinea Bissau, ed è la sede della comunità agricola che raggruppa 23 villaggi. Quando parlo di villaggi, parlo di aggregazioni di capanne di paglia e argilla, senza energia elettrica, senza acqua potabile, con al centro la spianata per le riunioni e l’albero della comunità. I villaggi hanno pochissime strutture in muratura, a Cumbacarà c’è un piccolo ospedale che da noi sarebbe più o meno un ambulatorio e che serve una quindicina di villaggi. La popolazione dei villaggi è variabile, può andare dalle  poche centinaia di persone alle decine. A Cumbacarà la vita è quella del Senegal più povero, soggetto a carestie, emigrazione e desertificazione, la stessa che avviene fuori delle città e di Dakar. La giornata è scandita dalle necessità: l’acqua, il cibo, il lavoro agricolo, i bambini, gli anziani, la vita di relazione e l’affetto di chi non ha e che si vede ben presente come legante familiare e comunitario. La mancanza di autosufficienza alimentare, oltreché dal clima è determinata dalle massicce coltivazioni di arachidi per far olio e burro da esportare. Adesso si aggiunge la minaccia di coltivazioni di biocarburanti, che in un territorio pur fertile, espone costantemente alla fame e alle malattie. In particolare i più colpiti sono i bambini, ma anche la struttura sociale, le leggi interne alla comunità, i diritti di genere, sono fortemente condizionati dai bisogni primari. Un agronomo, Ndiobo M’Ballo, nato in questo villaggio, ma che aveva avuto modo di lavorare per le organizzazioni internazionali, pensò che dedicarsi al suo paese, al suo villaggio, alla sua gente fosse una buona scelta per la seconda parte della sua vita. Ha fondato una ong di diritto senegalese e sulla base delle necessità più impellenti, ha cominciato ad agire partendo dall’osservare quello che facevano le donne per affrontare i problemi quotidiani. Una delle prime idee per combattere la fame e per fornire alimento ai bambini, si basava sul fatto che la soluzione doveva essere compatibile con il territorio e disponibile tutto l’anno. Sempre osservando il rapporto tra donne, problemi e ambiente, puntò sulle capre che già c’erano, facili da pascolare ed autosufficienti, e al contrario dei bovini, mangiavano di tutto. Così nacque l’idea che fornendo due capre femmine ed un maschio per due anni, ad una donna che ne facesse richiesta, si poteva dare latte naturale ai bambini, avere una piccola certezza di sussistenza, consumare la carne quando la capra in eccedenza veniva macellata. Alla fine dei due anni la donna doveva restituire due femmine e un maschio dell’ultimo parto. Sì, perché le capre figliano tre, quattro volte all’anno e alla fine dei due anni, la donna poteva avere un piccolo gregge. Così è nata la banca delle capre, che adesso può contare su un circolante di oltre 1800 capre e che si incrementa ogni anno, solo che stavolta gli utili restano nei clienti e la banca si accontenta di essere parte della crescita della comunità. Le capre sono state acquistate con fondi che provengono da donatori, anche adesso stiamo facendo così per incrementare il circolante, grazie a persone che hanno voglia di investire a fondo perduto qualche euro, più o meno una decina  a capra, su un progetto concreto, senza costi di cooperanti e strutture, e quello che si dà va a finire sull’obbiettivo. Ogni anno un gruppo di sostenitori, a proprie spese, va a controllare come funziona il tutto, incontra le persone, ascolta le necessità, dibatte, cerca di capire. Capire non è facilissimo perché bisogna spogliarsi della nostra testa e della tecnologia che risolve tutto. Lì tecnologia non ce n’è, a parte i telefonini che stranamente ci sono dove pure non c’è acqua potabile ed energia, e le soluzioni che sembrano facili, in realtà sono sciocchezze perchè non fanno i conti con il clima e le infrastrutture inesistenti.  Ma prima di fare strade e ponti, bisogna sfamare le persone puntando non sugli aiuti esterni, ma sull’autoproduzione, sull’auto sostentamento. Questo fa l’ong 7 A Maa Réwée di M’Ballo e non è l’unica sua iniziativa. E’ stata attivata la banca delle sementi che evita la dipendenza dalle multinazionali che forniscono semi sterili geneticamente modificati, c’è un mulino diesel, e adesso punta al secondo in un altro villaggio, per macinare senza spaccare mani e braccia alle donne con i mortai, c’è una sala parto arrivata dal Veneto, pozzi e orti che stanno crescendo per il fabbisogno quotidiano, una risaia che contiene anche l’acqua nella stagione delle piogge. Assieme alle iniziative è nato un piccolo commercio gestito da donne nei villaggi, e con questo, oltre la piccola indipendenza dai maschi, anche la richiesta di imparare a far di conto e di leggere e scrivere. Purtroppo è fallita la banca delle galline, per una moria da infezione, ma credo che la cosa si riprenderà. Tutto questo, con gradualità, muta i rapporti nei villaggi, le donne sono molto coscienti del loro ruolo, anche politico oltreché sociale, le ho viste con i miei occhi e sentite, difendere il ruolo e i diritti. La pratica dell’infibulazione è arretrata tantissimo, man mano è cresciuta la coscienza di sé e del proprio valore, la barbarie tende a scomparire. Basta confrontare i dati con i villaggi della Guinea Bissau, che sono ad appena a 10 chilometri, per accorgersi cosa può fare una piccola indipendenza economica femminile. Perché il dato più importante, accanto alla diminuzione della mortalità infantile, è proprio questa nuova coscienza delle donne che ha rimesso in moto una società bloccata, in cui le stesse donne chiedevano ai figli di emigrare, piuttosto che vederli in balia della fame vicino a casa.

L’equazione è: alimentazione autoprodotta dalle donne=>  maggiore protezione dei figli=> maggiore consapevolezza del valore =>richiesta dei diritti che tutelano la persona.

Chissà se sono stato chiaro? Comunque il 4 gennaio ci torno e poi vi saprò dire.

lavorare è fatica

Il lavoro è una cosa seria da queste parti, ci si suicida per il lavoro, per la responsabilità del lavoro degli altri. Sono più di venti gli imprenditori che si sono tolti la vita negli ultimi tre anni. La camera di commercio un anno fa aveva istituito un punto di aiuto, di ascolto, ma a che serviva se non era in grado di dare prestiti? L’hanno chiuso. Si somma tutto : debiti per forniture, crediti che non vengono pagati, banche che chiedono il rientro, la pubblica amministrazione che non paga, mercato difficile e alcuni non ce la fanno. Il lavoro, come è stato insegnato nelle case è la realizzazione dell’uomo, la misura del suo successo come persona. Successo verso di sé, prima che verso gli altri. Un poca di ironia non guasterebbe, ma è più semplice sentire bestemmiare a raffica piuttosto che una relativizzazione del lavoro. Tutto il benessere in questa terra d’emigrazione, l’ha creato il lavoro senza limiti,  l’auto imprenditoria seria. Prima erano contadini abituati alle difficoltà dei raccolti, impermeabili alla politica, custodi di una libertà individuale che rasentava l’anarchia e che ha devastato il territorio di costruzioni e fabbrichette. Fedeli a nessuno se non al lavoro, quel lavoro a testa bassa, che ha tolto le altre dimensioni della vita. Quello che si può comprare serve, è buono e il resto è fantasia. La ricchezza viene esibita e nascosta, come la povertà, a seconda di chi si ha davanti. Quando si parla del sud, per dargli una dimensione benevola, usano un esempio semplice: qui si dice andiamo a lavorare, lì si dice andiamo a faticà. E si ride. Come se il lavoro qui fosse una festa, una dimensione epifanica del vivere. E non ci si rende conto che senza l’ ironia della testa e delle parole, non si vede la realtà e che il lavoro è fatica davvero, oltre quella fisica, che consuma e che ogni tanto dovrebbe finire.

Dovrei scrivere le memorie di un costruttore di zone industriali, dei sogni che accompagnano i progetti, quelli di chi progetta e quelli di chi si insedia, dovrei parlare dei sogni che si mettono sulla carta cercando di trovare una sostenibilità per l’uomo e per l’ambiente. Dovrei dire che non basta mettere il verde dove si passa più di metà della vita, e neppure i pannelli fotovoltaici sui tetti, che esiste una sociologia delle aree produttive che cambia gli uomini anche a casa, che bisogna produrre meglio per vivere di più, e che si può fare. Ma mi sembrano solo sogni da un po’ di tempo, chi è dentro la fabbrica era cinese prima dei cinesi e ciò che è fuori della fabbrica, ha regole spietate. Il lavoro è stato il legante di queste individualità, ha dato una dimensione collettiva, ma adesso che la crescita è finita, è difficile cambiare, ognuno ritorna ad essere solo e le braccia, la fatica non bastano più. Ecco una chiave che permette di leggere un territorio disorientato, ma se questa fosse la diagnosi, la terapia sarebbe terribile e nessuno l’applicherebbe: ripensare il lavoro, qui è impensabile.