patto lenonino

Del tuo fornitore abituale, meraviglia il fatto che faccia altro. Che scriva poesie, o intraprenda in hi-tech, che sia operatore notturno di borsa, oppure abbia qualche lavoro diverso da ciò che conosci. Per te resta sempre legato alla cosa che ti fornisce, fosse questa due etti di stracchino oppure un’ auto usata. Altrove avrà famiglia, interessi, abilità, passioni e pensieri elevati, e saprà suonare, scalare vette di pensiero, ma lui per te, nel lavoro, è quello che vi ha fatto incontrare. 

Chissà cosa pensava Tarantini, quando a un puttaniere forniva ragazze secondo misura e gusto, che lo si considerasse un imprenditore in vacanza? Forse pensava che la sua abilità nel soddisfare desideri, gli avrebbe dato crediti d’intelligenza nell’intraprendere. Magari credeva che il pappa si sarebbe dissolto nell’uomo d’affari. E invece che si trattasse di protesi sanitarie o di appalti in lavori pubblici o semiprivati, la sua funzione era quella del procacciatore di donne. Era si, fornitore di protesi, ma quelle allo smisurato senso di onnipotenza di uomini incapaci di discernere ciò che separa potere da funzione pubblica.

Tarantini pensava che i soldi lo facessero capitano d’industria e la frequentazione del potere, generasse il prodotto. Cercava appalti, grandi infrastrutture, ma era specializzato su tutto, fosse un gasdotto oppure il monitoraggio elettronico per protezione civile, bastava chiedere. Come per le ragazze. Parlano di oltre 50 milioni di appalti  che potevano essere assegnati. Questa è una tragedia per un Paese allo stremo della fiducia, induce a pensare che ogni sacrificio sarà ingoiato dal malaffare. Questo gli imprenditori non se lo meritano, quelli che resistono come i lavoratori, quelli che mettono quello che hanno in un’ idea, nel loro lavoro. Questi non se lo meritano. Ci sono i prenditori, quelli che portano via e basta, senza dare, e gli imprenditori, quelli che, comunque la pensino, rischiano e generano ricchezza.  Se il capo del governo, l’impresa pubblica, favoriscono i prenditori, i primi a soffrire saranno i secondi, oltre che l’etica pubblica. Accade, accadrà, ma il mercato è un buon regolatore nel tempo, tollera e magari glorifica i ladri, ma prima o poi demolisce gli impostori. Le abitudini sessuali dei capitani di pensiero, politica o industria sono comunque legate ad un prodotto ed è questo che alla fine fa la differenza vera. Ma adesso ci sono le macerie e i disastri morali e materiali.

A Berlusconi piacerebbe essere ricordato per le sue grandi “opere”, a suo dire, fatte. Non sarà così, per un po’ resterà un uomo di potere e denaro, perduto dal suo essere puttaniere oltre limite e poi basta. 

Questo momento di disperazione morale, ricorda il ’45 di Mussolini, i proclami e i discorsi dell’ultimo periodo. C’era chi ci credeva, chi, per convenienza o altro, si lasciava imbabolare, il consenso s’era già disfatto, travolto dalla realtà. Si attendeva la fine.  Adesso non c’è la guerra per fortuna, e neppure i nazisti in casa, ma il travisamento dell’evidenza, la sua percezione distorta, la fantasia di una soluzione risolutiva, un’arma speciale e definitiva in grado di ribaltare tutto, questo c’è. Poi si finisce a sputi e questo si vorrebbe evitare, non farà bene a nessuno perché questo Paese è stato consenziente e pavido. Finirà, e speriamo presto, per questo soccorre la pervicacia del perdersi, che oltrepassa ogni soluzione, consiglio o limite.

sciopero

A volte pare che la differenza tra vecchio e nuovo, tra principii e contingente, debba sempre propendere verso il secondo, come si vivesse sempre nel giorno ed il futuro non fosse determinato proprio da ciò che facciamo oggi.

Non è solo un invito a togliere dalla nebbia queste generazioni future che, come disse un parlamentare democristiano, quando ancora il debito pubblico veniva generato per spese sciagurate: ma chi cazzo sono questi posteri, che neppure votano. Ma la necessità di salvare il salvabile perché la miseria dei giovani sta traboccando, invade il paese e dilaga sulle altre generazioni. Il problema della crescita diviene tanto centrale che è la misura della adeguatezza di chi governa. Invece si preferisce, o con la modifica all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, o con le misure che mettono le mani in tasca a chi non ha più tasche, dividere sindacati, forze attive, generazioni. Il monologo di Agrippa applicato al contrario, ovvero disgiungere le membra per cibarsi del corpo.

Cannibalismo sociale, ecco quello che sta avvenendo nella coscienza indotta. La Cgil è stata fortunata, il consenso allo sciopero è cresciuto con la dissenatezza di quanto avviene politicamente con la manovra, quando è stato proclamato lo sciopero la modifica sui contratti di lavoro ancora non c’era. Però c’è un messaggio che non viene colto in questo sciopero, come in molti lamenti, proteste che vengono derubricati come routine: il paese si sta sgretolando. Politicamente, socialmente, prospetticamente. Manca un mare comune in cui salvare la barca. Non è la solita questione tra apocalittici e integrati, è l’uso della parola modernismo che è usurata, che nasconde altro, il confronto dialettico tra cambiamento e conservazione deve essere chiaro, poi vinca il migliore. Invece si confonde tutto per trarne vantaggio e si occulta la centralità del produrre e della crescita e del suo fine sociale. Ci si può scannare sui modi, sulle teorie, sulla ragione, ma la relazione tra ciò che accade e ciò che sarà, non può essere consegnata ai mercati.

Vedete, e qui concludo, nella crisi dei sub prime, molte banche e i mercati finanziari, sono state salvate dagli stati sovrani che si sono indebitati per questo, sono gli stessi che adesso, stanno attaccando gli stati sovrani per fare profitto sul fallimento degli stati. Tanto che mi auguro che una nuova bolla, una nuova crisi metta in ginocchio nuovamente le banche, i fondi, la finanza per distogliere l’attenzione dagli stati. Ciò che muove tutto non è la concezione etico protestante del profitto, ma la sfrenata crescita del far denaro senza corrispettivo sociale. In questo la Cgil è più moderna degli altri sindacati, difende principii, realtà sociali che devono valere erga omnes, non fabbrica per fabbrica, generazione per generazione. Nella cultura del lavoro il denaro è uno strumento, un mezzo, nella società del profitto, il denaro è un fine.

una risata vi seppellirà

La rivoluzione vera è allegra, anche l’opposizione vera lo è. Si prende sul serio nelle cose fondamentali, ma il resto è ironia, auto ironia.

Prendere sul serio l’avversario, significa combatterlo, e il riso è un’arma terribile. Introduce il dubbio, la sfiducia nella sua forza, va ben oltre la nudità del re, ne vede il pisello ridicolo, i fianchi flaccidi, la caducità del corpo e della mente.

Il ridere è sempre stato una difficoltà della sinistra, ci siamo sempre presi troppo sul serio, avevamo cose importanti da fare. Salvare il mondo, modificarlo positivamente, ad esempio. Questo impediva di vedere il limite delle cose che si facevano, tutto era importante, serio, definitivo. Cosa ci può essere di talmente serio in un’alleanza con la lega, con Casini, con Fini? Si sa che dura poco, è funzionale a un risultato tattico, ma non cambia nulla del mondo che volevamo. Semplicemente mette in luce la nostra insufficienza, incapacità di essere convincenti. Le persone vogliono speranza, leggerezza, libertà di non credere al messia di turno, qui aiuta il ridere, il lato comico delle cose e del potere. Non occorre essere sguaiati, basta conservare l’ironia, capire il limite, denunciarlo allegramente. Nella crisi economica che stiamo vivendo quanto cambierebbe il mondo se alle facce serie che ci impongono i sacrifici che loro non faranno, una risata crescesse. Non li prendesse sul serio, si opponesse, consumando meno e diverso, per non pagare tasse su consumi che non ci appartengono. Se esaminando le nostre vite, la parte allegra emergesse, le gioie e le tristezze diventassero davvero il centro del vivere, rifiutando i palliativi, le sostituzioni che si pagano, quando cambierebbe la galassia delle cose importanti?. Queste manie dell’eccezionale, dei vini costosi e rari, dei miti del cibo a tre stelle Michelin, della vacanza in luoghi esclusivi ed esotici Le vite eccezionali, senza limiti di spesa e di sensazione. Lo spettacolo, lo sport come storia del meraviglioso, ma cosa c’è di meraviglioso in tutto questo? Vivere, far l’amore è bello in sé, perché il contesto dev’essere indimenticabile? Se guardo le mie ciabatte sono ridicole, ma mi mettono allegria, mi fanno stare bene, sono me.

Ridere del lusso, del potere, dei propri tic e ancor più di quelli dei potenti, riporta meschinità della miseria vista dai maggiordomi, la vita è fatta di funzioni corporali, pensieri incerti, cedimenti resi abitudine, età. Passano. Passano come tutti. Sono uguali a noi, spesso peggio, perché tanto rispetto? Non permettiamo loro di modificarci le vite, togliendoci la libertà di ridere, di noi stessi e di loro.

Bisogna ripeterlo ogni giorno: siete ridicoli, noi siamo importanti e non ci sottometteremo. Ci fate ridere e una risata vi seppellirà.

Friburgo i.b.

Le spinte, i pilastri con le volute d’arenaria rossa scolpita, il sesto acuto degli archi, l’organo.

A chi piace il suono e la musica dell’organo, adesso? Eppure nell’organo barocco, c’è una fatica fisica ed un senso dell’assieme che solo il pop ed il rock possono capire. Senso di dominio delle menti e degli spazi, dialogo con i volumi. Si diffonde a ondate nella navata. Pedale, ripieno, tre tastiere che si incrociano, cambiano registri. Femmineo a tratti, merletto, maschio, furibondo, cosciente, si quieta, riparte. Il senso tattile del suono. Chiudo gli occhi, ascolto.

Fuori c’è mercato. Markt platz, fiori, frutta, miele, artigianato di legno e paglia, tisane, chioschi di wüstel e salsicce. Vista la quantità di bratwürst, senape, molta e colante, maionese, polpette e birra che si spaccia, che ci faranno con tutte queste tisane? Birra fresca, non pastorizzata, piena di fermenti, si combina con il profumo dell’aria, scende a grossi sorsi, fa scordare che è prima mattina.

Icona della Germania, il chiosco dei wûstel, gusto rude, nessun rispetto per la logica del nutrirsi, solo gusto, piacere che schizza dalle papille al cervello. Ipotalamo in festa, poi di quel che scende, che sarà, sarà. Non è così forse, per ogni piacere che non sia intellettuale? Un altrove animale, fatto di acuzia ed elaborazione automatica. Con rutto finale. L’ordine nel disordine ed il suo contrario, come fosse tutto reversibile. Non è reversibile, nulla è reversibile. Si vede nelle pance.

Appena attorno l’impressione linda degli uffici, dei negozi, la precisione dell’essere pubblico, immagine incollata sullo specchio della società, che provoca l’affollarsi ordinato. Educa. Penso agli stranieri, a me che frequento questi posti e mi adeguo. Le regole ed il luogo mi educano. Non faccio il furbo con il parcheggio, attendo il cameriere che so che arriva, mi metto al mio posto. Chi abita in questi posti, non importa da dove venga, è soverchiato, educato dalle regole non scritte e rispettate, più che dalle leggi. Non si integra in casa? Non importa, fuori si sottomette. Non c’è nulla di male nella libera sottomissione, si può trasgredire, ma si sa che la sanzione sociale arriverà.

La città nel ’45, era rasa al suolo, rispettata solo la torre campanaria ed alcuni edifici della piazza, il resto macerie. E’ stato riedificato tutto quello che era importante, ricostruite le vetrate al piombo nei palazzi e nelle chiese, introdotto il nuovo che sembrava utile. La seconda guerra mondiale ha distrutto in tre anni, ovvero tedeschi, americani, russi, inglesi, francesi, hanno distrutto, più di quello, che quattro secoli di invasioni barbariche e guerre, siano riuscite a distruggere. La rinascita ha portato nuove ricchezze, speculazione. Anche qui, il brutto si è fatto strada con edifici pretenziosi. Spesso banali. I segni sono diventati anonimi in tempi brevi. La vera svolta è avvenuta 20 anni fa, quando il governo federale decise di costruire una centrale nucleare vicina alla città. Ci fu la rivolta ordinata, ma non pacifica, dei cittadini. La vittoria e poi la scelta delle energie rinnovabili, la mobilitazione di un territorio, il cambio della cultura del buttare l’energia. Da quel momento il territorio, uso questa parola globale che è fatta di cittadini, animali, piante, economia, orienta, condiziona, controlla le politiche degli amministratori, pronto a cambiarli se non rispettano i patti. Da 8 anni un sindaco giovane, un grünen, un verde, governa la città. Anche il governatore del Land, siamo nel Baden Wuttemberg, da quest’anno, è un grünen. Questo Land per 50 anni è stato un feudo CDU, il partito del Cancelliere. E’ il segno di una direzione del benessere, non della direzione, è una possibilità. Qui di benessere ce n’è molto e l’affare della crescita compatibile è stato fiutato per tempo, adesso procede per suo conto, tra ricerca, produzione, commercio.

L’organo procede per ripieni. Lo suona una ragazza. Avrà poco più di 20 anni. Il volume sonoro cresce, emoziona, riempie. In città c’è un conservatorio importante, e la terza università della Germania, la nona d’Europa. Fuori una bambina di 8/9 anni suona compunta la tromba, pezzi discretamente complessi, raccoglie i soldi per acquistare la sua bicicletta. L’arte, a volte, fa guadagnare subito.

Questa è una città di 200.000 mila abitanti, poca cosa rispetto alle megalopoli che stanno crescendo altrove. Anche in Germania. Sembra ancora più piccola. Nella crescita si è scelto un modello estensivo e contenuto in altezza. L’agricoltura è importante e rispettata. Negli ultimi anni i nuovi quartieri, due, sono stati fatti in linea con la scelta energetica della città: sono a basso consumo ed autosufficienti. Ricchi di parchi, di tetti in erba, di case passive, con una presenza anomala di bici e ciclisti. Qui la bici è un mezzo vero di trasporto, prepotente nelle sue piste ciclabili, considerate regni invalicabili. Chi sceglie di non avere l’auto, riceve un congruo contributo mensile dal comune per lo spostamento con i mezzi pubblici.  Beauburg, Vauban, i due nuovi quartieri, hanno spopolato il centro,  e il comune ha dovuto incentivare la presenza delle persone nella città perché il verde e i servizi portano verso i quartieri periferici.

Il console italiano mi diceva tempo fa, che si impiega tempo a sopportare i ciclisti, a considerare che bagnarsi con la pioggia non è una tragedia, che risparmiare energia ed acqua sembra inutile, ma poi diventa un’abitudine e che quando si torna sembra strano che già non si faccia ovunque. In fondo serve poco.

Fuori il mercato continua, nel duomo è fresco. Non tutto va bene da queste parti, è un altro modo di vivere. Un modo possibile, magari non mi andrebbe mai bene, però trovare la maniera di utilizzare esperienze e poi innovarle secondo lo spirito, la cultura del posto in cui si vive, sarebbe una riduzione dello spreco dei tentativi a vuoto.

 p.s. a proposito di biciclette, energia, alternative non possiamo dire di non sapere:

la Germania non è gratis

Frequento il Baden, e Friburgo in particolare, da molti anni. I miei amici, dopo la caduta del muro, mi raccontavano con malumore ed orgoglio, quanto costasse economicamente a loro il risanamento e l’immissione a pieno titolo dei Land dell’est, nella Germania. L’orgoglio era per l’autonomia con cui lo facevano e per l’unione ritrovata. Adesso c’è un paese che cresce al 4.5 % all’anno, che detta le regole all’Europa, che ha un wellfare che accudisce i cittadini e rispetta i patti con gli elettori. Tra poco la Germania sarà l’Europa, perché può vivere da sola e può dire cosa fare ad un paese sovrano come l’Italia, dopo averlo fatto a Grecia, Irlanda, Spagna e Portogallo.

Uno scatto d’orgoglio servirebbe, non è necessaria una guerra per la coscienza che non siamo una bella colonia, ma adesso ci sono le vacanze, intanto ci si diverte poi a settembre si vedrà. Tanto non ci si può fare nulla, si pensa. Non è vero, la casa cede, bisogna puntellare, e rifare l’edificio.

Il terrore della politica è che la crisi la investa, che chieda i conti e dimostri l’inanità e l’infingardaggine. La paura è che si capisca che non basta toccare le tasche degli italiani, ma che bisogna toccare le persone che hanno fatto politica e sono state protagoniste della storia di questo paese, negli ultimi 20 anni.

I sacrifici, l’eliminazione dei privilegi, il cambiamento delle persone e dei modi della politica, vanno assieme.

ritmo 2/4

“Le grandi crisi hanno sempre alla radice qualche grande ingiustizia. La rapida globalizzazione che ha esteso la produzione industriale alla gran parte del pianeta, trasformando in operai centinaia di milioni di contadini, ha prodotto, grazie al basso costo di questa forza lavoro, un eccesso di profitti rispetto alle concrete occasioni di investimento produttivo. I capitali superflui si riversano nella finanza, nella ricerca ansiosa di profitti che però possono essere ricavati solo da scommesse sempre più ardite. Ora la scommessa più attraente è sulla debolezza dei bilanci pubblici.” Stefano Lepri su La stampa dell’8 agosto 2011

Oggi ho sentito analisi importanti, quasi tutte convergenti sul fatto che il governo è incapace e l’opposizione in due anni non è stata in grado di capire cosa stava accadendo ed ora cerca una soluzione politica, ma non ha una soluzione rapida e vera ai problemi. Questa crisi dovrà incidere sulla generazione politica che ha permesso ed è parte del disastro e quindi su se stessa, questa è forse la parte più difficile, ma è forse uno dei pochi aspetti positivi della crisi in atto. Ci sarà una stabilizzazione di lacrime e sacrifici a medio termine e ci sono cose crude che bisogna dire e fare per essere credibili e per rimettere insieme il Paese diviso: 

1. il debito sta strozzando ogni capacità di investimento ed ogni sostegno della domanda. Diminuire il debito significa nuove tasse e taglio della spesa, ma anche ripresa degli investimenti. Lo spreco è un crimine contro tutti quelli che sostengono il peso della crisi.

2. dire patrimoniale in Italia sembra dire una bestemmia, ma i patrimoni, se così si possono chiamare, dei meno abbienti sono falcidiati dalla precarietà e dai tagli sul welfare, mettere una tassa sui patrimoni è una misura di equità per cui chi più ha più da. 

3. la politica nazionale è insufficiente per arginare un attacco ripetuto all’economia, serve l’Europa, ed è ridicolo sentire dai ministri, primo tra tutti Bossi, che hanno attaccato le politiche europee sull’economia, invocare adesso l’azione europea.

4.Il nord pagherà a caro prezzo quanto sta accadendo ed in particolare la miopia di non aver usato il mezzogiorno come base di crescita produttiva. La perdita di filiere complete di produzione hanno reso le regioni del nord una base produttiva piccola ed enormemente a rischio, di fatto sub fornitori della grande impresa tedesca. Non aver adoperato le opportunità di espansione della base produttiva interna rende, adesso, debole l’intero sistema, compresa la scuola, ricerca e innovazione, mantenimento del wellfare, sistema pensionistico. La crescita del pil diventa un impegno immane, se gestito solo da una parte del paese ed i giovani sono i primi a farne le spese in termini di sfruttamento e precarietà.

5. sono necessari sacrifici urgenti e importanti, un governo che ha occultato il disastro non può essere credibile, neppure l’opposizione è in grado di reggere una nuova politica che è in buona parte fatta di atti dovuti. Solo un governo tecnico, senza vincoli elettoralistici è in grado di parlare al paese, di non raccontare balle, di gestire autorevolmente una fase di transizione che riapra la politica in Italia, al governo reale del Paese.

6. i costi della politica, anche se numericamente piccoli, sono intollerabili, questa può essere l’occasione per eliminare 50 anni di privilegi accumulati, moralizzando la vita pubblica, riportando fiducia nei cittadini.

7. servono soldi subito, che verranno bruciati nella fornace della speculazione, ma la forza è nella capacità di resistere e di dimostrare che il Paese è in grado di combattere. La differenza con gli Stati Uniti è che un uomo in crisi, come Obama, non demorde ed impegna il paese, si batte, ci mette la faccia, più vicino a noi, Zapatero, altrettanto in crisi, è comunque in grado di lanciare un messaggio che faccia emergere energie dalla Spagna. Con questo presidente del consiglio nessun messaggio sarà mai creduto come veritiero, neppure dai suoi sostenitori.

8. per affrontare la crisi occorre il concorso di tutti, il contributo di Berlusconi è il passo indietro che permetta ad altri di governare una situazione interna che esige unità negli sforzi. La Bce potrà comprare titoli per una settimana, ma sia Germania che Francia, hanno già valutato il rischio del fallimento italiano, lo eviteranno finché non costa troppo. La vera battaglia sarà la difesa della Francia dopo che l’Italia sarà caduta, a quel punto non ci sarà più Europa e neppure euro.

9. lacrime e sangue, equità dei sacrifici, ma per qualcosa di certo e per salvare il Paese. Questo è l’unico messaggio che deve essere detto, anche se siamo in agosto. 

10. questo non è il migliore dei mondi possibili, ma è il nostro. Servono regole mondiali nuove che tolgano l’acceleratore dai profitti e che ne destinino una parte alla crescita globale. Non sarà facile se una nazione come gli Stati Uniti diviene, essa stessa, prigioniera di meccanismi che ha contribuito a creare, togliendo con Bush, regole al mercato dei capitali. C’è la presunzione di far soldi senza lavorare e questo comporta che vengano sottratti a chi è più debole. Le banche salvate in occidente non hanno riconoscenza, continueranno a fare il loro lavoro, ovvero incrementare comunque i profitti aggredendo chi le ha salvate, se è contendibile. L’autorità dei governi, con la chiara enunciazione degli obbiettivi e il loro perseguimento nel bene pubblico non è mai stata tanto urgente e importante. Questo è il ruolo della politica che non soggiace all’economia, ma risponde ai cittadini.

Per far capire con chi si compete oggi, ripasso il filmato sul pizzaiolo malesiano, oltre il sorriso, pensateci perché quel signore non ha nulla da perdere e crescerà per forza, siamo in grado di fare la stessa considerazione su noi e sui nostri figli?

la diversità

Bersani mi piace quando s’arrabbia. Mi piace quando è autoironico. Capisco anche la sua difficoltà di guidare un partito che è fatto di almeno tre anime e molti rais di varia importanza. Non l’ho votato al congresso, ero con Marino, resto alternativo per la laicità, i diritti individuali, il lavoro, e qualcos’altro, ma è il mio segretario e finché resterò in questo partito, come tale lo sosterrò.

Solo che… Ecco il vecchio comunista che emerge, direbbero, il problema è altro, adesso dirai, per non affrontare le cose nel momento.

Solo che a me piaceva e piace la diversità, la differenza. Ed in questo non ho mai cessato di considerare la lezione Berlingueriana, che diceva che la questione morale è il problema della politica e dell’Italia, e che per essere davvero alternativi non bisogna essere moralisti, ma differenti. L’eguaglianza della legge, dei diritti, è altra cosa, è il codice etico che delimita l’appartenenza, che condiziona le amicizie, le alleanze, che, purtroppo, condanna, salvo brevi periodi, all’opposizione. Ma questa presenza differente, porta avanti l’intero paese, lo rende più giusto, consolida il diritto contro l’arbitrio. Bisogna essere consapevoli di questo, sapere e reinterpretare l’opposizione, il che significa non essere il muro verso ogni proposta, ma la proposta diversa, quella che considera l’onestà e la correttezza amministrativa, il presupposto di ogni vincolo, riforma, diritto imposto per legge.

Dovrei condire i pensieri con molti non, sarebbe pleonastico, capiamo tutti di cosa si parla. Amministrare non è semplice, essere al servizio dei cittadini, neppure, considerare i mandati parlamentari ed amministrativi un’ esperienza politica a termine, difficile, ma la diversità in questo modo di proporsi, assieme al rigore dell’onestà, è quello che in molti ci aspettiamo. La diversità, per l’appunto, quella che mi fa dire che non è vero che sono tutti eguali, che esiste una alternativa, che la differenza tra furbi e intelligenti, onesti e consenzienti, esiste.

Bene fa Bersani a querelare, il Pd non è l’ndrangheta, bene fa a stabilire i confini tra l’azione della magistratura e il ruolo dei partiti. Conta di più la prima che deve fare il suo lavoro e mantenere la fiducia dei cittadini nella legge.

Gli chiedo solo un passo in più: la sospensione automatica dal partito e dalle cariche degli indagati, compresa la loro candidatura in qualsiasi elezione. A loro la libertà piena di difendersi, al partito la serenità che se ci sono comportamenti devianti, immediatamente saranno isolati e resi inoffensivi.  Capisco che qualche ingiustizia verrà compiuta, ma i benefici saranno grandi.

Diversità, un luogo in cui pensare che la società sia riformabile, orientabile verso i principi. Questo vorrei, non l’affermazione che siamo eguali e solo un po’ più rigorosi.

Se non ci va bene, si può sempre scegliere di andare altrove, no?

compagno

Eravamo compagni non senza timore. Anche chi c’arrivava subito con gioia spensierata e guascona, chi incespicava sulla parola che rompeva passati familiari, chi, con naturalezza, riconosceva ch’eravamo tanti e dalla parte giusta. Poi, come ogni acquisizione d’identità collettiva, il cerchio d’uso della parola sostituiva il nome proprio. Ci si appellava compagno, compagna, riservando il nome all’interlocuzione diretta e non alla politica di gruppo. In vacanza, in osteria,  nelle scorribande d’amici, ritornavano i nomi, perché la parola compagno era la vita impegnata e seria, il terreno su cui poggiare piedi e ideali.

Compagno e compagna, si diceva con tenerezza, con forza, con rabbia. Una parola che univa e divideva perché connotava un versante del mondo. Toglierla a qualcuno era l’ostracismo, il tradimento. Nella parola c’era l’onore e la fedeltà, l’appartenenza.

Compagni era un grido d’attacco ed una quiete da chitarra nella notte. Compagno, veniva da prima, era stato usato con gloria, aveva plasmato vite. Per noi, studenti, era il segno d’una aristocrazia d’idee e di vita fuse assieme che innanzi tutto apparteneva a chi lavorava, agli operai. Usarlo nei loro confronti, oltre l’età, era una concessione, un essere ammessi a qualcosa che partiva da loro.

Compagno se va, chiude un secolo e mezzo di storia, relega un’identità al passato, la lascia a chi c’ha creduto, a chi vuole che non sia cambiato il mondo. Da tempo, questa parola, era in difficoltà, da quando caduti muri e ideologie, sembrava fosse un arcaismo, un residuo del passato. Nella fretta del nuovo, del tempo che divora se stesso, s’è gettato non solo il bimbo e l’acqua sporca, ma anche il catino. Nel convergere poi, di centro e sinistra, è difficile usarla in partito, difficile nelle manifestazioni, difficile anche in fabbrica perché gli operai erano passati alla lega.  

Eppure tutti c’abbiamo creduto, anche chi non era d’accordo, ma alla sua partenza non c’era nessuno. Era finita una stagione politica e di speranza, di questo qualcuno non se n’era accorto, e nessuno conosceva il nome di quella nuova.

E’ solo una parola, dicono, e vorrebbero sostituirla con amico, ma sarebbe demolire qualcos’altro, un sentimento che riguarda le persone, non le idee e la politica. Ne sanno qualcosa i democristiani d’un tempo, che si chiamavano amici, prima di macellarsi nei congressi e nelle correnti, e gli amici veri se li sceglievano altrove.

Meglio non avere nome e tenersi dentro ciò che si è. Ritorneremo ai signori e signore, agli uomini e donne detto enfaticamente, all’appellarsi vuoto di simboli e significati. Non ci si deve sentire per forza, qualcosa di diverso e forse neppure assieme ci si deve sentire. Oppure sarà necessaria la doppia tessera, quella ligth per la casa comune, quella hard per chi vuole cambiare davvero.

Questo dice la politica liquida: agitare bene prima dell’uso, bere e poi si metabolizza in fretta.

p.s. mi convinco che sarebbe andata comunque così, che non è stato l’ingresso dei figli della borghesia a mutare il senso della parola, e forse, neppure a stereotiparne l’uso. Che a metà degli anni ’80 già s’era consumata la fiamma in grado di mutare il mondo. Quel mondo, non questo, questo ha gli stessi problemi ed altre poche fiamme.

Ivan della Mea, interpretò in musica, quell’ultima stagione insieme ad altri, ritmando le manifestazioni e la protesta. 

 Compagno era colui con cui si divideva il cibo, la lotta, la prospettiva di futuro. Cosa posso dividere oggi, che non cambi presto con i leaders, che non ricada nel relativo che ha pervaso la politica, che non sia solo, una prospettiva di governo, ma una prospettiva di vita?

In quegli anni di cambiamento fu per me fondamentale, l’ultimo leader che seppe incarnare davvero la parola compagno: Enrico Berliguer. Di Lui conservo molto e condivido ancora moltissimo.

modesta proposta per abolire le province

Un po’ ne parlo per correità e cognizione di causa. Sono stato consigliere, assessore e vice presidente di provincia. Un po’ per conoscenza della percezione pubblica. Solo l’opera per il riconoscimento dei garibaldini in congedo, è più distante dagli interessi quotidiani delle persone, rispetto alle province. Quindi se scompaiono il dolore sarà sopportabile.

Ma non è facile e le province qualcosa la fanno et quinci, senza menare il can per l’aia, passo alla proposta: poiché per abolire le province serve una legge costituzionale, che ha la stessa facilità dello scalare il cervino in inverno senza giacca a vento e guanti, per ricondurle alla percezione pubblica, basta togliere competenze, personale e fondi, ridurre i consigli provinciali e le giunte, con una legge ordinaria e amen.

Cosa lascerei alle provincie? Le strade provinciali, il piano urbanistico provinciale, l’ambiente e lo sviluppo economico, il marketing territoriale. E basta. Con due assessori e un presidente, che conterebbero il giusto, cioè poco, con il controllo e l’indirizzo di un consiglio provinciale composto da sindaci, si farebbe tutto. Il resto: scuole superiori, caccia e pesca, cultura, scuole professionali, categorie protette, ecc. ecc. tutto ai comuni, protezione civile compresa. Patrimonio, contributi, tassazione ecc.,  tutto ai comuni. 

Accanto a questo provvedimento ne farei un’altro, dove i comuni al di sotto dei 3000 abitanti devono scegliere con chi accorparsi e fondersi entro le prossime elezioni amministrative.  Questo per avere servizi che siano eguali per i cittadini. Sotto una certa dimensione i diritti individuali e collettivi diventano aleatori, ed è impossibile per un piccolo comune dare quello che può dare un paese o una città.

Qui mi fermo, ma solo la sfoltitura di sindaci, assessori, consigli provinciali e comunali senza togliere, anzi aggiungendo, efficienza, darebbe un segnale importante ai cittadini per rimboccarsi le maniche e provare ad uscire dal pantano in cui siamo finiti.

Infine, modesta proposta al mio partito: 

Ué Bersani, lascia stare le distinzioni, i ragionamenti sottili, scendi tra noi, siamo qua. Se si devono abolire le provincie e la proposta è presentata rozzamente da quell’intellettualmente ruvido di Di Pietro, vota a favore e basta. Dopo farai tutte le distinzioni, troverai il miglior modo di fare una legge costituzionale intelligente, lo picchierai in transatlantico, ma intanto manda un segnale a questi ignoranti di finezze giuridiche che semplicemente non ne possono più. Attendiamo con fiducia un segno di vita non aliena. Grazie Bersani, provvedi. Grazie.

ma in che paese viviamo, signora mia

Ma in che paese viviamo, signora mia?

Come si fa a non capirlo, pover’uomo. Ha ragione sua figlia, ce l’hanno con lui.

Un corruttore per proprio vantaggio, dovrebbe forse, essere contento di pagare la propria colpa?

Ma dove vive questa gente? E poi quale corruzione: in guerra, in amore e in affari, tutto è lecito.

Corrompere, cambiare la verità, non fa, forse, parte del codice degli affari e del potere?

No? E da quando.