P3

Mi sono perso la tre. P intendo. Forse perché, tradizionalmente, il tre rappresenta gli enigmi teologici e la sinistra televisiva e magari c’è un significato esoterico in tutto questo. Ma il tema non è la cabala o la numerologia, ma il potere che, notoriamente, esoterico non è. Casomai occulto, dissimulato, nascosto dietro l’angolo. Solo che questa anomalia reale e, stranamente, poco ciabattona per noi, ci mette in una singolare posizione di primarietà tra i paesi democratici. E rischia di non avere davvero termini di confronto. Ovverossia, le lobbies, i suggeritori, le massonerie, i gruppi di pressione, esistono ovunque, ma in Italia di più. Solo che non si chiamano con questo nome e sono peggio, molto peggio.

Ci fu un tempo in cui un fabbricante di materassi, , oscuro ai più, muoveva banche nazionali e capitali immani, nominava direttori di giornale, orientava dossier e notizie, favoriva militari in odore di golpe, industriali vari, politici assortiti. Il signor Berlusconi trovò utile iscriversi alla P2, anche una parte considerevole della politica che contava, lo fece. E se contava perché aveva bisogno di iscriversi? Ecco, l’anomalia è questa e Bisignani ne è l’ evidenza: se si conta davvero a che servono i consigliori e i faccendieri?

Magari abbiamo perso il numero, forse è la P5 o 6, ma  quello che conta è che esistono persone in grado di deviare, consigliare, avvertire, favorire, determinare, dissuadere. E questi contano più del presidente del consiglio, dei ministri, del parlamento, contano più di ogni cosa che ha regole, funzioni, compiti. Contano e lo sanno, ma noi no. Noi pensiamo di essere liberi, di poter decidere davvero quello che vogliamo, che la nostra vita avvenga in un luogo in cui esiste la possibilità di determinarla, di pagare un canone perché al più la politica controlli la rai e magari la asservisca alla maggioranza, ma che comunque esistano delle eccezioni. In realtà le P dimostrano che nulla di tutto questo è vero, che il potere che vediamo è solo la prefigurazione di qualcosa che ci sfugge e che qualche puparo manovra. Per fini suoi, che non è lecito esporre, né sapere.

Al tempo della P2, il parlamento insorse, i giornali scrissero all’infinito, anche quelli deviati, i servizi segreti vennero sciolti e riformati, e una democristiana, staffetta partigiana, prima ministra donna della Repubblica, si prese la briga di scavare in quel mondo maleodorante del potere senza luce, che fermenta. Il “venerabile” capo trovò ospitalità nel Cile di Pinochet, molti si scandalizzarono e chissà dov’erano prima. Si pensò che, smascherato lo schema, se ne rendesse impossibile l’attuazione presente e futura. Invece, a distanza d’anni, lo schema si ripropone, qualche profezia si è attuata, ma soprattutto siamo meno liberi. Perché proprio questa è la conseguenza della deviazione carsica del potere: che questo non può essere controllato, assentito o respinto, può essere solo subito.

Incontrai la prima volta, il ministro Anselmi, nel tinello di casa sua. Una villetta alle porte di Castelfranco, cosa da impiegati e da fatica del lavoro. Lei era ministro e democristiana, io ero comunista e sindacalista, mi ascoltò, capì, disse e mantenne.

Altre volte l’ho incontrata camminando in montagna, salutava, scambiavamo due parole e sorrideva. Il mondo era cambiato, lei non era più parlamentare, ma era una degna persona. Ecco, credo che il mondo e la politica debba contenere molte degne persone e che queste non si pieghino al potere sotterraneo, anzi lo portino alla luce e lo combattono. Anche se questo non gli conviene politicamente e personalmente. Sono queste persone, forti e con senso dello stato e della comunità, che ci rendono confrontabili con gli altri paesi, che cancellano le P. Anche quelle che mi sono perse, per disattenzione e incuria di libertà mia e d’altri. Per questo vorrei che, indipendentemente, da ciò che si pensa, fossero queste le persone da eleggere e che un parlamento di liberi, non di nominati, fosse la garanzia del potere comune gestito. 

Meglio

Gli italiani non ne possono più dei politici italiani.

E’ una buona notizia perché vince la richiesta del nuovo in politica.

Chi è nuovo davvero, si faccia avanti, si impegni.

Meglio se è giovane e pensa agli altri.

Meglio se ha cuore e cervello.

Meglio se capisce chi non la pensa come lui, ma non cambia idea ogni giorno.

Meglio se ha amore per la casa comune.

Meglio se ha rispetto delle regole e delle istituzioni.

Meglio se vive nella vita reale e non nei palazzi del potere.

Meglio se considera i giovani, il lavoro, la giustizia, l’eguaglianza, la scuola, la solidarietà come priorità del Paese.

Meglio se non ama il potere più dei cittadini.

Meglio, ma non solo, perché c’è da fare molto per tutti.

C’è una buona aria, adesso mandiamo al mare il signor b.

Per sempre.

Noi andremo quando possiamo, perché bisogna lavorare.

in fondo

In fondo l’annuncio più importante che attendiamo, oltre gli stessi referendum, è:

E’ STATO RAGGIUNTO IL QUORUM.

E questo, non solo per assonanza, significa che questo Paese un cuore ce l’ha, anche quando non gioca la nazionale.

Sul significato del risultato politico, vorrei invece esprimere una speranza: non appropriarti del risultato, opposizione, è un segnale anche per te.

E’ importante essere dalla parte giusta, ma non basta. Quello che a me dice il voto ripetuto di questi mesi è la necessità di cambiare. Ovunque, a partire dall’offerta politica e dagli attori. Di essere nuovi, perché sperare esige novità, di non inglobare il dissenso come consenso.

Si può fare. Ancora una volta a chi vuole cambiare viene data una possibilità. Per favore non buttiamola via, usiamo questo vento per andare avanti davvero.

Magari finché scrivo il quorum è stato superato davvero, magari.

E’ bello pensare che qualcosa di positivo sta accadendo.

salmoni al referendum

La democrazia, la verità, le notizie, il capitalismo, l’ingerenza del denaro nelle cose semplici della vita. A proposito di nucleare, acqua, legittimo impedimento e molto d’altro ancora. Troppo facile parlare solo di Fukushima, dove la notizia sotto la notizia è doppia e cioè che davvero non si sa cosa stia accadendo e che quello che viene detto è comunque deviato dagli interessi politici ed economici. Quell’incidente ci parla del mondo, non solo del nucleare, di come l’economia modifichi le nostre vite, le percezioni, il rapporto con la democrazia.

Capisco allora che questi referendum riguardano la nostra idea della vita, ovvero come viviamo e come vorremmo vivere, le fandonie che ci raccontano, l’egoismo generazionale che viene alimentato nell’idea che basta consumare perchè una soluzione si troverà. Sotto c’è una preponderare dell’economia deviata intesa come baratto tra una promessa di benessere ipotetico, da scambiare con un  esproprio sottile, continuo di ciò che è di tutti verso pochi gestori, possessori, proprietari. Un poco d’acqua in meno, un poca di proprietà pubblica in meno, un poca di energia in più, un po’ di diseguaglianza in più. Viene sottratto quello che, apparentemente, sembra non contare molto, quello che è già di tutti ed è parte di un’immutabile non costo apparente. Vorrei rassicurare i dubbiosi: so parecchio di quanto accade nel pubblico e nella gestione dell’acqua, degli sprechi e privilegi. Come pure del nucleare so apprezzare pregi e difetti, prima dei rischi. Per questo la mia è una scelta ideologica che non si basa sul mero conto economico, ma sul modello di mondo in cui vorrei vivere. E in questo mondo l’acqua è pubblica, il pubblico è imprenditore efficiente dei beni essenziali, l’energia si risparmia, il nucleare è una tappa della conoscenza, ma non serve per consumare di più. Anche il legittimo impedimento, non è legittimo in questo mio mondo, sapendo che cedere l’eguaglianza e la giustizia significa cedere la libertà.

Mi piace pensare che questa sia l’era del salmone che risale torrenti del conformismo peloso e cerca acque pulite.

Mi piace pensare che questo vento che si è levato sia la volontà di riprendere in mano ciò che davvero si vuole e non lasciarlo gestire ad altri.

Qualche anno fa, in questo paese, avallato nell’idea di modernità che coinvolse destra e sinistra, il capitalismo nostrano anziché occuparsi di maglioni, meccanica o chimica, ha iniziato silenziosamente l’acquisto dei servizi. Prima le banche, poi il trasporto su gomma, poi la telefonia, poi le autostrade, poi il gas e ciò che doveva essere liberalizzazione diventava privatizzazione di un monopolio. Non libera concorrenza, ma alleanze, cartelli e prezzi che crescevano in un mercato garantito. Con una variante in più, che con la tariffa futura si pagava l’acquisto dell’impresa. Come dire che erano in realtà gli utenti a pagare il costo dell’acquisto della società. Un’ imprenditoria senza coraggio d’innovazione e manifattura comprava con la forza dei rapporti con il capitale finanziario, e i soldi degli utenti, i servizi. Una rendita sicura per sempre. Solo che il paese diventava sempre più povero di patrimonio, e i cittadini diventavano sempre più poveri di risorse. Una gran parte delle risorse private si è rivolta in investimenti destinati a far denaro anziché crescita del paese, surrogando compiti e privatizzando rendite di posizione. Siamo diventati, più ricchi? Più liberi? Si sono dette più verità?  Il paese ha una prospettiva di crescita economica? 

Io penso che così non sia stato e votando 4 sì ai referendum, sento che il significato va ben oltre l’oggetto referendario. Mi torna a mente la sapienza vitale del salmone che risale le cascate per trovare acque pulite, ovvero il mondo in cui vuol vivere e crescere.

E mi sento più forte e determinato nel pensare che un’ideologia nello scegliere il mondo in cui si può vivere è avere un’idea di sé e di ciò che si vuole, non una prigione in cui mi viene impedita la libertà. Anzi. 

beatitudini del premier

 Pisapia sindaco di Milano. De Magistris, trionfo a Napoli  Berlusconi: "Milanesi preghino, napoletani si pentiranno"

La sua fine analisi politica del voto: Milano preghi, Napoli si penta.

Il suo proposito di cambiamento: ad ogni caduta mi rialzo tre volte più forte.

Il suo senso olimpico della vita: risultato evidente, a volte si vince, a volte si perde.

La sua assunzione di responsabilità: i candidati non erano adeguati.

Non si preoccupi, signor B., dei sindaci comunisti e giudici, lavoreranno per tutti, e non le creeranno problemi, perché hanno il senso delle istituzioni. A lei penseranno i suoi nel peggiore dei modi: facendo finta di non averla conosciuta.

lettera al segretario del mio partito

Caro segretario Pier Luigi Bersani,

ciò che sta accadendo nel nostro Paese e’ una grande opportunità. La percezione comune della situazione reale e del futuro personale delle persone, si sta riavvicinando alla politica e sarebbe riduttivo pensare che tutto questo riguardi solo il declino e la successione a Berlusconi. In realtà l’indicazione, che proviene dal Paese, riguarda molto l’opposizione ed il PD in particolare. C’è una richiesta di rimettere le cose a posto, che coinvolge anche la destra, una spinta per uscire dall’ ubriacatura di promesse di questi anni e ridare credibilità alla politica, come gestione e speranza del Paese. Il PD  deve cogliere la novità che emerge e che si esprime attraverso i consensi a molti candidati progressisti, in primis Pisapia e De Magistris. Sono indicazioni che stanno facendo la differenza di questo momento della politica ed aiutano, finalmente, ad uscire dall’aria forzatamente viziata in cui si sono vissuti questi anni. Al PD non sono mancati i programmi, è mancata la sintonia tra le proposte e la percezione degli elettori.

Potremmo fare un elenco alla Quelli che:

  • non ci votano perché ci vorrebbero diversi, 
  • non ci votano perché ci considerano eguali agli altri, 
  • non ci votano perché non si sentono rappresentati da noi,
  • non ci votano perché tanto non cambia nulla,
  • non capiscono gli eterni scontri interni al partito,
  • non capiscono perché il nuovo è fatto sempre dagli stessi,

per riassumere che gli elettori potenziali, non capiscono il distacco tra le promesse di un nuovo modo di fare politica e la pratica gestione nel territorio, troppo spesso continuazione del passato, pratiche e uomini compresi.

Il consenso a questi candidati sindaci che non fanno parte del PD, ma rappresentano la speranza di cambiamento per molti cittadini, è il messaggio che il paese manda a chi vuole cambiare l’Italia. E quindi a noi, per quanto ci riguarda. E quello che personalmente chiedo a te, come segretario del mio partito, e’ di rispettare questo rinnovamento richiesto, di farlo tuo e di tutti noi.

Non mi piacciono gli individualismi, le personalizzazioni di cui e’ stata ricca la politica del centro sinistra in questi anni. All’interno ed all’esterno. E se si facesse ciò che ci insegna il Presidente Napolitano, paradossalmente il “comunista più amato d’Italia”, facendo percepire che il bene comune è il primo obbiettivo, il consenso nei confronti del cambiamento cambierebbe in positivo, radicherebbe fino a guidare il Paese. So che non è cosa facile, che la lotta politica eleva la divisione, ma la prassi dell’integrazione del confronto e del bene comune deve emergere, a partire dal nostro interno, dove molti sono maturi per fare i padri nobili, e adesso potrebbero aiutare a far emergere i successori e i valori comuni.

Comunque se il vento del cambiamento si e’ levato, è anche merito nostro, anche se tutto questo guarda molto al di fuori dai nostri esili confini. I cittadini chiedono -e sono disposti a dare- fiducia, oltre l’appartenza, magari non la capiscono oltre i fatti concreti, ma dimostrano di fidarsi delle persone. Hanno bisogno di risposte semplici a problemi complessi ed adesso, fatto fondamentale, sono disponibili a cambiare. Una nuova generazione di amministratori sta emergendo, considerare che questi sono il fondamento del buon provvedere alle persone ed alla cosa pubblica e’ determinante. Il loro successo è il nostro successo, aiuta a creare un PD del territorio, affidabile, e pulito, in grado di essere assunto nell’immaginario come una diversità della politica.

Questo è quello che a mio avviso, serve.

Non serve inglobare il nuovo che emerge, le persone che hanno consenso, ma mettersi a fianco e dentro il rinnovamento della politica, confrontarsi, accogliere la diversità nel percorso comune. Alludo ai molti che con idee nuove, non importa se del PD o meno, interpretano i bisogni e la domanda di governo, con molti punti di contatto con noi. Penso a Pisapia, De Magistris,Vendola, Renzi, ed ai molti altri che, silenziosamente, senza scrivere libri od apparire sui  canali nazionali, fanno il loro lavoro di amministratori e sono apprezzati localmente. Le primarie, nate con il PD, sono un grande mezzo per far emergere questa sintonia tra territorio ed amministratori. E il consenso nel territorio dovrebbe essere una grande leva di selezione politica, oltre che il test per verificare lo stato delle proposte nazionali.

Ti chiedo di ascoltare ed interpretare ciò che sta avvenendo, caro Segretario, di usare ogni forza interna per mettere il PD al servizio di un Paese che vuole cambiare.

E’ ora di uscire con coraggio da diatribe interne, non di metterle da parte, proprio di uscirne. Tu sei il segretario di tutto il partito, e anche gran parte di chi non ti ha votato, considera chiusa la competizione congressuale. Adesso è ora di essere protagonisti nel Paese. C’è una bella parola che usiamo poco ultimamente: essere al servizio. Non è necessario pronunciarla, quando c’è, i cittadini la capiscono subito, ben più degli inglesismi e dei facili innamoramenti delle politiche altrui. I problemi li conosci, anche le priorità, proponiamo risposte semplici, senza bizantinismi, usando un codice binario della politica fatto di si e di no fermi. Assieme ad altri, puntiamo sulla possibilità di cambiare, adesso si può.


la notte prima degli esami

Credo si sappia dove batte il mio cuore. Qualcuno, persino, conosce pezzi della mia storia. Se stasera sono contento, si capirà. Aspetto ad essere felice, perché ne ho viste tante, perché le vittorie mi piacciono quando sono un passo che conquista qualcosa per tutti. Perché ho il senso del relativo nella contentezza, e ciò che oggi sembra una conquista fatta, senza il cuore, il cervello e la costanza dell’impegno, durerà poco. Forse neppure sino al ballottaggio.

Sono una persona che si contenta e scontenta, mai indifferente. Vorrei che andare avanti non fosse una fatica immane, e che chi gioisce questa notte domani fosse al “servizio” ( che bella parola) perché questo nostro paese cambiasse davvero. Che vivesse questa notte come la notte prima degli esami, con un po’ di paura e tutte le possibilità in tasca.

Godiamoci questo momento di forza inattesa e facciamo in modo che sia una felicità.

distrazioni di stagione

 

 

 

Siamo in guerra, ma nessuno se ne accorge e lemme lemme la guerra in Libia sta finendo. Male, per l’occidente e per gli insorti. Forse male anche per il popolo libico lasciato a metà del guado verso il cambiamento. Improvvisata, intempestiva, questa guerra, tolta dal vero contesto locale, certamente malato, dittatoriale, ma non per questo meno confuso, rispondeva a bisogni interni dei Paesi interventisti e quindi non poteva porsi troppe domande. 

Ero favorevole all’intervento, lo sono ancora. Non sui tempi e modi, ed è indubbio che la guerra, sul tavolo degli onesti, abbia messo una contraddizione pesante come un macigno, ovvero, perché in un paese sì e in un altro no? Ha aperto domande quali: c’è un limite ed una ragione costante per gli interventi, e quale ? La democrazia occidentale fino a dove può essere applicata? A cosa servono i servizi segreti se non hanno una visione reale di ciò che si agita nei paesi?  Domande oziose di un ozioso. Il tema perde interesse, anche per i profughi calerà la tensione. E’ singolare che dopo il can can dei giorni scorsi, le tendopoli siano vuote, i centri accoglienza semi deserti. I profughi abbandonano l’Italia, dichiarano che vogliono andare altrove e lo fanno. Dopo la fuga dei cervelli, la fuga dei disperati. Vorrà pur dire qualcosa. Forse dovrebbero abbassare il rating della speranza del Paese. Comunque sia l’emergenza l’hanno risolta loro, i profughi, e non se ne parla più. Altri i temi. Ci sono le elezioni a Milano, il suk parlamentare ribolle. Il premier ha problemi con la Giustizia? Rovescia la frittata: è la Giustizia ad avere problemi con il premier.

Nel paese di fàntasia nessuno se ne accorge, distratti da tutto, come i bambini che seguono il volo della giostrina sulla culla. Qualcuno dirà che, forse, non c’è la guerra o almeno solo a metà, e che comunque, di sicuro, noi non ci siamo entrati. Pareva a La Russa, ma non era così. L’hanno lasciato giocare, poi si sono stancati ed è rimasto solo a stirarsi divise improbabili ed alzare la voce. E’ strano questo amore dei politici per l’abbigliamento militare. Fosse solo per un giubbotto ed un cappellino tattico, devono appartenere ad un corpo. A tutti i corpi, in tutti i sensi.

Come lamentarsi? Dai secoli dell’illuminismo e del positivismo siamo transitati in quello dell’illusionismo. Nulla è più rassicurante che credere alle verità dei maghi. Parlano d’altro, di cose poco impegnative come il personale, la giornata, che poi significa dove andrò, cosa mangerò, con chi mi divertirò, chi amerò, come mi dispererò, quali desideri appagherò. Ecc. ecc.

La coscienza di essere nel secolo che non è eppure si vive.

Lasciamo ai vecchi il compito di avere l’amarezza dell’indecente. Ma non a tutti, ad alcuni ne lasceremo il governo.

p.s. Modesta proposta per mantenersi vivi: comportiamoci come se le cose che diciamo, e che vengono dette, fossero vere.

 

il venditore d’elisir

Chiamiamo con il suo vero nome chi, senza pudore, governa i desideri immediati di parte non piccola di questo paese: Dulcamara.

DULCAMARA Io son ricco, e tu sei bella, io ducati, e vezzi hai tu: perché a me sarai rubella? Nina mia! Che vuoi di più?

ADINA Quale onore! Un senatore me d’amore supplicar! Ma, modesta gondoliera, un par mio mi vo’ sposar.

DULCAMARA Idol mio, non più rigor. Fa felice un senator.

ADINA Eccellenza! Troppo onor; io non merto un senator.

DULCAMARA Adorata barcarola, prendi l’oro e lascia amor. Lieto è questo, e lieve vola; pesa quello, e resta ognor.

la parola della settimana: italiano

 

Come a bridge facciamo la dichiarazione: mi sento italiano e su questo sentire gioco la mia partita.

E per essere italiano non ho mai rinunciato ad essere profondamente veneto, all’amore per la mia lingua madre, ma non sacrificherei a questo amore per dove sono nato, la mia appartenenza all’Italia.  Nell’amore si appartiene, si porta la propria libertà e si chiede attenzione e rispetto per questa libertà. Si prende e si dà senza fare il conto. Se non amassi l’Italia non mi arrabbierei tanto per il vilipendio dello Stato che si perpetra quotidianamente, non soffrirei perché a questi cittadini viene negato ciò che a me è stato dato, ciò che era possibile ed ora sembra consegnato all’arbitrio. Non mi incazzerei se i diritti fossero eguali, se non sentissi la profonda ingiustizia che non aiuta chi è in difficoltà, se non fossi coinvolto dalla sofferenza di una parte grande del paese consegnato alla criminalità.

Questo è il mio Paese, lo è a dispetto di chi vuole dividerlo, a dispetto degli egoismi, delle acrobazie di chi fa finta di non vedere che non si può essere ministri di uno stato che si vuole fare a pezzi.

Questo è il mio Paese, è il mio luogo e nessuno me lo può sottrarre, potranno rendermi la vita difficile, scacciarmi, ma resterà il mio paese e ciò che gli devo, non lo devo ad un feticcio, ad una bandiera, ad un inno, ma a me stesso, al mio appartenere a qualcosa che è più grande di me, più alto per possibilità e futuro.

Non mi interessa discutere molto dell’unità, neppure se sia la lingua o la televisione che ha unito il Paese, so che questa unione è stata un riconoscersi che si è fatto strada tra ingiustizie, sopraffazioni, delitti. Lo so e penso che tutte quelle ingiustizie commesse sarebbero senza senso, se non ci fosse un risultato positivo. Nessuna ingiustizia attuale sanerebbe le ingiustizie di allora.

Mi commuovo quando cammino in altopiano, nell’isontino o sulle dolomiti. Le trincee, le pietre, i residui di quella guerra mi parlano di uomini che a malapena si capivano, che senza eroismi particolari, mai volentieri, andavano all’assalto nella più inconsulta delle guerre. Erano già italiani, erano persone del sud accanto ai miei nonni veneti. Uniti, dalla vita prima che dalla morte. Penso al senso di quelle vite, all’ingiustizia di quelle morti e li sento vicini. Uomini e italiani come me.

Cosa motiva una persona nella tragedia e nella gioia: l’essere uno e molti assieme, uniti. Non occorre un terremoto, basta una vittoria sportiva, uno scienziato per far emergere questo sentirsi parte. Voglio estrarlo coscientemente questo essere parte di qualcosa di più alto, continuare a sentirlo ogni giorno per indignarmi contro chi massacra la percezione dello stato, voglio continuare a sentirmi diverso e non massa, ma italiano, essere della nazione e volere lo stato. Essere Italiano per me è questo, oltre la retorica del momento, oltre i simboli, oltre le mie limitatezze, oltre la presunzione e il dubbio di essere nel giusto. Per questo non capisco le ipocrisie politiche, non comprendo il relativizzare i comportamenti, le furberie tra furbi. In quale paese un partito secessionista sarebbe al governo, potrebbe dispregiare i simboli comuni, dichiarare la non appartenenza allo stato e governarlo?

Mi sento e sono italiano perché qui voglio esercitare la mia libertà e metterla in comune con le altre, perché i valori che hanno tenuto assieme questo paese prima della sua nascita erano già così alti da essere riconosciuti come italiani prima che la nazione esistesse, voglio essere italiano perché è un mio diritto esserlo e nessuno me lo può togliere. Lo stesso diritto che ha, chi vuole appartenere a questo Paese, e sente di essere per sé e per gli altri, unito in un progetto comune, in una solidarietà di intenti. Questo è quello che penso ora che giovane non sono più e che pensavo anche quando il nazionalismo non mi piaceva, come non mi piace ora, quando lo stato sembrava opprimere, eppure toglieva meno libertà di adesso, quando la bandiera sembrava un limite più che un orgoglio, ma all’estero mi piaceva vederla e dirmi italiano. Allora i nazionalisti erano i fasci, noi eravamo internazionalisti, ma non smettevamo di essere italiani. Nessuno se lo dimenticava e la passione di allora era per i diritti e l’eguaglianza in questo Paese e nel mondo, come diritti dell’uomo.

Passione, diritti, doveri: per amore si appartiene e non per altro.