L’altra sera ad una riunione politica regionale del PD, un vecchio amico mi ha detto ridendo: sempre dalla parte dove si perde, eh… Gli ho risposto ridendo anch’io: hai ragione, mi piace perdere. In realtà non mi piace perdere, ma accetto di perdere se la battaglia che faccio mi corrisponde, se non devo scendere a compromessi che mi farebbero star male. In fondo combattere così è un modo per stare bene. E anche se mi dicono che tra noi non ci si combatte, ma si discute, in realtà se sei dalla parte giusta conti qualcosa all’esterno, se invece ti collochi tra chi non vincerà, conterai solo per te. Questa è la vera scelta in uno scontro tra poteri, scegliere ciò che si pensa davvero, stare dalla propria parte. Ed è indubbio che da tempo lo scontro non è solo tra idee, ma tra poteri, tra chi governa la politica del partito da 30 anni e tra chi vorrebbe prenderne il posto. Anche per questo ho scelto Civati, perché non ha un esercito alle spalle, non ha poteri che aspirano a sostituire altri poteri, si muove in un’area in cui c’è spazio per le idee di alcuni giovinetti come Rodotà, o Zagrebelsky. Che dire però della realtà, con la sua dura agenda, io credo che altra questione cruciale sarà il governo delle larghe intese, ovvero un patto del potere tra poteri che usa l’emergenza come ideologia. Non sono favorevole a questo governo, anche se ne vedo la necessità, l’economia, i mercati, le situazioni ereditate da non poco berlusconismo al potere. Tutto vero, ma come se ne esce? Ecco questo è il tema, un partito con un nuovo segretario deve avere il coraggio di dire che l’imu i ricchi la pagano, che se ci si deve sacrificare, chi ha di più sacrifica di più. Questo tocca le alleanze trasversali, la gestione del potere che è stata fatta con il retrobottega più che con la chiareza dei fini e delle proposte, c’è un principio di realtà, è vero, una dittatura dei fatti, ed è altrettanto vero, che si esce dall’emergenza anche restando chi si è davvero. Senza cambiare faccia, in questo penso ci sia una battaglia: per destrutturare un potere e riportarlo alle persone, agli elettori, anche a quelli che ora non sanno che farsene o l’hanno adoperato male, questo potere. Una battaglia perché ci sia corrispondenza tra ciò che si fa e quello che si dice. Con intelligenza, per costruire, perseguendo il possibile. Se anche non si vince è una battaglia che val la pena di combattere, qualcosa che fa stare bene. E cosa si potrebbe chiedere di più dalla politica praticata se non che ti faccia star bene?
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minestrone alla Mendelssohn
Tuberi, verdure fresche, zucchine, peperone, carote, pomidoro (due), verdure congelate. Tutto a tocchetti, prima il soffritto, poi le verdure a stufare e infine a cuocere. 20 minuti di pentola a pressione, alla fine basilico fresco, sale e olio crudo e si può mangiare. Minestrone bollente sul pane tostato. Buono!
Allontano il pensiero dall’altro minestrone, quello della politica italiana, vincolata alle sorti di Berlusconi. E chi se ne frega, non se può più, basta! La stessa minestra per 20 anni, e pure oggi è passato il messaggio con il solito copione dell’attacco ai giudici, dove Forza Italia, è l’ultima spiaggia. E non pochi ci cascheranno ancora. Lasciamoli al loro destino. Anche del governo mi importa poco. Che si può fare quando ciò che si deve salvare, ovvero l’Italia, non è condiviso. Parliamo di due Italie e di italiani diversi, ci sono quelli che sono senza lavoro, oppure anche con il lavoro non arrivano alla fine del mese e quelli che questi problemi non li hanno. Non c’è un solo paese perché la solidarietà non c’è, si toglie l’imu sulle case di lusso e si aumenta l’iva che pagano tutti, che vergogna.
L’impressione è che tutto sia stato inutile, che i sacrifici di questi anni siano stati bruciati in una fornace, ma soprattutto che siamo finiti in una situazione di prigionia e chi ci tiene prigionieri, è l’eterna vicenda di Berlusconi che passa tutto in seconda fila. I problemi italiani si chiamano lavoro, ilva, inquinamento nel napoletano, servizi a costi sempre più elevati, povertà crescente. E invece si continuano a riempire i giornali di analisi sottili sulla decadenza, e sulle sentenze. Basta non se ne può più. Dopo tre gradi di giudizio, chi di noi, compresi quelli che votano forza italia, avrebbe la possibilità di ottenere tali e tante garanzie, tale e tanta pubblicità, di offendere un potere dello stato senza querele. Nessuno. E quindi il problema non sono i nostri diritti ma un eccesso di garantismo nei confronti di una sola persona. un fatto mai accaduto in una democrazia con tale protervia e insistenza. Così il paese smarrisce la realtà dei problemi e diventa una pentola a pressione.
Libero il cervello, questo problema non deve più condizionarmi, punto sul mio minestrone, ascolto la terza di Mendelssohn e faccio pure il bis.
l’abito e il monaco
Giacca e camicia bianca, sì, cravatta no. Meglio l’abito scuro, evitare il pastello. La divisa dei dirigenti pd non concede molto alla fantasia. Qui il Formigoni pensiero non ha allignato. Per fortuna, in tutti i sensi. C’è una visione ottocentesca del dirigente progressista, da borghese che parla e persegue cose differenti rispetto all’abito. Era così anche nei funzionari del pci, abito scuro per i comizi e camicia bianca, come i contadini quando volevano protestare. I rivoluzionari e i teorici della rivoluzione non erano descamisados, mettevano anche nell’abito il carisma, la compostezza di un pensiero che andava alla radice, rivoltava la malapianta, faceva emergere un futuro diverso, dove l’uomo stava bene e non veniva sopraffatto dall’uomo.
Il dirigente attuale, dipende se populista o meno (anche nel pd il populismo ha allignato), nell’abito porta il discorso, le idee. La proposta politica ed economica no, perché quella non l’ho ancora sentita, casomai le allusioni ad essa. Poi in questa stagione di feste del pd, si è diffusa la moda dei talk show o dell’intervista, il discorso non è comizio ma dialogo con un intervistatore. L’intervistatore si sceglie in campo non immediatamente amico, così si toglie l’alea che ci sia una combine e poi lo si invita ad essere libero: domande anche scomode. Quasi tutti lo fanno davvero perché le domande sono le solite e nella testa di tutti: perché il pd non vince? Nelle risposte l’abilità sta nel convincere senza dire che si è sbagliato molto, che non si è capito bene cosa accadeva. Un tratto comune è quello del non dare colpa all’elettore, ossia appena un poco, accennata, come a dire: se siamo nella cacca non è mica tutta colpa nostra, tu come hai votato? Dov’eri quando ti disfacevano il Paese lisciandoti il pelo?
Il passato però non fa bene a nessuno e quindi il discorso sfuma, anche perché i fatti hanno una loro forza che andrebbe imbrigliata, ricondotta verso un destino comune da raccontare chiaro e limpido. Ecco, questa del destino comune è una narrazione zoppa, si evidenziano le tinte corrusche, le difficoltà, ma cosa ci sia oltre il livido, è avvolto nel buio. L’economia sembra una gabbia da cui, non solo non è possibile uscire, ma che ha poche possibilità di essere modificata nei vincoli. Qui manca un pensiero robusto, di pensatori lunghi e forti che interagiscano con la politica, la condizionino nell’intelligenza e nella visione della realtà, propongano soluzioni da dibattere e questo si sente.
In altri casi dall’intervista si torna al comizio, reinterpretato come spettacolo, Renzi è bravo in questo, ha capito che per arringare bisogna usare frasi brevi, praticare l’arte del mordi e fuggi, cucire la battuta con la realtà, che significa conciliare l’assurdo con il reale, usare immagini più che metafore, perché le metafore esigono ripensamento eppoi sono pericolose quando si trasformano in slogan. Bersani non l’ha ancora capito, anche se ha un pensiero più solido e consapevole, sofferente nel dire, ma per un po’ i giaguari sono al sicuro, nessuno li smacchierà più. In Renzi la sostanza latita, viene rinviata, manca cioè il pensiero politico forte a medio termine, si capisce più o meno cosa si farà subito, ma perché non si sa. In realtà la categoria dell’emergenza ha contagiato tutta la politica e attira con il fascino del quotidiano, del sondaggio che assicura di essere amati, producendo una tendenza al consenso, al lisciare il pelo e dire ciò che chi ascolta vorrebbe sentirsi dire. Con ciò si perde di vista la necessità che ci sia sostanza in ciò che viene proposto e che i no abbiano una loro necessità, ma anche un beneficio futuro. Da Renzi non ho capito ciò che vuole per sé e se il pd è per lui strumento, oppure se si metta al servizio di una proposta, che non è ancora enunciata, che diventi di tutti e da perseguire comunque, anche oltre la sua persona.
Il dibattito sulle proposte è cosa che latita assai e a parte i contributi di Barca, non ho letto nulla che sia davvero una prospettiva a largo spettro, ma questo è altro discorso.
Comunque, tutti hanno imparato da Veltroni, che per dare accento al discorso, arringare, se si è da soli su un palco, ci si toglie la giacca, si arrotolano le maniche della camicia bianca e non si mostra la canottiera come fece Craxi in un congresso del psi, al più la maglietta della salute come fa Landini, sintomo di attenzione al benessere.
Però esistono anche le frange, i folletti che praticano un abbigliamento più fantasioso, Civati ad esempio, e queste tendono a sottolineare che c’è un modo d’essere e pensare alternativo e possibile, restando sé stessi e parlando di politica. Sono minoranza e non ho mai capito bene perché. Forse il modo di porsi, l’abito, e se questo tocchi il carisma non è dato sapere, anche perché il carisma sembra una virtù transeunte nella politica e nel pd in particolare.
Tutti privilegiano l’intelligenza, e questa è buona cosa. Da qualche tempo anche la battuta e la frecciatina interna, fa parte del discorso, per la gioia dei giornalisti credo, ché altrimenti avrebbero problemi a interessare i lettori. Nessuno è in grado di rispondere a una domanda che suona più o meno così: perché questo Paese è governato da una coalizione che nessun elettore ha votato? Al più rispondono con il mantra dell’emergenza, ma la riflessione si ferma a quel punto, forse si dovrebbe dire che tornare a votare senza una prospettiva è prematuro, che le idee mancano, che governare è una cosa e che proporre una evoluzione della società è un’altra.
Ho parlato solo del pd, degli altri non so che dire, almeno nel pd c’è dibattito, si discute, ci si conta, altrove c’è il pensiero unico, nessuno ha un’idea diversa da quella del leader, non c’è una proposta di futuro che regga il confronto con la realtà. C’è un atteggiarsi, un dire che sposta l’attenzione, ma non riesco a sentire una proposta che si renda conto che pezzi del Paese stanno precipitando. Neppure sul contingente sento proposte vere e così temo che oltre l’abito non ci sia davvero nulla.
puzza
La povertà puzza, la vecchiaia puzza, i giovani da tempo puzzano, nella puzza intellettuale che distoglie il pensiero dalla realtà, si rifiuta l’immagine di ciò che potremmo diventare. Così viene accantonato, segregato, tolto potere e possibilità di parola alla stragrande parte della società.
I ricchi si trovano tra loro, si frequentano, sono introdotti, hanno amicizie, si scambiano favori. Lo fanno nei circoli esclusivi, nelle barche, nei salotti, nelle feste e nelle loro associazioni. I poveri sono soli, i giovani sono soli, i vecchi sono soli. Non sono forza ma debolezza, non hanno gruppi di pressione, lobby, non contano nei parlamenti, sono divisi persino nella povertà, nell’indigenza. Questo è il dramma di questa società, i deboli hanno accettato di essere ricondotti alla solitudine. Gli hanno mentito, gli hanno detto che bastava l’ingegno, la volontà per progredire nella scala sociale, l’arrichissez vous ha sprofondato tutti nella solitudine illudendo che fosse possibile arrampicarsi in una scala sociale a cui sono stati tolti i gradini intermedi. O poveri o ricchi. Un lavoratore ogni 4 è sotto la soglia di povertà, se guardiamo i giovani non arriviamo a uno su due. E’ tollerabile tutto questo? Può essere che si accetti indefinitamente di aver perso la capacità di vedere il proprio presente e il proprio futuro?
E’ stata compiuta una gigantesca operazione di trasferimento dei fallimenti: dagli stati, dalle banche, dalle imprese, dalla finanza si è trasferito sugli individui più deboli il fallimento dello stato e delle imprese mantenendo i privilegi per chi ha causato quel fallimento. E tutto sembra senza rimedio, senza possibilità di cambiamento se non per un intervento magico che ristabilisca un’età dell’oro in cui c’è lavoro, protezione sociale, rispetto dei diritti. Così si racconta la favola che nel mercato globale la ricchezza possa essere a portata di mano, che basti un’idea vincente, un prodotto che diventa di massa, dicono : non è stato forse così con il cellulare, con la tv, con i computer? In realtà nel mondo globale il successo e la ricchezza si polarizzano ancora di più perché l’asticella si alza indefinitamente e scavalcarla diventa impossibile. Competono sistemi che si basano su intelligenze collettive e asservite alla produzione di denaro, che orientano interessi e abitudini, che condizionano stili di vita privi di etica. Non ci sono intelligenze sociali in competizione, sistemi di benessere, ma individualità e ricchezze in competizione. Quindi senza capire cosa accade gli sforzi diventano palliativi e vani, distolgono l’attenzione dalla realtà che diventa sempre più misera.
Il capitalismo finanziario genera l’incapacità di essere liberi dai vincoli che stanno strozzando i popoli degli stati attraverso i debiti sovrani e questo non mollerà la presa finché il debito non sarà pagato, indovinate da chi. Senza una reazione il futuro sarà fatto di schiavitù reali e libertà apparenti. Ma se si attacca il virus che è stato instillato, ovvero la solitudine, le cose possono mutare. Abbiamo necessità di parlarci, di usare il reale, quello che vediamo e l’intelligenza per capire profondamente che le cose non si risolvono da sole. Uscire dalla solitudine significa ridiventare società, essere forti e agire come pressione per il mutamento. Non ci sono soluzioni magiche, dipende dalla nostra capacità di essere solidali, avere obbiettivi comuni. Questa è l’unica strada.
non il mio stato
Questo stato non è il mio Stato. Non lo è nel suo pesare sui deboli. Non lo è nella povertà che cresce, nei giovani senza lavoro, nella quotidiana distrazione della politica dai problemi. Questo stato che si perde nei bizantinismi e non è equo tra i suoi cittadini, non è il mio stato.
Nell’accumulare debito improduttivo, nel soggiacere alla finanza e al potere di ricatto dei gruppi di pressione, non è il mio stato. Nell’aver creato un povero ogni quattro lavoratori, nel togliere la possibilità a una generazione di entrare nel mondo del lavoro, nel non mantenere la dignità ai suoi cittadini, nel non decidere le norme che tolgano i privilegi, non è il mio stato.
Nella disperazione senza solidarietà, nelle leggi per pochi, nell’accanimento su chi sbaglia ed è debole, non è il mio stato. Nei territori senza legalità, nelle fabbriche dove il lavoro è un ricatto per chi lavora, nella corruzione tollerata, nell’anomalia che si fa scudo con la legge, nei servizi che non funzionano, nelle promesse non mantenute, nella burocrazia che impedisce il bene, non è il mio stato.
cambiare verso dove?
Basterebbe che la fiducia fosse mediamente ben riposta e durasse abbastanza a lungo da poter permettere gli effetti di un progetto. Invece la fiducia nella politica, e in chi amministra, non c’è più e non si è disponibili, complice anche la crisi, ad attendere ciò che sarebbe naturale, ovvero gli effetti del fare. Ciò comporta un agire del governare, contingente, episodico, un continuo tamponare e rinviare che non cambia nulla, anzi peggiora la situazione e la rende irreparabile. Questa condizione, in parte è insita nella ricerca del consenso che accompagna il metodo democratico, ma in grande parte si è accelerata ed è diventata comportamento comune, dalla discesa in campo di B. che sin dall’inizio ha promesso tantissimo e subito. salvo poi non mantenere nulla o quasi, trascinando però anche gli altri partiti in un rapporto innaturale del cambiamento, ovvero il tutto e subito.
Questo modo di far politica sembra ormai senza uscita, coinvolge maggioranza e opposizione, con l’aggiunta del ricatto insito nelle maggioranze di governo contro natura (come fosse possibile trarre positività da posizioni antinomiche che considerano in maniera opposta il bene dei cittadini), della crisi strutturale del Paese, della difficoltà di avere leader autorevoli e nuovi che propongano programmi credibili. Tutto questo spinge verso una rottura che sarà traumatica, passando attraverso un peggio che poi farà considerare meglio l’attuale. Quale sia questo peggio non è dato sapere, ma sarà comunque populista, demolitore di rapporti e pagato da una grande quantità di cittadini. E’ ancora possibile fare qualcosa, e non è neppure questione di risorse, le potenzialità d’innovazione del Paese sono sostanzialmente intatte, nella competizione economica -e politica- internazionale, non poche armi non sono mai state adoperate, ciò che conta è avere un progetto con una solida maggioranza e un gruppo in grado di realizzarlo, in cambio il Paese deve dare fiducia per un tempo possibile a far sì che i fatti dispieghino i loro effetti, tre-cinque anni.
Uscire dall’emergenza è questo: ritrovare la capacità di progettare e realizzare per un fine che sia la crescita e il cambiamento e non solo il salvarsi. Se ci si pensa un momento, è difficile non notare che la proposta del tutto e subito, è quella dei dittatori, che cambiano radicalmente il modo di vivere delle persone, instaurando un diverso schema di priorità che attira l’attenzione altrove, inventando identità fittizie, proponendo nemici contro cui scagliarsi. E’ la tentazione che esiste sempre dopo la delusione, il capopopolo, colui che rompe con il presente, viene preferito a quello che modifica profondamente e gradualmente. Credo ci sia una sopravvalutazione dei poteri reali di cambiamento della politica se questi vengono disgiunti dalla condizione in cui essa si attua, ma ciò non implica la morta gora in cui siamo finiti. Nel bene e nel male, un paese corre quando un popolo diviene cosciente di essere tale e si mette in moto verso un fine, se il fine è tragico sarà la tragedia, e la storia europea del novecento lo insegna. Ma c’è ancora una via d’uscita: una cessione di fiducia su un progetto che riguardi l’Italia, la sua capacità di cambiamento e di crescita. Se ci guardiamo attorno, il successo di molte città ed economie, si fonda sulla capacità di attirare ingegno, nell’attitudine a fare, a creare il nuovo. Quindi è possibile mutare, ma l’assunzione di responsabilità di chi lo propone dev’essere adeguata.
E’ sul serio l’ultima spiaggia e senza una serietà, un rigore, una dimostrazione di affidabilità e di novità, anche i nuovi leader sono destinati a fallire. E non sarebbe il fallimento di una classe dirigente, bensì il fallimento del Paese. Per questo oggi è necessario, non accontentarsi, ma pretendere e partecipare attivamente, non delegare il nostro futuro. Se non vogliamo cadere nelle mani dei demagoghi o nel totalitarismo basato sul disinteresse, è necessario uno sforzo inaudito. E’ questo che la dirigenza attuale del PD non capisce, non vuole capire, ovvero che il cursus honorum passato non solo non basta per essere autorevoli, ma impedisce di vedere la realtà, di agire per il suo mutamento. Eppure questo compito del mutare ricade sul PD, è a questo partito che si rivolgono le accuse e le speranze. Difficile per un partito far coincidere l’avvenire proprio con il futuro del paese, non sarebbe il ruolo di un partito che in realtà vive di dialettica con le altre forze politiche, ma ora questi destini sono profondamente connessi e il PD dovrà realizzare e pagare il cambiamento per essere una proposta alternativa alla stagnazione in cui siamo. Non sarà pacifico, non lo sarà per tutti quelli che capiscono che senza un colpo d’ala non se ne esce, che traccheggiando non si procede. Settembre porterà molte verità e non poche scadenze, lì si potrà misurare se c’è ancora speranza oppure se tutto andrà per il verso in cui è stato posto da questi 20 anni di acquiescenza dell’elettorato e dei partiti. Quel che è certo è che non sarà indolore, né pacifico, ciò che accadrà.
io non ho paura
Parlare di B. con la giusta distanza, non farsi coinvolgere nella canea rabbiosa, usare l’indifferenza e occuparsi di ciò che conta davvero: l’Italia e gli italiani. Bisogna ripeterselo il mantra : io non ho paura. Ripeterlo perché con la paura si accetta tutto, anche le regole dell’avversario e adesso dopo 20 anni, e nella condizione di sofferenza in cui ci troviamo, non è più tempo. Io non ho paura, per quanto minaccia B. e i suoi, perché la miseria cresce, le speranze dei giovani scompaiono assieme all’energia del Paese, la rassegnazione investe tutti.
Io non ho paura che B. venga trattato come un cittadino normale e che venga affidato ai servizi sociali o sconti la pena ai domiciliari non mi interessa. Mi interessa invece che si esca dal pantano in cui siamo finiti anche per grande suo merito. Come vedete non gli attribuisco tutta la colpa, molti sono stati i conniventi, i distratti, gli interessati che non si sono opposti, ma non c’è dubbio che la visione del Paese di B. ci abbia portato in questa situazione. Basti pensare che la sua azienda ha sottratto soldi al fisco e così agli italiani anche finché era presidente del consiglio. Questo hanno detto tre gradi di giudizio, una garanzia che nessun paese occidentale ha, per una presunzione di colpevolezza, e ancora non basta. Ma questi soldi sottratti al fisco a agli azionisti, e sono tanti, sono il modo di vede il Paese del signor B., ovvero il prevalere della forza e della furbizia, il fare i propri interessi, senza alcun ravvedimento.
Quello che sarebbe punito negli Stati Uniti e negli altri paesi occidentali, semplicemente con il carcere, una multa colossale e l’espulsione dalla politica , qui è oggetto di minacce, ricatti, manifestazioni contro l’assetto del Paese. C’è una condanna, chi ha commesso il reato è giusto paghi ed è giusto che paghi fino in fondo perché non c’è ravvedimento, ma ostentazione, uso inaudito di mezzi di comunicazione per ribaltare la verità dei giudici. Chiunque di noi sarebbe già stato colpito da altri provvedimenti giudiziari in un comportamento consimile, il vilipendio, l’oltraggio, sembrano esistere solo per i normali cittadini, e questo fuorvia le persone, fa pensare che la giustizia non sia equanime. Non occupiamocene più, pensiamo ai problemi veri dell’Italia.
Io non ho paura di andare ad elezioni, di affrontare la realtà, di uscire dalla necessità che rischia di diventare omertà e accettazione supina. Basta governi di larghe intese, salviamo davvero il Paese che sta affondando nella mancanza di lavoro, di prospettive, nell’indifferenza di chi non crede più. Basta omissioni, rinvii, reticenze, teste che si girano dall’altra parte, necessità che pagano solo i più deboli. Basta.
Io non ho paura, ripetiamocelo guardando il pantano in cui siamo finiti, è l’unico modo per uscirne. Lasciamo che la dimensione del signor B. torni normale, ignoriamo le minacce, usiamo l’indignazione e l’ironia, non spaventiamoci davanti ai gradassi allevati a denaro e prebende, riportiamo la normalità tra noi. Ridiamoci sopra e occupiamoci del nostro futuro, non di quello di B. che non capirà mai i danni inferti a tutti noi. E’ ora di dire davvero basta e per farlo non dobbiamo avere paura di perdere qualcosa di importante, casomai quello ce l’hanno sottratto prima.
Io non ho paura.
p.s. in questi giorni circola su FB , la riproduzione del rifiuto della domanda di grazia scritta da Pertini al Tribunale speciale dopo l’intervento della Madre. Rifiutiamo i paragoni: la distanza, gli ideali, la testimonianza dei valori, la vita profusa per la democrazia da Pertini o da Gramsci (altra persona che non volle la grazia) sono incommensurabili con quanto sta accadendo.
7 giugno 1984 : “Compagni, lavorate tutti, casa per casa, strada per strada, azienda per azienda”
Stasera eravamo in 60, quella sera in 5000, una settimana dopo a Roma più di un milione. Stasera stessa piazza, molti volti sono gli stessi di allora. E gli altri?
Di quei giorni ricordo molto e ancor più la sensazione che cominciò a crescere a partire dai basta che si cominciarono ad urlare in piazza vedendo che stava male, fino alle notizie, prima frammentarie e poi nella notte più certe, che arrivarono: Berlinguer era in ospedale, operato, ma non era morto. Chissà. Dal momento in cui iniziai il servizio d’ordine in ospedale fino all’epilogo corsero tre giorni. Tre giorni fatti di visi importanti per la sinistra, entravano Pertini, Pajetta, dirigenti nazionali, uomini, donne e la famiglia. A noi, che eravamo fuori ad arginare gli intrusi, pareva d’ essere una membrana osmotica umana tra un dolore che riguardava chi l’aveva conosciuto e vissuto da vicino e gli altri, fuori, ad attendere notizie, che l’avevano parimenti vissuto, intuito e sentito come la parte buona del Paese. Poi ci fu il giorno della morte e l’inizio di un funerale che cominciò a Padova e finì a Roma due giorni dopo. C’era un’acqua battente, quel giorno a Padova, eravamo zuppi, con una folla che cresceva, che accompagnava. La stessa che per giorni aveva atteso sul piazzale, solo che diventava fiume, portava verso Roma.
Rischio molto con i sentimenti di allora, a ricordare, ma fu quello un momento di consapevolezza per come avrei voluto essere allora e poi. E non era solo una questione politica, ma la vita, la responsabilità, la società attorno erano state proposte nelle modalità giuste. Si poteva derogare, far diverso, ma il giusto si sapeva qual’era. Austerità nel vivere e nel consumare, quella che ora si chiama decrescita felice, lotta alla corruzione nella cosa pubblica e nei partiti, che adesso come allora si chiama moralità, diritti delle donne, crescita basata sulla conoscenza, difesa dei diritti dei lavoratori e del lavoro, eguaglianza, libertà tra i popoli. Nel discorso all’Eliseo del ’77, c’era un programma sociale per il Paese, per un’Italia diversa e giusta e il PCI perse 4 punti alle elezioni. Non si accettarono quei principi che facevano, e fanno ancora la differenza. Dopo la sua morte, tra le cose che furono eliminate presto, ci fu la diversità, e invece in un paese conforme, sempre dalla parte del vincitore, disposto a giustificarlo sempre e comunque, la diversità serviva.
Qualche volta mi chiedono perché ero comunista, come se pensare all’eguaglianza, al diritto dell’uomo di essere pienamente tale, alla solidarietà, alla liberazione dalla schiavitù dei rapporti di subordinazione di genere e di classe siano cose non più necessarie. Con pazienza spiego che non è un’ubbia da giovani, un modo di non riconoscere la realtà, ma proprio il modo di vederla e di pensare cos’è giusto e cosa non lo è. E magari aggiungo che Berlinguer queste cose le mostrava con le parole e con l’esempio. Stasera non c’erano molti giovani in piazza, c’erano le bandiere della diaspora, almeno 4, perché Berlinguer non era di nessuno e neppure oggi lo è, però quello che diceva, l’esempio che portava nel fare politica, quello è di tutti. Per questo mi piacerebbe che molti giovani lo conoscessero, perché il suo modo d’essere, era il loro, con la visione, l’entusiasmo e la fede nel cambiare che solo i giovani o chi resta tale, possono avere.
| « La questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico. » |
| (Enrico Berlinguer, da un’intervista a la Repubblica del 28 luglio 1981) |
felicità d’un momento
La sera dei risultati elettorali è sempre così lunga e invariabilmente melanconica che stanotte mi lascio andare ad una felicità priva d’analisi. Sono contento, ebbene non si può? E lo sono non solo perché il mio partito vince, ché questo sarebbe già grande cosa, ma lascerebbe intatto tutto quello che non va dalle mie parti politiche. No, sono contento, perché ha vinto chi ha perso a febbraio. E non parlo di Bersani o dei capi che poco si curano del vincere e del perdere. Come i generali combattono guerre e le battaglie sono solo un fatto che passa. Parlo invece del cambiamento, quello che nel volto nuovo dei sindaci si mostra fuori degli apparati, dei soliti noti. Marino era sin troppo disarmante nel suo non interferire con il manovratore, glielo dicevamo che non s’era in america, che qui si combatteva diverso. E lui andava avanti per la sua strada. Se il gruppetto di noi non s’è poi allontanato è stato anche per l’aria buona respirata allora. La stessa che faceva scordare le sberle ricevute. Eguale sensazione si ha per quel fenomeno che fa perdere ai candidati di apparato del Pd le primarie e poi fa vincere i comuni. Come non ci fosse una relazione tra il partito e chi lo vota, quando il voto è libero e senza apparati. Per questo stanotte sono doppiamente contento, perché ha vinto il nuovo, quello che non si distilla negli incontri riservati. E questa è una grande speranza per il Paese, ovvero che ci siano energie nuove per fare diverso, per suscitare nuovi entusiasmi, indicare traguardi possibili e più vicini alla vita delle persone. Molti di voi diranno: c’è l’astensionismo, le persone hanno già abbandonato il campo, non ci credono più. E’ vero, ma se avesse vinto Alemanno o Gentilini, per loro sarebbe stato un problema l’astensionismo? No, si sarebbero goduti la vittoria e avrebbero continuato come prima. Ed invece ora si possono mutare le cose, riportare interesse e partecipazione tra le persone. Con il fare, con l’occuparsi dei problemi, con la moralità dell’agire. Ed è davvero una grande occasione.
Sarà per questo che mi godo la felicità del momento e mi ripeto che ha vinto chi prima aveva perso, cioè tutti noi.
l’inutilità dei reduci
28 maggio 1974, Brescia, piazza della Loggia.
Di quegli anni non resta nulla, come per le famiglie, il ricordo si circoscrive, perde l’emozione, diventa una data, una figura. Così non si impara nulla, ci si muove nella nebbia inseguendo luci, e non si rafforza lo spirito delle vite, la loro direzione, se alla fine ciò che accadde è cancellato, confinato. E l’emozione diventa non solo irripetibile, ma irraccontabile, se non per i pochi che ancora considerano importante ciò che è accaduto. Ma questi ultimi lo sanno già, e allora a che serve?
Difficile spiegare cosa furono gli anni ’70, non solo in Italia. Oggi, chi sente ancora la pericolosità dell’eversione, ricorda la strage di Brescia tra gli episodi più gravi di quella stagione, ma come spiegare che allora viaggiare in treno non era così sicuro, che le gallerie si facevano dicendo alla fine: è andata. Oggi che non ci sono più manifestazioni o quasi, come spiegare che andare a una manifestazione, o fare servizio d’ordine era un atto di coraggio prima che di libertà. Eppure le piazze erano piene.
Come raccontare che allora tutto deviava: servizi segreti, nazioni “amiche”, polizia, carabinieri, corpi dello stato, senza chiedersi perché deviavano, e a chi interessava tutto questo? C’era una teoria degli opposti estremismi, probabilmente la stessa che fece intervenire la polizia a manganellate, a Brescia, in piazza, dopo la bomba, per disperdere la folla che si prodigava sui feriti, e in base a questa teoria ogni avvenimento aveva una interpretazione ideologica ancor prima della realtà, addirittura prima che accadesse, fino a violentare l’evidenza. Insomma, l’eversione in quegli anni, per i corpi dello stato e per non poca opinione pubblica, era naturaliter di sinistra.
Come raccontarlo,oggi, tutto questo, l’emozione che allora colpì chi faceva politica alla notizia delle bombe, la voglia di non piegarsi alla violenza, l’andare in piazza apposta per dimostrare che non avrebbero vinto. Chi? Gli oscuri pupari, i fascisti, gli eversori veri, i bombaroli, assieme a quella parte del paese che restava in silenzio e sembrava approvare che le libertà si dovevano ridurre, che gli scioperi facevano male al padrone, che non si doveva cambiare perché andava bene così, ecc. ecc. Oggi è difficile spiegarlo, anche perché le poche manifestazioni che si fanno sono sempre contro qualcuno anziché per qualcosa e la gente preferisce andare ad ascoltare un comico che fa ridere, che usa il turpiloquio, anziché prendere in mano essa stessa il suo futuro. Ormai ci si chiude nel personale anche quando si è in tanti e così è difficile lottare per lo stesso obbiettivo comune. Per questo sono inutili i reduci, perché parlano di qualcosa che non c’è più, perché tracciano una relazione tra il passato e il presente.
Questi sono i pensieri e le domande dei reduci, inutili come loro stessi e se le ripetono non è per trovare un senso, ma per affermare che non c’è un solo modo di gestire la vita, che non c’è solo un qui e ora, ma una direzione, un prima e un dopo. E il dopo è meglio che neppure assomigli al prima. Ma tutto questo costa fatica a dirlo in pubblico per questo i reduci spesso parlano da soli.
