natale


La foto è quella di un albero di natale controluce. C’è una finestra ampia. Fuori non si vede oltre il grigio, facciamo che sia una sfuocatura, anziché neve o nebbia che distrarrebbero inutilmente. L’albero non è granché, forse artificiale, spelacchiato, con fili d’argento e d’oro che s’intuiscono, poche palle e poche luci, senza pretese. Un albero, prima dei bassi costi cinesi. Su un lato un televisore funziona con un’immagine indistinta. Siamo in un soggiorno, un pezzo di divano spunta dall’angolo in basso. Non c’è nessuno. Ovvero c’è il fotografo, ma sta guardando dietro la macchina, quindi è uno sguardo. Solo uno sguardo  ed un pensiero.

Confronto l’albero con il sole cocente di questi giorni  di maggio, è un natale finalmente depurato, senza l’atmosfera costrittiva della festa. Le cose, private dei luoghi comuni, acquistano una dimensione comunicativa nuova.

L’albero parla di qualche affetto esistente, di famiglia forse; ne parla, così in generale, che può essere qualsiasi affetto. Si sente una relazione. Ecco, l’albero parla della relazione senza ostentazione, con poca ricchezza, quasi una necessità di fare. La povertà incipiente della mezza luce del pomeriggio fa il resto ed enfatizza la sensazione. Qualcuno ha messo insieme un rito, adesso le fasi dovranno essere riempite di contenuti emotivi.

Avete presente quando ci si trova ad una cerimonia? Raramente si partecipa totalmente, la testa scivola altrove e tra l’inizio e la fine c’è spazio per il quotidiano, per i desideri, per i pensieri meno nobili, per la noia, per i sentimenti. Accade anche durante i rapporti sessuali, ci sono studi importanti al riguardo, quindi, a maggior ragione, ovunque il canovaccio preveda delle sequenze, la testa è lasciata libera. Ciò che accade dentro, è un miscuglio che approfitta di un contenitore e delle sue cadenze temporali, la forma, i convenevoli/preliminari, l’atteggiamento. Il tutto con pensieri differenti. Nella foto, l’albero e la stanza sono il contenitore, così adesso possiamo metterci il resto. Solo che stavolta non sarà ritualmente scontato, è una rappresentazione di noi, del nostro pensiero. Noi siamo i personaggi assenti, ci confrontiamo con la verità che vorremmo raccontare e che non diciamo.

Permettiamoci di raccontarla: è natale a fine maggio ed i nostri personaggi sono due o più. Meglio due. Hanno qualcosa in testa, torneranno tra poco in quella stanza, non assieme o forse sì, comunque il non detto è già nell’aria. Non lo diranno e lo diremo noi per loro. L’albero assiste e lega tempo e spazio. La rappresentazione inizia…

le buone notizie

Non esiste un diritto alla felicità. E’ una panzana inventata dalla mia generazione che considerava il mondo a disposizione dell’uomo. Che confondeva felicità con piacere, stato con sensazione. E per condividere e rassicurare se stessa, questa generazione l’ha raccontato ai propri figli, ne ha fatto oggetto di crescita economica, ha assicurato che si può essere realizzati e felici.

Qualcuno dirà: ma esiste nella costituzione degli Stati Uniti il diritto alla felicità, e pure nel Butan c’è un indice che misura la crescita della felicità accanto a quella dell’economia. Ma vi pare siano particolarmente felici negli Stati Uniti, oppure nel Butan?

Esiste la fatica della conquista della felicità, le condizioni che la possono rendere vera. Per poco. Quanto basta a motivare lo sforzo e riprovarci.Esiste un bisogno di felicità, un percorso tendenziale, a volte tangente, una spinta a ripetere qualcosa che affonda nel bujo del nostro ricordo. Ed è rosso, caldo, avvolgente, ed immoto, eppure, al contempo, è dinamico, muta di luce e colore, prova brividi e sente. Sente tanto intensamente da perdere nozione del tempo. Ma costa fatica anche se è gratis, è lavoro su di sé senza risultati apparenti, che a volte sfocia, senza motivo apparente, nella pienezza. Non ha a che fare con l’amore, può accompagnarlo, ma è disgiunto. Neppure con il piacere c’entra molto, a volte coincide, ma è un caso.

Non c’è un diritto e saperlo costringe a scegliere, a rimboccarsi le maniche, predisporsi. E soprattutto ritagliare la felicità alla propria misura, cercarla in ciò che si avvicina a noi. La felicità, come il dolore, è un percorso alla conoscenza di sé, per questo non è un diritto ed è un lavoro che non finisce.

p.s. Buon compleanno Bob, abbiamo idee convergenti sulla felicità.


è compatibile

Stasera ripulisco occhi e testa dalla ricerca del positivo e neppure voglio trovare la poesia.

E’ bello questo posto, indipendentemente da ciò che penso.  Due poveracci hanno appena fatto passare la bottiglietta di succo di frutta da un cestino di bici ad un altro, è piena di dosi. Intorno ho studenti, aperitivi, loro chiaccherano, io scrivo, mi interrompo, parlo, fotografo. Ma non i pusher. Non è solo una questione di rischio, a Tirana, a Kerem, ho rischiato di più, è che inquadrerei situazioni, invece mi interessano i volti, gli occhi e le pieghe del viso. Cosa sta dietro a quel continuo muoversi e guardarsi attorno. E qui non potrei farlo.

Si vedono le tecniche di passaggio delle dosi, l’acquisto. Tutto in scivolata, tutto sulla fiducia, oppure sulla capacità di contare e di valutare in un’occhiata. Tanto se mi freghi, ti trovo.

Guardo, sposto gli occhi. E’ come vivessimo due realtà contigue e incomunicabili. Sulle scalinate dell’antico porto fluviale, i ragazzi si sbaciucchiano, io bevo e scrivo, il mondo si muove assieme al tempo. Dall’acqua bassa emergono le bici rubate e gettate. Chissà perché: per spregio? per indifferenza? Bastava appoggiarle alla spalletta del ponte. Eppure…

Ho storie di questo posto che non interesserebbero quelli che mi stanno attorno. Neppure a quelli con cui parlo. Cose vecchie, ubbie, fantasie: la realtà è altro, è successo, non interessa più.

I fischi si susseguono nell’aria. Avvisi. Polizia ed esercito fanno la ronda e i pusher parlano la lingua degli uccelli, sembra d’essere in una foresta dove gli occhi non si vedono, ma le presenze si sentono. Uccelli che non volano, senza piume e senza cielo.

Non c’è poesia. Sono poveracci, che fanno un male enorme, senza sentirne colpa. Come diceva l’evoluzionista? Dio ama i coleotteri: forse sette-ottocentomila specie, di uomini solo una. Una variabile impazzita e sfuggita al controllo attraverso biforcazioni che dovevano portare a vicoli chiusi ed invece sono emerse vie d’uscita. Un culo pazzesco e imprevedibile. Ecco chi siamo. I pusher si riuniscono e sciamano con una mobilità nervosa da amebe, chissà cosa pensano oltre l’odore della paura. La specie non è così recessiva da includerli, non è così forte da espellerli. Compatibili!

Non c’è poesia. Nessuna. Non oggi che è l’anniversario della morte di Falcone. Forse mai.

Ragazzi fanno jogging lungo il fiume. Magari ogni tanto sniffano anche loro. E’ compatibile. Un tempo si pensava che lo sport salvasse, poi il dooping amatoriale ha spazzato via le illusioni. Certo c’è un mondo pulito. Noi siamo puliti. Guardiamo, stiamo attenti, capiamo, è un mondo compatibile. Solo che non c’è poesia, neppure un poca. Non qui.

I ragazzi parlano attorno, si sta bene seduti a bere, c’è aria che trascina l’afa, il fiume, i pensieri.

La droga fa, da tempo, vittime silenti. Sembra che, a differenza dei miei anni giovanili in cui prevaleva il cupio dissolvi, il bruciare speranze e vita nell’abisso, adesso ci sia scissione e coesistenza. E’ compatibile. Qualche volta, non sempre, basta non prendere il vizio, solo la scimmia. Non al posto d’altro, come fosse parte della normalità. Penso al mondo che ci sta dietro, alla sequenza di disperazioni che porta su, su, fino ai tappeti persiani, gli attici, le mazzette di contanti che confluiranno in edilizia, azioni, attività lecite. Al capo finale della corda che si srotola verso il basso, due morali disperate, due bisogni che si incontrano per sopravvivere, ma ciò che genera tutta questa normalità disperante dovrebbe essere tagliato. La testa dell’idra dovrebbe essere recisa senza pietà. Né scusa.

Non c’è poesia, né positività stasera. Non è necessario che ci sia sempre.

Attorno, cani, genitori giovani, bambini, colombi, studenti, professori. La storia dentro, e davanti, una porta della città. Il leone è una riproduzione, l’originale è a Piazza Venezia a Roma, simbolo delle Generali. Prima, orgoglio e baluardo della Serenissima contro la lega di Cambray, contro l’imperatore. Adesso una copia: il passato è stato venduto. L’iscrizione sulla porta è omnium sanctorum, ma non basteranno tutti i santi a togliere questo posto dall’orlo dell’inferno. L’orlo, solo l’orlo. Chi sta indietro guarda con curiosità l’abisso, bene attento a non fissarlo, ricorda Nietsche, ed allora parla, beve, pensa ad altro. Non è un suo problema. Tollera la diversità finché non diviene minacciosa o da fastidio. Non chiedetemi un giudizio morale. Non è il mio mondo, eppure è lo stesso mondo. La testa è una casa, a volte sicura. Basta chiudere una porta e quello che sta fuori, mi riguarda, ma non così tanto. Basta lasciare che due tempi e due realtà scorrano, l’una dentro e l’altra fuori. Come in Sicilia, ai tempi di Falcone e dopo. Come adesso in Africa, come sempre nel quartiere a fianco. Per favore non chiedetemi di trovare poesia in tutto questo. Possiamo salvarci, dobbiamo salvarci, vedere il bello e l’indifferenza che ci sta attorno. Assieme. Il resto cascherà dal percepito come polvere dalle scarpe. Lo sapete cosa significava scuotere la polvere dai calzari? Considerare morto ciò che s’era attaccato, persone comprese. Si cammina e si chiude la vista, per vivere, per sopravvivere. E allora guardiamo i cani, le ragazze che fanno jogging, i bambini, gli studenti che parlano d’esami e ridono. Ridono perché la vita è bella. A volte è bella. Spesso è bella.

Il pensiero torna a Falcone, a quello che ci stava – e che ci sta dietro- e lì, il pensiero si ferma.

Mi fermo su quei 1000 chili di tritolo e non mi muovo.

mercurio

 

Sento disgregare la realtà,  la poesia chiudersi nelle frasi sospese, ansimare mentre chiede attenzione e poi lasciare al silenzio il compito di tenere i sentimenti. Rizzandosi dalla sabbia dei giorni, vedo attorno abitudini, che diventano corde, sbarre, prigioni. Prosa della peggior specie, priva d’ogni significato che non sia l’apparenza, il desiderio soddisfatto, il consumo-

Perché così tanta letteratura e storie e trame di cinema sprecate ?  Per rappresentare il quotidiano basterebbe un’eterna variazione di un plot narrativo. Un canovaccio da affidare ad un computer per la nuova realtà, quella che indefinitamente si ripete. Ci sono modalità nuove, m’hanno detto, il multisensoriale, che verrà prima del multimaterico da divorare, metabolizzare, rendere parte di sé. Avatar.

E’ la mia ignoranza che mi conduce oltre il limite. Quando la pressione esterna diventa eccessiva, la complessità solo da subire, allora vorrei scomporre sintassi e parole, diventare inintelligibile al banale. Anche quello complesso. Costringerlo a sforzi che superino il giorno, la luce, la sua assenza, la notte, usare la presunzione per tenere la realtà appiccicata, lasciar credere che sono accozzaglie di parole il soffrire, il sentito, l’amore, il bisogno di futuro.

Insomma, imporre al comunicare le mie regole disfatte e di nuovo solide e diverse. Una grammatica dell’ignoranza, che trovi fondamento nel sentire, nell’esemplificare in una tavola di Mendeleev dei sentimenti dove si colloca ciò che si è in un certo momento. La grammatica dell’amore imperfetto che cerca l’equivalente nel vivere. E quindi sabbia da scorrere tra le dita, da brancicare con i piedi, da trattenere a mente. Eccole le regole prima d’essere elemento: partire dall’amalgama e cercare la purezza del sé.
Se potessi scegliere ed affacciarmi alla mia grammatica degli elementi, vorrei essere mercurio imprendibile, non oro da esibire. Il mercurio, è coeso di forza interiore (mi direbbero, di tensione superficiale) , non si disgrega, si scinde e rapprende secondo sue regole d’attrazione. Metallo senza magnetismo, pesante e mobilissimo, liquido e solido pronto a sublimare, sereno e velenoso in eccesso, floccula candido, se cercato nel giusto modo. 

Dire: mi seguirai mentre mi frango in piccole simmetriche mobilissime sfere, pronte a rapprendersi per correre assieme ovunque?

Ed ancora una domanda, porre a guardia del mio cuore:

ma davvero scrivi su pezzi di ricevuta, sugli scontrini dei parcheggi a tempo? E non hai paura né della carta bianca, né di scrivere sopra parole d’altri?

Se così è, siamo della stessa materia che tesse sogni e terra,

che si fa sabbia per tornare roccia e poi sale da bere e ancora acqua da piovere e amore di sole, spuma d’onda, nebbia senza stagione, luce fatua, fulmine globulare e vento. Si, vento che solleva e posa, sbatte per gioco lamiere, frange parole, ricaccia riso e lacrime, unghia finestre, avvolge di carezze, incolla vestiti, solleva interrogativi, brividi di piacere, asciuga pensieri e corpi, tutto unendo senza distinguere, finché rompe, lui con noi, le sintassi della fisica, del tempo, del senso obbligato delle cose, e toglie il peso d’essere conseguenza: liberi. Finalmente liberi di volare in cieli senza conclusioni.

Se sopporti tutta questa violenza, questo portar fuori dai parametri comodi, su cui dopo i 18 anni ci si riposa, se accetti lo sforzo di seguire ed essere fedele all’imprevedibile, ti sembrerà d’avere tutto e t’accorgerai che è niente. Come un balzo verso il cielo, che si chiude in un momento, anche se lo senti eterno. Ma è fatica, sogno, gioia, sfida, leggerezza, rifiuto che disgrega il quotidiano e l’abitudine. E ti mostra che quello che hai imparato ti serve tutto, ma non basta ancora. Non basterà mai. Che nessuno di quelli che confondono la poesia con la noia potrà mai capire, che il reale per te coesiste, ed ha entrambe le dimensioni, cosicché ti ritrovi a maneggiare questa parola: strano e a non sentirla equivoca. Come fosse un contenitore dove ci puoi stare davvero. Un contenitore che ha tutto, solo che tutto è senza la solita pelle, e a volte questa pelle proprio non c’è, oppure è pelle diversa, e colore diverso, e tutto è acuito, forte, denso, eppure fluido, gassoso e carezzevole. Tutto assieme senza una sintassi esterna, una fisiologia che ti guardi e ti descriva e ti permetta di dire: ecco, quello sono perché sono descritto, mi ritrovo in un manuale.

In quel contenitore in cui t’affanni, (cercando di dare nome al sentire, mentre basterebbe star zitti e sentire senza suono) con quelle che, per altri sono solo un’accozzaglia di parole, lì c’è la tua descrizione che si fa giorno per giorno e diventa sintassi d’amore. 

Allora quel balzo che ti ha fatto scartare un giorno da una scia facile, vale più d’ogni tuo viaggio in aereo, d’ogni giro obbligato o necessario e ti porta sui tuoi piedi dove non sei mai stato, e ti racconta cose che hai vissuto finalmente mescolate con il presente ed il futuro.  

Sirena

Il suono sordo di sirena percorre la spiaggia, la riempie, trabocca tra le tamerici, gli ulivi di bohemia, i tronchi delle ultime mareggiate, ammutolisce gli strilli dei ragazzini in acqua, lascia occhi che si chiedono da dove venga. 

Si ripete, più volte, adesso profonda ed inquietante. Sui moli è simbolo di saluto festoso, copre abbandoni e lacrime, apre viaggi e futuri, finché man mano si spegne assieme alla poppa che s’allontana. Qui insiste. Assomiglia al corno delle alpi, richiama e dialoga col mare, non ci sono rive assiepate e neppure si vede la nave.

Assisto muto, alzando gli occhi dal libro, cerco nel mare basso di mezzogiorno. Qualche barca a vela, motoscafi in riposo. Questo ripetersi trasforma il saluto in apprensione, come ogni volta che un segno conosciuto s’articola diversamente. In quest’isola, tra laguna e mare, ci sono cantieri navali, ormai in disuso. Dove nascevano navi, ora riparano vaporetti e ferry di Venezia. Fuori dai circuiti della cantieristica, svuotati dalla tecnologia e dai bassi costi della Cina, in pochi anni si perderanno abilità secolari. Mastri d’ascia, saldatori, battilamiera, falegnami, fonditori. Basterà meno di una generazione. Qui ora si vive di fermo pesca, più che di pesca, di piccola edilizia e ristrutturazioni, per veneti inquieti che scoprono questo angolo domestico e selvaggio. 12 kilometri di sabbia, diga e pennelli a mare per fermare l’erosione delle maree. Terra di marinari, pescatori e dialetto stretto: né veneziano, né chioggiotto. Ma ci si annoia, non c’è nulla che possa assomigliare alla movida di Sottomarina, o di Jesolo, o del Lido. Di sera la gente esce nei campielli e sulla strada, porta le sedie, impagliate o di plastica, dipende dall’età, cucina e chiacchera. Chiacchera fino a notte di ciò che sta attorno, della vita propria e altrui. Nei campielli nulla è mai interamente proprio o segreto. Non la cena che si scambia, non i guai e le allegrie di famiglia, non gli auguri, le feste o gli amori. anche se questi ultimi hanno tradizioni ferree. Le trasgressioni sono sottaciute, non segrete, come le malattie.

La sirena ripete ancora il verso, mette in evidenza la plastica, i parabordi (ma come faranno a perderne così tanti), le boe sfasciate ed i tronchi. Tanti da immaginare riscaldamenti senza spesa e grandi fatiche per tagliarli. Non c’è nessuno in spiaggia, sono le tre di un giorno ante la festa, solo i mezzi foresti venuti dalla terraferma stanno al sole e al vento. Il vento che è ancora caldo di scirocco, ma già porta lame di freddo. Una signora mi spiegherà che sono i temporali di pianura, ancora lontani, loro li sentono col sole, annunciati dal vento che muta colore verso il blù.

Siamo pochi e tollerati se non disturbiamo, se non cambiamo le abitudini ed i pudori. Ci tengono come i nuovi proprietari di case che tra poco se ne andranno, stanchi dei ritmi indigeni, delle feste patronali e delle chiacchere, ma anche della solitudine che si insinua se non sei accettato. Lasceranno posto a nuovi tentativi di insediarsi e ad un equilibrio millenario che si crede eterno.  Ma non è così, scomparendo il lavoro, le abilità, solo a volte ne subentrano altre, più facilmente ci sarà la migrazione e l’inutilità di chi resta.

Tre ristoranti, i pescherecci ormeggiati in lunghe file, il muretto, le chiacchere. Una barca a vela manovra per attraccare davanti al ristorante sulla riva. Poco distante, uno svasso, uccello di laguna, si muove appena, indifferente alla barca, attento al suo pasto che si muove sott’acqua. Mentre scendono parlando, scompare con una capriola silente. Ed il tempo del suo riapparire sembra interminabile. Adesso si siedono. Prosecco freddo e poi inizierà la danza interminabile degli antipasti e dell’eccesso. Ma non si vive di questo, l’isola non vivrà di questo.

Lo svasso continua a rituffarsi e riapparire. Per ora godiamoci questa solitudine d’altri tempi. Non era infrequente in laguna. Altro verrà da queste parti, i contenitori vuoti vengono sempre riempiti.

La spiaggia è scomoda, non c’è nulla. Senza un bar, un gazebo, un tavolino. Solo mare, sabbia, cielo e pietre di diga. Un paradiso, finché dura.

La sirena non suona più. Anche le erbe stanno al loro posto, ospiti come me.

cracker

E se avessero ragione ? Non la ragione fisiologica, ma quella che genera l’interrogarsi profondo che cambia la percezione di sé. Allora bisognerebbe fare un bilancio, quella cosa mai giusta davvero dove non si riesce a pagare un prezzo equo per gli errori e  ricevere altrettanta ricompensa per le cose buone fatte. Lavorare sulle percezioni altrui, solo su queste, è sempre sbagliato. Enfatizza le sensazioni, cerca un compromesso che porta ad una non verità. Si è come si è e bisogna accettare di non spiegarsi a sufficienza, perché sarebbe necessario avere un sistema metrico comune, ovvero cos’è importante, la percezione della bellezza, i principi su cui si vive, le parti inalienabili. Ed attribuire lo stesso valore a tutto. Impossibile, bisogna adeguarsi ad una comprensione che avviene su campi poco minati. In fondo è arroganza pensare che si ha la forza di spiegarsi davvero. Molto più facile lo scontro o il piegarsi al sono come tu mi vuoi. Per piacere, per interesse, per prevalereSarà per questo che non ho nulla da dire oltre la barriera del vissuto. Non correggo gli errori su di me, le cantonate, le incomprensioni.
Dovrei esplicitare domande come queste: tolta la fatica di capire, qual’è la misura vera dell’interesse tra le persone? E se non si capisce, se non si penetra la superficie, a che vale spiegare in continuazione? Esiste una reciprocità necessaria e non si possono proiettare le nostre necessità senza vedere cose che non ci sono. Leggiamo nell’altro le nostre paure, le delusioni. Bisogna ascoltare. La parola non basta, è come raccontare la prima suite per cello di Bach, al bujo, di notte. Non c’è nulla che possa davvero essere spiegato, se non è sentito assieme. 
Ed allora, tutto inutile? Impossibile comunicare profondamente? No, bisogna accettare il proprio limite per superarlo. Per questo vivo. La complessità inutile mi opprime, ma è un problema mio. Incomunicabile. Come la memoria che da sempre mi accompagna, e diventa minacciosa, ricorda particolari, fatti, parole incaute, lettere, messaggi che incespicano su una virgola, un aggettivo e muoiono.
Un tempo mi piaceva provare la fame del digiuno, passare un giorno a thé e poi cominciare da un cracker. Sentire il bisogno di cibo e il gusto che riempiva il palato.  Il sale sapido e i denti che sbriciolavano. Oggi non si mangia quasi mai per fame ed i gusti si perdono verso l’eccesso. Lo sanno bene i cuochi che eccedono in glutammati, in sale, che aggiungono anziché togliere, per coprire domande e saturare il gusto. A me piaceva interrompere e poi ripartire con le abitudini: solo governo di sé e piacere. Adesso non riesco più a ripartire con le abitudini. Non ora. Per questo aspetto.
Aspetto che spiova per parlare del sole non ancora arrivato.
Aspetto come una sala di stazione, ascolto i treni, saluto, tengo il calore dei corpi sudati, osservo persone che si inerpicano su scalini senza memoria di fatica, sento il risucchio di vento che trascina destini. Aspetto e non richiamo.
Aspetto con una forza erculea che raddrizzerebbe uncini di ferro forgiato, ma sarebbe solo per sentire che il tempo si riduce. 
Non vedo ed aspetto, mentre la pioggia striscia con nervosismo i vetri.
Mi pare tutto così sciocco che mi scindo. In continuazione. Un pezzo ascolta, un pezzo usa un tempo ed un altrove diverso, un pezzo s’annoia. Aspetto che tutto si ricomponga. aspetto di essere stanco e dormire senza sogni. Aspetto che le parole salgano alle labbra e diventino fiotto, corrente, flusso, direzione. Aspetto anche di dire come sto. Quando lo chiedono adesso, dico bene, ma solo per tacere, per non spiegare ciò che non ha parole.
Vorrei invece dire: tieni un refolo di vento come un abbraccio che mando, ed ascoltami che oscillo sull’orlo d’una felicità d’attesa.

le occasioni

Kairos. Il tempo ritorna, circolare. Nessuno è eguale, né l’occasione, né noi che la dovremmo cogliere. Ma nulla toglie tutto questo, in fondo l’occasione è un’occasione e come tale si prende, si lascia.

Forse l’unica cosa che si dovrebbe fare consapevolmente, è lasciare davvero che ci passi davanti, essere certi della sua unicità e del suo ripetersi diverso. Nulla di ineluttabile, ma ciò che si perde, si perde per sempre. 

Nella visione del relativo, ciò che si perde genera rimpianto, ma è compensato dalla speranza che il nuovo ripagherà. Non per meriti, ma per fortuna e benevolenza della vita, che comunque apre più porte di quante ne chiuda.

Se su un piatto d’argento è stata offerta un’occasione, quel piatto non ci sarà più, ma come in uno sciame di stelle cadenti per un tempo, non lungo, la possibilità di prendere una cometa per la coda ci sarà ancora. Basta essere in sintonia, almeno un poco, e l’attesa verrà intuita, trasformata, usata.

A volte, solo a volte.

p.s. come nei vecchi film, ogni riferimento a persone e cose è puramente casuale, ma come si fa a dire che ciò che pensiamo sia astratto dal mondo?

dizionario personale:mattina

Mi piace la poesia dei tavolini all’aperto la mattina presto. Vuoti, attendono, mentre attorno la vita già corre. I camerieri sono ancora un po’ assonnati e muti, la macchina del caffé si scalda, il profumo pervade l’ aria. 

Fiori freschi sul tavolino, il giornale ha un suo odore buono di carta e d’inchiostro e l’aria è ancora fresca della notte.

Guardo sopra l’articolo, la vita attorno è più interessante. I cani conducono le donne a passeggio, i vestiti sono già estivi con qualche trasparenza e arditezza di pelle. I bambini vociando vanno a scuola, il supermercato fa rifornimento, qualche saluto e chiacchera mattutina. Il rumore di fondo è diverso, più netto, i suoni si distinguono, evocano storie singole.

A tocchetti, la brioche svolge il suo compito di primo piacere.  Per età, potrei vestirmi di bianco, anche mettere un panama ed attendere che il sole diventi arrogante. Dopo, camminare sotto i portici, verso il Prato e le Piazze. Verso altra vita, altri colori.

Mi piace l’attesa, è così ricca di possibilità…

Scocca il pomeriggio

E scocca il pomeriggio. Quasi non me n’ero accorto.

Ecco perché il sole si butta impavido dentro finestre cosparse di pollini e di vento.

E, incurante, si perde a pezzi, come me, per rimbalzare sul legno del pavimento, sui libri, sui fogli,  sui mattoni rossi alle mie spalle, sul bordo del letto. Raggi di polvere e di luce, equilibrio instabile di costi/benefici, ma lui, au contraire, sembra indifferente d’utile e d’emozione.

Osservo la mia calligrafia, e come sta mutando. L’ordine, l’allineamento delle lettere, le lettere stesse. Penna punta dritta, sensuale di vocabolo più che d’estro. (E non è tempo oggi.)

Tratto medio, pennino smussato, inchiostro nero-blù. D’altri tempi. In tutti i sensi.

Spezzetto pensieri e frasi. Ascolto il suono. Cerco schiocchi di ritmo nella testa, sfere d’acciaio su pavimenti in pietra sonante. Suonano le pietre, le ho saggiate, sentite. Suonano le frasi, aspettano sinosuidali movimenti a fior di labbra e punteggiature adeguate. Impugnare le parole come cavità risonanti, farle vibrare. E’ il sogno dello scrivere sentendo.

Per anni le mie frasi si sono susseguite orizzontali con un ordine che mi stupiva. Forse traboccava da dentro, oppure era bisogno d’ aggrapparsi al bianco del foglio. Rispettarlo ed esserne salvati. C’è una purezza nel foglio, anche quando è scritto. L’avvertiamo nella paura di sporcare, il coraggio dipenderà dall’incoscienza, oppure dall’orgoglio di ciò che si scriverà. Mi verrebbe d’usare protervia al posto d’orgoglio. C’è protervia nel gesto del dare imperioso, nel malo modo che annulla il dare ed anche chi riceve. Così è per la carta.

Adesso non leggo le parole, guardo i segni, e vedo che le linee per essere orizzontali devono tornare nel regno del pensato. Ovvero devo pensare le parole e come le scrivo per allineare linee diritte. Il parallelo è al camminare e si traduce nel pensiero del passo, nel sentire la terra, il sasso.

Bisogno di sentire il particolare. Chissà… forse

Rileggo: Vorrei si facessero (nel senso che proprio diventassero materia da toccare e sentire) in te, amica davvero cara, le mie scuse per non essermi fatto comprendere, per non averti dato la reale dimensione di me. Cosa impossibile del resto perché neppure io la conosco. Ma almeno una traccia dovevo dartela per il rispetto e il bene che ti porto

Troppo ampolloso, circonvoluto anche se sentito, e poca cosa rispetto al tumultare della testa. Eppoi perché manca il punto? La frase potrebbe finire, ma non finisce, come non finisce davvero nulla. Fluxus. Mi tornano a mente le alghe nella corrente. Anche quest’immagine è sensuale. Immerse ed ondeggianti sincrone carezze.

Sovrabbondo. Lo noto, è un marginalia che non c’entra, scritto per traverso. Recupero il pensiero ed un sentore di punta morbida, di cannella, come quello che percepiscono i degustatori di vini prima d’ incespicare nel lieve sentore di pietra focaia. Come si fossero frequentate armerie tardo medioevali, prima dell’osteria, oppure giochi di bambini dove la scintilla tra due pietre doveva avere odore. Sovrabbondo, potrebbe essere il nome d’un prete eccessivo, non solo d’appetiti, ma dilatante di perimetri, circumnavigatore di razionalità pericolose. Invece sono mani che dispensano, larghe non d’aspetto, e generose.

La calligrafia mi descrive. Ho bisogno di controllo, ma lascio andare la mano, ascolto il cigolante amplesso tra pennino e carta. La luce che inonda la stanza è quella che il lato d’un letto s’aspetta il pomeriggio per convenientemente trarre respiro sudato prima del torpore. 

Scrivo.

1000 & cat

 

Forse non ve l’ho mai detto, ma sono un gatto. Sapiente di niente come un gatto, pesante come un gatto sulla pancia, graffiante per gioco, come un gatto. Mia nonna, che di me capiva molto, quando mi coccolava, mi chiamava: dispetosa creatura. Aveva ragione e mi piaceva tantissimo l’affetto che metteva nel riconoscere la mia natura un po’ per conto suo. Felina, per l’appunto.

E così parlando del gatto che mi muove, abbiamo scollinato i 1000, articoli intendo, questo è il 1001. Se guardo indietro molto mi piace, parecchio lo cambierei, un poco lo cancellerei. Ed è quando sono stato meno gatto, quando mi sono lasciato andare di più a me stesso. Alle mie passioncelle, agli abbagli, alle fanfaluche che mi girano per la testa. A volte il vostro silenzio è eloquente, a volte cantatore, a volte disattento. Il terzo silenzio è quello che mi fa pensare di più e che mi rende più libero. Avete presente -siamo tra amici ci si può dire la verità- quando durante una conversazione, il vostro interlocutore vi toglie l’attenzione e voi restate indecisi se proseguire o meno? Ecco, credo che quello sia uno dei momenti in cui si cresce, il gatto ancora dorme, e l’uomo si ricorda di essere erectus, altrimenti sarebbe rimasto dalle parti della Rift Valley a spunciarsi, grattarsi ed inseguire banane. E’ così bello spulciarsi, implica una cura di sé e dell’altro che sembra amore, ma è altra cosa perché basta una mosca, un uccello e si smette, guardando per aria, pensando ad altro. Quindi se il discorso cade, si deve decidere: continuo oppure mi chiudo in un neghittoso silenzio? La risposta è: dipende. Dall’estro, dalla fantasia. Ad esempio, basta parlar d’altro inusitato argomento per recuperare l’attenzione, far balenare il pazzo che ci possiede, oppure dire qualcosa di personale che non c’entra, ma buttato là fa la sua figura, ad esempio: ma lo sai che tua moglie… Ma l’atteggiamento sovrano a mio avviso, è il rito del gatto, ovvero giro di tacchi e scomparsa alla vista, scegliendo altre attenzioni. Questo è l’atteggiamento erectus che non assomiglia a quello dei bonobo, scimmie allegre che si rifiutano di diventare uomini, preferiscono alberi, manghi, e scherzi immemori. E il gatto che c’entra? Beh, il gatto è altra cosa. Magari è meno intelligente del cane o del topo ai test Q.I. , quelli che mettono assieme colori, ordinano sequenze, scelgono bocconi. Quei test fatti per accontentare l’analista uomo, ma in fondo è l’uomo che assomiglia al gatto, non l’inverso. E il gatto lo sa. 

Facciamo che per la prossima sequenza di cazzate non aspetto mille post per dirle tutte assieme.

Grazie per l’attenzione amiche ed amici miei.