il passato che torna

L’esercizio di memoria si colloca all’interno di un contrasto che deve permanere. Non ci dev’essere troppa pacificazione. La storia stessa, per essere efficace come maestra di vita, deve emozionare, costringere a collocarsi.  A maggior ragione per le idee che sono ancora presenti nel vissuto delle persone, gli ebrei, la shoà, il comunismo, il capitalismo, la stessa democrazia, sono contenitori, assieme a molti altri, di una continua attualizzazione della storia e portano con i loro riferimenti concreti, effetti, nella vita di tutti i giorni. Così nel nostro ricordo, nel passato che ritorna, la dialettica con il presente speriamo emerga. Noi siamo ciò che siamo ora, ciò che scegliamo di essere, e rielaborare quel passato, portarlo nel quotidiano ci pone davanti alle grandi questioni affrontate, e spesso malamente risolte, che ci hanno permesso di essere come siamo. Non importa che il ricordo sia fedele, importa che il passato sia attuabile, che sia fecondo, che non sia l’accarezzare il gatto. Ne otterremmo, un ronfare che rassicura, ma non è nostro. Riconoscere la propria vita e costruire quella che resta è un processo sereno, ma non pacifico.

bici d’agosto

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Con la bici in città ci si deve difendere dalla rotaia assassina del metrobus e dalle, parimenti assassine, portiere delle auto che si aprono verso la strada. Città medioevale, strade strette, porfido, anche ciottoli nei vicoli antichi. L’aria si è fatta leggera, come un animale bagnato dal temporale di questa notte, la città si è scrollata di dosso lo scirocco e il petalisso, l’appiccicaticcio dei giorni scorsi. Gli uccelli sembrano contenti, volano alti e non ne vedo schiacciati dalle auto. Il caldo imperioso delle settimane passate, li aveva instupiditi, si fermavano in mezzo alla strada senza sapere che fare, incapaci di muoversi. Travolti.

Anche se l’università è in vacanza (che assurdità che il sapere chiuda e vada in ferie) ci sono ancora parecchi studenti in città. Di giorno, di notte, a due, tre, in bici si spostano ridendo e parlando ad alta voce. Ieri sera uno, a torso nudo, sotto la pioggia, cantava e provava sensazioni per sé, da raccontare poi agli amici, alle amiche. Chiudono bar e gelaterie storiche, altre assurdità del periodo più caldo, ma tanto non amo il gelato. Però fa piacere guardare chi si strafoga con una nafta, o con le coppe da sette-otto palline e panna.

Giro per strada e sotto i portici. Ho sentito dire che vogliono rendere i portici di Bologna patrimonio dell’umanità. Bisognerebbe che i portici, ovunque si trovino, fossero patrimonio dell’umanità, per al loro gentilezza e accoglienza, per la loro ombra, per essere un pezzo pubblico della casa offerto a chi passa. Le città con i palazzi a filo di marciapiede, con le vetrate che si inerpicano nel cielo, sono più distanti dagli uomini, qui le case danno un tetto, lasciano entrare e avvolgono in una terra di nessuno che protegge. Curioso che perfino i ricchi rispettassero questo bisogno d’ombra e protezione, e al più, per dimostrare opulenza, alzavano il portico, vi aprivano finestre oltre ai portoni. Altrettanto curioso è che le chiese non abbiano portici davanti, casomai nel retro o a lato, chiostri e loggiati chiusi per camminare in tondo. Significativo e al tempo stesso funzionale al meditare: gli atti ripetuti, il camminare circolare servono a questo, ma è quel chiuso che denota qualcosa che si barrica in sé e non si apre. E se una religione non si apre come può volare verso l’alto?

Comunque i chiostri alle bici non servono, e a dire il vero con l’invasione di tavolini, neppure questi portici servono più alle bici come un tempo, neppure per parcheggiarle. Il merito delle città di pianura è la piattezza e le ridotte dimensioni, tutto è vicino e la bicicletta è il mezzo perfetto per andare da un posto all’altro. Qui è un mezzo democratico, l’adopera il sindaco, il professore, lo studente, l’extracomunitario, la signora, la ragazza. Intorno all’università, alle piazze, ci sono giacimenti di bici. Anche nei canali ci sono giacimenti di bici, dicono che sono gli spiritosi che si laureano e voglio cambiar vita, ma non ci credo perché con settemila laureati all’anno se solo il 10% lo facesse, avremmo i canali lastricati di biciclette.  

Mi piacciono le mie bici, fino a non molti anni fa le mettevo a posto, tiravo i raggi, centravo le ruote, ingrassavo i mozzi e passavo la nafta sulla catena e gli ingranaggi. Mi piaceva la potenza e la genialità di quel mezzo che permetteva libertà, Ora sono un po’ cialtrone, e tra le bici che posseggo, ne uso una arrugginita che suscita molta ilarità in quanto non consona (così mi hanno detto) e che cigola pure parecchio. Questa non ha mai avuto problemi di furto, e non è una considerazione da poco in una città in cui con 15-20 euro ti offrono una bici fresca di prelievo, e poi un’altra, e un’altra ancora. Nella carriera accademica di uno studente ci stanno tre o quattro bici, con l’emozione correlata di essere stato derubato e l’insegnamento dell’inutilità della denuncia. Sembra che il furto di biciclette sia stato derubricato come reato e che alla fine piuttosto che angustiarsi sia più semplice comprarne una’altra, magari la tua riverniciata.  Il comune ha immesso, da poco, 250 bici per spostarsi in città con il progetto good bike, una bella iniziativa, soprattutto per turisti e studenti, non credo eliminerà il problema del furto, ma cambierà qualcosa.

Giro e per percorsi circolari, esploro, mi godo la libertà di una giornata senza tempo, non ho nulla da fare se non guardare, fermarmi a parlare, bere uno spritz o un prosecco.

Agosto in bici, in città.

Caponatina

imageDomattina mi sveglio un po’ prima,

preparo verdure a cubetti,

cucinerò cose gialle, verdi e violette:

qui una punta di bianco

e la’ del rosso a screziare,

in questo tempo occorre amore,

per sommare calore al calore

e angoli di fame futura (si chiama desiderio e speranza)

per poi dipingere un pranzo

che vada un poco nel cuore.

mi fido di te

Ciò che non ho mai detto è il sassolino,

deposto nelle tue mani,

quello che ora morbido ruota tra gl’ingranaggi della vita.

Ingranaggi, senti come sferraglia la parola ?

Sembra una vita di ferro rumoroso la mia,

invece è un sussurro che mi scuote appena,

e cerco le tue mani, che sembrano le mie,

mentre lui gira, nella bellezza delle ruote.

Ruote, vedi le spirali di tempo già percorso?

E’ memoria, mentre loro s’accarezzano con i denti,

come nei baci,

e scivolando, dicono di te,

del tuo muoverle discreta

che ridendo mostri dita chiuse piano su di un cuore,

è qui o qui?

Che potrà mai fare quel piccolo ciottolo di vita,

concrezione d’anima,

lampo di solidificato amore,

se non fermare,

ciò che scorre ora per suo conto,

e ruota in flessuosa morbidezza?

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Che fanno i vecchi pianisti, quelli grandi mai davvero,

sulle tastiere ingiallite dei pianoforti un po’ scordati?

Accarezzano i vecchi strumenti, le carte un tempo amate, 

sui tasti cercano note sempre udite e mai trovate,

e suonano guardando il dorso delle mani, 

mentre si raccontano segreti d’un momento antico:

teatri, applausi a terza uscita, silenzi prolungati.

Spesso così si fermano nel silenzio che vibra dopo il tasto,

perché i vecchi pianisti sanno il suono delle note,

non quelle dei loro pianoforti, mai davvero soddisfatti,

ma quelle udite nel silenzio, guardandosi le dita.

Sono vecchi amanti che serbano memoria

di mani e baci, della tenerezza di ciò che forse è stato,

come il sapore di quella nota che hanno sempre udita,

di quel silenzio che non hanno mai trovato.

meriggio

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Attraverso le rigorose geometrie di Bach, troverò l’ordine mio (pensai)  e sorprendente emerse qualche pace nitida,

non la volontà che ordina il suo tempo.

Basterà alternare, in giusta misura, veglie e sonno (pensai), e il governo delle cose (e il tempo) diventeranno un gioco, 

non m’accorsi d’annegare in oceani d’ordinata noia.

Pensavo, allora, che l’afrore dei pomeriggi estivi possedesse una sua virtù sensuale ,

e dopo, ascoltavo la pelle, gli odori, la luce e la sua polvere danzante,

finché stanco mi perdevo (allora), pensando che tra le trame dei tessuti e dei tappeti ci fosse (seppur poca) l’anima del paziente tessitore

e leggerne traccia, volevo, tra pensieri di velluto,

per questo (pensavo) mi piace il filo rude, l’incerto nodo, il geometrico abbandonato errore.

Quando la solitudine ebbe il suo posto, capii che a perdersi d’infinito, era l’anima mia,

ed essa filtrando tra le trame, cercava un’ ardua sua compagna.

Così, nel meriggio, guardando oltre le rade tende ( pensavo), ch’è trama, crivello per i miei occhi,

m’accorsi allora dei profili muti, che vivono dello splendore d’ombra.

Cieco e sciocco (mi dissi) guardare il gesto del sole e non com’esso schiacci d’imperiosa forza, volumi e cose,

e insegna, la luce, (pensavo) nei misteri della sua assenza, più d’ogni imposta geometria dell’anima. 

Haiku:

di tanto ordine che m’occlude la vista,

l’anima mia solitaria, cerca,

dipanando trame di caos

confidenza

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Penso a quello che ci diciamo, a come cerco di capirti nel profondo, e a quanto bello sia questo profondo, ma anche limitato. Ci accontentiamo  del molto che ci scambiamo, perché c’è un limite.

Penso a come in qualche momento della storia dell’evoluzione si sia perduto il naturale accesso al profondo -e la telepatia, forse- e si mostri la superficie, anche nell’intimità di un comunicare. Come questo sia il prodotto di ragionamenti fatti chissà quando, di modi di pensare neppure nostri, di convinzioni che si sono via via formate con la nostra storia. Ci mostriamo come ci siamo -e ci hanno costruiti- con tutta la fatica del caso e ci pare d’essere nudi, ma occludiamo gli accessi al caos che conteniamo.

Scambiamo fotografie, immagini, ma oltre l’involucro dell’identità apparente, cosa c’è?

Sotto c’è ciò che evolve, il magma che prende e si stupisce se entriamo in contatto con lui, energia vitale che acquista forma nuova, e genera cambiamento. Nuovi modi di vedere, di sentire, forma e concretezza alle passioni, desideri attuati e accantonati, forza che scardina principi che poi tali non erano, genera nuove abitudini. E c’è la paura che il cambiamento ci provoca. Insomma è la vita che muta. E tutto questo è insofferente ai nostri limiti faticosamente costruiti, squarcia la roccia delle convinzioni, mai davvero meditate, e mostra l’azzurro.

Ma noi davvero vogliamo il nuovo e l’azzurro? Forse, in qualche momento di sconsiderato coraggio. Penso che normalmente si debba vivere seguendo il proprio deimos. Allegro, o triste che sia, e restare in consonanza con lui, che essendo il nostro deimos, sa cosa ci fa bene e ci conduce.  Per questo devo capirlo, e accettarlo.

Tutto questo avviene poco sotto la superficie che definisco la mia nudità e, pur essendo il deimos già più profondo di ciò che mostro, non è lui il magma. In esso entrambi ci rigeneriamo e troviamo unione vitale. Qualche volta accade. E’ difficile, lo so, anche dirlo, il profondo non ha parole, non si comunica.

lavoro ed equità

In ogni oggetto che acquistiamo c’è una parte visibile e una invisibile. Quella visibile è il prezzo, la qualità, la marca, il nostro desiderio di possederlo, in quella invisibile ci sono le materie prime, l’intelligenza nel progettarlo, il lavoro per farlo e portarlo fino alle nostre mani. In quella parte invisibile c’è un filo rosso che porta lontano, spesso in paesi fuori dal nostro immaginare, in città brulicanti con lingue sconosciute, in miniere, campi, fabbriche e uomini. In questa parte invisibile spesso si annida l’ingiustizia, il lavoro pagato poco e male, le condizioni di sfruttamento di donne, bambini, uomini. Qualche giorno fa è crollata una factory in Bangladesh cui lavoravano centinaia di persone, paga media 30 dollari al mese per 12 ore di lavoro al giorno. Meglio che lavorare i campi, hanno detto quelli che lavorano in fabbriche simili, almeno qui il lavoro non è stagionale e ti pagano ogni mese. E le condizioni magari miglioreranno di poco per il clamore suscitato dalla disgrazia, ma saranno sempre lontane da quel minimo che tutela dignità e diritti di una persona.

Chiarisco che non voglio che la merce resti nei negozi, anche perché per questi lavoratori sarebbe peggio, ma qual’è il nostro livello di tolleranza nell’ingiustizia e quanta siamo disposti a portarcene addosso?  Poca, tanta, infinita, ovvero facciamo finta di nulla, tanto è così?  E se l’oggetto che vogliamo, portasse un tagliando che certifica che il produttore applica condizioni eque di lavoro e paga una paga fissata come livello di vita accettabile da un organismo terzo come l’ILO  (international labour organization), saremmo più felici di comprarlo o meno? Se sapessimo che la commessa che ce lo vende non viene sottopagata, non è precaria, non lavora nei giorni festivi, saremmo più contenti oppure no?

Ecco, pur sapendo che l’equità è distante dal profitto e ancor più dalle catene della produzione e del commercio, se ogni anno ci avvicinassimo un po’ di più alla giustizia, ne sarei felice. Se sapessi che il mio telefonino, o il mio schermo, non viene da una fabbrica dove le persone si suicidano per le condizioni di lavoro, ne sarei felice. Se ci fosse una graduatoria dei produttori iniqui (e in parte c’è), potrei evitare quelli più ingiusti e incuranti delle persone. E se fossimo in tanti a farlo, questi si affretterebbero a cambiare modi di produrre e diventare più equi. Insomma penso che il primo maggio dura tutto l’anno e che applicarne lo spirito, come discrimine dei miei acquisti è la mia arma libera e pacifica. Tutta questo mondo si regge sul consumo e il consumo può cambiarlo, portiamo un po’ di giustizia ed equità nel nostro acquistare e il lavoro diventerà migliore.

p.s vorrei anche ricordare che molto egoisticamente, che è l’equità che difende i lavoratori anche nel nostro mondo. Dove non c’è equità la concorrenza diventa sleale e il mercato si altera, vince l’ingiusto e il truffatore, e le fabbriche chiudono.

ambiguità

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Accadde molto allora, in quel momento in cui si scelse se omologarsi o meno, se entrare nei ranghi oppure percorrere nuove proprie strade. Prima s’era, come quegli animali da marginalia, dotati di sentimenti e vita nella loro favolosità che incarnava fantasia, fascino e paure mescolate. Animali che l’ambiente leggermente rifiutava, teneva in disparte proprio perché non assomigliavano appieno, non omologabili, insomma. Lì ci fu la scelta se essere “come tu mi vuoi” per necessità d’amore o per fatica, oppure se mantenere la differenza ed eventualmente mascherarla. L’ambiguità prima esterna e poi interna, si è generata allora, convincendosi che essere equilibristi non era impossibile e quindi che le due nature, quella esterna facilmente accettata, e quella interiore, ardua, ma soddisfacente nella sua conformità al sé, potevano coesistere. La società è fatta di rapporti cruenti, di predati e predatori e l’invenzione contemporanea ad essa, dell’amore lenisce questa consapevolezza, riporta in ambiti difesi l’esistenza, ma non basta di fronte al sottostante conservarsi di pulsioni oscure, di modalità conflittuali che trovano composizione nel conformarsi, nell’accettare un ruolo. Pensate all’origine della timidezza, alla difficoltà di essere adeguato e indipendente, per chi non ha nella propria natura l’aggressività. Però predati e predatori fanno parte dello stesso ambiente, alla fine sono conseguenze di atteggiamenti e ruoli, ma il diverso cos’è? E’ un soggetto terzo, non inquadrabile, che rischia di essere preda dell’uno e dell’altro, allora il mimetismo è una difesa, un modo naturale di scindere le pressioni e trovare un equilibrio tra ciò che si è e ciò che vien chiesto si sia.