ambiguità

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Accadde molto allora, in quel momento in cui si scelse se omologarsi o meno, se entrare nei ranghi oppure percorrere nuove proprie strade. Prima s’era, come quegli animali da marginalia, dotati di sentimenti e vita nella loro favolosità che incarnava fantasia, fascino e paure mescolate. Animali che l’ambiente leggermente rifiutava, teneva in disparte proprio perché non assomigliavano appieno, non omologabili, insomma. Lì ci fu la scelta se essere “come tu mi vuoi” per necessità d’amore o per fatica, oppure se mantenere la differenza ed eventualmente mascherarla. L’ambiguità prima esterna e poi interna, si è generata allora, convincendosi che essere equilibristi non era impossibile e quindi che le due nature, quella esterna facilmente accettata, e quella interiore, ardua, ma soddisfacente nella sua conformità al sé, potevano coesistere. La società è fatta di rapporti cruenti, di predati e predatori e l’invenzione contemporanea ad essa, dell’amore lenisce questa consapevolezza, riporta in ambiti difesi l’esistenza, ma non basta di fronte al sottostante conservarsi di pulsioni oscure, di modalità conflittuali che trovano composizione nel conformarsi, nell’accettare un ruolo. Pensate all’origine della timidezza, alla difficoltà di essere adeguato e indipendente, per chi non ha nella propria natura l’aggressività. Però predati e predatori fanno parte dello stesso ambiente, alla fine sono conseguenze di atteggiamenti e ruoli, ma il diverso cos’è? E’ un soggetto terzo, non inquadrabile, che rischia di essere preda dell’uno e dell’altro, allora il mimetismo è una difesa, un modo naturale di scindere le pressioni e trovare un equilibrio tra ciò che si è e ciò che vien chiesto si sia. 

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