vanitas

Ad ogni estate, il rasoio si fa fastidioso, non la barba. La vacanza è soprattutto rottura delle abitudini e lasciar andare le cose per loro conto, mi mette una discreta allegria. La barbetta da hidalgo, scelta 20 anni fa, entra in discussione, ma pacificamente. Per aggiunta, non per sottrazione. Allora è meglio lasciar dilagare verso l’incolto sessantottino, così come si presenta nelle vecchie foto, oppure trovare nuove forme di equilibrio, su un volto che nella barba c’ha vissuto?

Intanto cresce e prude, finché non s’arriccia, punge, ma passa presto, una settimana e ciò che era glabro già manifesta una propria vocazione.

il rischio ora, è quello di andare verso il modello grande puffo, ma messo in 191 cm è fuori posto. Oppure verso il santone, ben sapendo che non ne ho né stoffa né volontà.

Ogni mattina il dilemma si pone, taglio o non taglio? Aspettiamo ancora qualche millimetro, intanto s’arriccia e punge meno, poi il suo destino si compirà e tornerà l’hidalgo.

sex in summertime

L’estate, la stagione del pensiero breve, a volte frenetico, ma anche assente. Segmentato, a pozze, orientato sul sentire. Il caldo esterno associa il calore del corpo, la vacanza estrania dall’abitudine, se c’è un tempo asincrono con questa società fatta di lavoro, regole ed età, questo è il tempo d’estate. Perché l’estate è così simile ed associabile alla giovinezza? Perché si porta ricordi intensi, spesso forti, e al tempo stesso brevi? L’estate è la stagione del sentire epidermico, intuitivo, che non significa leggero, ma portato su quella sfera nervosa fatta di terminali che assicurano l’interfaccia con il mondo. I vestiti leggeri e ancor meglio la nudità, portano alla luce un sentire che, in altre stagioni, è difficile mantenere con continuità. L’uomo si adatta, interpreta, trova equilibri nuovi, poi fa quello che crede.

Mi torna a mente, il Pavese della Bella estate. Lettura di formazione, negli anni in cui iniziava il superamento dell’estate come tempo legato ad altri, e seguire le tracce della sensualità nell’estate, vedendone le corrispondenze con il sentire, era una lezione nuova. C’è sesso e sensualità in ogni stagione, ma la musica, la letteratura, l’arte sono specchio dell’uomo e ci seguono nell’interpretazione di noi nel tempo. Di poco posteriore, ma coevo, nelle stesse estati ben presente, per restare ogni estate, più che un collage di citazioni, provo a rintracciare la sensualità in Summertime. Lasciando le interpretazioni più tradizionali, trovo/sento/provo le tracce di cui parlo, fatte di gioia, meditazione, sofferenza, piacere, desiderio.

Summertime, diventa così emblematico di mille altre associazioni, bacheca estiva in cui incollare la foto nostra, le scelte e preferenze, il desiderio, la stanchezza, il mutare. Summertime, per me, capsula di significato, punte di dita prensili, sfera che rotola sulla sabbia, perfetta colonna da riempire di parole e soprattutto silenzi.

p.s. Ci sono quantità enormi di combinazioni a disposizione, summertime è un esempio e le scelte sono naturalmente personali, progressive, differenti per ciò che dicono. Altri sentiranno altro, e non ci sarà un senso particolare che non sia personale.

2 agosto 1980

File:PicassoGuernica.jpg

Il due agosto 1980, prima di mezzogiorno, ero da poco fuori Adria. In macchina con me, mia moglie e mio figlio. Avevo una 128 blu che correva nella campagna d’agosto verso Rovigo. Lì, tra il verde ed il giallo dei campi, in quella campagna così bella di sole e d’acqua, sentii dell’attentato alla stazione di Bologna. L’istinto fu quello di dire: andiamo. Non per vedere, ma per dare una mano. I militanti, ci chiamavamo così allora, c’erano, non avevano paura. Poi pensai all’inutilità, quanto stava accadendo a Bologna, poteva essere l’inizio di qualcos’altro. In quegli anni il timore di un colpo di stato era forte. E non era accaduto in un posto qualsiasi. Bologna. Un simbolo, un baluardo.

Non avevamo capito nulla, abbiamo vissuto in quegli anni, ma eravamo altrove pur essendoci, pur restando nell’occhio del ciclone. Sembrava fosse nell’ordine delle cose, vivere nell’insicurezza, Pensare che il treno non era poi il mezzo così sicuro che ci consigliavano i genitori.

Parlavano di alcuni morti e di feriti, al Gr2, ma col passare del tempo, il racconto, la cronaca rendeva l’atto per quello che era: un gesto di guerra. Credo che il fascismo, così come lo intesero gli estremisti di destra estrema, i golpisti, avesse lo stesso segno delle stragi che si sono consumate poi in Europa. Ultima questa di Oslo, che il dato fosse il gesto eclatante, la risonanza, lo scuotere l’albero dalla radice per troncarla e sradicarlo. Non successe perché nel conto, non entra mai la reazione positiva, la disperazione che supera la paura, non il dolore.

Ciò che venne da Bologna fu l’orrore che le stragi sui treni non erano riuscite a portare così in alto, Fu la consapevolezza che eravamo paese, comunità e il resto, qualunque fosse il motivo, era barbarie.

Non ci sono state verità, come in quasi tutte le stragi, e in molti attentati. I processi si sono conclusi con condanne, ma resta l’impressione che non tutto si sia detto. Ogni volta che passo in stazione a Bologna guardo quella breccia, mi interrogo su quanto sia stato fatto e quanto si poteva fare per sapere, eradicare, impedire dopo la strage. Mi chiedo cosa valga la memoria civile, Quanto la misericordia si debba esercitare dopo la giustizia. Però prima la giustizia, poi, forse, il perdono. E quel prima non è ancora concluso, quella breccia è ancora aperta, Ogni commemorazione la tiene intatta. Spero che un presidente della Repubblica, un capo del Governo, un vice presidente del Csm, vada prima o poi in quella piazza ed assicuri che si chiuderà quella breccia.

E che non si riaprirà mai più.

Per tutte le Guernica che mettono uomini e città in una rete del dolore senza ragione.

palestre

Le palestre sono luogo di stordimento, di reset, di confronto, di fisicità perseguita, deviata, soggiogata, liberata.

Gli sguardi sono raggi laser, istantanei e penetranti, che subito si spostano, si piegano su di sé, dipanano e nuovamente guardano.

I corpi si dotano d’occhi particolari, un sistema metrico non depositato a Sèvres, si esercita. Oscilla tra distrazione, fatica, interesse, conversazione. Soppesa, valuta rotondità, esercizi, flessuosità, grazia, dis-grazia. Come al corso, come al bar. Solo che questo è il regno degli odori sudati, di pensieri azzerati. Corrispondenze tra muscolo pensiero obbiettivo fatica. Deve finire in un lago di sudore. Solitario e collettivo. E i risultati si vedono, segno della presunta superiorità della vita agente sulla vita cogitante.
La fiera delle vanità e della sciatteria, delle invidie, dei confronti e dell’indifferenza,  oppure dell’impegno, della disciplina, dell’esercizio solitario e meditativo. Dipende. Non è solo il luogo di solitudini serali, in attesa di qualcosa che non accade. Oppure accade tanto di frequente da non avere più importanza.

Alt. E’ solo un’abitudine giornaliera per molti. I più. Una dipendenza salutare, che crea relazioni, amicizie normali partendo da un luogo che normale non è. E come in tutte le vite, anche queste che contemplano l’esercizio fisico, la fatica, la disciplina, un senso di sé profondo c’é.

Basta scegliere, i tipi umani non mutano in una palestra, solo si vedono di più. Sono più nudi, non solo negli spogliatoi, ma nella loro indifesa mostra, sono parte di ciò che vorrebbero essere. Avete presente la differenza tra desiderio e realtà, ognuno di noi cerca la coincidenza, ecco nell’esercizio fisico questo è asintotico, manca sempre qualche pezzo. Questa è la parte dell’esercizio fisico che mi affascina di più, perché non mostra nulla. Avviene tutto dentro in una nudità estrema, limpida che usa l’armonia per raccontare ben altro. Quando così non è,  perde il significato di meditazione sul sé e diventa un compitino, poco importante oltre il punteggiare la giornata, come tutte le abitudini.

Bisogna partire da questo, essere naturali, se stessi, guardarsi attorno con la levità che ammira e poi torna su di noi. C’è una libertà profonda nell’ironia di sé permette di vedere e di vedersi senza troppe analisi e scoprire che gli altri sono quasi sempre migliori, flessuosi, abili, ma con una caparbia costanza a disposizione,volete mettere la soddisfazione di avere un lunghissimo cammino davanti. 

p.s. sul filo dell’ironia pensate al signore qui presente e alla sua capacità di coordinamento

 

l’incrocio

Quell’incrocio non ha ricordi lieti. Abitavo vicino e lo frequento da quand’ero ragazzo. Era lo snodo tra la città dei professori, delle arti liberali ed il rione popolare, per eccellenza: il Portello. Poco oltre l’angolo stavano le carceri, poi fagocitate dall’università per divenire luogo delle mie pene matematiche. D’estate si sentivano i canti dei detenuti, qualche parente sotto chiamava, qualcun altro rispondeva. Su tutto, pioveva la ruggine delle bocche di lupo, delle grate spesse, del portone scrostato. Una sera di pioggia, era d’inverno, ci fu un’incidente. L’autista del bus disse: non l’ho vista. Aveva 17 anni, morì di colpo sotto le ruote posteriori. Ero appena oltre l’angolo, il rumore non mi è mai andato via dalla testa, se passo di sera ancora lo ricordo. Per anni mi sono chiesto, perché lei. Perché una persona che aveva una vita non ancora iniziata, e i perché si sono sprecati, assieme ai punti di domanda, come ogni volta che accade qualcosa che ci fa sentire più soli nell’universo.

Nello stesso incrocio, per anni c’è stata una ragazza. Magra, si muoveva veloce tra le auto. Appena trasandata, e poteva essere un vezzo, ma si vedeva che non era così.

La parola clochard è un eufemismo gentile. Dovuto perché molti, gentili ed educati, lo sono davvero. Lei chiedeva l’elemosina con discrezione, spesso neppure accennava al gesto della mano. Se si voleva si poteva dare.

D’ una bellezza scavata, capelli corti, si notava. Un passato di tossicodipendenza l’aveva allontanata da casa, dagli affetti d’una qualsiasi gioventù, gettata via dall’usuale per passare all’eccezione. Ne era uscita, ma ancora restava sbandata. Le erano rimasti i suoi quarant’anni e la possibilità di scrivere un pezzo di vita: quella che non aveva vissuto e quella nuova.

Si è spento tutto in una notte d’estate. In una strada di cintura, investita da un’auto, mentre andava in bicicletta. Andava, non tornava. Andava da qualche parte, come tutti noi che non abbiamo solo percorsi circolari, abitudini, riti e parole che acquietano.

Dai particolari dell’incidente ho sperato sia morta subito, che non ci siano stati altri insulti e sofferenze a una vita difficile.

Chissà come sono passati per Lei,  questi anni, con pochi bisogni, il cappuccino del bar d’angolo (i baristi hanno cuore), le piccole cose messe a fianco del materassino, in una cabinetta elettrica dismessa. I pensieri, il mondo che vorticava attorno, la vita che sfuggiva e si rapprendeva in improvvise speranze di futuro. L’immagino così, che vuol vivere e che non pensa troppo al passato, ma a ciò che può fare. Serve a me, per dare una ragione, ma chissà cosa circolava nel silenzio di troppe, lunghe ore, nella sua testa.

Al suo funerale c’era la chiesa piena. L’ex assessore, tante persone che forse Lei non aveva neppure notato, persa com’era nel suo sforzo di vivere, conservando una percepibile dignità.

Clochard, ognuno di noi ne conosce qualcuno, a volte mi dico che la distanza è breve. Basta poco. Un rovescio finanziario, una pena d’ amore eccessiva, una dipendenza incoercibile, una vergogna insostenibile, oppure la fuga che rovescia la percezione del mondo. Basta poco. Il mio compagno di banco all’università l’ho ritrovato così, un amico con un segreto troppo grande ha fatto lo stesso. E poi altri border line, si dice così adesso, che erano coetanei e frequentavano i miei stessi posti, prima che le strade divaricassero. Morti di stenti alcuni, d’incidente altri, avevano un destino segnato? Molti anni fa scrissi una lettera ad un giornale e poi un articolo, dove parlavo della concatenazione indifferente degli avvenimenti, del parlar vuoto sul valore della vita umana, dell’insensibilità burocratica che semplicemente eseguiva. Eseguire ovvero l’atto che dà concretezza all’esecuzione, ma senza colpa perché tutto è separato, parcellizzato e quindi l’uomo, la carne, la sofferenza non c’è mai. Un fucile, una mira, un grilletto, una pallottola. Uno sfratto, i mobili in strada, una carta, una firma mancante, le ferie d’agosto del funzionario. Mi chiedevo: perché accade tutto questo, in fondo un problema è un problema. Si affronta, si risolve. Oppure ci si gira dall’altra parte. Vanno bene entrambe le soluzioni, ma nulla è peggio dell’indifferenza.

Al semaforo dell’incrocio, c’è un mazzo di fiori.

Le piacerebbe.

impudicizia

Ci sono cose che prendono gli occhi e la gola, mi parlano con corde, che solo qualche mano riesce a toccare.

Kleiber e’ una di queste emozioni, e’ imbarazzante commuoversi per la musica alla mia eta’, eppure se succede non me ne vergogno.

Con la possibilità di sentire musica ovunque, può accadere in qualsiasi luogo, allora mi ritiro in me, non riesco a comunicarlo.

E cosa si può comunicare di un senso di bellezza che si scontra con te? Nulla.

Meglio stare zitti piuttosto che giustificarsi di sentire.

Meglio mostrare l’impudicizia della commozione che fa sembrare rincoglionito, e risparmia l’offesa dell’incomprensione.

 

Questa è solo una parte dell’applauso che esplode successivamente, in modo inusuale anche per una esecuzione grandissima, unica e di cui si dispone solo di questa registrazione, ma Kleiber era singolare anche in questo: indifferente, rapito e sommo. La parte importante di questo rapporto tra musica, direttore, pubblico è nell’esitazione dell’applaudire. Qualsiasi manifestazione avrebbe rotto l’incanto, poi l’esplosione è liberatoria. La bellezza deve essere esorcizzata! 

 

gestire la propria fortuna

Da tutte le vite che tocco, direttamente o in altro modo, traggo esempi per la vita mia, che esemplare non è. Mi confronto con rispetto, cerco di ascoltare con i sensi che ho a disposizione. D’ imparare, conoscendo la mia ignoranza, almeno i miei errori. Non me ne preoccupo più di tanto, dell’ignoranza, è sempre stato così: non voglio far fatica, è il sentire che m’ insegna. M’attrae il pensiero e la persona, cosa comunica, la sua identità utile a sé e agli altri. Penso che dovremmo essere fruibili, senza darci inutilmente, conservando per noi quello che non può essere ceduto.

Avverto la spinta d’un fronte di storie personali e collettive, che porta innanzi. Ed è da sempre. Mi lascio prendere dall’onda che culla, spinge, risucchia e rispetta il mio saper, un poco, nuotare. Forse questo giustifica la mia fiducia nel futuro e rende più grave l’offesa alla disponibilità, perché è facile trovare la mia porta, forse è difficile entrare, ma poi il rispetto è richiesto. 

Ho posti buoni in cui pensare, vedere, incontrare. La mia terrazzetta, i portici ed il Prato, i bar ( da Anna, il Bologna, i tre scalini ), il fiume, il cielo che vedo dal mio letto, i tetti. Ho affetti essenziali al vivere, pochi amici, a me importanti, interessi che mi prendono. Anche la malinconia a volte m’ aiuta; nel superarla fa vedere che il bello esiste.

Credo d’essere fortunato e che gestire la fortuna significhi avere sempre una vita da costruire.

menoaja

Menoaja, minutaglia.

Come un de minimis non curat praetor, mia nonna me lo indicava riferito a fatti o persone. Era il suo parere definitivo, chi ne era colpito usciva dalla sua sfera d’interesse. Un’ igiene mentale e dei sentimenti forte, stratificata dalla vita. Senza giudicare, lasciarsi condurre dal senso di sé, andare avanti. Orgoglio? Supponenza? Oppure sanità mentale per inadeguatezza propria e/o d’altri. Comunque sia, era ciò che mi diceva nel suo inconscio insegnare. Perché lei, non insegnava, non costringeva, semplicemente mostrava la luna e non il dito. Credo che sia stata fondamentale per me, l’ho sempre contraddetta, amata, rispettata, e nel ripetere i miei errori, l’ho capita.

Se parlerò mai dello stile, della sua importanza nella vita, parlerò di lei. E dei suoi silenzi, e dell’ultima parola ironica che poteva avere sempre, usava liberamente e non feriva mai.

ad ovest dell’Etna

 

 

 

File, decine di file di alberi piccoli, allineati in ettari che muovono verso il giallo dell’erba secca. Alberi bonsai. Adesso. Ma questi cresceranno penetrando le culture a cereali e i campi da fieno. Una testa di ponte. Decisa, ordinata, come una testudo romana pronta alla battaglia. E a vincerla. 

Tra Piazza Armerina e Pergusa, le colline sono fitte di boschi. Conifere, eucalipti, querce, sottobosco. Si sta ricreando una foresta che un tempo doveva essere ovunque, ma il verde da legna finisce alle porte di Enna bassa, poi da Calascibetta, Carloforte, si scende verso Catania per strade interne e prevale il giallo dell’erba e del cereale, gli spazi regolari di marrone sono terre dissodate da aratri recenti, gli alberi sono a guardia dell’ombra delle case. Da Catenanuova cominceranno gli agrumeti, un mare verde, aereo, uniforme come un velluto che si sta per posare sulla campagna.

L’impressione è che sia il verde degli alberi ad invadere. Che il giallo sia pacifico, nel suo stendersi fuori dalle masserie, che i raccolti di cereali abbiano menti diverse, più apprensive e legate al giorno, mentre quelle legate all’albero siano più projettate in avanti, legate, come sono, alla certezza del permanere dell’albero ed alla sua cura ripetuta.  Una linea di demarcazione netta tra due modi d’ essere agricoltori ed intendere la vita. Immagino che la notte di questi contadini diversi abbia pensieri diversi, attese differenti che si vedranno nel giorno. Sembrano colori, ma in realtà è l’uomo che dipinge il mondo governato e si immerge nel colore che crea, lo valuta, ne conosce prosperità e sofferenza, lo porta nella sua vita, pensando giallo o verde. Ma sono fantasie, pensieri da strada tortuosa, mentre salgo verso Centuripe.

Il giallo, ad ovest, si stende su cumuli che sono colline, tumuli di giganti, qualche calanco grigio, piccole macchie di fiori su un terreno da guerra senz’armi. I mercati determinano, suggeriscono, impongono. Il giallo si difende, il verde attacca e sembra prevalere, sul versante occidentale dell’ Etna è così, ma in realtà, continueranno a convivere, è il giallo quello che ha mutato il mondo e l’uomo lo continuerà ad imporre, semplicemente perché il cereale gli ha tolto la fame e continuerà a farlo.

la fabbrica



Scavati nei mattoni d’allumina, decine d’occhi, lampeggiano d’un giallo di bestia, di drago tenuto a bada. All’interno della macchina, migliaia di bruciatori espirano fuoco con un suono slabbrato, basso, continuo, soffiando quei 1600 gradi per fondere sabbia, soda, calcare, dolomia, nel liquido magico che solidificherà, galleggiando su un lago di stagno fuso a 1100 gradi. Qui si genera la magia di un nastro di vetro perfettamente piano.

La macchina dei forni e dei trattamenti, si allunga nell’ unico corpo rettilineo di oltre duecento metri. Segue due livelli e scende, come onda, da quello più alto fino ad un fine macchina che non è  fondo, perché oltre ci sono ancora macchine e poi il magazzino. La fabbrica sembra non finire mai.

La traccia gialla della sicurezza è un bordo di banchina, oltre c’è la nave immota dove la materia, che più somiglia all’acqua solidificata, scorre sulla chiglia, trascinata da incessanti rulli gommati.

Il rumore della cesoia lineare ritma la separazione nell’infinito nastro di vetro, in lastre di 6 metri per 3.21, e la corsa, fluente, continua,verso il bacio delle ventose pneumatiche.

Clang, ooooff, clang, ooooff, clang, ooooff. Taglia, aspira, solleva, taglia, aspira, solleva: il flusso non si ferma mai.

La lastra tenuta dalle ventose, si alza, gira su se stessa, si mostra nuda alle luci gialle e verdi che la guardano cercando l’imperfezione, poi, scelta, si posa, pronta per accoppiarsi su un’altra lastra eguale, inframmezzata da un film di PVB, una plastica dal nome lungo, polivinilbutirrale, che darà una sicurezza nuova, prima mai conosciuta dalla sua fragilità.

Del vetro mi ha sempre affascinato la natura, la fisica da liquido sorprendente, la fragilità dura di poeta, la trasparenza che muta con il tempo, la capacità d’essere altro restando se stesso.

Un flusso di molecole che solidifica senza cristallizzare. Non subito. Lo farà con i suoi tempi, per noi in decine di secoli, mutando la superficie e la trasparenza in insiemi setosi. Come si chiudesse in sé dopo tanto mostrare altro.

Qui nasce il vetro float, il vetro piano. Guardo la fabbrica nuova che si allunga nella sua epicità di grido, di sfida al mondo. La complessità, nel nitore della fabbrica, fatto di volumi grandi, d’aria e luce, di masse enormi di colore, risalta ancora di più. E’ una complessità diversa da quella degli edifici delle città, che è ritmare spazi, superfici, collegamenti, ipotesi di vita. Come non chiedersi cosa avviene nel cervello che pensa i volumi, scava l’aria, mette assieme spazi e percorsi, misure e funzioni, e corregge, modifica, sostiene tesi, enuncia.

Ma la complessità che mette insieme gli uomini, che a loro volta ricostruiranno percorsi, luoghi e funzioni, calandoli nell’architettura delle loro vite, occulta le strutture, le forze che tengono assieme, sostengono ed assicurano le altezze, estraggono la profondità. Nella fabbrica tutto è a vista, anche le macchine possono stupire, ma non confondono, mentre il gioco delle travi nude, delle coperture evidenti, il taglio delle luci dirette, i pavimenti lunghissimi, fortissimi e levigati, gli impianti, i tubi, i colori di delimitazione e sicurezza sono sotto gli occhi, e impudichi, mostrano il disegno funzionale che li ha messi assieme.

Tutto viene in primo piano, come in un tempio greco, dove ciò che sorregge e tiene è forza visibile, palpabile nell’aria, lasciando al fregio, alla decorazione, il distogliere dal gioco geometrico per aprire lo sguardo verso l’anima, cioè la parte che vola e non può preoccuparsi di quello che serve per scandire il tempo del mondo.

Nella fabbrica la complessità del semplice, della scatola che contiene, è tutta in questo parlarsi fra ambiti differenti: la funzione e il lay out, il costo e la rappresentazione, la macchina, il suo produrre e l’uomo. Ognuno al suo posto, senza scarti, possibilmente. In equilibrio. Le ragioni del produrre, le ragioni della macchima, le ragioni dell’uomo, le ragioni dell’edificio.

Guardo travi da 50 metri, leggere come può esserlo un prefabbricato, fatto di costole scavate ed alleggerite, tutto tiene in un equilibrio di forze tese ed immote tra loro. Guardo le pareti a picco, levigate, i tiranti di rinforzo per cavi ponte, tutto apparentemente semplice nel vuoto dove corre l’occhio nitido e composto. Ci sono stati mesi in cui gru enormi hanno sollevato travi e lastre, sono stati scavati basamenti, inserite plinti nei giunti a bicchiere, stesi kilometri di reti di ferro dolce dimentiche del passato di rottame. Si sono fatte gettate ripetute, di cementi ch’erano stati pietra, sono stati coperti sottofondi di ghiaione stesi con sura e spianati, tracciate piste di cantiere, posati cavi, tubi, in un brulicare di funzioni che correvano in mille operazioni di predisposizione, costruzione, finitura. Tutto calcolato, commisurato ai pesi immani che cominciavano ad arrivare, e piano piano, sono cambiati gli uomini, i costruttori e la struttura è passata sullo sfondo, finchè, adesso, è divenuta, finalmente, contenitore.

In queste lunghezze che gli operai percorrono in bicicletta, si producono 6 milioni di metri quadrati di vetro float. Vetro piano che diventerà facciata, contenitore, barriera, difesa, struttura.

Ma nello spazio mutato in contenitore, si potrebbe produrre qualsiasi cosa, in questo sta il grido della fabbrica, lo sforzo del combinare, mutare, creare ciò che non c’è, che non ci sarebbe. Una sfida che permette altre sfide, che aiuta la diversità. La fabbrica è parte di quel processo che consente la capanna e il grattacielo all’uomo, che non limita la scelta, come se la razza umana divaricasse in continuazione dalla yurta al castello, dalla foresta alla pietra levigata delle città e la separazione tra l’homo habilis e l’homo erectus non fosse davvero mai terminata e il pensiero del primo permanesse nel secondo, ma fosse proprio il primo a consentirlo. A permettere che l’uomo sia diverso, che possa rinunciare apparentemente all’economia, al costruire, al fare collettivo.

Solo apparentemente.