Da qualche parte, a casa di mia madre, dovrebbe esserci una valigia che ricordo da sempre. Fatta di un materiale di un bel colore biondo, rigida, con le chiusure a scatto d’altri tempi, quella valigia aveva seguito mio padre e mia madre, sin dal loro viaggio di nozze di guerra. E la ricordo, pesantissima, da bambino, che d’estate si riempiva di spaghetti, “subioti” e altro, per le nostre lunghissime vacanze al mare, dove non c’era la varietà di cibo della città. C’era una gara, con mio fratello, per portarla su e giù da vaporetti, filovie, treni, poi sarebbe tornata leggera, come i nostri occhi, che si sentivano straniati guardando la casa, le scale, le cose mie e nostre, dopo tanto tempo d’assenza.
Ecco, quella nozione antica di peso, non la trovo più, le valigie hanno le ruote, i portabagagli sono diventati rari nelle stazioni, negli alberghi il trasporto in camera, spesso, e’ su richiesta. Un campione di platino iridio giace a Sevrès, ma per chi sarà quella sensazione tangibile da palmo della mano? Sono i nuovi abitanti del mondo a circolare con enormi valigie e bagagli. Mani, muscoli, spalle, collo, testa, equilibrio, tutto connesso al quotidiano, ma ancor più alla nozione del vivere. Una nozione che sfugge ormai in occidente, nella civiltà dei colletti bianchi. Mi sono chiesto, vedendo le montagne di bagagli che seguono uomini e donne vicino a corriere, treni, aerei, da dove venissero quelle enormi valigie, quei borsoni a misura d’uomo, nel senso che possono tranquillamente contenere un uomo. La risposta, dalla Cina, e’ parte della domanda, perche questo significa che c’e un mercato compreso da qualcuno, che giustifica una produzione di massa, che esiste altrove una percezione di una realta’ del mondo fatta di grandi numeri rimossi dalla nostra necessita’. E quindi esperienza del reale, che vediamo e non capiamo perche’ la cosa non ci appartiene piu’. In Africa, in Asia, ovunque, ci sono file di persone in cammino, cumuli di fagotti, di scatole, valigie più o meno sfondate, una sensazione del peso che ci e’ sfuggita. Ci siamo gradatamente liberati dal peso per liberarci dalla fatica, adesso e’ la borsa della spesa a dare la misura, e tende a pesare di più, come sempre accade nei periodi crisi: le cose leggere costano di più, mentre il pane, la pasta riempiono e saziano. Gli anziani lo sentono di più per i limiti fisici e per il progressivo impoverimento. E il senso del peso indica la relazione tra popoli ed economia. In questo caso, riflettere sulla fatica si connette alla percezione del mondo, un rendersi conto di dove siamo e come stiamo mutando, noi, qui ed ora. Quasi un tracciare il limite del nostro recinto, culturale, economico, fisico che, nella liberazione della fatica ha trovato la propria ragion d’essere, ma non riflette e perde senso se non capisce che precarietà e peso sono condizioni del vivere e che lì c’è una delle contraddizioni dell’economia eguale.
Dovevo incastrare le parole nella testa, tenere il minimo lasco tra le immagini, le sensazioni che si accumulavano via via, con le parole che conoscevo, la sintassi, gli accostamenti. Le parole che conoscevo erano il mio mezzo per andare oltre la superficie, far transitare il mio significato. Non con il pretesto di stupire, ma perché era lo sfrido tra parole e senso, il guinzaglio con cui ci si portava a spasso, che doveva essere posto in tensione per ricreare in piccola parte quella tensione-sensazione che si voleva comunicare. Questo comportava tagliare le scorciatoie, i luoghi comuni propri, saturare un modo di pensare e poi abbandonarlo, come se si gettassero via i proverbi, le citazioni troppo usate, pezzi di poesie troppo frequentate ed ormai sterilizzate, gli incipit dei libri, tutto per tenere con gelosia ciò che era stato formazione per metterlo in discussione e farlo lievitare in qualcosa che fosse nuovo e vecchio assieme. Sentivo -e sento- che solo cercando il piacere del significato potevo portarmi vicino a ciò che mi passava per la testa e che altrimenti, lì sarebbe rimasto confinato con il risultato di pullulare, generare circuiti ridondanti, una prigionia interiore senza grido liberatorio. Che poco di quello che pensavo fosse interessante o nuovo, certamente lo sapevo, anzi lo scoprire che qualcosa nato nella mia testa, era anche nato altrove, che le coincidenze fossero così sorprendenti da far pensare una sovrapposizione di teste per un attimo, mi stupiva così tanto da essere ancora più meravigliosa del nuovo. Sentivo di far parte di un tutto più grande, di una comunità che, pur senza conoscersi, da condizioni diverse arrivava allo stesso punto. E che fosse accaduto in passato e così si ripetesse la magia dello stesso pensiero che arrivava alla stessa consapevolezza era altrettanto meraviglioso. Che questo accadesse nella ricerca scientifica mi sembrava naturale, l’oggetto da scoprire era lo stesso e il fatto che gruppi di ricerca ci arrivassero assieme era possibile, anzi quasi una sorta di equità degli sforzi convergenti, ma io trattavo di cose personali, sui sensi che tutti possediamo, senza una particolare intelligenza. Lavoravo sulla mia stranezza, che stranezza per me non era, ma per altri poteva essere e non dovevo mimetizzarla troppo, ma viverla usando più piani comunicativi, uno del lavoro, delle comunicazioni di servizio, e l’altro riservato al mio tempo -che magari libero non era- ritagliando oasi di significato, di comunicazione profonda verbali o scritte per me stesso e ciò che sentivo. Era inevitabile che i piani si mescolassero e che nel fondersi, le parole diventassero improprie e necessitassero di altre parole per essere spiegate, finché ho accettato che prevalesse proprio il significato e che chi aveva voglia e tempo, capisse e gli altri lasciassero perdere. In questo mi sento un apprendista calligrafo virtuale, che non consegna scartafacci di parole ordinate o di stili, ma che è, a mio modo, l’evoluzione di questo, ovvero colui che usa la parola come un segno che contiene, e il significato, per quanto possibile, coincida con il segno e diventi un ideogramma. Mettere assieme ciò che sento e il contenitore, costringe ad una approssimazione, ma anche ad un ragionamento, ad una scelta che scarta, in continuazione, ciò che meno si avvicina, oppure se il sinonimo non soddisfa doverlo circoscrivere portandolo, verso un nuovo significato, spiegarlo e possedere una nuova parola da usare con circospezione, ma effettivamente nuova. Con queste premesse è evidente che non si poteva parlare sempre a tutti e che il limite del comunicare era chiaro a me, prima che allo sbadiglio degli altri. Ci si fa una ragione di tutto ciò e parlare a chi ascolta, diventa naturale, accettando i pochi. Anche il silenzio accettando, perché è un atto di piccola violenza, il voler comunicare ciò che si sente e non ritenere che per accoglierlo, dall’altra parte ci sia meno, che un gesto di lieve amore, di interesse, di accettazione di un confronto.
Il filare dei platani alza il grigio dei tronchi verso un trionfo giallo e bruno. Le strade dei contadini e dei signori erano piacevoli all’occhio, toglievano il peso dell’andare, almeno per poco. Oggi era il giorno in cui i fittavoli caricavano famiglia e poche cose nei carri ed andavano verso un nuovo podere. La sofferenza si consumava, prima e dopo, nel limite della fame e della fatica prima, nel confronto aspro ed ineguale, che annullava casa, luogo, poi.
La mezzadria, i patti agrari, il bracciantato sono termini che nessun giovane conosce, quelli della mia età li hanno rimossi. In cinquant’anni un paese agricolo si è trasformato in industriale, poi in generatore di servizi e marchi di moda, adesso non si capisce bene verso cosa vada. Stamattina ero in mezzo alla campagna, all’inaugurazione di un impianto fotovoltaico a terra da 2.7 MW, cinque ettari di pannelli, un tempo ci vivevano due famiglie a grano, vino, orto, pollaio. Non mi piacciono gli impianti a terra, sono solo soldi senz’anima e per giunta, faceva freddo, c’era il vento giusto per il primo raffreddore di stagione. Una classe di ragazzi di un istituto tecnico, faceva folla, interessati ad un lavoro futuro, ma forse meno alla precarietà dei contratti che lo sostengono. Il prete ha parlato a lungo con Genesi e preghiere, la nascita della luce e il fotovoltaico, più stringato e concreto, l’amministratore della società tedesca ha tagliato il nastro. Io pensavo a Olmi e all’albero degli zoccoli e mi parevano fuori posto quei ragazzi, con i vestiti degli studenti di campagna, fatti di strati di felpe da mercatino e calzoni sformati di jeans, con la professoressa giovane, piena di freddo, vestita per altra occasione, non per quel posto in mezzo ai campi, (calza giusta, vestito di lana a pelle e giubbino da bar del pomeriggio), con l’insegnante maschio, incapottato e desideroso di tornare nel caldo di una stanza. Ne ha viste, e provate, abbastanza, lui, per essere scettico sulle promesse solenni della politica, ma soprattutto sa che non dipenderà da lui quello che quei ragazzi davvero potranno fare nella vita. Sono i nipoti dei fittavoli, a loro non è rimasta memoria dei san Martino di famiglia. E’ rimasta solo una data, che qui si festeggia e oggi quanto mai palindroma. Anzi i proprietari dell’impianto hanno scelto le 11, per l’inaugurazione, ora ancor più evocatrice di influssi astrali. Chissà funzioni davvero per questi ragazzi la baggianata delle coincidenze, che nasce da sistemi di misura inventati da ometti che neppure sanno ordinare bene il mondo in cui vivono. Intorno c’è la campagna della bassa, così bella d’autunno che (lei si davvero palindroma e insensibile), si può leggere in senso inverso e lo dice : io c’ero prima e ci sarò anche poi, voi no. Ed io mi faccio travolgere dal pensiero di ciò che è stato, così immobile di stagioni e fertile di mani, il pensiero trasversale di un sistema di numerazione basato sull’11, mi fa sorridere della capacità che abbiamo di entrare ed uscire dal reale. Come fossi davanti al mare di foglie giallo brune di vite e di platano, pensando che qui, in questo luogo, può nascere qualsiasi pensiero, qualsiasi idea che poi righerà il mondo.
P.S. oggi è anche l’anniversario del mio trasloco in questa casa, con il riscaldamento che funziona a mezzo e con l’idraulico e l’elettricista che parlano di schede digitali e di relais, ed io, tranquillamente, penso che tutta questa tecnologia del benessere e del risparmio è più caduca di noi e del nostro bisogno. Ridiamoci sopra, và, che in confronto ad una scheda elettronica, siamo immortali.
Ricomporre, ripeto la parola ad alta voce, ascolto il significato e il suono che è già legante. La sento come il mastice che rovescia la sindrome di Pandora.
Quanto è stato mobilitato in noi, per rompere un vaso stretto al suo contenuto e quanti equilibri sono, inopinatamente, finiti nella fornace dell’esperienza?
Ricomporre è la conquista dell’interezza, non di un’età dell’oro mai esistita, ma il rimettere assieme i pezzi che erano stati dispersi, ceduti ad altri, dimenticati.
Ricomporre. Vedo un tavolo, di quelli da lavoro. Solido, grande, ed affidabile, allineo i pezzi che man mano si ritrovano e cominciano a dare idea dell’insieme.
C’è una sensazione bella, molto interiore: prendere in mano, saggiare gli incastri, sentire la solidità del combaciare, chiedersi dove sia finito quello che manca e ricordare. C’è una fisicità nel ricomporre interiore, il senso ulteriore che glorifica tutti gli altri sensi, che accarezza con i palmi le rotondità ritrovate e quelle nuove che si sono formate con l’esperienza.
Ricomporre l’esperienza ritrovandone la dolcezza del senso. Non velocità e consumo, ma essere di più, provare con la libertà della lentezza, la gioia della leggerezza.
Non manca nulla e il lavoro procede, qui un pensiero, lì un ricordo, qua un desiderio, ancora una pulsione che aveva spinto ad essere, fare, osare e che ora diventa legante per altro.
Ricomporre come opera alchemica che oltrepassa il tangibile e modifica chi la compie.
Ricomporre per arare, seminare, e raccogliere con rispetto, equilibrio, gioia d’essere che si prolunga.
Quando entro in una casa, cerco d’essere poco invadente, ma ho un riflesso condizionato per cui, dopo l’attenzione a chi mi ospita, lo sguardo corre verso le librerie, e poi, più in dettaglio, sui libri. E’ quello che mi attrae di più dopo aver colto il gusto generale dei mobili e degli oggetti, e questi diventano un dato del mio cercare di capire le idee di chi possiede quello spazio, ma l’importante sono le librerie e i libri.
Credo di farmi condizionare da questo, nel senso che l’ immaginazione corre, mi faccio delle idee sugli abitanti della casa, proprio a partire dalle sequenze e dai titoli, e dai luoghi che li ospitano. Non mi interessa che siano pochi o tanti libri, né la sontuosità o meno delle librerie, ma dove sono, chi li ha acquistati e perché. La mia casa è troppo zeppa di libri e confusa, per essere un termine di paragone, mi incuriosiscono invece i percorsi degli altri. Alcune collane ed editori, mi ben dispongono subito. Mi piace il formato, il carattere, la carta, le scelte degli autori. Ho un antico amore per Einaudi e Adelphi, per Feltrinelli e Laterza, e poi altri, con alcuni piccoli editori bene in evidenza. Già vederli mi fa pensare bene. Spesso riconosco gli autori e in testa, ho traccia dei libri, per cui mi viene naturale chiedere, dimostrare la curiosità che realmente ho. Non di rado mi sbaglio sui percorsi che hanno portato ad acquistare un libro, o tenerlo dopo un regalo ed è un piacere sbagliarmi perché, dal racconto dell’ospite, apprendo motivazioni sulla ragione del leggere che non sono le mie. Trovare quanto c’è di comune e di differente nel scegliere libri, dice molto di noi. Noi siamo quello che leggiamo e se non leggiamo nulla, non è vero che non siamo nulla, anzi, ma siamo altro, apparteniamo alla, non piccola, schiera dei non lettori che vivono, amano, lavorano lo stesso. Però penso che chi legge abbia qualche circuito mentale diverso, che debba esercitare di più la capacità di immaginare e di essere altrove, e che tutto questo porti al relativo del conoscere più mondi coesistenti.
Ci sono persone che leggono moltissimo e non conservano libri. Le loro librerie sono essenziali, tengono solo ciò che non si può considerare letto mai appieno, a volte anche questo scompare in qualche furore sull’importanza dell’utile, dell’oggetto. Tanto ciò che è importante si ritrova, dicono.
Altri come me, considerano i libri un flusso, ne hanno molti più di quelli che riusciranno mai a leggere. In un flusso le particelle scorrono, non si preoccupano molto di preordinare, sanno che hanno una direzione. Per questo chi pensa ai libri come ad una componente del vivere ha librerie che si susseguono, e l’attenzione del disporre (non c’è un ordine apparente), è spesso geografico-mentale. La necessità e sapere, pressapoco, dov’è un libro per poterlo ritrovare, per approfittare della sua amicizia e sicurezza, perché ci ricordi il motivo che ci ha portato a sceglierlo. Il motivo è una possibilità, un dialogo che è iniziato ed è rimasto sospeso. Potrà continuare, continua a sollecitare anche senza leggerlo a fondo. Gli scaffali, sono librerie obese, solide ed essenziali perché devono contenere, spesso poco pretenziose. Ciò che ha portato a costruirle o ad acquistarle era il libro, non la stanza che doveva tenerle che diviene funzione della libreria e non il contrario. Del costruire librerie ho esperienza, credo comune a molti, ma questo è altra parte del rapporto con il libro, che quasi sempre si abbandona con il benessere economico riservando ad altri il compito di raffigurare i nostri pensieri e desideri di raccoglitori. Ne parlerò in altro momento di questa fase della vita, perché lavorare con il legno mi ha insegnato molto.
Spesso vedo case in cui le persone amano in maniera ordinata il conoscere, incasellano il sapere. Hanno studi solidi, sono specialisti, parlano con forza e competenza. I libri sorreggono il lavoro, sono una finestra e un legame con chi condivide gli interessi. Non importa quale sia la specializzazione, ma la curiosità è sempre limitata dall’utile, considerano molti libri un perditempo, il romanzo o la poesia diventano essi stessi funzionali alla passione principale. Hanno librerie forti di persone forti, che si alzano con sicurezza da poltrone in pelle e prendono il libro giusto. Cercano poco e poi il dito indica: vedi, è così!
Ci sono case con un rapporto equilibrato con il libro, sanno vivere e lo frequentano per il piacere del contenuto, non eccedono, acquistano ciò che leggeranno, sanno che la vita è molto fuori del leggere. E il leggere in questi casi fa parte, non è il principale interesse, ma c’è, è importante tanto da trasmetterlo ai figli, da farne oggetto di discorso. Le librerie hanno il loro posto, non sono invadenti, ritrovano il ruolo di contenitore. Se guardo le scelte, vedo immediatamente l’interesse definito, che sia la narrativa dei momenti che si sono succeduti nella vita, oppure la poesia che suona bene, mi riporta ad una visione tranquilla del vivere, dove la curiosità è educata, contenuta.
Lascio perdere il libro e la libreria arredo, purtroppo dicono molto e subito. In questi casi cerco di capire oltre l’apparenza, se poi l’interesse non c’è è meglio parlare d’altro.
Queste sono poche parole sulle mie idee del rapporto libri, librerie, persone e sul tema potrei scrivere un discreto – per pagine, non per contenuti- volume. Si avrebbe una mappa dei miei pregiudizi e storture, molto vicina alla realtà, ma ciò che mi interessa rappresentare qui, adesso, è il fascino che su di me esercita l’ordine nel tenere libri. Mi parla direttamente e devo dire che ancor più mi racconta e prende, il disordine e l’abbandono, la confidenza intima che emerge dall’abitudine, il rapporto automatico, non filtrato dall’apparire, della persona con il libro. E’ il mostrarsi impudico che mi attrae, il prossimo leggere, l’ultima consultazione, la sottolineatura e l’equilibrio precario dei libri in attesa. Se poi apro un libro,ma per educazione, lo faccio poco in casa d’altri, la testa inizia ad immaginare e connettere ulteriormente. Qui mi fermo, non mi devo mostrare troppo curioso e scortese, e torno a chi mi ospita.
Se c’è interesse reciproco, ci sarà tempo per parlarne.
Trieste ti prende le braccia, da dietro come in gioco di ragazzi, e ti taglia l’urgenza del fare. Ti prende il cuore, non ascolta le tante inutilità che vorresti dire, e ride, mentre risale alla testa e ti muta i programmi. In cambio t’investe di sole, di vento, di profumo di cipresso e di platano potato, di erba alla soglia del mare, di terra, di falesia, di sasso e ancora non finisce di stupirti. Solo i pesci guardano muti tanta profusione insensata che ancora non si ferma e posa.
Dal molo Audace si vede intera piazza Unità, un anfiteatro di palazzi che si fida del mare, che accoglie chi arriva. Dovrebbero attraccare qui le navi, come un tempo, ma non quei mostri multipiano che in ogni porto abbandonano in città, l’equivalente degli abitanti di un paese. No, dovrebbero attraccare i piroscafi, le navi svelte di una volta, quelle piene di speranza, e non di noia, e fargli scendere piano i passeggeri per dare, intera, la sensazione del suolo che si ferma. Fargli sentire le gambe che hanno voglia di correre, e spingerli a lasciar liberi gli occhi, di scorrere sui marmi e sulle pietre della riva, perché ognuno abbia la sua personale meraviglia. E poi fare una corsa dal molo fino a piazza Unità, senza sentirsi ridicoli, ma felici del sole, di tanto essere uomini in sé, in questo luogo, che è qui e altrove. Come in ogni mare, perché senza essere pesci è il mare che ci unisce.
Cammino. Lastricato, palazzi, tavolini e caffè all’aperto. Respiro. Cammino.
Respiro soprattutto, il savor di salso, di casa, di buono, di attesa, di pomeriggio, che si stende pigro e promette. Sul mare, tra la marittima e il molo, i canottieri vogano veloci e ridono di mille sfide. Dall’altra parte, il porto vecchio. Sorgeranno nuovi quartieri, abitazioni, grandi negozi, una nuova città davanti al mare. Smonteranno e demoliranno tutto il possibile, ma speriamo lascino una gru di banchina, una di quelle alte, che finiscono in un becco e sembrano un grande uccello posato tra le navi. Se non per altro dovrebbero lasciarla per ricordare il lavoro, la testa dei costruttori di un tempo, il passo ondeggiante dei facchini, l’odore lontano della merce che arrivava.
Magari davvero la lasceranno davvero. Il sole illumina il porto, le fabbriche, le case, ma soprattutto il mare e il cuore si apre e mi commuovo. E penso alla libertà, al senso del tempo, a ciò che mi e’ stato dato e che spesso mi sembra un fardello. E improvvisamente sono felice di essere qui, in questo tempo.
Lo scorso anno partecipai ad una giornata di approfondimento sull’usura da lavoro. I consigli alla fine della giornata, per evitare il burning out oppure uscirne, erano sensati: aumentare del 10% il tempo per sé, non pensare al lavoro fuori dell’ufficio, prendere pause brevi ed intense tra i periodi canonici di vacanza, ecc, ecc. Come tutti i consigli, erano buoni per chi li dà e ragionevoli per chi li riceve, ma finiva lì. Le cose ci riguardano quando ci siamo dentro, non prima, e dopo si dimentica. Per questo vorrei meglio capire il rapporto tra energia e decisione nell’affrontare il rischio, il nuovo. Quando sparisce l’energia e subentra la rassegnazione, ovvero quello che fa decidere ad altro e subire? Pur pensando di avere il controllo della propria vita e presente, le persone, i popoli si svuotano, perché?
Sintomi di burning out, singoli e collettivi. Nel vitalismo assunto a testimonianza che si e’ vivi, operativi come dicono i conformisti (sei operativo? sono operativo, sul pezzo, ma che vorrà poi, dire questo linguaggio da comandi militari in una vita in cui si è spesso guidati e condizionati da altri e in cui si fa quello che ci viene richiesto senza pensarci troppo?), non ci possono essere cedimenti nel ritmo. Casomai fallimenti, ma non domande. Il fallimento è contemplato, i cadaveri sono ammessi, a volte perfino, indicati ad esempio: non ha vissuto per sé, si è immolato. A chi? Perché?
Immagino una mappa per uscire da questa gabbia, e che parta dai propri veri bisogni. Una lunga striscia di carta, larga 21 cm, su cui annotare, come un tazebao, bisogni, fasi, rimedi, cadute, emersione dell’occultato e del disfatto dalla tirannia del fare. A margine, rimuovere costantemente la sensazione d’essere un pneumatico, servibile o inservibile ad un mezzo che deve correre. Perché vuol correre? Solo perché così ha senso, come le vite che vogliono dimenticare ? Cosa voglio dimenticare?
Nel tazebao distinguere quello che serve davvero, quello che è utile, quello che si deve fare perché c’è uno stipendio, una necessità, un ruolo. E poi confinare, perseguendo una vita che includa il benessere diffuso. Prendere spazi e silenzio. Con gusto bulimico togliere molto, vedere il moltissimo in più. Che neppure fa bene. Senza fretta, con tenerezza verso sé. Inventare un carattere idiografico che dica: basta saperlo, farne un sigillo e metterlo a fianco dei percorsi di questo sinusoidale vivere. Avete mai osservato che la sinusoide abbraccia e libera?
A me non piaceva la chimica, era l’idea dell’alchimia che m’attraeva. Senza saperlo, ero antiscientifico, puntavo allo spirito delle cose. E le cose, si sa, non hanno spirito, ma mica lo sapevo, anche adesso ho qualche dubbio. Però poi ho scoperto che anche molte persone non hanno spirito, spesso neppure ironia. Peccato, a me l’ironia ha aiutato. E anche la chimica. Ne ho fatta molta e malamente, l’ho trattata come le altre cose che ho studiato (si fa per dire), poi non usate in nulla di quello che ho fatto. Però tutto è tornato a galla, adoperato per capire altro. Una spinta d’Archimede per una mente inutile immersa nel mare dell’utile, oppure il contrario (?), non importa basta che galleggi. (E non fate battute sulle zucche, usate la fantasia, grazie)
Dai miei pensieri stechiometrici ho appreso a pesare molecole e valutare energia, mi riusciva bene, ho pensato di trasferirlo nei rapporti tra persone, ma se quasi tutto si combinava, i risultati erano imprevedibili. Quindi la chimica mentiva? No, mentivamo tutti, ovvero avevamo verità non condivise.
Il sublime nitore d’una molecola,
questo dopo resta di un amore.
L’usare delle notti i colori insonni,
tornasole di sofferenza,
e poi da siderali distanze, guardare,
la termodinamica degli amori,
esempi di stelle assortite e universi d’antimateria.
Nane bianche, la cecità, la rabbia, la gioia,
scontri d’energia,che
scomposti, sono chimiche di bisogni,
così, a volte, l’attrazione genera molecole semplici
che s’aggregano nel desiderio di creare la terra
in cui rinascere.
La chimica ha un ritmo di tango, scarta e lascia aperta una porta, muta e non trasmuta. ecco la differenza con lo spiritualismo che accompagna chi dal fare muta sé stesso. Anche questa idea della scienza come flusso e danza era una pazzia. La mia insegnante di chimica analitica, apprezzava più quello che scrivevo che quello che facevo, ma mi insegnò a capire che si trova quello che si cerca e che il caso è amico del genio, ma che quest’ultimo è raro, proprio come il caso. Non mi piaceva il determinismo, mi piacevano i colori che nascevano negli incontri tra reagenti, vivi per un attimo, poi nuovamente statici. Go and stop, in attesa di nuovi disequilibri, regalavano nuvole di bianco denso, aranciati, blù notte, verdi mutanti, rossi finalmente non banali, il tutto in variazioni che ogni volta mi sorprendevano. Già usare lo spettrografo mi pareva una diminuzio, mi toglieva il piacere della ricerca sistematica, ma se lo pensavo come una mano che contava e guardava le biglie colorate messe nel palmo della mano era solo un avido, petulante compagno di gioco.
Capirete che con un simile approccio non poteva uscire un chimico dal frullatore. Me ne resi conto subito, però seguendo il principio che utile è ciò che si adopera, accolsi definitivamente il tutto nella tavola periodica del vivere, e qui vi racconto quello che da allora inseguo, con la riserva di copyright, naturalmente. L’idea della periodicità e l’idea del ripetersi nella differenza, assomigliano molto agli umani. Ancora più in dettaglio, la ripetitività nei sentimenti è una costante della vita dell’uomo, e se si racchiudono le fasi dell’attrazione, dell’instabilità, della successiva stabilità, della possibilità di trasmigrare in nuove configurazioni, nel cambiamento chimico fisico che accompagna la vita, la similitudine regge. E’ arbitrario, ma tutto questo assomiglia molto alle configurazioni degli elettroni esterni, tanto più reattive (aggressive) quanto più lontane dalla completezza. Molto d’altro ho idea possa racchiudersi nelle qualità degli elementi, alla ricerca di stabilità attraverso l’aggiunta di qualche elettrone che poi ne muta figura e qualità, questo giustifica il pensarci da parte mia. Sapere quando siamo alogeni, metalli, semi metalli, gas nobili, ecc. aiuterebbe a dare l’idea del mutare costante e dell’essere altro. Questo corrisponde all’idea di flusso e non ai cassetti in cui il sociale tende a mettere gli individui.
Vedo già la riprovazione negli strutturati, in quelli che sanno quello di cui parlano, ma rassicuratevi con queste idee non si poteva andare da nessuna parte che inquinasse il mondo di perfetta solidità del sapere vero. Ho fatto danni altrove.
Un sogno ricorre nella mia vita. E’ un sogno vero e ricordo quando l’ho sognato per la prima volta. Ero un ragazzo.
Nel sogno c’è un muro alto, fatto di pietre incastrate e tenute a calce, non c’è una porta e il muro è una circonferenza. Devo scavalcare per entrare, alcune pietre sporgono per questo e disegnano una diagonale sinuosa che si projetta sul terreno. Una spirale.
Nel sogno salgo, finché lo faccio mi guardo attorno, c’è campagna, qualche albero. A volte scorgo il mare.
Entro nel recinto. E’ il mio giardino arabo, lo sento, con le rose, i tulipani, le dalie, il verde uniforme dell’erba, alternato alla terra rossiccia e la sabbia bianca. Al centro una fontana con una polla, l’acqua trabocca e scende in rivoli. Si perde nel verde.
Mi siedo su un asse di legno, appoggio le spalle alla parete, guardo il cielo. Poi lo sguardo scende e si perde morbido, nel verde, nei colori delle cose.
Ho la percezione dell’equilibrio e della pace. Nel sogno è pomeriggio, verso sera. Posso chiudere gli occhi e riaprirli, e il pensiero scivola tra sonno e veglia senza distinguere. In tranquillità. Ho la sensazione di aver fatto.
La mia interpretazione è che l’orto chiuso è la fortezza di me, il desiderio e la sua soddisfazione avvenuta. E’ la mia misura, nel coltivare e contenere ciò che è prezioso al mio sentire. Nel cerchio trovo il dissolversi del fintamente importante, l’acqua pura scioglie il rigurgito del fondo archetipico, il nero che si trasforma, trascolora, diventa buono e compatibile. La bestia allora convive, corre assieme, gode delle stesse cose, ha lo stesso riposo. Si ricompone l’unità.
E’ un sogno che mi piace molto, purtroppo infrequente, ma so che accompagna momenti di passaggio, di movimento verso il nuovo. Quando mi sveglio sono sereno, un poco mi spiace perché vorrei che il sogno continuasse, sfumasse piano, ma non mi angustio, ho la sensazione che tornerà.
Penso che per aprirsi bisogna avere un recinto di sé, un proprio giardino arabo, che quella circolarità è contenuta in altre circolarità maggiori e che mentre queste si possono aprire, altrettanto serenamente il primo deve restare lo spazio costruito, vissuto, curato.
Quando sento l’inutilità del fare, l’affievolirsi della speranza, il senso del mio limite devo riportarmi nella cellula primigenia. Quella sola che mi contiene. Anche nella gioia è così, esiste un di più da assaporare, che mi appartiene e che posso cedere solo essendo me stesso.
Non ho fretta.
Nel mio scrivere di questo sentire, avverto il superfluo, l’eccedente, mi rileggo ed è come rifilare il bordo di una torta. Di quella che sarà una torta. Per ora è pasta cruda, buona da mangiare, ma diversa da quello che diventerà. Una torta non si racconta, si assapora, il giardino arabo è la stessa cosa, si descrive, ma il sapore è altrove.
Mia madre mi metteva in mano due forchette e faceva incastrare i rebbi. Non sapevo si chiamassero così, già il fatto che dall’incastro nascesse una nuova forma, era una scoperta. Le mie erano mani piccole, allora. Lei aveva una pazienza chiara, veloce, mi mostrava come fare e guidava le mani in quel movimento ellittico continuo. Poi cominciava a rompere le uova, separando tuorlo e albume ( per me il tuorlo, era il rosso, quello che, diventato giallo di zucchero, avrei avuto il permesso di leccare dalla terrina, poi si sarebbe mescolato con il bianco, l’albume, altro nome strano, per finire il tutto, sempre mescolando, nella fecola). A me toccavano gli albumi, sostanze gelatinose, appiccicaticce, che non ispiravano al tatto, e che al gusto sapevano leggermente di sale. Una schifezza, mi pareva, eppure la mamma, riempiva senza posa il piatto fondo in cui adesso riposavano le forchette. Poi mi prendeva le mani e mi insegnava, come si sbatteva. Sembrava facile, ma quel movimento, dopo poco, faceva dolere i muscoli del braccio, e continuava, continuava, e non ci si fermava mai e la gelatina diventava spumosa, poi sempre più solida. Salendo la fatica, con i muscoletti contratti, chiedevo: basta così? Lei prendeva le forchette, le immergeva e mi diceva: vedi, cadono, Devono stare in piedi. Dev’essere solida. E riprendevo a sbattere, non mi sarei mai arreso, era una cosa mia, la difendevo.
Quella schiuma sembrava davvero solida, di un biancore assoluto, sarebbe entrata nei tuorli tirati a spuma con lo zucchero, l’avrebbe diluito prima di unirsi alla fecola. Il segreto della torta margherita era questo, non c’era lievito, solo colore e leggerezza. Doveva lievitare da sé, raccogliere la forza e mutarla in una nuvola gialla che saliva e restava leggera. Essere altro, per riempire la bocca e saturare di gusto.
Da allora penso che la leggerezza sia questo montare dentro, questo cangiare colore e sostanza, conservando sé. Fatica, altro uso delle cose, costanza, obbiettivo, trasformazione. Sembra un mantra del mutamento, un far lievitare senza lievito la parte di noi che vola e cammina.