la consistenza dello spray

Il limite dell’orgoglio, mica è un limite, è l’affermazione che si può dissipare perché si possiede. Basta cambiare tono, affilare le parole che restano tonde e calme, come le bombe dell’ottocento e di topolino, ma è solo apparenza perché, per sputare contro il cielo, bisogna rendere spray la propria essenza vitale.

Quando penso all’atteggiamento tartufesco della convenienza, mi viene in mente un’immagine piegata, un lavorar d’astuzia che genera altra astuzia e poi ancora astuzia in una parabola senza fine che cerca un terreno in cui riposare.

Altri esercizi d’intelligenza sono possibili quando, con un gesto ampio del braccio, si spazza il tavolo. Non battendo il pugno, ma liberando il campo. Ed allora una improvvisa libertà bagna ad ondate. Sembra immotivata, non eravamo gli stessi solo un attimo prima? In realtà s’è aperto un sipario ed un nuovo spettacolo inizia, allestito a partire da quel dissolvere, che non è diminuzio, anzi, ma è il motivo per considerare che il futuro è più interessante d’ un passato rattoppato.

dipanare

E’ mattina, caffè, la notte che se ne va. La radio trasmette notizie dall’Egitto, dalla Libia, dalla Spagna. Il pendolo delle notizie oscilla sopra l’Italia, ma non è solo l’economia che preoccupa, è il fatto che la somma dei problemi individuali non è un problema collettivo. Oscilliamo tra attesa e disgregazione, intervento salvifico e realtà quotidiana.

No, voglio uscire dalla spirale dell’analisi. Chiudo la radio, metto musica. 

Il difetto del pensiero lento è che scava, scivola di lato, agguanta qualcos’altro che non va per il verso giusto. No, questo non è il migliore dei mondi possibili. Scegliere di chiudere tutto, di appellarsi all’abbiamo dato. Oppure usare le cose pensate da altri, le rimasticature, che tanto vanno sul blog e nella vita, o ancora puntare sul personale, sul vitalismo, raccontare/ci che fare è meglio che essere. Io non ho problemi con il passato, è il passato che ha problemi con me. Eppoi che me ne frega del passato, del mio naturalmente, se c’è una cosa di cui sono convinto è il bisogno di interpretare se stessi, e l’età in cui si vive, senza schemi, cercando di assomigliarsi. Questo permette di vivere anche nel migliore dei mondi possibili. 

La giornata si dipana, è una bella parola dipana, dà l’idea del gatto che gioca con il gomitolo, dello svolgere del refe andando a pesca, un’idea sequenziale della vita. Quando disfavano un maglione in casa, la mia richiesta di avvolgere il filo su un pezzetto di carta ripiegata, era subito accolta e mentre formavo il gomitolo, guardavo il filo che scorreva da un lato all’altro del maglione che si disfaceva per linee. Con una polverina sottile di tessuto, diventava sempre più piccolo e sempre meno maglione, mentre il mio gomitolo, per strati trasformava quelle due dimensioni lineari in una sfera. La mia giornata ricostituisce il maglione, dipana un gomitolo di sensazioni 3D in linee ordinate. Lo penso, nel viale di platani, camminando tra le foglie, mentre mi godo l’aria, lungo il fiume, il cielo azzurro e terso, e il sole che mitiga il venticello freddo. E’ un giorno da mare, da spiaggia, seduto con la schiena appoggiata ad un muretto e le ginocchia raccolte a reggere il mento, un giorno da tempo senza tempo, con la fretta del solo caldo, quando occorre. Ma non sono al mare, e la mia giornata dipana verso il primo guaio, ben conosciuto ed ormai solo doloroso. Molte persone con cui non condivido nulla, e che in uno scontro politico sarebbero dall’altra parte, mettono in campo il loro modo di vedere il mondo, cercano di prevalere, ma accettano il confronto e rispettano. Ecco, il rispetto riscatta l’errore, il mio anzitutto e anche il loro. So bene che il secondo guaio non sarà così. Uno del secondo guaio mi ha detto, ridendo, che lui è un bastardo e la regola è quella di chi vince. Qui vado in crisi ed il dipanare diventa stanchezza. Stanchezza di questo modo di vedere il mondo, con cui ho ben poco a che fare. Gli ho detto una volta che se lui era come era, la colpa era anche mia, perché in altri anni lo avevamo liberato dai calci in culo dei padri, avevamo reso normale la nostra devianza e quindi anche la sua. Non mi illudo abbia capito qualcosa, e comunque se ha capito lo considera un atto dovuto. Non ha fatto nulla, ma era un atto dovuto. Dovuto a chi? A me forse, non a lui. 

I pensieri dipanano, la sensazione dei muscoli delle gambe rilassa e crea energia, sorrido al mio camminare veloce tra i ragazzi che vanno a lezione. Dipanare e seguire il filo o lasciare un filo come Teseo per ritrovare la strada, penso all’Arianna che tradiva ed è stata tradita.  Alla circolarità del tradimento.

Meglio seguire il filo della propria vita,

divoratori di spazio e di suono sono gli occhi,

la città di mattina soddisfa la bulimia del seguire/sentire. Dipano, seguo, penso che un guaio risolto è uno in meno e che si potrà dimenticare. 

tauromachia

Governare la volontà e far emergere la propria vocazione, conservare ciò che è utile per sé e per gli altri, ma solo se valgono entrambe le cose. La vocazione, ovvero ciò che potremmo essere, emerge come stimolo, possibilità o gioia se la si riconosce ed accoglie. Questa e’ la mia esperienza, i sogni sono nella normalità anormale che vivo, ed emergono le cose senza valore economico, quelle più gratuite, che da ragazzo erano quasi da nascondere come passioncelle, stranezze di una persona che cresceva e si ribellava come poteva. Nell’analisi degli  insuccessi si impara molto, soprattutto la propria capacita di comprendere quanto sta attorno. Quello che ci sembra banale o vecchio in realtà diventa il muro dei si contro cui ci si schianterà. Adesso nel mio progressivo acquisire tempo, il piacere e’ mescolato al dovere, la disciplina alla gioia di ciò che conta. E’ una presa di possesso di me, non di una parte di me.  Ci sono parole che tolgo con cura, sensazioni prive di senso e di non sentire, non voglio che si faccia strada il: è già natale, è passato un anno, sembra ieri, ma cos’è accaduto?  

Non covare gli anni, che mai come ora mi sembrano tanti e pieni, con il torvo furore, o con i desideri che spadroneggiano l’attimo fuggente. Per tornare alle passioni, governo, rifiuto, dono. Alle mie regole. 

del commuoversi per nulla

Sarà perfettamente naturale, ma il fiorire del rosmarino in questi giorni mi commuove. E mi rende contento la nuvola di profumo del timo, dell’ultimo basilico e della santoreggia, appena mossi con la mano.  C’è un parlottare basso di foglie mosse dal vento, ed un suggerire che non tutto è fatto di forza, che quello che resta nasce dal contrasto momentaneo e dalla pazienza. C’è una profonda differenza nel placarsi nella natura ed, invece, cercare di accordarsi con essa, ascoltarne il respiro. Anche se attorno le case mostrano l’inizio dell’inverno e il verde di città è rado, la vita è più forte di sempre. Ciò che non è uomo, è lentezza, determinazione, accanto a furie che si placano. Un dire che è fatto di rumori forti e moltissimo, naturale, silenzio. Il silenzio ha più forza dell’urlo. E più disciplina.

Ieri parlavo delle parole e del silenzio, nel commento di Nicoletta c’è il ricordarmi che polemos è madre fertile, e che il silenzio è il rifiuto del contrasto, quindi sterile in sé. Io credo nella forza del silenzio, nella sua violenza e disciplina, esercitata su sé prima che su altri. Nel silenzio c’è una forza comunicativa che si modula e che contempla tutto il dicibile: il rifiuto, la riprovazione, la meditazione, l’accoglienza, l’accettazione. Il silenzio è un contenitore che si riempie di significato e di paure, è la misura della sicurezza e del dubbio.

Non essendo un monaco, non pratico il silenzio come privazione, mi tengo la parte dell’ascolto visto che le parole fanno molto parte della mia vita. Per necessità, per scelta parlo più di quanto vorrei, perché non riservare a chi conta l’intera gamma del dire, ovvero tutti i significati. Di questi il silenzio è una presenza forte, intensa di sentimento. anche quando è distanza, sofferenza, cerca di comunicare e stabilire un ponte. Mi piacerebbe a volte, avere l’energia, la pervicacia  che le persone abituate al confronto, alla competizione, mettono nei rapporti, ma non sono io. Sono poco portato alla competizione, ho abbastanza forza per difendermi, ma alle mie regole. La scorciatoia di mettere tutto nelle parole e nel confronto di queste, è peculiare di questi posti, in fondo si tratta di un dialogo traslato dove c’è comunque un dominus. Questo significa che si accetta di rispondere a tutto? Non nel mio caso.  E non per evitare il contrasto, ma perché sarebbe un contrasto ineguale, dove alla fine l’ultima parola l’avrei comunque io. Preferisco altri mezzi per parlare con la velocità del confronto. Per me questo è un luogo di lentezza, anche quando si parla dell’ultimo avvenimento. Altri preferiscono altro, guardo, mi interessa, ma non sono io. Il fatto è che cerco di assomigliarmi anche qui e che il silenzio, fa parte del mio modo di vivere. Stranamente lo esercito di più con le persone a cui tengo, al telefono mi chiedono se ci sono. Credo dipenda dalla necessità di rendere importante l’interlocutore, di confrontarmi davvero con quello che mi sta dicendo. Probabilmente c’è un atteggiamento snobettino in tutto questo, un sentire che sono importante a me e che le mie regole valgono. Accettare le regole dell’altro è già un ridurre quello che si è. Stabilire il campo, le regole comuni, dev’ essere fatto prima del confronto. Il mio post precedente, riguardava poco il silenzio e molto il mio rapporto con le parole, riflettere su come uso l’assenza di parole è una sollecitazione di cui sono grato. 

Ci penso, magari in silenzio 🙂 e poi vi dico.

Forse.

p.s. forse è utile dirlo, sono anche un po’ dispettoso. Allegramente dispettoso.

incapacità strutturali

Non credo di avere tra i miei vizi, l’invidia. Non è un merito, non mi viene, ma questo mi rende incapace di riconoscerla prima che mi faccia danno. E ogni volta che mi colpisce toglie il respiro per la sensazione d’errore commesso. Non ne vedo la ragione, non la comprendo. Mi faccio l’esame dei comportamenti, del modo di vivere, qualche errore certamente lo faccio, ma non ostento, sto al mio posto perché ci sto bene, non cerco onori, quello che ho fatto di pubblico l’ho fatto. Eppure la sferzata arriva e colpisce in viso. Me la prendo con me, con il mio dar fiducia, con l’incapacità di capire per tempo, ma non basta.

L’invidia è qualcosa che toglie qualsiasi luce in un rapporto, quando si capisce che è in azione non c’è più possibilità di comunicare profondamente. Anche la stima ed il bene se vanno e, quello che ancor più mi addolora, è che questo era messo in conto, che nel rapporto era stata contemplata la sua dissoluzione. 

Non posso lamentarmi, dipende da me, da una mia incapacità strutturale e credo che neppure mi servirà molto star male, nel senso che non imparo. Starò attento per un poco, mi chiuderò di più, ma poi il dare fiducia sarà nuovamente la base dei rapporti. Fino alla prossima e poi nuovamente ricomincerà il ciclo: incredulità, dispiacere, ripensamento.

l’ultimo chiuda la porta

Ma davvero dobbiamo mettere in ordine la vita, completare le età precedenti? E se il vivere fosse un flusso, dove se qualcosa resta aperto non c’e bisogno di chiudere, ma solo di procedere e nuotare?

Tanto si e’ quello che si e’ in ogni momento, non siamo quelli di allora quando qualcosa è andato in un verso diverso (rispetto a che, rispetto a cosa? l’esame delle vite possibili si rifà sempre a stereotipi di cui non abbiamo misura di felicità non avendoli vissuti e che sarebbero stati altrettanto insoddisfacenti quanto quelli nostri, visto come è andata ai nostri coetanei).

I nostri nonni chiudevano le fasi della vita, le scandivano ed erano incapaci di una carezza. La riconquista dell’affettività senza tempo e’ una grande opportunità (forse presente per la prima volta in questa misura nella storia umana) che lascia aperte un sacco di porte e lotta ad armi pari con il senso di morte. Essere coscienti di avere un futuro rende positivo il presente e quasi sempre allegro il passato. Le cazzate  sono passate e basta, adesso è tempo di quelle nuove e solo il ridicolo attuale dovrebbe far paura. Ed addestrarsi a riconoscere il ridicolo e’ una grande scuola di vita. Il problema del ridicolo è che gli altri lo percepiscono prima di noi. Per amare la vita bisogna tradire le aspettative, dice Chinaski. Quante aspettative abbiamo tradito e quante invece abbiamo ottemperato pensando di essere diversi solo per i nostri strani comportamenti. Credo che le due parole, tradire e aspettative, abbiano contenuti profondi da scandagliare con pazienza. Non ora, ma cos’è tradire se si segue se stessi? E le aspettative di chi ci pensa a sua somiglianza quanto devono essere ottemperate? Il fatto è che le nostre esistenze interrotte sono fatte di compromessi tra le aspettative e la nostra “vocazione” ad essere. E salvo i casi in cui le porte vengono davvero chiuse, anzi sbattute, questo compromesso da l’idea che una parabola si sia interrotta nella sua fase ascendente. Potevamo essere e quindi ci consideriamo incompiuti. E se la compiutezza in realtà non esistesse davvero e la persona avesse contemporaneamente tutte le età, quelle attuali e quelle precedenti? Allora potremmo vivere più tranquilli, mostrare quello che siamo, non quello che siamo stati. E godere dei nostri tempi ora. Forse la vera differenza è proprio in questo star bene ora senza dover per forza, recuperare ciò che recuperabile non è. 

ri comporre

Ricomporre, ripeto la parola ad alta voce, ascolto il significato e il suono che è già legante. La sento come il mastice che rovescia la sindrome di Pandora.

Quanto è stato mobilitato in noi, per rompere un vaso stretto al suo contenuto e quanti equilibri sono, inopinatamente, finiti nella fornace dell’esperienza?

Ricomporre è la conquista dell’interezza, non di un’età dell’oro mai esistita, ma il rimettere assieme i pezzi che erano stati dispersi, ceduti ad altri, dimenticati. 

Ricomporre. Vedo un tavolo, di quelli da lavoro. Solido, grande, ed affidabile, allineo i pezzi che man mano si ritrovano e cominciano a dare idea dell’insieme.

C’è una sensazione bella, molto interiore: prendere in mano, saggiare gli incastri, sentire la solidità del combaciare, chiedersi dove sia finito quello che manca e ricordare. C’è una fisicità nel ricomporre interiore, il senso ulteriore che glorifica tutti gli altri sensi, che accarezza con i palmi le rotondità ritrovate e quelle nuove che si sono formate con l’esperienza.

Ricomporre l’esperienza ritrovandone la dolcezza del senso. Non velocità e consumo, ma essere di più, provare con la libertà della lentezza, la gioia della leggerezza.

Non manca nulla e il lavoro procede, qui un pensiero, lì un ricordo, qua un desiderio, ancora una pulsione che aveva spinto ad essere, fare, osare e che ora diventa legante per altro.

Ricomporre come opera alchemica che oltrepassa il tangibile e modifica chi la compie.

Ricomporre  per arare, seminare, e raccogliere con rispetto, equilibrio, gioia d’essere che si prolunga.

Burning out

Lo scorso anno partecipai ad una giornata di approfondimento sull’usura da lavoro. I consigli alla fine della giornata, per evitare il burning out oppure uscirne, erano sensati: aumentare del 10% il tempo per sé, non pensare al lavoro fuori dell’ufficio, prendere pause brevi ed intense tra i periodi canonici di vacanza, ecc, ecc. Come tutti i consigli, erano buoni per chi li dà e ragionevoli per chi li riceve, ma finiva lì. Le cose ci riguardano quando ci siamo dentro, non prima, e dopo si dimentica. Per questo vorrei meglio capire il rapporto tra energia e decisione nell’affrontare il rischio, il nuovo. Quando sparisce l’energia e subentra la rassegnazione, ovvero quello che fa decidere ad altro e subire? Pur pensando di avere il controllo della propria vita e presente, le persone, i popoli si svuotano, perché?

Sintomi di burning out, singoli e collettivi. Nel vitalismo assunto a testimonianza che si e’ vivi, operativi come dicono i conformisti (sei operativo? sono operativo, sul pezzo, ma che vorrà poi, dire questo linguaggio da comandi militari in una vita in cui si è spesso guidati e condizionati da altri e in cui si fa quello che ci viene richiesto senza pensarci troppo?), non ci possono essere cedimenti nel ritmo. Casomai fallimenti, ma non domande. Il fallimento è contemplato, i cadaveri sono ammessi, a volte perfino, indicati ad esempio: non ha vissuto per sé, si è immolato. A chi? Perché?

Immagino una mappa per uscire da questa gabbia, e che parta dai propri veri bisogni. Una lunga striscia di carta, larga 21 cm, su cui annotare, come un tazebao, bisogni, fasi, rimedi, cadute, emersione dell’occultato e del disfatto dalla tirannia del fare. A margine, rimuovere costantemente la sensazione d’essere un pneumatico, servibile o inservibile ad un mezzo che deve correre. Perché vuol correre? Solo perché così ha senso, come le vite che vogliono dimenticare ? Cosa voglio dimenticare?

Nel tazebao distinguere quello che serve davvero, quello che è utile, quello che si deve fare perché c’è uno stipendio, una necessità, un ruolo. E poi confinare, perseguendo una vita che includa il benessere diffuso. Prendere spazi e silenzio. Con gusto bulimico togliere molto, vedere il moltissimo in più. Che neppure fa bene. Senza fretta, con tenerezza verso sé. Inventare un carattere idiografico che dica: basta saperlo, farne un sigillo e metterlo a fianco dei percorsi di questo sinusoidale vivere. Avete mai osservato che la sinusoide abbraccia e libera?

accade

Accade che si sfiori l’irreparabile, che ti passi accanto a talmente poca distanza da sentirne l’alito. E che neppure dipenda da te o da quello che stai facendo. Sei semplicemente nel posto sbagliato.

Ieri mi è stata regalata un pezzo di vita. La prossima. Non è accaduto nulla, ma bastava una frazione di un secondo di differenza, un urlo in meno, un freno poco efficiente. Questo mi porta visivamente a considerare la vita come un film liquido, che si può increspare. Quell’increspatura è ciò che accade e che non vorrei.

Credo che questo modo di ragionare non interessi, non m’importa. Di solito si chiede: come stai? Oppure si batte una mano sulla spalla dicendo: non era ora. La prima risposta è, bene e la seconda  è, vero. Si archivia anche la paura, il pensiero di ciò che sarebbe stato senza di noi il mondo degli affetti cari. Qui dicono: ma’e par chi che more ( male per chi muore ), vero, ma far finta di nulla, non ripensare un poco a sé, sarebbe un’occasione perduta per vedere avanti. Non è tutto come prima, è questione di vista di ciò che sta attorno che invoglia a tenere il buono, a lisciare il film liquido.

Sarà il caso, ma questo converge con altre azioni di questi mesi, un segno che star bene significa volersi bene.

coazione a ripetere

Gli errori non sono mai gli stessi, siamo noi che cambiando poco, nell’onnipotenza nostra, pensiamo che il mondo si conformi a noi. Non credo alla coazione a ripetere, ma piuttosto all’eccesso di fiducia nel proprio intuito. E quando questo si rivela fallace subentra la delusione, ogni volta nuova, verso noi stessi. Ci comportiamo come vi fosse una razionalità nell’intuito, stupendoci poi del contrario.

Parlo al plurale perché penso sia una condizione comune a molti che ogni volta, dopo la delusione, si mangerebbero le dita, morderebbero la lingua. Questo punirsi, sempre rivolto a sé, non è casuale, è il riconoscere il proprio errore di valutazione: l’altro non era che se stesso, noi abbiamo sbagliato e questo brucia. Però passa, e se non sfocia nel cinismo, che demolisce l’intuito negando il rapporto positivo tra persone, la delusione, l’insuccesso, qualche volta ci cambia. Appena dopo, il senso di fallimento, rende circospetti nel concedere fiducia, nel sospendere l’impressione positiva verso chi ha relazioni con noi, ma se una persona è fiduciosa, tutta questa cautela non dura e la propensione a credere negli altri riemergerà, sbaglierà ancora, ancora si pentirà. Tanto vale collocare tutto questo alternarsi di apertura e delusione, nel flusso del vivere, educandosi al possibile e difendendo la propria differenza, riconoscendone il valore e tenendola ben protetta.

Dopo ogni delusione, non si rinuncia agli altri, ma è necessario trovare i motivi per star bene, partendo da sé stessi, e dai punti fermi del proprio vivere. Quelli che con fatica, abbiamo costruito come educazione ai sentimenti, alla relazione.

Capire le ragioni dell’altro è necessario, anche concedere credito e nuove chances è importante, ma quante volte? E non dovremmo, a noi stessi concedere quella comprensione che diamo agli altri?

Se si viene presi a pesci in faccia una, due, enne volte, ad un certo momento è giusto, per noi farci delle domande su dove sbagliamo, ma anche trarre delle conclusioni. Non è cosa ed è ora di finire, altrimenti davvero, diventa coazione a ripetere. E’ la parte speculare e buona, della delusione, quella che fa vedere ciò che altrimenti si perderebbe, inaridendo i nostri rapporti. Nel kairos si coglie l’occasione, ma non si ha certezza del buon fine. E’ un’occasione, per l’appunto, e il bello di questo tempo è che questa si ripresenta, riportando fiducia in sé e nel futuro.