mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente.
Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo.
Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.
Gli errori non sono mai gli stessi, siamo noi che cambiando poco, nell’onnipotenza nostra, pensiamo che il mondo si conformi a noi. Non credo alla coazione a ripetere, ma piuttosto all’eccesso di fiducia nel proprio intuito. E quando questo si rivela fallace subentra la delusione, ogni volta nuova, verso noi stessi. Ci comportiamo come vi fosse una razionalità nell’intuito, stupendoci poi del contrario.
Parlo al plurale perché penso sia una condizione comune a molti che ogni volta, dopo la delusione, si mangerebbero le dita, morderebbero la lingua. Questo punirsi, sempre rivolto a sé, non è casuale, è il riconoscere il proprio errore di valutazione: l’altro non era che se stesso, noi abbiamo sbagliato e questo brucia. Però passa, e se non sfocia nel cinismo, che demolisce l’intuito negando il rapporto positivo tra persone, la delusione, l’insuccesso, qualche volta ci cambia. Appena dopo, il senso di fallimento, rende circospetti nel concedere fiducia, nel sospendere l’impressione positiva verso chi ha relazioni con noi, ma se una persona è fiduciosa, tutta questa cautela non dura e la propensione a credere negli altri riemergerà, sbaglierà ancora, ancora si pentirà. Tanto vale collocare tutto questo alternarsi di apertura e delusione, nel flusso del vivere, educandosi al possibile e difendendo la propria differenza, riconoscendone il valore e tenendola ben protetta.
Dopo ogni delusione, non si rinuncia agli altri, ma è necessario trovare i motivi per star bene, partendo da sé stessi, e dai punti fermi del proprio vivere. Quelli che con fatica, abbiamo costruito come educazione ai sentimenti, alla relazione.
Capire le ragioni dell’altro è necessario, anche concedere credito e nuove chances è importante, ma quante volte? E non dovremmo, a noi stessi concedere quella comprensione che diamo agli altri?
Se si viene presi a pesci in faccia una, due, enne volte, ad un certo momento è giusto, per noi farci delle domande su dove sbagliamo, ma anche trarre delle conclusioni. Non è cosa ed è ora di finire, altrimenti davvero, diventa coazione a ripetere. E’ la parte speculare e buona, della delusione, quella che fa vedere ciò che altrimenti si perderebbe, inaridendo i nostri rapporti. Nel kairos si coglie l’occasione, ma non si ha certezza del buon fine. E’ un’occasione, per l’appunto, e il bello di questo tempo è che questa si ripresenta, riportando fiducia in sé e nel futuro.
Per qualche anno la mia azienda, regalò dei concerti di musica classica alla città. Era un modo per dividere, con i cittadini, una parte dell’utile del nostro lavoro. L’esperienza fu bella e particolare, tanto da scordare la fatica dell’organizzazione. E vi posso assicurare che regalare qualcosa, non è facile. Di questi concerti esistono le registrazioni e l’edizione su cd, ma di uno esiste solo una copia del filmato. Vorrei parlare proprio di questo.
Il solista era un giovane pianista russo, Evgheny Brakhman, vincitore di importanti concorsi internazionali. Un virtuoso di talento. Doveva fare tre concerti con noi. Chiedendo aiuto per l’organizzazione, emerse una possibilità: un concerto in penitenziario. Per fare queste cose occorre una buona dose d’incoscienza, ovvero affrontare i problemi man mano si presentano. Noi avevamo l’incoscienza; chi ci aveva fatto la proposta era una cooperativa che lavorava con i detenuti, loro si preoccuparono dei permessi. Noi del resto. Tralascio spiegare cosa significhi portare un pianoforte da concerto in un carcere, comunque si arrivò al giorno.
Era pomeriggio, un sole caldo di maggio. Noi, gli esterni, eravamo una dozzina. Controlli, corridoi, rumore di cancelli che si chiudevano alle spalle. Ma mano si procedeva, si entrava nel ventre d’un animale che viveva, digeriva, graffiava la pietra per rifarsi le unghie. Ma erano i suoni che accompagnavano, i clangori del metallo, i passi, il silenzio fatto di strisce di rumore parallele e noi, alieni, che ci muovevamo in un mondo messo da parte.
La sala era un piccolo anfiteatro, il pianoforte al centro, poi gradinate di cemento fino alle finestre a sbarre in alto. Sedemmo in prima fila, intorno c’era il vuoto. Evgheny era andato a mettere l’abito da sera. Ricordo il tono dei discorsi, qualche parola imbarazzata come i risolini che alleggerivano la tensione d’essere in posto rimosso dalla testa. Il capo delle guardie spiegò che nessun detenuto era obbligato a venire, avevano parlato della possibilità il giorno prima, durante il pranzo. Poteva non arrivare nessuno. E invece poco per volta la sala si riempì. Circa un centinaio di detenuti presero posto. L’attesa sembrava importante più per noi che per loro, che chiaccheravano tra loro. In più lingue e dialetti, la sala era piena di voci. Quando entrò Evgheny calò il silenzio. Di colpo.
Da quel momento il suono e il silenzio cominciarono a dialogare. Il tempo e la vita altrove erano in quella sala, riuniti in qualcosa che apparteneva al mondo esterno, ma era lì, condiviso come accade in una sala da concerto. Quando si ascolta musica a teatro, ognuno prova sensazioni proprie, eppure l’unità della sala si ricongiunge sul palcoscenico, un cono d’attrazione che preme e riceve dal concertista. Ebbene la stessa magia dell’uno e dei tanti si era riprodotta nella sala del carcere. Il programma non era ridotto, era un normale concerto in due tempi. L’ultimo pezzo era la tempesta di Beethoven. Ero un po’ preoccupato per la qualità dell’accordatura del piano, per la temperatura, per la difficoltà e l’emozione che doveva emergere. Ebbene, non ho mai sentito Brakhman suonare, con tanta determinazione e chiarezza. Alla fine ci fu un silenzio che seguì l’ultima nota e poi l’esplosione dell’applauso. Lungo, forte, con richieste di bis, e persone che scendevano dalle gradinate e attorniavano il pianista in piedi, e lo toccavano, volevano abbracciarlo. Le guardie erano preoccupate, dividevano, allontavano. Venne presa la decisione di riportare i detenuti in cella per sicurezza e così avvenne.
Mentre uscivano, ascoltavo i commenti, i bravo detti a voce normale, come fosse uno di casa, le domande sulla provenienza del concertista e chi sapeva dov’era Gorki, lo diceva al vicino. Finché, improvvise, alla fine, un fiotto di parole in russo. Chi parlava era un signore sui 50 anni, alle mie spalle. E iniziò uno scambio di sorrisi e risposte che s’incrociavano, la commozione di una lingua comune, fino ad una stretta di mano che sembrava un abbraccio. Le guardie li divisero immediatamente. L’anfiteatro ormai era vuoto, conteneva solo noi. Gli esterni. Evgheny sedette, e suonò un pezzo breve: Traumerei. Era un bis senza pubblico, anche noi eravamo in più. Era solo per l’emozione sua, per il cuore. Per questo il nostro applauso, alla fine, suonò senz’ eco.
Uscimmo in silenzio, sembrava una consegna concordata ed invece era l’emozione che durava. Dopo l’ultimo cancello i rumori, le luci, le auto, la città.
Come un risveglio nella sera.
p.s.uscendo ho chiesto ad Evgheny se era emozionato e dell’esecuzione che ne diceva, mi rispose: emozionato?davvero tanto e la tempesta, stasera, spero di suonarla come oggi.
Non la suonò allo stesso modo, l’esecuzione fu meno emotiva e carica di forza. Come se una parte della forza del pomeriggio fosse stata spesa definitivamente.
I detenuti avevano avuto il meglio per un’ora, e non mi sono mai pentito che così fosse stato.
Facciamo gli stessi viaggi, viaggiamo su treni di giorno, senz’ avventura di sentire che ci cambi. Abbiamo ricordi comuni di tempi diversi, le stesse fotografie si rivedono fatte con estri differenti. Occhi ripetitivi guardano insiemi che ci accolgono indifferenti, in attesa d’essere toccati nel profondo. Baie di meraviglie dove l’identità si sovrappone, la mia, la tua, avanti un’altro. Qui una serie di foto del bazar, lì la musica comperata in quel negozio sul corso che portava al porto. Leggiamo le stesse guide, percorriamo strade simili in momenti differenti, beviamo, dormiamo negli stessi letti e mangiamo negli stessi alberghi. Confrontiamo i ricordi, le coincidenze, i c’era ancora… Se siamo accoglienti, sovrapporre non sarà una gara, altrimenti l’anch’io diventerà il di più. Il mondo si è ristretto, la leggerezza del turismo di massa comporta lo snocciolare una serie di mete raggiunte e di obbiettivi per il prossimo tempo. Quasi ci si dispiace di non poter programmare, ancor più, questa raccolta di figurine in cui l’unica cosa davvero interessante è l’emozione provata. Questa sì singolare e unica, se c’è stata. E la domanda non dovrebbe essere dove sei stato o cosa hai visto, ma cosa è entrato in te?
Mi piacciono i piccoli negozi di barbiere la mattina. Quelli, spesso vuoti di clienti, con un grande specchio e due poltrone, una sedia e un pacco di giornali vecchi. Annuso l’odore delle lozioni e della brillantina, scelgo un giornale. Poi un altro, due. Sempre bulimico. E la felicità è sedersi, spegnere il telefonino, lasciare che m’avvolgano nel telo e poi dire: si, il solito.
Da dietro il barbiere parla, un po’ con me che ascolto a mezzo e leggo, e un poco, al signore senza lavoro (adesso dice così, ma in realtà è in pensione e non vuole dirlo. Disoccupato gli pare più nobile) che è seduto su una delle due sedie di vinilpelle nera. Semi nuove, sai, inox, le ho comprate da un salone che rifà l’arredamento ogni due anni e con solo due bruciature di sigaretta, che neppure si vedono ( ma da quanto tempo non si fuma più in un negozio di barbiere?). In realtà le due sedie sono due quarantenni, con maliziosi baffi di ruggine e chi le ha vendute ha chiuso la barbieria. Lo conosco bene, ha chiuso, all’improvviso: è andato in pensione, con la stessa violenza con cui chiudeva la serranda. Incazzato con il governo e con il progresso, con la sua progressiva inutilità che neppure gli faceva pagare le tasse. Ma a volte torna nel negozio a prendersi qualcosa e a farsi la barba. Con il rasoio vero, non con questi gillette che con cinque lame non riescono a fare una rasatura liscia come il rasoio vero. Quello a lama libera con cui ti posso tagliare la gola, ma non lo faccio perché per un coglione morto ci sarebbe un intelligente in galera e il cambio non vale. Offrimi da bere e da fumare, lo sai che adesso non posso più né bere, né fumare e che me ne faccio della pensione, se non posso godermi la vita.
Siamo andati a bere, era un torrente di parole calme, fluenti come il movimento della mano che rade. Bere con lui è la cosa più solitaria che possa capitare dopo il bere da soli. Come entra al bar, subito viene risucchiato da una moltitudine di conoscenti- pensionati ansiosi di rimettere in ordine il data base del quartiere. Quello che mi ha messo di buon umore è stato il saluto quando ho pagato, mentre lui restava: grazie r. è sempre un piacere parlare con te.
Se non sta al bar, fa qualche barba e capelli a domicilio, arrotonda.
Mi perdo, godendo questo angolo di universo e intanto il mio barbiere sta accorciando troppo. Lui parla, il disoccupato interloquisce, io sto zitto, mi pare d’essere di troppo, se non per la testa che permette di occupargli le mani.
Zanzotto continuerà a parlare. Con le sue poesie, e con il suo messaggio sociale e civile per la difesa del territorio, della bellezza, della dignità del vivere e non dell’avere. In questo progresso scorsoio, una intervista pochi anni fa, ma anche nel dialogo con Paolini, c’è la visione del poeta che vive di realtà, denuncia il rischio, combatte l’imbarbarimento. La lega e l’uso distorto del dialetto è stato un suo obbiettivo, non il principale, ma quello evidente, che faceva notizia quando la definiva una peste. In realtà nella brutalità degli appetiti portati a norma, coglieva la distorsione delle parti migliori di una civiltà fatta di secoli di contaminazione e accoglienza, di apertura e battaglie per i valori comuni, tutto sacrificato su slogan che diventavano modo di pensare e arretravano tutti anziché far crescere. Zanzotto parlava così forte dei rischi della nostra crescita cieca di futuro e umanità, sui rischi del profitto senza il bene comune, che si rischiava di perdere l’altissima poesia fatta di penetrazione nelle cose, di assonanza tra civiltà, uomo e parola.
Pensando a lui, mi è venuto da riflettere su quanto è stato detto su Steve Jobs in questi giorni, dopo la sua morte. Grande è il suo contributo al cambiamento del modo di vivere, una svolta impensabile se letta nei paradigmi dell’informatica degli anni ’60 e ’70. Ho lavorato per molti anni in quel settore ed è difficile spiegare a chi non ha vissuto in quegli anni, cos’era un mainframe, quale fosse la distanza sacrale che esisteva tra i centri di calcolo e le altre parti dell’azienda. Il dato, l’informazione in quegli anni esplicava un valore dirompente, come ci fosse davvero la possibilità del governo e della manipolazione del tutto. Il gruppo che costruì il primo portatile rivoluzionò il concetto gerarchico dell’informazione, la rese portatile e la tradusse in un’ attività non specialistica. Il computer come macchina personale, da usare senza sapere come funziona. Un elettrodomestico.
In quegli anni la parola parlata aveva preso il sopravvento su quella scritta, il telefono era davvero la tua voce, come diceva uno slogan, ma il p.c. rovesciò le priorità, ritornò al centro lo scrivere. Noi stessi siamo parte di quella rivoluzione e di quello che ne seguì. Quindi Jobs fu geniale, nell’intuire e nel mettere assieme competenze, che singolarmente non producevano nulla se non curiosità, in un oggetto talmente innovativo da scardinare modi di vivere. Fin qui il suo grande talento ed abilità. E non parlo del marketing, certamente anche quello fu centrale, ma fa parte del genio averlo così tanto enfatizzato e reso protagonista. Quello che passa in ombra è come questi oggetti meravigliosi vengono prodotti, quanto conculcano gli uomini che li fanno materialmente, quanta sofferenza racchiudano quei profitti. Questo è il lato oscuro di Jobs. Sapeva, ma questo non era eticamente contrario ai suoi principi, tutto si svolgeva in una transazione dove ciascuna delle parti massimizzava, non importa come, il profitto.
E qui vengo ad Amantya Sen quando sostiene che è fondamentale per l’uomo non essere succube dei valori e della propria storia, ma agire dialetticamente con essi, chiedersi se, pur nel rispetto di essi, ci saranno conseguenze sociali nel proprio agire. In questo l’economia crea mostri etici perché la fedeltà ai principi toglie domande ai depositari della fiducia degli azionisti, giustifica l’ingiustificabile semplicemente non considerandolo un problema proprio. Questo permette, in nome del profitto di alterare l’ambiente, imporre condizioni dure alla vita di chi lavora, toglie diritti reali dicendo: è il mercato, baby.
Zanzotto questi problemi se li poneva e sollecitava una via umana alla crescita. Ogni volta che prendo in mano il mio portatile dovrei pormi una domanda sulla crescita tecnologica e quella umana. C’è stato un momento in cui andavano assieme, adesso non è più così e la prima si inerpica mentre la seconda arretra. Gli effetti sono intorno a noi, ed una riflessione sull’economia del benessere è quantomai attuale. Andrea Zanzotto ci ha aiutato in questo, lo farà anche in futuro.
Molti anni fa ho conosciuto un monaco teologo, molto particolare, fondatore di una comunità. Molti di voi, certamente lo conoscono. Questa persona mi colpiva, pur non essendo io credente, per la forza che emanava. Mi raccontava la sua vita impossibile, fatta di viaggi continui e con poco sonno, masticando peperoncino per tenersi sveglio Lo faceva con molta serenità ed un pizzico di compiacimento. Come fosse una condizione raggiunta da cui partire per fare altro. Ma non parlava della risorsa della meditazione, della passione, dell’approfondimento, e dello studio applicato su di sé, le considerava, cosa che non è, cose intrinseche all’uomo. Serio, diceva che ai 40 anni non ci arrivava, ma che era un misurarsi con la propria resistenza per una buona causa. E’ ancora vivo vegeto e importante per sé e per gli altri, segno che le passioni forti non consumano, ma in tutti questi anni, ha usato la lentezza per spaccare la roccia del pregiudizio. L’ ha usata su di sé e sugli altri per entrare davvero in profondità. Lo fa costantemente con articoli, libri, interviste e cambia il modo di vedere. E’ una persona che ha trovato una ragione forte ed il suo sereno vivere, applica su di sé l’univocità tra pensiero, parola, azione. L’unico segreto che consente una vita libera e davvero mobile nel mondo, perché priva di paura.
La parte interiore conta molto, allinea a livelli più alti i bisogni e soprattutto li soddisfa. Non è questione di quantità, anche la qualità diviene priva di senso, perché non si tratta di misura, ma di adesione a sé.
Ho pensato spesso, in questi anni, ai percorsi di chi come me non ha fede nell’ aldila’,eppure prova il bisogno di misurarsi su terreni più elevati della semplice soddisfazione dei desideri. Che sia la meditazione, oppure lo yoga, o ancora la ricomposizione della mente e del corpo, le discipline orientali, e molto d’altro come via laica alla serenità interiore, ne ho sentito parlare con dileggio, come rinuncia, oppure minore esperienza, perdita rispetto alla vita fatta di desiderio/soddisfazione. In realtà questo aspetto non è per nulla assente solo che non si rinuncia né al corpo né alla mente, anzi, ma la ricerca si articola nel trovare cose che durano, acquisizioni permanenti. Per questo non riesco ad essere indifferente di fronte alla banalizzazione di chi cerca sé stesso. In questi casi, ascoltare e non condividere non mi riesce, e queste voci mi danno fastidio. Come mi infastidisce chi pensa che ogni star bene dipenda sempre e solo dalla nostra volontà. Guarisci, sembra l’invito-promessa che ogni uomo rivolge a sé stesso e agli altri, che poi significa: non disturbare. E cosa c’è da guarire, la normalità inesistente? La medietà che non infastidisce? Oppure guarire è solo star bene e questa risorsa bisogna cercarla dentro, ma anche fuori di sé ?
Domande.
La leggerezza è ancora lontana, e che la strada è lunga come la vita.
Il giorno dopo si deplora, si stigmatizza, si strumentalizza. In fondo le cose sono semplici: da una parte una stragrande maggioranza di ragioni, di diritti violati, di negazioni quotidiane, quindi una legittima protesta. Dall’altra una volontà di distruggere, di rompere cose e simboli senza nome. Ogni domenica in molti stadi la stessa voglia si manifesta e viene arginata, controllata, ricondotta ad evento marginale. Qui ci si potrebbe chiedere perché i black blok nostrani non vengano trattati come gli ultras più esagitati, ovvero arginati, ricondotti in alveo di violenza controllata, separati dal resto dello scorrere sociale. Forse si tratta di cultura dell’ordine pubblico, non perché i carabinieri o la polizia non ce l’abbiano, ma perché dopo “masse e potere” e una letteratura socio-analitica che ha scandagliato il fenomeno, la violenza non può solo essere esecrata, e quindi accantonata, esiste e deve essere riportata in in gestione sociale. A questo serve la legge e certamente la tecnica dell’uso della forza. Non ho nulla da insegnare, neppure ho retropensieri, l’uso della disinformazione e della violenza coinvolge tutti, ci siano o meno pupari e pupi, certo è che la violenza non cancella l’evento. Epifenomeno del diritto violato.
Chi era in piazza ed erano tantissimi, confinati dalla violenza e dalle cariche, è stato testimone di molta dissenatezza ieri pomeriggio. Chissà cosa ne pensavano, ieri sera mi è stato detto: succede. E’ vero succede e, com’ è successo, riaccadrà, ma è naturale essere preoccupati, proprio per l’ inesistente violenza della stragrande maggioranza di loro, per l’incapacità della maggioranza dei giovani di offendere dopo aver riconosciuto l’offesa che ricevono. E’ questa caratteristica che dovrebbe portarci dentro le cose e che dovrebbe essere evidenziata dalla stampa, dai telegiornali: sono giovani che patiscono e non sono violenti, altrimenti non vivremmo tranquilli nelle nostre case, non attenderemmo che qualcuno risolva, metta mano al disagio che ora è sofferenza, dolore. Ieri non potevo essere alla manifestazione, per un evento non rinviabile,ma ero là con la testa, perché mi considero parte della comprensione di quanto accade. Ed andrò alle prossime manifestazioni, come continuerò a guardare, analizzare, pensare e dire che siamo dentro un evento, dove il termine storico, finalmente non viene sprecato. Si ricorderanno le aperture dei telegiornali. Accadde in altri momenti della storia planetaria, e se l’Italia verrà derubricata, come accade troppo spesso, dovremmo chiederci perché, ma il problema esiste e troverà un suo sbocco. Dovremmo avere la coscienza di vivere, non in un fatto marginale, ma in una situazione che riguarda le nostre vite e che ha solo una soluzione: cambiare le condizioni di accesso al lavoro, modificare il meccanismo di rapina legale delle risorse comuni, riportare regole vere di crescita sociale collettiva. Non mi interessano gli individui, non sono la soluzione del problema, gli stessi potenti sono in-potenti, perché possono innescare soluzioni, ma non determinarle. Siamo in un reattore, una pentola in cui ogni variabile produce effetti e la prima azione è diminuire temperatura e pressione. Lo faranno?
Le ragioni sono talmente evidenti che è impossibile negarle, lo stanno facendo uomini di destra e di sinistra, solo qualche imbecille tenta di utilizzare ciò che accade a suo vantaggio, perché dev’essere chiaro che ciò attualmente governa in Italia o nel mondo, ma anche la struttura ossificata della politica non riuscirà a trarre vantaggio da quanto ha sinora ignorato e contribuito a creare. La mia sensazione, e questo riguarda anche e soprattutto l’area politica a cui aderisco, è che si vedano le ombre, si immagini una realtà e per paura o impotenza non si voglia entrare nel giorno. Questo conduce a risposte sul particolare, non affronta il cambiamento necessario perché non lo considera il problema principale. Si pensa che il problema più urgente sia governare i bilanci degli stati, arginare gli attacchi della finanza eversiva (non creativa), anziché capire che la massa su cui si agisce non è argilla inerte e che è questa da governare. da riportare all’interno di una dialettica tra bisogni personali e collettivi. Solo che i bisogni vengono pensati come materia di leggi di polizia, anziché essere trattati come motore del mondo. La libertà può essere conculcata, ma il bisogno non scompare è un assioma dell’umanità, vale anche per il mondo animale. Quindi il ribollire del mondo chiederà soluzioni. Verranno queste, in molti posti con ancora maggiori limitazioni, con privazione di ulteriori diritti, ma altrove con aperture e soluzioni nuove.
Vorrei scrivere d’altro, oggi non mi riesce e senza fare il millenarista, è utile per me ricordarmi che vivo qui e ora e che devo scegliere da che parte stare. Non accontentarmi delle ombre, ma guardare in faccia ciò che accade.
Si sta dividendo il pensiero del mondo. Quel mondo che sembrava a pensiero unico, a vincitore unico, è in sofferenza. L’ha generata lui stesso la sofferenza ed adesso la crepa segna l’edificio, avanza, è un disegno di folgore, una radice. Alla fine aprirà la pietra e mostrerà il melograno nel suo succo.
Domani, in centinaia di città nel mondo, giovani e non giovani, mostreranno la sofferenza che sinora è stata occlusa.
Basterà? Non credo, ma già i giovani americani hanno portato davanti ai luoghi della finanza la loro insofferenza per l’imbroglio planetario che si sta consumando. Premi Nobel, avanzano dubbi sulle soluzioni alle crisi economiche del mondo, parlano dell’altra faccia della crisi, ovvero della miseria, dell’assenza di futuro, dell’inutilità della democrazia che non governa. Si affaccia una concezione insofferente del mondo che ramifica nelle coscienze e coinvolge l’ambiente, la mobilità sociale, l’ingiustizia, il potere, la libertà, i vincoli, il denaro.
Basterà? Non credo, ma per la prima volta dopo molti anni il disagio è mondiale, e qualche governo dichiara che capisce. Obama l’ha già fatto. Se non arriveranno fatti difficilmente la corrente si arresterà, per il semplice motivo che il mondo, ovvero la maggioranza di esso si sta impoverendo con la velocità di una guerra, senza che ci sia la guerra.
Riprende la voglia di pensare, di guardare dentro alle cose, l’individualismo, il vero cancro di questa gestione del mondo, perde evidenza. Inizia la coscienza che le cose non si risolvono più da soli, occorrono almeno basi e opportunità comuni.
Basterà? Non credo. Ci sarà bisogno di una alleanza vasta che guardi in faccia le priorità vere, basti pensare che mentre i governi discutono di pensioni e di diritti nel lavoro di chi ce l’ha, nessuno parla che milioni di persone non hanno né l’uno né l’altro. I partiti d’opposizione ancora non capiscono, al più blandiscono, si rivolgono ai giovani militanti, ma questi ben poco hanno capito perché altrimenti avrebbero già rovesciato le politiche dei partiti, riscritto le agende.
Basterà? Lo spero, abbiamo bisogno di un bagno di realtà, di capire che così sta morendo la maggioranza delle idee, la possibilità di riformare la società portando più giustizia. Credo ci sarà molta confusione nelle teste, che sarà facile smarrirsi, ma se verrà mantenuta la critica a ciò che ha generato questa situazione, ovvero la smodata volontà di profitto, sterzate anche brusche, inizieranno. C’è un mondo da ripensare, la gestione della cosa pubblica e dell’economia da reinventare, solo l’insofferenza per l’offesa patita e in atto assiame all’incoscienza, possono affrontare un cambiamento così immane. Spero molto in questa rinascita del senso comune della storia, di uno statu nascendi che, per la prima volta nella storia, affronti senza guerra l’esistenza di una società con diritti spendibili da tutti.
Può cambiare il mondo e vivere in questi anni può diventare l’avventura di una vita.
Il 10 ottobre, Andrea Zanzotto, ha compiuto novant’anni. Qualche volta ha corso per il Nobel, di sicuro è un grande poeta, un veneto perché scrive nella lingua di Soligo, un Italiano. Prima di tutto un Italiano. Cosa significhi essere Italiano oggi, non è ben chiaro. Io ho un’opinione, ovvero che sia appartenere a qualcosa che rende liberi, fa crescere e sentire che si è in un progetto più grande di quello personale, fa rispettare regole e compiere sacrifici, in cambio restituisce la dignità di una cultura, una lingua, molti diritti eguali, un luogo in cui tornare, un passato da ricordare e un futuro tutto da creare. Parto dal futuro, perché Zanzotto quando parla dei disastri compiuti dalla crescita economica nel territorio della Marca gioiosa e del Veneto, non evoca un passato aulico in cui si era poveri, ma felici. No, parla dell’infelicità del passato e di quella attuale che non può essere compensata da un benessere/malessere, ma anche di quella del futuro che è priva della possibilità del bello e dell’utile. Si è passati da una infelicità ad un’altra inseguiti dalla paura di non avere e quindi di non essere. Questo novantenne è offeso, come molti giovani precari e credo appartenga più a loro che alla schiera di intellettuali conniventi, giovani e vecchi, che sostano nelle anticamere del potere. Si può obbiettare che è un vecchio vizio degli intellettuali colpire la miseria dei tempi, scrivendo nelle case calde, contando su prebende e privilegi che certo un operaio non ha. Non è il caso di Zanzotto, scrive in veneto, potrebbe star tranquillo, essere chiamato a benedire qualche inaugurazione e invece rispetta ciò per cui ha vissuto, la Resistenza, il Paese. Insomma la sua vita, che quest’uomo riconosce e che negherebbe se non dicesse quello che ha sempre detto. Anche quando si era poveri. In Russia si dice che i poeti sono terribili perché vedono oltre la realtà, ne colgono il futuro e quindi lo predicono. E questo futuro esige che l’uomo, inteso come costruttore di un progetto di cui si conoscono fini e rischi, lo prenda in mano.
Per molto tempo, anche ora, sono stato tra quelli che hanno favorito la crescita economica. Ovvero ho aiutato imprese ad insediarsi, ho cercato di far in modo nascessero posti di lavoro stabili e alla luce del sole, ho pensato naturale che lo sviluppo fosse possibile con l’uomo, non contro di esso. L’uomo ha sempre trasformato il mondo in cui è stato, ha divorato specie, eliminato montagne, piegato (così gli pareva) la natura a sé. E’ necessario ora trovare la compatibilità tra questa pervasività/trasformazione e la capacità di equilibrio/rigenerazione. Già oggi un centinaio di giorni prima della fine dell’anno abbiamo già consumato le risorse del pianeta dell’intero anno. E questo accade e peggiora ogni anno. Il tema è tutto qui: come arrivare ad un bilancio che segni un pareggio e non un deficit da consegnare al futuro. Non sono un apocalittico, ma non ho neppure così tanta fiducia che la scienza risolverà tutto, e tantomeno la politica. Entrambe rispondono al principio di profitto prima che all’interesse comune, e il principio di profitto comporta che la somma di ciò che costa sia inferiore al prezzo a cui si vende. Tutto questo agisce su ciò che apparentemente non ha costo, anche Marx lo considerava tale, ma almeno allora, un umanesimo nei fini c’era. Quindi decrescita felice. Credo che questo sia il messaggio di Zanzotto, unito ad un senso civile talmente alto da far capire che il bene comune comincia in casa, nel quotidiano, nei pensieri, nel vedere davvero lo sfacelo in cui siamo immersi, nel provare speranza e perseguirla, nel dire basta: fermiamoci, pensiamo.
Questo è un territorio bellissimo, il tempo cancellerà le ferite, ma è il passaggio, questa stagione ad essere cruciale. Non riesco a trovare volontà di cambiamento, priorità che dicano che capire, studiare, prima di fare, è essenziale. Esistono gli strumenti: le valutazioni di impatto ambientale, le fattibilità, i piani industriali. Basta capire cosa si vuole raggiungere, qual’è la priorità. Consapevolmente rallentare, non perché ce lo impongono gli altri che stanno consumando più di noi, ma perché questa è la scelta consapevole. Oggi la priorità è il lavoro. Ma quale, quello precario che divora persone e territorio, oppure altro, e che sia stabile, che permetta alle persone di vivere, non solo di comprare cose. Negli strumenti che ho citato, la legge è il tetto con cui bisogna trovare la compatibilità, ebbene, questo non basta più perché ogni volta che si ragiona nel particulare, il generale subisce un’ulteriore peggioramento. E noi viviamo nel generale, non solo nel particulare. Da anni vengono proposti modelli e realizzazioni compatibili, anzi a impatto decrementante, io stesso lo faccio. Non si fanno perché costano. Ecco, bisogna sfatare la fanfaluca che sia possibile mantenere inalterate le componenti economiche ed avere miglioramenti determinanti, ma assumere un costo chiaro non dovrebbe essere un problema, proprio perché comunque adesso c’è comunque e lo si assume in forma surrettizia, attraverso tutte le altre componenti di costo sociale. Una proposta potrebbe essere di detassare gli investimenti che vanno in direzione di un miglioramento ambientale, che fanno immobili energeticamente attivi, che non alterano il ciclo delle acque e dell’aria, che accettano di sottoporsi a protocolli di salvaguardia ambientale commisurati al luogo in cui si insediano perché le compatibilità sonodiverse da luogo a luogo, e così via. Molto meglio che finanziare i pannelli solari nei campi coltivabili e soprattutto meglio che dire: crescete, poi qualcuno provvederà. Perché non provvederà nessuno, se non si provvede ora.
L’Italia, non la padania, è il settimo paese industriale al mondo e se riconquistasse un ruolo più alto nelle potenze dell’intelletto, della cultura, inizierebbe una considerazione diversa per questo Paese. Non penso solo al banale ritornello dell’investire nella ricerca, senza dire dove e perché vanno i soldi, ma del progetto di avere premi Nobel, di essere un paese che importa intelligenza e non la cede ad altri, di creare un modello di pensare la crescita partendo da ciò che si ha. Ma noi abbiamo un ministro del bilancio che dice che la cultura non fa pil, dove volete che possiamo andare. Il grande imbroglio della crescita è questo: far pensare che questa sia altrove da dov’è , non mostrare i luoghi in cui avviene, occultare il bilancio vero per ciò che si fa, dicendo cosa si dovrebbe fare. E questo purtroppo non è solo dentro le fabbriche, ma anche nel mondo del sapere, nella sua creazione e trasmissione, della criticità di esso. Non ce l’ho con la scuola e tantomeno con gli insegnanti, senza di loro questo mondo non si cambia, non si vede. Mostrate il mondo, fatelo vedere ai ragazzi, ditegli che si può cambiare. Di questo parlo e di questo mi parla Zanzotto.
Improvvisa è emersa la consapevolezza della pletora di baci che circolano sui blog. Non me ne rendevo conto, distratto come sempre, ma che senso ha?
Un bacio è trasporto di mente e di labbra, non solo una parola. Su quelle labbra virtuali o meno c’è un pensiero non superficiale, meglio usarlo con parsimonia. E’ prezioso.
Oggi parlavo della leggerezza, di cosa significhi per me. La leggerezza è il pesare poco sulla terra, è l’essere bamboo, seguire il vento ed al tempo stesso saper fortemente chi si è. Occorre una forte identità per la leggerezza, una profondità che si affina scarnificando. Per questo un bacio, una parola, un amore, un affetto, valgono. Valgono se sono il noi profondo. Distratti e rituali non servono a nulla: rumore di fondo.
Chi voglio e chi mi vuole, si devono incontrare e come in ogni transazione positiva, ognuno perde qualcosa per avere molto di più. Non per un momento, ma per molto, moltissimo.
Allora torno all’affilé, il coltello che seziona e distingue nelle parole come negli affetti. Divento più esigente e l’homme armé riprende il suo posto.