briciole

Dopo la pioggia, la luce si è distesa, è satura di riflessi,
illumina l’aria ancora indecisa se portare l’annuncio del freddo,
però gli uccelli, che sanno la stagione, s’avvicinano a casa.
Ricordano le briciole dell’anno passato,
la porta che s’apre di primo mattino,
l’umido caldo della notte che esce,
e le mie parole che parlano loro
ma sono solo suono.
Sono tornati indecisi d’incontro,
prenderanno coraggio
verranno vicino alla porta,
piegheranno il capo per scrutarmi
e poi si fideranno.


Viviamo in tempi complicati,
pieni di pieghe e d’anfratti dove la luce infeltrisce:
in essi s’annida rassicurante il passato,
ma molto muta,
è rapida la stagione del mondo.
Si saggiano equilibri,
nefandezze e grida d’aiuto,
emergono altrove entusiasmi,
ma nulla è silente agli spiriti liberi.
Netto il confine del nuovo,
feconda la possibilità dell’umano
con meno dolore e ingiustizia,
ma è anche baratro del male,
in cui si trascina il peggio dell’uomo.
La mia generazione pensava di aver qualche merito, nell’esser vecchia e stancamente felice,
ora misura la sua forza residua nelle piazze,
dopo aver molto dissipato,
chiede umanità e vita per aver qualcosa da dare,
si chiede cosa lasciare che non possa essere annientato.
Vorrebbe non essere responsabile,
generazione stanca e pasciuta,
di miti geometri che misurano speranza e buone parole.
Ma solo resistere e difendere il buono
è continuità della specie.


Tornano gli uccelli,
nel profumo di caffè, attendono briciole,
si fa strada un pensiero:
Tu che puoi fa che la memoria non sia mai delusa dal nuovo.

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