la bellezza resta nell’aria

Che sarà rimasto dell’aria
che conteneva Il mio corpo
davanti al quadro di Bridget Riley?
Le molecole per accoglierlo si sono spostate,
dei neutrini forse hanno attraversato
indifferenti,
qualcun altro s’è avvicinato
e ha intrecciato le aure.
Ma senza volere.
E del vedere che ha prima scrutato e poi cercato,
è rimasta solo l’eco,
l’impressione d’una vibrazione che si trasformava in bellezza.
C’erano voci attorno,
alcune normali,
altre sussurrate,
avranno sospinto l’aria
con atomi di sé.
Senza sapere hanno accarezzato un timpano,
ma anche il viso e il collo d’uno sconosciuto.
E del viso che s’è allora girato,
degli sguardi per un attimo incrociati,
del particolare che ha stupito,
cos’è rimasto?


Il quadro immobile,
faceva muovere i corpi eretti, piegava con gentilezza le teste, generava pensieri che cercavano appigli di conosciuto,
lo sapeva, il dipinto, quando è stato fatto,
che pian piano diventava un foglio
su cui ciascuno scriveva
con caratteri solo a lui conosciuti,
e dipingeva un particolare a suo modo,
metteva sul bordo l’impressione sopraggiunta
e infine lo lasciava cadere volteggiando
nella pila di fogli della sua memoria?
Poi il corpo si muoveva,
gli occhi cercavano altrove
e occupavano nuovi spazi
mentre vibrazioni e atomi,
mescolati assieme a pulviscolo,
danzavano.
Era la memoria dell’aria,
che finiva in uno stipo dell’universo
dove il momento e il possibile
si archiviavano in attesa,
d’un nuovo presente
e si faceva compagnia con le infinite bellezze disponibili.
Bellezze che durano e mutano
oltre ogni sguardo,
oltre ogni pensiero
e non si curano neppure d’essere a noi, tali.

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