gianna

Cameron Diaz “in love” con Gerard Butler, è una notizia che non so come assimilare.

Questi simboli si innamorano, hanno le farfalle in pancia, la testa che non riesce a pensare ad altro, proprio come noi. Sono umani con i body gard, con i trainer, con tutte quelle persone che si nominano in inglese e non sono la mia badante moldava. Li ho sempre visti nudi oppure in abito da sera: pensavo vivessero così, senza l’equivalente della vecchia tuta che mi accompagna e porta verso l’autoironia.

Questi fall in love scombinano.

Caspita! Credevo scopassero solamente ed invece hanno tutti i 73 tasti del pianoforte dei sentimenti: sconvolgente. Già con la Bruni ero in crisi e timidamente avevo chiesto al mio meccanico di togliere il poster della signora che è innamorata e capa di stato, ma adesso chi lo dice ai camionisti e alle auto officine che devono togliere le foto nude di Cameron, perchè Butler si incazza?

Gianna e Agnese mi piacevano di più e magari si è capito.

 

non pensarci

Da qualche tempo i vecchi ci mettono una pezza, mi viene in mente la soluzione di “onora il padre e la madre” e quella più allegra di ” non pensarci”. I giovani sono a disagio, non trovano il posto in cui stare, il genitore risolve.

E’ allegro Zanasi, spesso si ride. La stessa comicità che ci prende quando uno è balbuziente, oppure inciampa e cade: affettuosa e sollevata di non essere noi il soggetto dell’ilarità. 

Essere coscienti dei propri problemi è opprimente in questa stagione del mondo: ma non era più bello quando non ci dicevamo proprio tutto e l’nquietudine si curava con gli ipnotici?

A proposito una Agnese c’è stata nella mia vita e nella vostra?

la folia

Qualcosa ha colpito questo paese e tutti noi e si è creata una crepa da cui è fuggito a poco a poco il buon senso, il rigore della speranza, la capacità di trasformare il ridicolo in riprovazione. La vicenda Alitalia, la spazzatura in Campania, Berlusconi che parla e smentisce, la falsificazione sistematica dell’evidenza e molto d’altro, danno la sensazione dell’inaffidabilità tipica della folia. Pensate a Giuliano Ferrara che ha perseguito in tv lo scontro verbale, al pari di tanti politici eccitati da presentatori boxeur e che ora si lamenta della contestazione ricevuta. Pensate agli artefici di questo clima, creato ad arte per seppellire la verità e la discussione sotto le urla e la prepotenza e chiedetevi se vi va bene.

Oggi per me è importante avere la possibilità non solo di criticare, ma di verificare la mia critica e farla diventare prassi. Bene, Berlusconi questa possibilità non me la darà mai e se molti di quelli che pensano singolarmente lo capiscono, il voto andrà verso uno spazio dove non è più la frammentazione partitica a fare la differenza, ma le idee e il futuro che ci aspetta.

In sintesi voto per avere un campo di gioco, delle regole, e una palla, poi la valentia si misurerà nel gioco.

E’ possibile non ripiombare nel centro destra, è possibile uscire piano dalla folia che ci ha preso, è possibile riportare il lavoro e la persona al centro della società, è possibile…

Io credo di sì.

tartufi e pomodori

Quanto accaduto a Bologna, con Giuliano Ferrara, mi ha riportato alla mente un comizio di Pannella, a Padova, negli anni buoni della contestazione. Pannella era liberale, anticomunista e digiunante da un mese, per qualche buon diritto poco condiviso. Il luogo del comizio era piazza della Frutta, uno dei luoghi belli, della città. Ne avevamo parlato, ridendo, nei giorni precedenti, finchè era nata l’idea della contestazione non violenta. Già allegra prima di attuarla, l’idea divenne bella, nel suo divenire. La cosa fu semplice: una tavola imbandita sotto il palco, ricca di pollastri, paste fumanti e di mescite di vino, con noi seduti a mangiare e conversare, mentre il digiunante parlava. Poco tenero, ma spiritoso il Pannella. Meno i radicali che tentarono lo scontro, ma la non violenza prevalse. E come poteva essere altrimenti?

Ciò che non mi convince di Bologna è il coro sul finto Voltaire, dell’immolarsi perchè l’avversario possa parlare. Questo, al massimo, mi andrebbe bene se l’altro facesse altrettanto, ma non è così . E allora non facciamo i tartufi, fingendo di non vedere qual’è la posta in gioco e la natura dell’attacco ai diritti. Se i centri sociali, non mi convincono per ciò che fanno e dicono, parlare ad alta voce e dire qualcosa di diverso, aiuta ad uscire dalla purea di pomodoro in cui ci siamo ficcati.

Lo sapete che voto partito democratico, mi sembra la cosa sensata nel momento in cui si arrischia la deriva, ma ciò non toglie che un pò di aria protestante in questo paese serva. Solo per capire che fuori c’è la primavera.

p.s. non condivido il giudizio di chi dice che questo episodio, abbia dato fiato ad un candidato scomparso. Se fosse così, il calcolo, sarebbe davvero positivo, perchè ogni voto che transita dal competitore al voto inutile, è un voto guadagnato.

prendere o lasciare

In sintesi:

  • ci si innamora per voglia, necessità, allegria, caso, non per programma;
  • quando ci si innamora svolazza di tutto, dalle farfalle in pancia alle rondini in testa, i pensieri e le gambe ecc;
  • non dura per sempre (la razza umana già ha i problemi suoi ad esistere da stronza, figuriamoci innamorata a tempo pieno), evolve anche se non passa;
  • la fase amorosa successiva, consolida e si esprime attraverso la richiesta, la condivisione, il rischio, la convivenza (nel senso di vivere con, non nel senso di abitare per forza sotto lo stesso tetto),  la gelosia e il possesso (ma questo riguarda solo oltre il 90% dei casi, quisquilie), le regole comuni, ecc;
  • la fase amorosa, a volte, muta in altre forme d’amore (sei importante come sei, ti accetto e cresciamo assieme), a volte evolve verso legami deboli-forti del tipo tenerezza, affetto, ecc, a volte impallidisce e riapre il ciclo delle possibilità di innamoramento;
  • comunque la passione, spiritello indicatore, ci avverte senza mentire, di ciò che accade e sta a noi interpretarne i segnali;
  • infine ci sono i periodi senza innamoramento, in cui l’attenzione si rivolge verso il sè, si cerca la modalità dello star bene senza impegni forti, si è bastevoli a sè stessi.
Questa è, più o meno, la meccanica generale con le sue infinite varianti, con un momento/snodo in cui si  decide se andare avanti o meno. Avviene all’incirca, nel passaggio dall’innamoramento all’ amore: in questa fase, se si è sufficientemente lucidi, ci si dovrebbe chiedere cosa si vuole dall’altro, quali sono i nostri desideri, le paure, i cambiamenti necessari.
Per cortesia, non diciamo, che non vogliamo nulla, perchè le pretese ci sono sempre: l’appartenenza, la reciprocità, la condivisione, ecc. 
E già che ci siamo, cerchiamo di capire cosa siamo disponibili a mettere in gioco di nostro, sapendo che alcune cose resteranno in ombra.
E’ il prezzo del rischio di amare e di essere belli agli occhi di un’altra persona. Perchè è vero, quando si è innamorati corrisposti, si è belli per qualcuno e un poca della bellezza che ci viene appiccicata addosso è visibile a tutti.
Don Giovanni e Bovary non c’entrano in queste faccende. Don Giovanni esaurisce lo sforzo nella seduzione vittoriosa, esorcizza la donna da cui si sente minacciato, conquistandola. Usa l’ esasperazione del gioco dell’amore usando le parole che rivolge all’altra, per sè. Bovary vuole sentirsi bella e importante, far sì che una storia letta divenga la vita, gioca sè stessa in ciò che non ha. Entrambi sono altro, forse perchè la serialità in amore funziona poco.
Mi soffermo sul lasciare: cosa ardua e quasi sempre inelegante e maleducata. Se lasciare è il bilancio del possibile, credo non ci siano alternative, ma se invece è il risultato di un calcolo, ho l’impressione che ci siano poche speranze, per la fase dell’essere bastevole a se stessi. Voglio dire che si può passare un periodo lungo senza nè innamoramenti, nè amori, ma perchè questo tempo sia davvero nostro abbiamo la necessità di amarci, di star bene con noi stessi. Niente di meglio, portare poi, questa nuova consapevolezza nel nuovo innamoramento. Se ci sarà.

Beim Schlafengehen

Questo è uno degli ultimi quattro lieder di Strauss.

Li ascolto spesso la sera per ritrovare ciò che durante la giornata era finito al vento.

Questo lieder, va a Pigretta e ad Emma (senza conoscerne i gusti musicali), seguendo le tracce che lasciano nel bosco che si risveglia.

come again

Come again, sweet love doth now invite

Thy graces that refrain To do me due delight,

To see, to hear, to touch, to kiss, to die

With thee again in sweetest sympathy.

A due amiche, Topolina e D. che hanno ripreso a sorridere e a tutti noi che vogliamo volare.

infelicità

Ascolto di insofferenze domestiche, di figli infelici, di amori finiti che legano, di passioni che faticano a trovare il proprio corso, di pessimismo civile. Gli insoddisfatti sono maggioranza in questa società, fintamente satolla, che parla continuamente di felicità.  Come se au contraire bastasse esorcizzare il contrario quotidiano della felicità, per farla emergere.

 A volte  penso sia una questione di ordine d’importanza e che, riconosciute le cose che davvero servono, tutto il resto sono problemi da ricchi, cioè da persone che hanno più del necessario. Ma anche questo non mi accontenta, perchè la sofferenza è sempre reale e non si può essere felici pensando a come staremmo peggio se non avessimo quello che abbiamo. Credo che vivere sia un dis-equilibrio delicato, come il camminare, fatto di bisogno e soddisfazione, con rari momenti di coincidenza.

Le letture e l’esperienza mi dicono di valutare la vita nel suo insieme, attendendo felicità, ma sapendo che per il solo fatto di essere vivi e amanti di qualcosa,  l’evoluzione è sempre positiva.  Ma questo è un punto di arrivo, che arriva spesso troppo tardi.  L’umore collettivo è la sensazione della somma di tante piccole infelicità quotidiane e personali che pesano sul mondo, impedendone la crescita sua e nostra.

Così la vita è davvero camminare sulle ninfee.

Senza affidarsi al peggio per apprezzare quello che si ha, esiste una modalità per cambiare la nostra visione del quotidiano?

Forse lasciando aperta la porta della disponibilità, accettando la sofferenza dell’incompletezza, forse usando i sensi e il tempo a disposizione, forse relativizzando i successi, forse affrontando il rischio di amare.

Uso i forse perchè ormai so solo ascoltare e mi rifugio nella sfrontatezza di un gesto tenero per supplire alla parola che non avrebbe significato per chi ascolta.

altro

Con leggerezza di stile, precisiamolo: io sono altro.

Ribadiamo la diversità, il nostro pensiero singolo, l’essere con altri, ma noi stessi. E’ un diritto, sta in noi esercitarlo o meno. Possiamo uniformarci, lasciarci prevaricare, a partire dai sentimenti per finire nella politica, ma lo sappiamo bene che il prezzo del quieto vivere è l’insoddisfazione. E questa non ci lascia scampo, è un tarlo a volte sottile e spesso annichilente, che porta al relativo, dove noi siamo il relativo rispetto alla vita voluta, desiderata, sognata.

Trovare assonanza dei gesti con le proprie note interiori, come esercizio costante, da accompagnare prima nei dì di festa e poi nel quotidiano. Una fermezza gentile in regalo a noi stessi, come augurio comune.

ascoltate

http://www.lastampa.it/multimedia/multimedia.asp?IDmsezione=14&IDalbum=8788&tipo=AUDIO

Ascoltatela, perdio, ascoltatela questa telefonata al 118, perchè questa è Italia, questo è il lavoro, questa è vita vera.

Ascoltatela e piangete, emozionatevi, bestemmiate, urlate, fate quello che volete, ma rifiutatevi di pensare che è la normalità. Che è normale vivere e morire per lavorare, che questo è un prezzo lecito da pagare al mercato.

Ascoltatela e fatela ascoltare, ai vostri cari, ai vostri amici, a chi può ascoltare. 

Diffondetela, fino a far emergere l’insofferenza, fino a far riconoscere chi è da una parte e chi dall’altra.

Facciamo in modo che ci sia una data per il diritto al lavoro senza morte, una data da cui comincia una inversione del cinismo imperante e che questa sia il 6 dicembre 2007.