La conversione di Magdi Allam e la ecclesia che ostenta e trionfa: dopo il protestante Blair, il mussulmano scrittore. Di converso, il prete di Trento che fa la colletta per la moschea dei musulmani immigrati, viene diffidato dal vescovado. E’ lo stesso mondo fatto di soluzioni puntuali: mónadi di esemplarità in un agire coerente. Non arrabbiatevi agnostici, laici, atei, cattolici di frontiera e varia umanità, è nell’idea di chi possiede la verità, esibire ciò che rafforza la sua supremazia. Ma con la stessa mano, questa verità, provvederà a reprimere ciò che crea la contraddizione, la molteplicità delle verità. Meglio, comunque, queste conversioni piuttosto che quelle sul letto di morte, vi ricordate di Gottuso? La chiesa scientemente opera per situazioni esemplari al fine di rafforzare un pensiero medio. Ma che fa la laicità teorica ed imbelle? Lascia che anche nella politica, il pensiero uniforme prevalga. Il cambiamento che poggia sulla ereticità viene disincentivato e ciò che rallenta il nuovo, viene favorito. Non ci sono schieramenti netti divisi su questo, come se il secolo procedesse solo sulla tecnologia e la società si fosse fermata. Anzi quest’ultima, spesso arretra, spaventata dalla propria crescita. Oggi il pensiero individuale è un bene prezioso e negletto, che crea la differenza e chiarifica: pensare singolarmente è un atto d’amore verso sè stessi e verso gli altri, arduo come tutti gli atti d’amore.
l’avrete notato
L’avrete notato, parlo d’altro, guardo panorami, evoco passioni personali, scrivo di sentimenti, bisogni, desideri. Eppure un pensiero non riesco ad esorcizzarlo: perchè dovrei meritarmi 5 anni di epigoni del berlusconismo? Badate bene, non mi preoccupa la politica liberista, la cantilena sul comunismo incombente, e neppure la possibilità di una Italia a coriandoli regionali. Se la destra fa il suo mestiere con coscienza, il dualismo conservazione vs. innovazione è parte del sistema democratico e non guasta le fondamenta comuni. Ciò che non sopporto è il dilagare di un modo di pensare in cui il denaro ordina il valore sociale, la solidarietà viene confusa con carità, il codice è orientato dai problemi delle lobbies, il lavoro giovanile o maturo è un prodotto della fortuna, la sanità, la scuola pubblica e le pensioni sono pesi sociali. Ciò che temo è che si disfi definitivamente il tessuto lacero che ci tiene assieme, che gli interessi personali prevalgano alla luce del sole su quelli collettivi, che il senso comune della moralità dell’agire pubblico venga stravolta. Il centro sinistra ha fatto molto perchè emergesse un senso del relativo, nell’agire politico. Forse non poteva fare le riforme con una maggioranza così composita, ma questa idea di mediazione e compromesso, ha portato verso un paese che non si entusiasma più per i propri valori. Ora le cose sono più nette e gli schieramenti definiti, ma il problema è salvare i fondamenti: la laicità dello stato, la difesa dei diritti della persona, l’eguaglianza sociale sostanziale, il diritto al lavoro e alla retribuzione. E chiedersi da che parte questi diritti potranno crescere, magari insufficienti e con incazzature, adesso e nel futuro.
lasciamo tutto e andiamo via
magari dopo le elezioni, se non Si Può Fare
auguri
Da molto tempo ho un cattivo rapporto con gli auguri dal significato religioso, nel senso che non hanno per me significato. Non mi muovono nulla, si riferiscono a cose che guardo e limito al rango del conoscere comprensivo. Mi interessa, sono curioso: la notte di natale ero in piazza san Pietro per vedere le persone in attesa. Ho anche cercato di entrare in chiesa, affascinato dalle luci, i canti, la ritualità. Era interessante, ma capisco che chi crede ci trova cose e sensazioni che non mi appartengono.
Questi giorni di festa pescano nel miei ricordi di ragazzo, nelle preesistenze dei campanacci agitati per scacciare presenze maligne, nel fascino e nella potenza di formule latine e greche che chiedono conto del male fatto, nell’uso della tenebra e della luce. Qualche anno fa ero a Ratisbona la notte di pasqua e sono entrato in cattedrale. La chiesa era immersa nel buio, gremita e silente. In mezzo all’abside, illuminato da un cero, il lettore si rivolgeva al vescovo e al popolo, scandendo le parole. Poi l’esplosione del gloria e della luce: una saetta ha attraversato le navate diretta ai sentimenti e ognuno ne ha ricavato il suo. E’ stato emozionante, ma mi fermo a questo livello di sensazione profonda.
Capisco che le feste per chi ha fede hanno altri significati, epperò non è il mio bisogno. Sarà per questo che gli auguri mi mettono a disagio come una formula vuota. Che faccio, uso la formula degli auguri astronomici, assolutamente incomprensibili? No, amici cari, vi auguro di passare tre giorni allegri, con bel tempo e buona compagnia. E poi ciascuno ci aggiunga ciò che conta.
mocha
Post particolare, da perditempo: in rete ci sono altre perversioni e intelligenze. Quindi non lamentatevi in caso di lettura.
Mocha è un inchiostro Parker. Il colore è tra il caffè a tostatura media e la castagna.
Sulla pagina bianca o avorio, accompagna bene la scrittura ricca di rotondità. Dipende dalla granulosità del foglio e dall’assorbenza, ma lascia una densità irregolare ai contorni delle lettere che ne accresce il fascino. Usualmente lo adopero con pennino medio, a taglio diritto, sufficientemente morbido, su stilo Omas, Parker Mosaic, Aurora oppure sulla classica Pelikan nero-verde. Quest’ultima è la stessa della mia infanzia. Su questa penna si potrebbe scrivere assai: ha accompagnato sgorbi infiniti e scritture veloci, disegni al tratto e marginalia, ha coinvolto giacche e camicie in disastri, si è lasciata mettere in disparte contando sul suo fascino da ragazza. Ripresa, non si è lamentata e l’amore è ricominciato. Associo questo inchiostro a queste penne, proprio per la morbidezza di colore. Altre pennini e penne danno il meglio con altri inchiostri e colori. Ad esempio la Montblanc si esprime bene su colori decisi: il nero, il blù-nero Pelikan, il rosso rubino. Naturalmente, sono opinioni ampiamente contestabili.
Devo giustificare tutto questo, che è vaniloquio per molti? Non credo, la scrittura con pennino su carta adeguata, fornisce sensazioni apprezzabili per chi non giudica lo scrivere a mano un esercizio inutile. Della serie o si conosce e piace, oppure non c’è verso. Regalare una stilografica è impegnativo e spesso inutile. Una stilografica non perdona, diventa faticosa e non regge a nessuna comparazione: è utile solo se è un piacere, una passione. Nello scrivere con la stilografica le lettere sono più lente e dense, il tratto medio o il fine, dopo uso prolungato, permettono di apprezzare meglio le parole nel significato singolo e nel contesto, fosse solo per la necessaria lentezza di scrittura. Anche chi disegna ottiene effetti particolari. Nel caso del mocha, si evocano echi di sud, caldo, ricerca d’ombra, interni.
Una passioncella innocua? Non tanto, visto lo spazio che occupano gli inchiostri e le penne nei miei cassetti, ma limitandosi nell’acquisto, si può convivere. E come per i piaceri che devono restare tali, senza schiavitù, si usa alla bisogna.
Con poca cura le stilo, sono amici fedeli e restano, hanno una loro identità, ma prendono l’impronta di chi la usa, assecondano l’inclinazione e il peso di una mano. Modellano una scrittura sulla personalità di chi scrive, si lasciano ammirare, ma sono per sè, non per altri, specie se disattenti.
lunissanti
Sono sceso da Castelsardo verso Stintino, la mattina dopo Lunissanti.
La domenica delle palme c’era così tanto maestrale che buttandomi in avanti non cadevo e la sensazione era di essere portato via. Un metro e 91 per 90 chili che vola sopra i tetti. Un fuscello maneggiato dal vento: bellissimo.
La notte successiva la processione con le confraternite e i figuranti. L’immagine del violinista di Chagall e della sua inquietudine, mi accompagnava nella notte. C’è lo stesso sapere arcaico in chi suona un violino o modula la voce sulla monodia del canto rituale. Entrambi sanno che in aria suoni e pensieri si combinano: gradevoli, profondi, inquietanti. Dipende.
I sogni da ” Mandrolisai” svaniscono con il giorno: a Stintino, dunque, in cerca di spiaggia e mare severo.
E a Stintino, tra le parole leggere del mezzogiorno, sono spuntati i cercatori di ricci. Appena riparati tra cespugli e rocce, con mastelli di plastica, già pieni.
L’offerta del riccio aperto, con il pane da intingere e il vino é stato il gesto antico dell’ospitalità al forestiero. Richieste di notizie? Poche, sulla provenienza e sul dialetto. Qualche ricordo di lavoro o militare, qualche parente emigrato: Lo conosce? Abita lì da tanti anni. Non lo conoscevo, ma era come l’avessi frequentato.
Ho pranzato con i ricci, tra folate di vento, chiacchere sui carciofi “moretti” e sul cantar parlando, mescolando ricordi di solitudini isolane. Solo a volte -e per caso- la bontà dei ricci ha soverchiato il piacere dell’esserci. Solo per caso abbiamo mescolato dialetti e riso in silenzio.
E con le pause lunghe, la sera è arrivata presto.
Si promette, la sera e si crede alle promesse, di esserci, sentirsi, rivedersi. Forse è per il rito del fuoco, che rinserra persone e pensieri in cerchi magici di condivisione. Forse perchè c’è una vita parallela che a volte tocchiamo, rendendo sbiadita l’altra che pratichiamo. Forse perchè quello che manca è al suo posto che attende. Sia esso uomo, cosa, sentimento, amore. Forse…
A Stintino torno solo per i ricci e per il maestrale. Ogni anno.
del parlar carinamente
Wolfang Amadeus M. mandava lettere e biglietti alla moglie Costanza, riempiendola di soprannomi, di dolcezze verbali, di giochi linguistici e nonsense che suonavano bene: tutti nel contrappunto di carinerie e dichiarazioni d’amore. W.A. amava le donne, nel senso letterale del termine eppure parla di sé come di un maritino fedele: non c’era contraddizione, si usava. Anche adesso.
La mia tesi è che l’eccesso di carinerie nasconda una difficoltà ad affrontare le proprie paure, le insicurezze, la sessualità difficoltosa. Come nella concretezza e crudezza per esorcizzare la timidezza, si enfatizza una parte di sè.Nell’eccesso di dolcezze è come fosse necessario un velo per rassicurare e non dire ciò che si dovrebbe e cioè che le cose non sono davvero così stabili. L’altro è un completamento indispensabile, ma come una tavola a cui aggrapparsi più che un altro io, con cui navigare, condividere e confrontarsi.
L’insicurezza, la difficoltà del rischio di perdere sono avvolti da una nebbia di tenerezze e parole. Vuote? Solo in parte, perchè c’è molto, ma manca la forza di diventare adulti davvero.
Non è un giudizio di valore, si può restare adolescenti per sempre ed essere felici. Chi l’ha detto che bisogna per forza crescere.
16 marzo 1978
La notizia del rapimento mi aveva seguito per strada, fino alla Camera del Lavoro. Ero sindacalista. Ci fu una riunione rapida e appena proclamato lo sciopero generale, iniziarono le assemblee nei posti di lavoro. Chi non ha vissuto in quegli anni non può capire gli errori, il senso di precarietà che circolava. A Padova c’era autonomia, chi nel sindacato si era schierato col PCI era un obbiettivo, la notte c’erano telefonate silenziose, paura e diffidenza.
Quanto sto per dire può essere fastidioso, ma l’impressione che ebbi dalla prima assemblea era di interesse limitato per l’accaduto. Come facesse parte della normalità, fatta di morti ammazzati, di bombe, di precarietà. Qualcuno sollevò il problema della giornata persa in busta paga, altri zitti, sarebbero andati a lavorare. Li guardavo e pensavo che erano lavoratori come me, che Moro era democristiano come gran parte di loro, che dovevano sentirsi colpiti almeno quanto noi. Non c’era diversità tra di noi nella difesa dello stato, se non ci fossimo opposti sarebbe passato tutto, citai la resistenza, le lotte. Ma restava la distanza e alla manifestazione ci furono gli indomiti, i convinti, i precettati, non il sentimento corale della ferita subita. Nei giorni successivi fu sempre più difficile, discutevamo, ma il tira e molla della trattativa, rendeva tutto più distante. Mi occupavo di servizi e pubblico impiego, ma continuava l’impressione dolorosa di una separazione tra le persone e l’accaduto. Parlavamo della scorta, di 5 poliziotti ammazzati per il loro lavoro, dell’insicurezza come cappa che ti stava addosso e ti faceva star sveglio quando in treno passavi le gallerie dell’appennino. Ciò che percepii allora era un paese già stanco di battaglie, che rifiutava la politica e le brigate rosse, che si chiudeva nel proprio quotidiano per lasciar fuori l’interesse civile. Sulla questione della fermezza dello stato spesso prevaleva la pietà, ma sembrava ininfluente la manifestazione, lo scendere in piazza. L’epilogo colse di sorpresa, anche gli indifferenti, credo che moltissimi speravano, credevano, che l’enormità non sarebbe stata compiuta e se Moro fosse stato rilasciato, le brigate rosse avrebbero avuto qualche consenso insperato. La mia sensazione è che già allora si fosse consumato molto del tessuto che teneva assieme vita civile e politica, quotidiano e lotta per i diritti. Molti di noi hanno cominciato a vedere la DC diversamente dopo il sequestro Moro, a distinguere e considerare che non tutto era eguale, che l’ideologia era una scorciatoia, non una visione del vero. Quell’evento cambiò molti e il dolore successivo non fu solo pietà, ma la consapevolezza della fine di qualcosa.
domenica sera
ti aspettavo la domenica sera,
la pelle come erba:
profumo, elastica dolcezza.
Ti respiravo a faccia in giù
i denti nella carne piano,
e sulla soglia della notte
richiami lontani, subito perduti,
si vedeva, voleva,
tra spazi di luce automatica.
La scala ricordo,
non il freddo,
le mani,
non le voci
e le mie nefandezze, che aspettavi
nella traccia curiosa.
Ogni domenica sera, d’inverno,
un sapore avvolge il vuoto:
pensa, scrivo ancora il tuo nome
sull’alito del vetro
e guardo luci e gocce rigare
giù, in questa gravità vitale.
Ma non ho pianto mai,
ho copiato solo l’acqua che scendeva
e dis-faceva
me in te.
beninteso
La mia piccola società è pubblica e progetta e realizza aree produttive, immobili e servizi. Ci rifacciamo a principi di basso impatto ambientale: il meno possibile per quanto ne sappiamo. Ci pare di realizzare insediamenti compatibili e con valore “etico”, visto che minimizziamo il profitto e cerchiamo che ci sia lavoro stabile nelle aree create. E’ un lavoro con punte di entusiasmo e problemi notevoli, basti pensare che gran parte della cura è ora verso la stabilizzazione, la manutenzione e il recupero di ciò che esiste. In questi casi restituiamo più verde e qualità del vivere rispetto a quella che c’era prima.
Alvar Aalto diceva che ogni giorno bisognerebbe attraversare una foresta per andare al lavoro, per non farci scordare che esiste un rapporto profondo con l’ambiente in cui lavoriamo e in cui viviamo gran parte della giornata. Sarà per questo che mi piace il verde pratico, quello degli alberi e dei prati, non quello teorico dei piani regolatori.
Spesso però mi chiedo dove stiamo andando, se sia permesso non pianificare almeno 15 anni di futuro per discutere di cose che fanno bene o male.
Beninteso, non ho nulla da recriminare: faccio quello che ho scelto di fare, ma adesso non mi basta più. E’ un lusso intollerabile non pensare a quello che vorremmo come vita per noi e per quelli che ci sono cari e lasciare che sia la necessità e la speculazione a farla da padrona. Vedo realizzazioni in Italia e all’estero che si fondano solo sulla necessità di lavoro del territorio, che sostengono un capitalismo nomade in cerca di competitività senza innovazione. Quando propongo la nostra filosofia, mi guardano sorridendo e mi dicono: “bello, ma quanto costa in più?” E poi, scuotendo il capo “mi dispiace, non ce lo possiamo permettere. … il mercato è quello che è …
Mica vero ma è difficile avere interlocutori pratici che facciano il mercato: molte anime belle e molti affamati di guadagni facili. Entrambi utili alla politica dalla vista corta.
A volte guardando le mie piante, che trascuro, penso alle battaglie quotidiane e allora la stanchezza prende l’ordine delle priorità, lo agita e ne viene fuori la necessità di quiete.
Forse è solo sera…