vi piace Brahms?

Quando mi chiedono perchè mi piace Carlos Kleiber, racconto di emozioni, pensieri, di musiche e storie.

Ma è meglio vedere: questa è la quarta sinfonia di Brahms, primo movimento, prima parte.

Lui è Carlos Kleiber e fa quello che ci si aspetta da un signore della musica: è parte della musica, dirige con eleganza e leggerezza e il suono sgorga pulito, pieno, essenziale. Come il gesto.

E si vede ciò che si sente e si pensa.

Il suo genio si aggirava per l’Europa ed era schivo, come solo i grandi sanno essere.

segni

Saggio la morbidezza del pennino: traccio segni. Prima linee rette, poi spirali, riempio spazi, rendo forma alle macchie. Mi basta un angolo di foglio, quello in alto a destra. Di preferenza.

Le macchie si raggrumano in caratteri. E’ proprio questo il verbo: raggrumare, perchè sembrano insetti o formiche, attratte e pronte a sciamare.

Se non avessi tanto rispetto per i significati che stanno sotto la buccia delle parole, lascerei che le lettere si disperdessero nel foglio. Assieme alle spirali e ai grafismi generati seguendo un pensiero. Come bimbi in ricreazione. Pronti a correre e ridere d’ogni cosa. Anche di sè.

l’amore al tempo della destra

L’ho riletto sussurrando il suono, ma fate come credete. 

Girolamo Frescobaldi: toccata 5, secondo libro: ” non sanza fadiga si giunge alla fine” , ma per Lui ne valeva la pena, questa è solo fatica

 

Pensavo: è come vivere al tempo di guerra. Non nella guerra, al tempo di guerra. Pensavo. Ma che cos’è una guerra. Neppure io lo so bene. Pensavo. Sono nato dopo la guerra che però c’era nella mia vita di bambino. Pensavo. Ho giocato con la guerra: pareva tornasse presto e c’era paura. Pensavo. Ma che ne sanno quelli della guerra e dei padri, che raccontavano la sera in dialetto. Pensavo.

Mia nonna era dell’800, aveva vissuto due guerre, persi tanti Amori. Pensavo. Era vissuta in Svizzera sul lago e poi in Germania con l’impero, è con Lei che sono cresciuto. Pensavo. Con Lei, educata da persone nate nel lombardo-veneto, i cui padri era cittadini della Serenissima. Pensavo. Sono anch’io dell’800. Pensavo. E allora che cazzo ci faccio in quest’auto, di mattina, con i sogni, gli amori, il ’68 e quello che c’è stato dopo, pensavo. E le battaglie in piazza, il cambiamento, è tutto vivo e presente? Pensavo.

Sempre la stessa gente intorno. Pensavo. Non li capisco, hanno votato tutti per la lega e berlusca e mi chiedono di aumentargli lo stipendio, di avere prospettive. Pensavo. Questi vogliono soldi, non prospettive o regole. Pensavo. Sono già in guerra loro e non lo sanno, pensavo, sentono solo l’odore del sangue. Pensavo. 

Sono stanco di cibo e di pranzi fuori, tutto troppo. Pensavo. Anche oggi parleremo delle solite cose, di lavoro, donne, auto, fallimenti. Nulla di nuovo, solo noia. Pensavo.

Cosa mi serve per volare? Voglio volare, pensavo. Cosa mi serve per correre? Sono fermo. Siamo fermi. Pensavo. Siamo fermi e rispettosi e lo prendiamo in culo. Pensavo. Tutto questo è già successo. Ma era diverso. Pensavo. Perchè questa cosa mi dà fastidio? Pensavo.

Perchè non c’è speranza, perchè ho degli amori sconclusi, perchè il lavoro non mi interessa più. Pensavo. Ma non sto male. Pensavo. Com’è l’amore al tempo della destra? Pensavo. Uguale a prima, non cambia nulla. Pensavo. Le faccende mie non le ha mai risolte il governo. Pensavo.

Non è vero l’amore senza prospettiva, cambia. Pensavo. E’ come vivere al tempo di guerra senza guerra. Si consuma senza impegno, perchè il domani è incerto. Pensavo. Ricordi  la “Storia” della Morante e di come lei resta incinta del tedesco, senza parlare, nè godere. E’ così che accade, pensavo. 

Chiuso nella mia auto, ascolto Kleiber e lo amo, pensavo. Ma a chi la racconto l’emozione forte? Pensavo. E dove portare questa gioia che trabocca. Pensavo. Sono più solo, pensavo: non comunico entusiasmo ed il mondo perde colore. Pensavo. Stiamo tutti male e l’infelicità trabocca, esce da sotto la porta e siamo chiusi in bagno. Pensavo. Non chiama più nessuno, pensavo.

Sono dentro un fiume in cui bisogna nuotare e far fatica per restare allo stesso punto. Sarà per questo che il personale è diventato politico. Pensavo. Le mie storie: sono incasinate stamattina, proprio come ieri. Nò di più, ma fuori non pare, con uno sberleffo di insoddisfazione, penso di star bene. Pensavo. Non ho una prospettiva di uscirne e cerco di sopravvivere, pensavo. Guido la mia auto nel traffico: ascolto la radio, metto musica, penso ad altro e guido. Senza gioia nel guidare. Pensavo. Penso a far l’amore, ma questo è bello. Pensavo.

Non voglio far l’amore perchè non c’è altro di meglio. Pensavo. Ovvero, è il meglio a portata di mano. Pensavo. O forse fa parte del meglio. Pensavo. Ma la vita non è solo fottere. Pensavo. E’ anche amare, sorridere, correre senza motivo. Pensavo. Non voglio pensare all’utile, non nei sentimenti. Pensavo.

Sono quasi arrivato. Pensavo.

Dove sono arrivato? Pensavo.

signora della notte

A te, signora della notte

che accendi l’alba,

chiedo:

d’ogni attimo silente

fammi grazia d’attesa.

Non scordarti di me

che t’ho vegliato,

lascia che il ricordo

mi travolga

e tendi un ramo

perchè appeso ad una foglia

mi senta salvato.

A te signora della notte,

rendo ciò che ho avuto:

cambialo in nuovo

questo sogno usato.

quanto dura l’eternità

Quanto dura l’eternità: 5 anni. Forse.

Stamattina l’erba è lucida, con gocce di pioggia che stillano verso le macchie di narcisi piantati dal comune. Fanghiglia sul delimitare del verde. Traffico intasato, con semafori rossi a ripetizione: la vendetta del colore contro le auto e i loro guidatori leghisti. Qualche bestemmia urlata verso chi non si muove in fretta.

La bestemmia da queste parti è d’uso. In mattinate limpide e fredde di lavoro all’aperto, ho il ricordo dello scandire delle parole contro dio e i santi. Non cose da carrettieri, ma rivolta contro la fatica e la chiamata in correo di chi doveva provvedere. Ma qui c’è solo impazienza ed accentuazione della rabbia.

E’ un giorno di pioggia, come tanti. Sui visi le solite cose: preoccupazioni per il lavoro, amori soddisfatti, interrotti, precari, alternati. Nel senso del fuori uno avanti l’altro. C’è qualche felicità pensata che illumina gli occhi. Le donne sono più brave, non si vantano troppo, parlano sottovoce; se c’è una confidenza, per le lacrime e i risolini, si appartano.

Al bar, confusione di soliti, le brioches escono calde dal microonde con la familiarità del cartone scaldato e unto. Chi mi conosce fa battute, chiede della vittoria e della rimonta. Mi verrebbero parole oscene, non ho ancora digerito per scherzare: ieri sera ho spento il telefono per stanchezza. Faccio il serio e accosto Casarini e Bossi come vincitori. Il primo darà rappresentanza extra parlamentare alla rabbia e il secondo farà il federalismo di chi può. Per tutti gli altri lo stato.

Ieri in un commento mi veniva ricordata l’umiltà nel dire, forse posso convergere nella sobrietà, nelle passioni, nelle vittorie e nelle sconfitte. La valigia con poche cose: quelle essenziali e il viaggio davanti. Il miles porta con sè i ricordi e la nostalgia, cose che a poco servono in battaglia. Neppure il dubbio serve nell’azione. Tutti lussi per il riposo. Ed ora la scelta è tra riposarsi e lottare.

In questo parlamento non ci sono più comunisti e neppure socialisti e verdi, ma Ciarrapico sì. Il senso di scoramento che prende davanti ad una traversata è tangibile.

Nel cielo nuvole alte e grigie, ancora pioggia in arrivo, l’erba è spruzzata di fango e anche i narcisi hanno le loro bestemmie da dire.

pornografi pudichi

Gillo Dorfles è un grande, ma accanto all’ Horror pleni del suo ultimo libro, ha messo la pornografia del mostrarsi nei blog. Del parlar di sè. Come se le auto biografie, le pubblicazioni delle lettere tra amici, amanti, nemici, l’indagare dei detrattori e degli agiografi, non esistessero da quando esiste scrittura e ragione. 

Ma è poi vero che questo mostrarsi impudico sia realmente pornografia, come Dorfles ed altri pensano? Volendo tagliare le idee con l’accetta, una parte dell’umanità pensa che il rivelare poco di sè faccia parte della pudicizia, del valore che ha una persona e che solo a pochi viene mostrata. Questo accade per il corpo, con la riserva delle parti intime ad ambiti ben delimitati, ma ancor più per i pensieri, desideri, passioni, convinzioni che fanno parte della sfera interiore che differenzia. E’ una bellezza nascosta riservata a pochi, fidati ed amati, spesso si parla di dono, che non la sporcheranno e sapranno coglierne l’unicità.

A questa visione si contrappone l’altra parte dell’umanità, quella che si mette in piazza, sia con l’immagine , ma ancor più con il racconto intimo di sè. Nell’una e nell’altra c’è esibizionismo e non saprei dire se chi nasconde ciò che è prezioso, sia meno desideroso di essere visto, di chi mostra. Ma poichè è stato usato il termine pornografia, mi sono chiesto se davvero ciò che leggo e ciò che mostro sia tale. Anzitutto, viene detto ciò che si vuol dire, e naturalmente sapendo che sarà letto, ma la pudicizia di ciascuno vela, lascia intuire, dissimula, allude. Ci sono blog in cui tutto è esplicito e chi li legge ci va, per leggere esattamente ciò che è scritto. E spesso non c’è nulla di rivelato che non sia già letto, sentito, visto da altre parti. Noiosi e ripetitivi, insomma.

 Il livello di buona parte di ciò che leggo (ognuno si sceglie con chi vuol stare), a me sembra sia sia personale, ma rispettoso. Magari con qualche messaggio trasversale, però il tutto non supera il livello del parlar tra amici. Quello che forse è difficile da capire per chi è vissuto estraneo ad internet e allo scrivere di sè, è che questo mondo crea un livello di comunicazione amichevole ben diverso da quello fisico, ma con caratteristiche analoghe. E’ più un conversare che uno scrivere saggi, è un parlare di ciò che accade più che enunciare i fondamenti del proprio vivere. 

Nel mondo fisico, posso mostrare interamente il mio corpo in luoghi in cui ciò è possibile, non devo per forza legarlo al sesso, oppure all’esibizione. In un luogo nudista, molti estranei mi vedono ed io vedo loro, ma la cosa è fortemente depotenziata dal punto di vista sessuale, sono contento perchè il mio corpo e all’aria e al sole. Se per estensione penso alla rete come ad un luogo in cui sono visto e vedo, lo stesso ragionamento rende poco o nulla morboso il dire di sè. Ripeto che ciascuno mostra ciò che vuole e a volte neppure ciò che è vero. Ma se la pornografia si traduce nell’ esibizione dell’osceno, ovvero di ciò che offende il pudore, qual’è il pudore che viene violato nel dire di sè?

E’ ora

Tu conosci ormai l’importanza che attribuisco alle parole, nel senso antico dove il vaniloquio definisce l’uomo. Adesso è ora di andare e di pensare a ciò che vogliamo e a ciò che ci attende. Per storia ed età potrei sorridere e guardare il circo delle pulci, ma non è così, perchè non mi potrò impedire di pensare, non potrò attribuire ad altri la mia scelta e non mi potrò lamentare. Dire che mi sono sbagliato, questo sì, ed avere la considerazione di me che mi attribuisco. Voto PD e all’interno di questo partito lotterò, come ho fatto a suo tempo per procrastinarne la sua nascita, cosciente delle mie valutazioni sbagliate, ma anche dell’intangibilità dei principi su cui una vita si regge e che mi rendono diverso assieme ad altri. Non facciamo politica per essere storpi, non viviamo in una società per essere scontenti senza speranza. Voglio un campo da gioco, una palla e un arbitro autorevole e giusto,poi darò il meglio, ma giocherò. Da altre parti non ho nè campo nè regole: è per questo che non mi turo il naso per votare, ma scelgo. Scelgo ciò che voglio fare.

terre brune

Tuvaoes è un vermentino di Cherchi, da indagare nel retrogusto come un partito politico e ieri sera volteggiava tra l’antico calendario pisano, gli antipapi toscani e le feste in cui l’arcaico resta tale, anche quando s’ammanta di religioso. Bevo tra gli sguardi interrogativi verso lo straniero. Lo straniero sono io, per lingua, pensiero, esperienza. Pur tra amici e con curiosità sommessa, non basta la mia propensione verso una terra e i suoi abitanti. Il dna culturale è una cosa seria, più di quello biologico, differenzia e valorizza se non si ha paura. Le parole hanno esperienze diverse. Il continente: vengo dal continente, ma la discontinuità territoriale non mi pesa dentro, ho solo problemi con gli aerei. Le difficoltà di lavoro, mi fanno pensare alla produzione e alla cina, ma qui manca la produzione e la cina non c’è. L’immigrazione e i balordi locali. Nella mia città gli immigrati sono il 15%, c’è xenofobia, ma gli affidiamo i nostri vecchi e la produzione senza di loro si fermerebbe. Solo i balordi si assomigliano con la stupidità del far male per dimostrare che esistono. Le parole non mi servono più, per fortuna si disquisisce di maialini e cinghiali ed ascolto a bocca aperta. Arriva l’arrosto accompagnato dal Terre Brune. Questo vino lo conosco dal ’94 e ogni volta mi sorprende nel suo imporsi. Era stato preceduto da un Nepente della cantina di Oliena, che ha punteggiato ed asperso,  prosciutto, cagliata e formaggio fuso e poi i colungiones. Si era difeso bene il Nepente, senza timore, giocando serio come nella s’trumpa. Ma la cena e i ragionamenti vanno in crescendo. Per questo urge il Terre Brune: un vino che impone silenzio momentaneo, per raccogliere pensieri e gusti.

Il libeccio continua a martellare. Ascolto, ascolto e basta.

libeccio

Il libeccio ha battuto sulle imposte per tutta la notte.

Le case degli uomini, lo devono infastidire, abituato com’è a rocce, alberi ed erba. E prova a consumarle, a far volare tegole ed appiccicare carte e rami sui muri. Ostenta indifferenza, danza con le cose, per suo conto, ma intanto toglie ragione agli uomini.

Un messaggio al telefono ha definitivamente cacciato il sonno, ma non ho acceso la luce. Guardavo Il piccolo schermo che lampeggiava ed intorno c’era il buio. Sei distante, il tuo pensiero si allunga per toccarmi ed accende questa lucina, come una carezza. I messaggi nella notte sono merce riservata ai baratti d’amore, stabiliscono connessioni a banda larga, fatte di desiderio e struggimento.

Fuori il vento urge e punteggia la tenerezza di te. Mi lascio prendere: i pensieri respirano con il libeccio e scivolo nel sonno che ci accumuna.

gianna

Cameron Diaz “in love” con Gerard Butler, è una notizia che non so come assimilare.

Questi simboli si innamorano, hanno le farfalle in pancia, la testa che non riesce a pensare ad altro, proprio come noi. Sono umani con i body gard, con i trainer, con tutte quelle persone che si nominano in inglese e non sono la mia badante moldava. Li ho sempre visti nudi oppure in abito da sera: pensavo vivessero così, senza l’equivalente della vecchia tuta che mi accompagna e porta verso l’autoironia.

Questi fall in love scombinano.

Caspita! Credevo scopassero solamente ed invece hanno tutti i 73 tasti del pianoforte dei sentimenti: sconvolgente. Già con la Bruni ero in crisi e timidamente avevo chiesto al mio meccanico di togliere il poster della signora che è innamorata e capa di stato, ma adesso chi lo dice ai camionisti e alle auto officine che devono togliere le foto nude di Cameron, perchè Butler si incazza?

Gianna e Agnese mi piacevano di più e magari si è capito.