scie di buio

Improvvisamente la luce se n’è andata. Si sono accese le luci d’emergenza all’esterno. Il frigo, la caldaia, la pompa dell’acqua hanno taciuto. Così è cominciata l’attesa. Nell’oscurità si capisce che il tempo è soggettivo, rallenta, rarefa quando l’attesa di qualcosa d’imminente diventa il pensiero principale. I gesti quotidiani, le sequenze preordinate, così automatiche, diventano difficili. Capisco perché nelle difficoltà le persone s’aggrappano alle abitudini, invertono le priorità, si dedicano al marginale. Mettere a posto un orologio, sistemare una cosa fuori posto, cercare un oggetto, il tutto per rifugiarsi in uno spazio a-temporale dove non accade ciò che sta accadendo. L’ho visto nei momenti di pericolo, e mi torna in mente adesso, mentre cerco di capire che fare al buio. Il cellulare funziona, ci scambiamo notizie, ma la luce non torna. Comincia a far freddo. Il buio non governato è nemico, oppure bisogna accettarlo senza correzione, e non ho a disposizione un gesto di volontà che lo rischiari come vorrei. Accendo una candela. La sfera di luce genera ombre, rassicura, ma non permette di fare nulla di quanto programmato. Attendo. Mi siedo e lascio che il tempo rimodelli quanto dovevo fare, sposto appuntamenti. Spengo il cellulare. Attendo  e mi adatto al tempo. Penso. Quietamente penso. Un tempo era sempre così ed il mondo si muoveva con questo ritmo, sotterraneo e silente. 

Verrà l’ooooh liberatorio dal vicolo, ma adesso non ho fretta.  Quasi mi dispiace, è diventato prezioso questo spazio.

 

io suono da solo

Vedo la lista dei miei vecchi post riletti. A parte torta margherita, evidentemente un hit del genere, adesso è riemerso baccalà mantecato. Curioso, lo consideravo di nicchia e locale, e per pochi intimi. Non c’è attenzione per la barbagliata. Forse cosa da gourmet d’altri tempi. Peccato, non sanno cosa si perdono.Chissà se invece funzionerebbe lo zabajone ovvero el zavaion, altro reperto della mia infanzia, autentico pezzo di cultura veneta ed inizializzazione all’alcool. Mah, comunque sia, il mangereccio prende. Anche tacco 6 o tacco 8 non demorde nell’attenzione, come pure l’amante perfetta 3 (chissà perchè solo la terza puntata). Segno che l’allusivo tocca attese, che purtroppo andranno deluse. Mio padre è morto a 18 anni conosce impennate in relazione alla situazione politica, ma è un post di copia, senza alcun merito da parte mia, è il testo recitato da Proietti che fa tutto. Anche prato ha un’attenzione francamente inspiegabile, credo sia una ricerca da giardinieri in “erba”. Per l’appunto. Il pullular resto di parole affonda, riemerge, riaffonda come foglia nel torrente. Le cose a me più care sono passate senza lasciar traccia, e non può essere altrimenti, perché troppo personali e strane. Resta la curiosità se i titoli valgano più dei testi oppure se parlar del coniglio come lo fa la mia mamma ed indegnamente ripeto, sia più importante di ciò che penso. Se fosse questo il genere, anche la caponatina a modo mio non è male, soprattutto è leggera perché non è fritta, ma che fare? Non è pensiero politico e neppure sentimento brado, tantomeno riflessione sul vivere. Forse trasformandola in narrazione, come si usa oggi per sentirsi raccontare come si è,  potrebbe assurgere a genere. Chessò, un coniglio di lotta e di governo, la caponatina come prefigurazione dell’orgia vitale, la polenta simbolo del potere. Il filone personalpoliticulinario può diventare un divertissement da esplorare.

Vedremo. Il non prendersi sul serio, è così bello che, trovarlo dentro, lo considero un regalo. Ed il sorriso conseguente è liberatorio.

p.s. io suono da solo, ma ascolto il pubblico 🙂

i giorni della cioccolata

Parole di cioccolata. Buona, Amara, densa, fondente sulle labbra prima che sul palato. Passa la punta della lingua. Ascolta. Hai detto molto. Ascolta adesso, non pensare, prova. Il pensiero comunque viene, ma piano: cos’è questa irrequietezza ? Voglio bene al mio paese. Cazzo. E nessuno me lo può impedire. Cazzo. Neppure Berlusconi, me lo può impedire, come non mi può togliere la speranza che cambi. Vincerebbe lui, assieme a quello che non amo. 

Adesso sento la cioccolata, assomiglia a quella che mi portava a letto mia madre la mattina di natale. Solo quel giorno, per marcare la differenza, ma questa è cosa mia, uno spartiacque interiore per decidere freddo-caldo, buono-cattivo. Diverso è lo spirito del natale che pervade per diffusione, che coinvolge come quel pezzo d’alluvione che sta ai margini della piena. Pigramente. Una lingua d’acqua che può trascinare, oppure no. E’ lo spirito del natale, che tra insensatezze ed arbitri di poteri attenti a sé e non all’uomo, rende tutti suore. Tutti, anche gli uomini, diventano suore. Buone o cattive, acide o suadenti, in forza di missione e sottomissione assertive  quanto basta per mostrare i buoni sentimenti. Ma anche se non lo voglio, con questo spirito del natale faccio i conti. Affino sensazioni, comprendo e mi sento ignorante, rifiuto ed avverto. Tutto dentro, tutto nuovo ed in itinere. Non dice Giorello che l’ateismo è un modo per trattare liberamente con gli uomini, anche quelli che a dio ci credono? 

Torna la cioccolata come imago del piacere, dell’attesa, sia nel preparare, sia nel gustare. Un gusto acuto, mai banale se si prepara non solo per sé, ed in questi giorni si acuisce tutto. Solo i bambini si salvano e ci salvano, se ci facciamo come loro, se la felicità viene trattata senza ricordo, se il giorno è sorpresa. E non a caso i bambini capiscono la cioccolata.

Sono i giorni della ribellione, del restare dentro le proprie tracce, del retrogusto e del confronto, del vedere e dell’ascoltare, ma tu hai mai pensato che solo la felicità lascia macerie?

 


p.s. non a caso il cioccolato era la bevanda degli dei 🙂

demi-vierges

 

 

Si affiancano due foto sul giornale. Su una pagina Bondi, ancora ministro, il viso tondo e glabro, lo sguardo, sorretto dalla mano sul mento, mira l’indefinibile. Un santino. Magari è morto davvero e non ce l’hanno detto. Sull’altra pagina, Scarlett Johansson, con un magnum Moet tra le mani. Il vestito da sera sfuma sullo sfondo, banalotti entrambi. Anche qui lo sguardo punta verso il chissà. Forse è imbarazzata dall’ingombro dell’oggetto, dallo spruzzo evocativo, ma lo tiene senza grazia, con estraneità, mentre a lato si affollano improbabili demi-vierges. Anche questo è un santino banale fatto ad agosto. Le feste sono già finite e non ce l’hanno detto.

Penso alla politica italiana: essere almeno demi-vierges, con possibilità di vendersi la presunta verginità, potrebbe essere il requisito per gli eleggibili maschi o femmine. L’indice della libertà di pensiero di spaccio.

Vogliono darcela a bere? Non è necessario perché il re è nudo ed i sudditi vorrebbero partecipare all’orgia, tanto qualche confessore si trova sempre, quindi perché mentire?

Non è nulla d’importante, basta uscire dal tempo e dallo spazio, portare il cane al mare, mettere in ordine collezioni povere. Puntare sul recinto delle abitudini.

Un caffè?

Grazie, è già notte, non dormo.

 E che dorme a fare, a che le serve? Tanto il corpo funziona, ci pensa da solo, sverrà a tempo debito. E’ insoddisfatto?

Quanto basta,  vede queste pareti erte, vetrificate dal ghiaccio? Si sale con i ramponi. Cose che graffiano, incidono, feriscono. Le carezze ci avrebbero già gettati a valle. Ed allora ci si pensa e non si dorme.

Lontano la radio, via, andare via. M’ero scordato della rivoluzione messicana: mi piaceva Pancho Villa, Emiliano Zapata, poi la cucharacha ed il ribollire dei left americani. Uomini e donne insoddisfatti che si preparavano ai salotti famelici di sensazioni, qualcuno sarebbe finito in Russia, qualcuno alla guerra di Spagna. Reed, London, Weston, Modotti, venivano da Hollywood, da NewYork, dai giornali pieni di parole dense. Mi piaceva l’idea confusa del loro socialismo e del dover fare. Mi piaceva che la rivoluzione avesse generato il colore acceso steso sui muri, prima così bianchi. Mi piaceva immaginare la dissennatezza delle borghesi rivoluzionarie, allevate dalle suore come champagne: buon bianco, lieviti, zucchero ed una forza che si sprigiona e spegne le parole in gola. Furiose e bellissime. Femmine e donne. Mai demi-vierges.

Da un lato Bondi, già morto, dall’altro la festa improbabile. Tutto già passato. Dove l’ho visto?

Bisognerebbe sfiduciare un ministro alla volta, un dirigente alla volta. Matteoli perché 10 cm di neve mettono in ginocchio il paese e Moretti perché dice che è tutto normale. Usare la politica del carciofo, sfiducie mirate, togliere l’acqua al pesce e mantenere la tensione. Ma non è cosa da demi-vierges.

Assoli d’archi su percussioni. Hai notato che la musica muta? Anche qui tensione, e ripetitività.  E poi aggettivi acuminati, scritture nervose, parole che si spiaccicano sull’interlocutore. Ma perché andare? Le nostre case sono calde, abbiamo un posto dove posare, stare, partire, tornare. Pensieri su cui sedere: hai mai pensato alle macerie che lascia la felicità?

Per la vita e la politica i demi-vierges, leggono breviari di religione del possibile: né maggioranza, né opposizione, pensiero della via mediana, il possibile scovato nella riga bassa dello spettro. Venite avanti mesti, insoddisfatti e infelici senza macerie, costruttori d’aeroplanini e barchette di carta. Di voi sarà fatto il regno e magari anche i cieli.

Un cane che torna nella vita, il freddo, il mare, le collezioni dimenticate, le parole tenute dentro, gli occhi usati, la musica, il rumore della natura, lo schiocco del passo, il Prato con le luci delle feste. Lontano, oltre la finestra, neve, un vetro tra me e il mondo che non m’interessa. Giro pagina.

 

p.s. ho tentato di mostrare come scivolano i miei pensieri, non c’è logica e neppure interesse. Come un guardare ed essere distratti dalle mosche.

 

 

 

saturazione

Il silenzio interiore non è pratica facile, ma è : 

Terapia, per sanare le ferite ricevute o provocate.

Meditazione per lasciar entrare qualche consapevolezza.

Riposo dopo i si e i nò che costano fatica.

Coesione per rabberciare quello che tende a disperdersi.

Espiazione per lasciare che i rimproveri interiori emergano.

Allegria per ri trovare le ragioni del sorriso.

Attesa per lasciare che decanti il rumore ed emerga il suono.

Bene per non dire ciò che non si pensa.

 

Il silenzio interiore è il vuoto scelto consapevolmente.

 

 

 

tornerò

Tornerò a dormir poco la notte,

per l’attesa di me che non arrivo,

voraci pensieri verranno  a rubare il sonno,

mentre tra il tiepido alleverò un mattino

stanco

e vuoto, come ogni anno che si succede,

prigioniero di me, senza speranza.

Genero i miei giorni, li consumo,

ma le mie notti sono prede che offrono la gola.

 

mattino

Radio tre racconta i commenti dei giornali, parlano solo della fiducia a Berlusconi. Pennellate larghe che diventeranno crosta di parole sui muri di questa comune, umida casa . Parole che sono già rumore, mentre fuori, davvero, si agita qualcosa che non parla.

Tre voti traditi ci nascondono il terrore di non avere scampo; noi, vuoti delle lunghe idee vincenti.

Nel profumo del caffè che sale, i tetti gelano di brina, e dentro, il freddo di questo inverno del cuore.

E’ mattino, sembra notte.

l’incapacità

Oltre a quello che accadrà oggi in parlamento, interessante per un giorno e poi subito sommerso da altri cascami ed interessi, ciò che emerge come fallimento ben distribuito è l’incapacità di autoriformarsi della politica. Questo investe l’intero sistema dei partiti e della loro dirigenza e l’inerzia colpevole dell’autoriforma affossa in egual modo il Pd e Berlusconi. Ma il secondo non ha meccanismi di ricambio a sè stesso, e neppure alternative per i noti problemi giudiziari. Diversa è la condizione dell’opposizione che potrebbe davvero essere novità intrinsecamente nuova, mostrando senza paura come si possono cambiare le classi dirigenti senza cominciare ogni volta daccapo. Dopo la prima repubblica, implosa con tangentopoli, la seconda s’era aperta con la sfida della novità berlusconiana ovvero come ri-rendere maggioritario il populismo di centro destra cambiando la percezione della politica e dei politici. Un grande inganno che però ha sollevato speranze incredibili in un paese stremato eticamente dall’equazione politica=corruzione.

Vi pare che questo sia accaduto? 

Vi pare che vi sia una più alta considerazione della politica da parte dei cittadini?

Vi pare che il rapporto tra promesse e realizzazioni sia davvero migliorato?

No, non è migliorata la politica, è peggiorato il paese. Ed anche in questo esiste una graduatoria di responsabilità, ma non ci sono innocenti.

Su questo evento odierno, che non ha nulla di epocale, che da tempo non appassiona perché la mia vita non sono gli umori di Calearo, gli interessi di Scilipoti e Cesario, ma ciò che accade fuori dal parlamento. Su questo, come per molto d’altro, serpeggia uno sbadiglio:  non accadrà nulla che muti davvero il rapporto tra governanti e governati ed il problema principale dei prossimi mesi sarà la crisi economica, il lavoro che non c’è per giovani e anziani, l’assenza di mobilità sociale, il taglio alla scuola e all’assistenza. L’agenda politica dice che è importante evitare che Berlusconi diventi presidente della Repubblica, congelando il rinnovamento del paese per altri 10 anni, ma come si arriverà a questo non è ben chiaro. Torna al centro l’incapacità di cambiare, di immaginare il futuro, di vedere una diversa prospettiva del presente. Troppe idee solidificate, troppi luoghi comuni,  troppi interessi personali che intaccano i pochi principi davvero inalienabili. 

Parafrasando il ’68: non una risata, ma uno sbadiglio vi seppellirà. Però al contrario di allora, temo di finire sotto le macerie.    

p.s.anche le persone fanno fatica a rinnovarsi, il cambiamento passa sempre attraverso una grande emozione. Spesso negativa, una disillusione forte, il crollo di una prospettiva in cui si erano investite possibilità, speranze. Ma queste sono micro storie e soprattutto non dura per sempre la notte. Nella politica è diverso e questa oscurità sembra senza fine.

l’ebbrezza del falco

Credo che a tutti accada di vedere le cose dall’alto. Di percepire i minuti angoli del presepe del mondo. E di guardarlo stupito nei dettagli mentre si muove.

Credo che a tutti accada di sentirsi falco, lasciarsi cadere come sasso e già, nella vertigine, percepire l’odore della preda, pensando che essere bersaglio sia il suo destino.

Credo che a tutti accada di sentire che i riconoscimenti, che pure fanno piacere, sono aggiuntivi e non bastano per motivare uno sforzo, un talento, una volontà di volare che ha giustificazione solo con sé.

Credo che a tutti accada di capire che il fine di tutto questo: il bersaglio, il cadere, la volontà, l’intelligenza, il presente esaustivo ed il futuro, nulla sono, se non un pezzo della propria imperfezione e del perenne confronto tra l’ebbrezza dell’osare e la soave serenità del volo.

Tutte parti dell’unicità che si è, e dell’ insoddisfazione che non si esprimerà mai appieno. Neppure a sé, e tantomeno ad altri. Oltre ogni proprio dire e meno del proprio pensare.

Ecco che se ne può fare degli apprezzamenti, il falco.

 

la lingua segreta delle donne

 

Ci sono angoli preclusi all’uomo, luoghi dove non entrerà mai, sia che si sforzi ed agisca per convinzione o prepotenza.

In Cina nacque una vera lingua, con letteratura, insegnamento parallelo, sogni e realtà d’un mondo altro, segreto  e interdetto all’uomo. Che del resto non se ne curava, tronfio nella sua convinzione d’essere superiore e domino.

In Grecia, ed ancor prima, forze telluriche si ripetevano nei misteri dionisiaci, mondi potenti e paurosi, segreti veri, in grado di fare a pezzi l’autorità e la convenzione del ruolo maschile.

In maniera molto più immediata, oggi, nel mondo dei blogs, molte donne hanno una vita diversa e propria, segreta rispetto a quella quotidiana. E parte del loro mondo viene finalmente narrato, esposto sulla soglia della penombra, generando soddisfazione senza mostrarla, concretezza al sogno, nel mentre, al massimo, gli uomini cercano la realtà.

Coltivare il segreto alla luce del sole, è un invito all’essere nascosto e vero che alberga nel profondo a superare la soglia della confidenza. Al leggere tra le righe, all’alludere e all’ intuire, in un gioco di rimandi che maschera l’esplicito, lo confina quasi a mera superficie. Solo le confidenze tra donne, altra pratica che gli uomini non capiscono, al massimo temono e solitamente rimuovono, possono avere tanta esplicita alterità.

La potenza di internet è di poter essere altro per essere sé stessi, e supera le convenzioni, l’educazione, la norma del lecito definito. Chi più delle donne, oggetto massimo di convenzioni e limiti, poteva intuire la forza scardinatrice di una “stanza tutta per sé” esposta ed al tempo stesso segreta?

Le donne immettono potenziali seduttivi sconosciuti, emerge un don Giovanni femminile ignoto anche a chi lo esprime. Esse stesse assistono, con meraviglia, ad effetti che hanno legami labili con la causa, come venisse letto il pensiero prima che si formi, il desiderio inespresso, l’allusione finalmente colta nella sua potenza ammaliatrice.

Gli uomini, al massimo, possono seguire, intromettersi prepotenti, ostentare forza, intelligenza o stupidità con lingue povere, ricche solo di codici banali. Coercendo e parlando d’altro, come accade in casa, quando basta alzare la voce, deviare il discorso, usando priorità ch’essi stessi hanno bisogno di credere più forti della comunicazione. Quante volte la differenza è lo sport, oppure la politica, o il discorso volgare, oppure il lavoro mai compreso, ma comunque più importante? Qualsiasi peculiarità “maschile” viene assunta a diversità equipollente, basta illudersi sia sufficiente a ristabilire distanze e supremazie, come pensare che basti possedere un uccello per fare la differenza.

Penetrare la testa delle donne è una presunzione, un tempo si pensava bastasse ridurle a schema compreso nel ruolo, oggi anche il silenzio, suprema risorsa del capire, è insufficiente. E le donne lo sanno, quelle interessanti lo sanno, e sorridono, giocano, parlano tra loro e a chi intende, nella lingua segreta dei cicli, dei sottointesi, della seduzione del diverso alto. E lasciano che gli uomini intuiscano la loro minorità, l’esclusione inclusiva, il vedere senza capire davvero. Così, senza cattiveria, solo per coscienza e diversità.

p.s. per capire, anche solo malamente, bisogna fare fatica e considerarlo utile, altrimenti il parlare diventa rumore di fondo.