cronache del dopo

 

L’alluvione ha decorato a suo modo per le festività, appendendo plastica sui rami alti degli alberi, denudando le radici, mordendo pezzi di argine. La plastica se ne andrà tra anni, aiutata dagli uccelli e dal vento, ed ora l’acqua scorre tranquilla, dopo l’ultima coda di paura di natale, quando l’alveo s’ era riempito rapidamente e l’acqua era nuovamente esondata a Bovolenta. In quelle notti gli argini erano pieni di capannelli di persone sotto la pioggia. Commenti impotenti, sguardi che cercavano conferme, speranza che qualcuno provvedesse. Ma chi e come con gli argini fradici d’acqua e solo braccia di volontari con sacchetti di sabbia? E’ andata bene, se per un po’ la paura aleggerà ad ogni pioggia, forse si rifletterà sulla fragilità di ciò che si è costruito; “miracolo” economico compreso. Alcuni penseranno alla friabilità della roba accumulata ed all’impossibilità di cambiare modello. Chissà che faranno? Secondo me niente. Adesso non c’è modo, se non con la buona stagione, di riparare, ma allora non ci saranno i soldi, il ricordo sarà affievolito da altre emergenze ed alla fine si rattopperà, sperando che il caso ci grazii, magari facendo disastri un poco più in là.

di tanti tempi c’è bisogno

Credo che di tanti tempi ci sia bisogno. Del tempo costretto, di quello divertito, del tempo senza senso, di quello capitato, di quello lento, di quello già passato. Credo che le notti avranno scie di fuochi e di meraviglie urlate, che le stelle, o le nuvole, o la falce di luna saranno cancellate, ma poi premeranno alle finestre per essere ascoltate. E vorranno il loro tempo che d’amore o di ragione, di gioia o di tristezza, dovrà essere dato.

Per volontà e per caso, capiterà il tempo di risate. Nervose nell’ indecisione, poi trepide, aspirate, ed infine, alitate a sussurrare il battito del cuore. Credo di quel tempo ci sia bisogno. Come del tempo posseduto in polpastrelli da schioccare, ma anche adagiato su dita senza tempo da sfiorare. Di quel tempo c’è bisogno. Del tempo corto per la frenesia, del tempo supino, padre di notti insonni, di pomeriggi arrossati, di mattine impastate, di quel tempo c’è bisogno. Del tempo lungo per distillare, del tempo per attendere e pensare, del tempo steso e senza tempo. Di quel tempo c’è bisogno.

Di tempo stirato, passato sotto usci che non si vogliono aprire, di un tempo color cremisi che gocciola in disparte, di tempi in mani abbandonate senza tempo, di quel tempo c’è bisogno. Di un tempo scritto, letto, ripassato, odorato, riposto, ricordato, di quel tempo c’è bisogno. Di un tempo non più tuo, regalato, ripreso, ritornato, poi assieme spezzettato, ricomposto tra i baci. Di tempo che scendendo rotola e di tempo di roccia ferma, c’è bisogno.

Ad ognuno il suo tempo, c’è bisogno. Di un tempo sregolato, cantato ad alta voce, o sussurrato, sciolto nell’oscurità di un portico, o proteso appena sopra il vino e una candela, di quel tempo c’è bisogno.

Ad un cuore che batte, il suo tempo di battere, la pazienza di ascoltare, di attendere, di meravigliare, di avvampare, di dormire sulla passione che non dorme, di scivolare nell’ abbraccio che è il suo tempo. Il tempo di vivere, tenere, baciare, aspirare, sputare, lasciare, intrecciare, sciogliere, condividere, donare.  Un tempo che sia tempi, tessuti di sole e d’ombra, di angeli e di uomini, dove ciascuno peschi il suo, di questi tempi c’è bisogno.


perché non sono con Fassino,Chiamparino, Ichino, ecc.

Non sono con Fassino e neppure con gli altri del titolo e non perché finiscono in ino i cognomi, perché posso aggiugere D’Alema, Veltroni, Fioroni, ecc.ecc.

Il lavoro è cambiato in Italia e nel mondo, esistono privilegi non più sostenibili, i diritti devono diventare eguali, il lavoro, ovvero averlo, è la priorità. Ma questi sono presupposti per una posizione politica che indichi una proposta, un futuro per cui lottare, non sono la proposta politica. Non è riformista lasciar smantellare pezzi di stato sociale, modificare surretiziamente la costituzione ed il codice del lavoro, far sì che si abroghino soggetti sociali, contratti e contrattazione, far vivere peggio le persone, cedere al ricatto del o così o così. Un qualsiasi partito di destra liberale, fa meglio dei riformisti questo lavoro, anzi, siccome risponde ad una ideologia, tenderà a farne emergere gli apetti sociali. Marchionne non ha una linea politica, non è il suo mestiere, ha una gestione d’azienda che si confronta con un mercato, ma esistono spazi di compatibilità, richieste, contrattazione e soprattutto un quadro comune di diritti e di doveri. Produrre in Italia è più costoso? Bene, questo è un problema, perché accade ? Quanto c’entrano i lavoratori di Fiat che percepiscono paghe inferiori a quelle dei loro colleghi tedeschi e francesi. La Bmw, il gruppo Wolkswagen, sono aziende che producono in Germania, come Citroen e Peugeut e Marchionne non è il modello del lavoro, dell’economia in Italia, è una componente di un sistema senza il quale non produrrebbe, non avrebbe mercato. Esiste una responsabilità sociale delle imprese che non può astrarre dal contesto in cui si collocano. E non siamo ancora alla definizione di un modello economico, siamo ai presupposti. Pur rifiutando l’economia di stato, è tragico che un partito riformista e di sinistra come il Pd non dica qual’è il SUO modello di economia, la sua via per produrre ed assicurare diritti eguali, che non metta in campo una visione globale del futuro del lavoro. Se non lo fa un partito che porta nel suo dna la costruzione di una società giusta, chi potrà farlo? Il mercato dialoga con la politica e con l’economia, ma non è né l’una né l’altra. Accettare il contingente, la linea della compatibilità che in realtà significa il ricatto del sennò me ne vado, non dice nulla su chi è il Pd, non ne giustifica l’esistenza. Qual’era l’idea del lavoro di Fassino e degli altri prima che Marchionne ponesse il problema? E se c’era, perché adesso non è più valida?  Per mesi non abbiamo avuto un ministro dell’industria che portasse innanzi una politica del governo, non c’è un’idea della crescita se non attraverso le imprese che da sole dovrebbero assicurare che il paese abbia lavoro e benessere, in compenso abbiamo avuto Sacconi che ha favorito la divisione sindacale. Metto anche me: dove eravamo? E’ solo un problema della Fiom che non capisce dove va il mondo oppure c’è l’incapacità di prendere posizione perché la presenza dei lavoratori di Fim e Uilm nel Pd, spaccherebbe il partito? E cosa pensano del futuro del lavoro i lavoratori di Fim e Uilm? Non i dirigenti, i lavoratori. Questo partito si svuota nel non dibattere e nel non decidere, non dire adesso equivale a non esserci. Fassino esprime un’opinione, Chiamparino, Ichino, pure, ma è necessario aprire un dibattito in Direzione nazionale, nei Circoli, nel Paese, discutere di cosa è il lavoro attuale e futuro, qual’è la società che vogliamo. Non quella astratta delle mozioni congressuali, ma quella concreta che si può fare facendo fatica, mobilitando le persone, convincendole che una società diversa, più giusta e più vivibile, è possibile.

Per questo non sono d’accordo con Fassino e con quanti esprimono e decidono una società che non è la mia, sulla quale non ho discusso e che voglio discutere. Non voglio avere un’unica possibilità ovvero quella di andarmene.  Spero che altri la pensino a questo modo e che lo dicano. Questa è la diversità di una parte politica.

http://www.unita.it/italia/cari-amici-di-pomigliano-1.263409

la parola della settimana:i fatti (dell’anno)

Le manie tassonomiche, enumerative confluiscono a fine anno nelle liste dei fatti importanti trascorsi. Le troviamo ovunque, ma in particolare su quotidiani e settimanali. Forse retaggio dei buoni propositi fanciulleschi, nati da letterine in cui si enumeravano benedetti peccati, pronti ad essere rifatti. Se ora dilagano è per la necessità di chiudere ed aprire un tempo comune. Dovremmo avere un tempo comune mondiale, od almeno un tempo comune europeo, un condividere basato su cose fatte e su desideri/propositi da attuare. Ma non essendo così ci si affida, a fine anno a ciò che è accaduto, staccandolo da noi. Per ricordarlo, certo, ma come fosse cosa d’altri, acqua sulla roccia collocata in un tempo indefinibile. Quante volte capita di dire: ma è già passato un anno? Segno che quel ricordo, così acuto non era, soverchiato subito da altri I non meglio collocati ricordi comuni che rendono questo paese, questo continente, un gigantesco contenitore gerontocomiale dove si aggirano immemori, di ogni età, incapaci di priorità.

I giornali suddividono i fatti importanti per genere, ed è tutto uno sfogliare di fogli: le scoperte dell’anno, gli avvenimenti dell’anno, i film, le canzoni, lo sport, gli spettacoli, la politica dell’anno, ecc.ecc.. Tutto parte di un pasto servito allora, notizie di fatti già filtrati, che ora cercano di inserirsi nella lista basata sul 10. Il 10, un numero francamente antipatico ed insipido, buono solo per essere applicato alle donne, dove non riassume la perfezione, ma l’idea di desiderio, la voglia senza cielo. Perché il 10, numero composito, e non il 9 od ancor meglio il 3. Forse il 7 aiuterebbe la confezione dei giornali, né troppo piccolo per gli indecisi, né troppo grande per una pagina che pur generica, deve attrarre. Sovrabbondante, il 7, di quel tanto che evoca castighi e piaceri, i veli e le maledizioni. Occhieggia da oscure cabale, splende nel sole antico di meraviglie disparate e persistenti. E’ un numero non bulimico, ossuto per descrivere il passato anno, utile ad una classificazione non avara. E’ la mia proposta per i giornalisti, perché se davvero ci fossero intelligenze taglienti ed acute dietro ai computer, la sfida sarebbe sul 3. Indica 3 ragioni per salvare il mondo, per dare un senso alla vita, una speranza al presente. Indica 3 desideri, 3 tristezze, 3 speranze, 3 soddisfazioni soddisfatte. E così avanti in uno sforzo di sintesi che guarda, discerne e scarta. Alla fine restebbe il valore, ciò a cui non puoi rinunciare. In te, nel mondo, nelle scoperte, nello sport, nei film, nella musica, ecc.ecc. Tutto il resto c’è, continuerà ad esserci, ma ricordarlo avrebbe meno importanza e comunque non sarebbe un valore condiviso.

E’ per questo che da tempo non faccio più bilanci, seleziono le 3 cose, i 3 fatti che mi hanno colpito, motivato cambiato. Adesso penso a quest’anno, quali sono stati? E le cose che mi hanno fatto più male arrivano a 3, visto che 3 che mi hanno fatto bene comunque le dovrei trovare. Pensieri oziosi di un ozioso con il tempo condiviso.

laguna d’inverno

 

Ieri mattina c’era un sole pretenzioso, corretto dall’ombra e da qualche lama di vento gelido, ma al mare si stava bene. La val Lusenzo è valle di laguna, acqua e case, incastonate tra Chioggia e Sottomarina. Si cammina su un percorso vicino alle barche, attraccate ovunque. Barche da diporto, barche da lavoro, pescherecci immersi in una atmosfera da città che lavora. Gli alberghi vuoti sono sul lungomare, qui c’è vita tutto l’anno. Non ci sono turisti, e ieri le persone si godevano i percorsi semifestivi. E’ impressionante la quantità di bar, tutti vicini, tutti pieni che si contano lungo il corso. Le città di mare d’inverno hanno un fascino almeno pari alla solitudine della spiaggia, da un lato la vita pullula, dall’altro si cammina su montagne di alghe, alberi e plastica, pesci morti, scarti di civiltà. Due giorni fa una mareggiata s’è portata via 450 mt. di spiaggia e dune, gli albergatori protestano sui giornali. Contro chi? Come fosse possibile chiedere alla natura di seguire le nostre regole economiche, le stagioni turistiche, gli scempi ambientali senza pagare il conto. Qui la sabbia è stata portata e tolta dal mare, in un ritmo paziente, incessante che costruisce e ridisegna la costa, è come se il mare fosse un architetto scontento che fa un passo indietro, guarda e poi modifica il suo lavoro. E’ così da sempre. Ma la protesta contro il mare non è da tutti, è cosa da marinanti, ex ortolani che si sono trasformati in albergatori negli anni ’50, i pescatori scuotono il capo, sorridono, hanno continuato a fare il loro mestiere. Rispettano il mare, ne conoscono il temperamento, sanno che sembra prevedibile, ma li sorprenderà sempre e non bastano le radio, il satellite, gli eco-scandagli per essere amici, bisogna conformarsi al mare, assecondarlo, seguire il corso dell’onda. E le onde dicono tutto del mare, descrivono il suo pensare, mobile, possente,  quasi sempre dolce, solo a volte irato per furie sue.

Percorrendo la valle, il rumore di fondo è il suono dell’onda, delle sartie delle barche, il respiro quieto dell’animale che dorme in laguna. Poi, oltre la sabbia e il forte, si arriva al mare aperto, alla diga. Il rumore sale, c’è folla quasi come d’estate. Ragazzi, anziani, reti che vengono sollevate dai capanni di pesca, vuote di pesce, e piene d’interesse per i gabbiani. Altri gabbiani rincorrono i pescherecci che rientrano, molti aspettano sulle bitte, sulle bricole pronti nel loro ruolo di iene di mare, a mangiare il buono ed il guasto. In fondo, al faro, una fila di anziani chiaccherano al sole. La cantilena la conosco, ogni tanto si imita per ridere, ma è cosa loro, solo loro. Ben diversa dal veneziano, è ricca di termini da barca, da mare, da vento, è lingua di popolo. Goldoni ne faceva uso per staccare due popoli confinanti e diversi, l’uno sanguigno, godereccio, povero e fiero, l’altro conscio del declino di Venezia, aristocratico, estenuato dal lunghissimo potere esercitato.

E’ rimasto poco d’una cultura millenaria, vive ancora nei gesti dei pescatori, nelle abitudini ripetute senza intenzione, nella passeggiata sul corso la sera, negli ori ostentati nei bar, come fanno gli zingari, nella parlata fatta di vocali grosse e musicali. Non c’è da rimpiangere nulla della povertà senza limite d’allora, del freddo, delle case inondate dall’acqua delle maree, ma forse è mancata una direzione al nuovo, un recinto in cui mettere il pensiero buono e vero di sé, di come ci si vede e non di ciò che si ha. Il percorso della valle ha rive importanti, porfido e marmo senza economia, panchine stranamente integre, un sentore da fondi europei, perché è un percorso ricco, bello per ciò che si vede e si sente. Ma la cultura attuale è scritta sul marmo: 6 il mio amore da un anno e non finisce, tu x me x sempre, mai sorelle ci amiamo ora nel mondo, cinzia 6 mia x sempre, ecc.ecc.  Si mescola l’amore con l’eternità, le paure che un tempo avrebbero provocato sofferenze ed ostracismi sono esibite, esorcizzate. Il mare con il salso farà sbiadire l’indelebile, come sbiadiranno tutte queste storie, è la vita, ma non è ancora cultura di qua. Chissà cosa resterà tra 100 anni di questi luoghi. Di sicuro ci sarà il mare, quello che è a rischio sono gli uomini che erano in grado di parlargli e di ascoltarlo. 

 

la felicità

la felicità è eversiva

la felicità non ha definizioni

la felicità è priva di causa

la felicità ha effetto

la felicità contraddice il secondo principio della termodinamica

la felicità è termodinamica

la felicità si trova dentro e la si legge fuori

la felicità è complicata

la felicità è semplice

la felicità non ha optional

la felicità è funzione di chi la prova

la felicità oltrepassa la soddisfazione del momento

la felicità è possedere sé

la felicità è priva di aggettivi

la felicità convive col suo contrario e lo contiene

la felicità ha un perlage molto fine

la felicità è inversamente proporzionale all’età mentale

la felicità non discute

la felicità è invasiva, pervasiva, essudativa

la felicità guarisce

la felicità colma e trabocca senza asciugare

la felicità espande il contenitore

la felicità è un eccitante non ammesso dalla legge

la felicità scade

la felicità rinasce

la felicità si condivide, ma non è la stessa

la felicità è un’opinione che non ammette opinioni

la felicità è un luogo comune per chi non la prova

la felicità è un possente motore d’invidia

la felicità supera qualsiasi principio fisico

la felicità si riceve anche se nasce dentro

la felicità altera l’economia fondata sul bisogno

la felicità è a temporale

la felicità si abbatte con un’assenza

la felicità vola con una presenza

la felicità contiene felicità

la felicità possiede il tempo e lo gestisce a suo piacimento.

p.s. potete aggiungere come credete 🙂

aggiungo, Voi mandate

wildestwoman:

la felicità è un momento di pura incoscienza
la felicità è una parentesi
la felicità arriva se non la cerchi

Ondina22:

LA FELICITA’ E’ POSSIBILE SOLO QUANDO VIENE CONDIVISA

missminnie:

ognuno ha la sua felicità, che è come la ricetta del tiramisù

Bianca 2007:

FELICITA’ E’ L’INATTESO DONO CON GLI OCCHI CHE S’ABBASSANO PER NON FAR RUMORE

FELICITA’ E’ LA “RETTITUDINE” DI UNA COSCIENZA CHE NON INGANNA

FELICITA’ E’,INFINE,IL TEMPO CHE NON HA CONTRARIO NEL SUO SPAZIO TEMPORALE QUANDO LA NOTTE SCENDE O IL SOLE E’ NEL SUO MEZZOGIORNO DI FUOCO.

passiflora:

la felicità è una condizione nell’intimità dell’anima

aspettatore (interpreto):

la felicità si fa già sentire ancor prima di arrivare

anche quest’anno

Anche quest’anno ho regalato musica e libri. Anche quest’anno, guardando le facce, spesso mi sono sentito stupido e fuori tempo. Anche quest’anno me ne sono fatta una ragione: non cambierò mai, perché in fondo mi va bene così, e non saprei come essere diverso.

I doni sono un’attenzione ed un’imposizione di sé, non ho più bimbi piccoli da seguire nelle attese ed i desideri degli adulti sono la coda di ciò che si può soddisfare direttamente. Certo non ho regalato cd di musica fiamminga del 16° secolo, ma neppure ho acquistato gli hits del momento. La tecnologia è rimasta nel tradizionale e anche sui libri sono rimasto nelle preferenze che mi accompagnano. Un po’ di violenza nel dare, serve. Mi è mancato qualcuno, in questi giorni si manca comunque di più. Ho depennato qualche dono di circostanza e qualche telefonata inutile.

Vorrei regalare l’affetto, il bene, a chi è nel mio cuore, mentre gli auguri continuano ad intrecciarsi e diventano clamore collettivo. In queste concentrazioni di bene vero ed augurato, qualcosa di positivo accadrà, se restiamo all’interno del tornado.

la parola della settimana: natale

Qualche settimana fa ho visto Uomini di Dio, un film che non ha smesso di pormi domande. Non mi ha colpito solo la parte cinematografica, comunque di gran pregio, ma l’idea che, indipendentemente da ciò che si crede o non si crede, ci sia un compito nella vita, ed una fedeltà ad esso che coincide con la dignità di sé. Questo compito ci può mettere in difficoltà, ma quando diviene parte di noi, è anche fonte di serenità nelle decisioni.  I monaci di Uomini di Dio, dicono all’integralista musulmano: Natale, è una nostra festa, e parlano di loro stessi, di quello in cui credono. Il mussulmano capisce, rispetta e se ne va. Capire e rispettare, ed attendere analogo trattamento dai cristiani, così potrebbe funzionare la convivenza, in questa società di anomie, di credenze formali. Credo anche che natale riguardi molto i non credenti, o ancor più gli atei, rispetto ai credenti, perché i primi e i secondi, si sentono strattonati, investiti, da qualcosa che ha uno stacco tra immagine e realtà elevato. Qualcosa che è mercificato ma pretende altre dignità. Natale è una parola strana perché il riferimento alla nascita non è un fatto collettivo. E’ una gioia domestica, che porta verso la speranza, ma è circoscritta. Le gioia collettiva la imponevano i potenti per i loro figli, come continuazione di un potere, di un dominio, ma forse per i sudditi contavano di più i festeggiamenti collegati che il nuovo nato. Natale quindi rompe una parola conosciuta dal suo ambito intimo, la spezza in un significato che interpella il non credente, ignorarlo è impossibile: troppo baccano, troppa attesa generata, troppo paganesimo salvifico, fatto di regali, ipocrisie, slanci veri, falsità colossali, gioie bambine, tristezze adulte. Tutto visibile e preparato per tempo.

Natale è il momento in cui chi non è al posto giusto deve ricollocare la testa, una sorta di giorno legale in cui si spostano le lancette in avanti. Natale è una questione semplice se diventa privo di significato. Natale divide tra chi non si fa domande perchè già sa, da chi non ci pensa e si diverte e basta, e da chi ha domande e non ha risposte. Natale per chi non crede è un giorno come un altro, però diverso, è come una festa altrui a cui si è costretti a partecipare. Ma forse le cose sono davvero più semplici e Natale era anche il mio vicino di casa, che faceva il muratore, si ammazzava di fatica tutto l’anno. Lui, a natale, riposava e basta.

 

  


scie di buio

Improvvisamente la luce se n’è andata. Si sono accese le luci d’emergenza all’esterno. Il frigo, la caldaia, la pompa dell’acqua hanno taciuto. Così è cominciata l’attesa. Nell’oscurità si capisce che il tempo è soggettivo, rallenta, rarefa quando l’attesa di qualcosa d’imminente diventa il pensiero principale. I gesti quotidiani, le sequenze preordinate, così automatiche, diventano difficili. Capisco perché nelle difficoltà le persone s’aggrappano alle abitudini, invertono le priorità, si dedicano al marginale. Mettere a posto un orologio, sistemare una cosa fuori posto, cercare un oggetto, il tutto per rifugiarsi in uno spazio a-temporale dove non accade ciò che sta accadendo. L’ho visto nei momenti di pericolo, e mi torna in mente adesso, mentre cerco di capire che fare al buio. Il cellulare funziona, ci scambiamo notizie, ma la luce non torna. Comincia a far freddo. Il buio non governato è nemico, oppure bisogna accettarlo senza correzione, e non ho a disposizione un gesto di volontà che lo rischiari come vorrei. Accendo una candela. La sfera di luce genera ombre, rassicura, ma non permette di fare nulla di quanto programmato. Attendo. Mi siedo e lascio che il tempo rimodelli quanto dovevo fare, sposto appuntamenti. Spengo il cellulare. Attendo  e mi adatto al tempo. Penso. Quietamente penso. Un tempo era sempre così ed il mondo si muoveva con questo ritmo, sotterraneo e silente. 

Verrà l’ooooh liberatorio dal vicolo, ma adesso non ho fretta.  Quasi mi dispiace, è diventato prezioso questo spazio.