Sento l’umore della gemma,
il colore che s’ascolta,
tenero, feroce di vita e nuovo.
E mi perdo nella forza di cui ribolle il mondo.
Sento l’umore della gemma,
il colore che s’ascolta,
tenero, feroce di vita e nuovo.
E mi perdo nella forza di cui ribolle il mondo.
Per il top gun, adesso è l’ora. E’ pronto, si è allenato per questo con centinaia di ore di volo, migliaia di simulazioni di duello ed azione che sono ora sequenze naturali e vitali.
Decollo, avvicinamento, rilevazione obbiettivo, contraerea, fuoco, sgancio, rientro.
Ha affrontato sacrifici importanti, mentre i suoi coetanei passavano le giornate al bar, ha studiato, imparato a reagire automaticamente a macchine complesse che lo interrogano in linguaggi binari.
Sì/no, le indecisioni appartengono ad altri. Anche nella vita vera è così. Nessun dubbio, mai!
Dovere, missione, onore. E’ la prosecuzione del mestiere che altri hanno fallito. Bisogna metterci una toppa.
E’ stato ignorato, sottovalutato dai civili, veri goijn del vivere, ma alla fine è lui che risolve.
Ora.
Altri poi si prenderanno la gloria, e lui tornerà nell’ombra ad allenarsi.
Disciplina, dovere, onore. Lui. Ora. Chi altro?
Una moltitudine di spine dorsali senza nerbo, indecisi. Tocca a lui, poi scomparirà e si chiederanno se esistano ancora uomini d’armi. Concluderanno che non ci sono, ovvero sono pochi, e per finta. E’ il suo mestiere, esserci e non essere percepito. Si è allenato anche a questo. E’ stata la parte più difficile. Difficile essere ciò che si è e non farlo vedere.
Colpire, non consentire la replica, eliminare, se necessario sbagliare, ma colpire.
Uno o mille non fa differenza. Missione, obbiettivo inquadrato, sgancio, colpito.
Rientro.
Sono sempre stato estremamente restio a dare il nome di versi alla parte più musicale di quello che scrivevo. Ed ancor più a darli in giro.
Credo che la poesia sia altro rispetto alle mie parole e ai miei pensieri.
C’è poi la convergenza di un’educazione in cui vantarsi od anche solo esibire era considerato inelegante e maleducato. Questo confluisce con la considerazione di me, mai troppo elevata su quello che produco.
Come dire che conosco sufficientemente i miei limiti e che lo stile è parte del vivere.
Però la stessa attenzione non l’ho usata per i testi di riflessione. E da quando una parte di quello che scrivo finisce in questi luoghi, ho capito che le parole, per me così dense di significato, hanno una libertà propria. Che esse stesse hanno ragioni forti, di consequienzialità e che conducono, nel descrivere, verso una loro verità condizionata al sentire, con cui mi devo confrontare. E’ il processo del chiarirsi, scrivendo, che aiuta a capire. L’uso dell’immagine poi, fornisce un confronto, tiene i piedi per terra.
Le parole esigono rispetto perché contengono altro, esigono previsione perché producono effetti, vogliono attenzione altrimenti cambiano significato.
Diverso è il ragionare per ideogrammi, per contenuti simbolici; dovremmo unificare i contenuti anziché il vocabolario ed all’interno di questi ricavare il nostro personale glossario che ci permette di dire chi siamo davvero. Tu mi devi capire attraverso quello che ti dico, così arriverai vicino a quello che sono. Se t’interessa, altrimenti non ascoltarmi.
Questa igiene dell’ascoltare partecipe mi basta per avere meno reticenze, ma non meno dubbi.
Come a bridge facciamo la dichiarazione: mi sento italiano e su questo sentire gioco la mia partita.
E per essere italiano non ho mai rinunciato ad essere profondamente veneto, all’amore per la mia lingua madre, ma non sacrificherei a questo amore per dove sono nato, la mia appartenenza all’Italia. Nell’amore si appartiene, si porta la propria libertà e si chiede attenzione e rispetto per questa libertà. Si prende e si dà senza fare il conto. Se non amassi l’Italia non mi arrabbierei tanto per il vilipendio dello Stato che si perpetra quotidianamente, non soffrirei perché a questi cittadini viene negato ciò che a me è stato dato, ciò che era possibile ed ora sembra consegnato all’arbitrio. Non mi incazzerei se i diritti fossero eguali, se non sentissi la profonda ingiustizia che non aiuta chi è in difficoltà, se non fossi coinvolto dalla sofferenza di una parte grande del paese consegnato alla criminalità.
Questo è il mio Paese, lo è a dispetto di chi vuole dividerlo, a dispetto degli egoismi, delle acrobazie di chi fa finta di non vedere che non si può essere ministri di uno stato che si vuole fare a pezzi.
Questo è il mio Paese, è il mio luogo e nessuno me lo può sottrarre, potranno rendermi la vita difficile, scacciarmi, ma resterà il mio paese e ciò che gli devo, non lo devo ad un feticcio, ad una bandiera, ad un inno, ma a me stesso, al mio appartenere a qualcosa che è più grande di me, più alto per possibilità e futuro.
Non mi interessa discutere molto dell’unità, neppure se sia la lingua o la televisione che ha unito il Paese, so che questa unione è stata un riconoscersi che si è fatto strada tra ingiustizie, sopraffazioni, delitti. Lo so e penso che tutte quelle ingiustizie commesse sarebbero senza senso, se non ci fosse un risultato positivo. Nessuna ingiustizia attuale sanerebbe le ingiustizie di allora.
Mi commuovo quando cammino in altopiano, nell’isontino o sulle dolomiti. Le trincee, le pietre, i residui di quella guerra mi parlano di uomini che a malapena si capivano, che senza eroismi particolari, mai volentieri, andavano all’assalto nella più inconsulta delle guerre. Erano già italiani, erano persone del sud accanto ai miei nonni veneti. Uniti, dalla vita prima che dalla morte. Penso al senso di quelle vite, all’ingiustizia di quelle morti e li sento vicini. Uomini e italiani come me.
Cosa motiva una persona nella tragedia e nella gioia: l’essere uno e molti assieme, uniti. Non occorre un terremoto, basta una vittoria sportiva, uno scienziato per far emergere questo sentirsi parte. Voglio estrarlo coscientemente questo essere parte di qualcosa di più alto, continuare a sentirlo ogni giorno per indignarmi contro chi massacra la percezione dello stato, voglio continuare a sentirmi diverso e non massa, ma italiano, essere della nazione e volere lo stato. Essere Italiano per me è questo, oltre la retorica del momento, oltre i simboli, oltre le mie limitatezze, oltre la presunzione e il dubbio di essere nel giusto. Per questo non capisco le ipocrisie politiche, non comprendo il relativizzare i comportamenti, le furberie tra furbi. In quale paese un partito secessionista sarebbe al governo, potrebbe dispregiare i simboli comuni, dichiarare la non appartenenza allo stato e governarlo?
Mi sento e sono italiano perché qui voglio esercitare la mia libertà e metterla in comune con le altre, perché i valori che hanno tenuto assieme questo paese prima della sua nascita erano già così alti da essere riconosciuti come italiani prima che la nazione esistesse, voglio essere italiano perché è un mio diritto esserlo e nessuno me lo può togliere. Lo stesso diritto che ha, chi vuole appartenere a questo Paese, e sente di essere per sé e per gli altri, unito in un progetto comune, in una solidarietà di intenti. Questo è quello che penso ora che giovane non sono più e che pensavo anche quando il nazionalismo non mi piaceva, come non mi piace ora, quando lo stato sembrava opprimere, eppure toglieva meno libertà di adesso, quando la bandiera sembrava un limite più che un orgoglio, ma all’estero mi piaceva vederla e dirmi italiano. Allora i nazionalisti erano i fasci, noi eravamo internazionalisti, ma non smettevamo di essere italiani. Nessuno se lo dimenticava e la passione di allora era per i diritti e l’eguaglianza in questo Paese e nel mondo, come diritti dell’uomo.
Passione, diritti, doveri: per amore si appartiene e non per altro.
Ci sono cose che s’imparano solo col semaforo rosso. Ad esempio, come depositare una stanchezza fuori dal finestrino, oppure praticare il riposo dell’assenza di pensiero. Od anche dormire per 40 secondi, s’impara.
S’impara a spegnere la radio, a rinunciare a parole e musiche senz’appello, alle telefonate urgenti, ai pensieri che se non scriviamo non torneranno più, alle priorità fasulle.
Per stanchezza, bisogno, od insensatezza del vivere, il semaforo rosso ridisegna un momentaneo vivere nello stop. Basta fissare un punto indeterminato, collocarlo tra due auto, oppure sulla ragazza che fuma alla finestra, o verso i giardinetti del distributore. E poi togliere il contenuto dallo sguardo.
Ho messo lo sguardo, tra una rossa utilitaria (strano questo aggettivo, come se le altre non fossero utili), ed un suv argento che la segue. M’ intimoriscono i suv. Sono alti, arroganti, da condurre quasi in piedi, come fossero un tram. E questo sta accovacciato sull’asfalto, con l’aria di dire: mio! Così diversi, l’utilitaria e il suv aspettano, persi in un privato trasparente e non coincidente.
Sposto lo sguardo, ormai libero dall’intenzione, su un’albero del giardinetto a fianco della strada. E’ l’albero dello smog: una pianta di cotogne, con 5-6 frutti appesi. Mi faccio risucchiare da quei frutti antichi e quasi inservibili e scivolo nel vuoto.
La semiologia del semaforo rosso conduce anche alla filosofia del frutto. L’assenza di pensiero può dire: pensa!
E cosa penso? Che il frutto cade quand’è maturo, oppure quando una mano lo stacca, od ancora, quando il vento lo strappa. Che l’albero spinge sul picciolo -così m’ immagino- come fosse un tubo cavo e cerca di gonfiarlo, e lo riempie di succhi e di dolcezza, e cava curve sinuose, e lo trattiene finché non è il momento di staccarsene. Solo allora spinge, non più per nutrirlo, ma per dargli un’altro destino e con un’ultimo sbuffo, lo stacca da quell’amore che l’ha fatto crescere. Questo è il suo compito, seguendo un orologio fermo di principi, che procede con il giusto tempo, per rinnovare, crescere, e far posto al nuovo.
Non c’è crudeltà in tutto questo. Ed è un pensiero così leggero che sembra il filo d’aria utile a me e a settembre.
E’ quello che dovremmo fare con i nostri figli, e non solo a casa, ma nel lavoro. Per volergli bene davvero. Continuando a crescere nel nostro angolo e permettendo loro di mettere radici, fruttificare, essere più grandi di noi.
Quando la stanchezza se ne va al semaforo, è un poco più lenta del verde, resta indietro ed insegue, è affannata dalla strada, morde meno. Finché ti raggiunge con gli impegni finti inderogabili, le telefonate in viva voce, il procedere automatico verso un’altro tempo. Tutto in sequenza. Bisogna essere giustamente stanchi per riposarsi al prossimo rosso e ripetere il rito dello sguardo che fissa e si vuota.
Chissà cosa emergerà che porti distante e vicino, e comunque via dalla gabbia delle decisioni di ruolo. Chissà…
Nel frattempo il suv soffia fumo nero, vuole superare l’utilitaria, ma non c’è spazio e gli esili cavalli della rossa, tengono a freno il gigante. Insofferente, si sposta da un lato all’altro. Guarda le alternative controluce, alza i ray ban, decide, osa, ma non riesce, finché al successivo semaforo si rassegna. Apre il finestrino ed un braccio di donna inforca una sigaretta accesa. Credo soffi o lecchi le dita perché ha la mano piena di fumo ed un lucore sui polpastrelli. Il ritmare del basso arriva fino a me. Guardo altrove. Appena oltre il muretto, c’è il fiume, un burcio semi affondato. Chiudo gli occhi, potrei dormire. Me lo meriterei, sono stanco anche per loro. Mi riempirebbero di improperi allo scoccare del verde, direbbero: vecchio stai a casa, dovrebbero toglierti la patente. Ma sarebbe questione di 20 secondi e tutto si rimetterebbe in moto.
Io la odio l’onda verde e mi piacciono le code. Ho un futuro.
Loro no.
Nel giardino, sulla riva, un albero di pere.
p.s. questo pezzo si intitolava: semiologia alternativa del semaforo rosso. Lasciamo perdere và…
Vorrei capire dove hai buttato le mie parole che hai cancellate. Ho solo cambiato il colore al testo. Non ti piaceva? Non eri contento del soggetto, non ti piaceva il tono? Bastava dirlo. Erano un pezzetto di me, magari neppure importante, ma non torneranno più. Non con quella sequenza, quell’emozione che s’incastra tra le lettere ed il ritmo. Che ne sai tu di parole e ritmo, mi correggi le j quando le metto al posto delle i. Non sai la differenza tra bujo e buio, semplicemente sovrapponi il tuo sapere senza sapere. Ma cancellarmi no. E’ questione di rispetto. Le cose mie voglio buttarle da solo. Magari ricostruirò, ma non sarà la stessa cosa. Ecco questo non te lo perdono, sei una macchina e sbagli più di me, aggiungi ai miei gli errori tuoi. E se posso dirtelo a muso duro: ti sei fottuta la mia fiducia.
n.b. che strano, parlavo con wordpress e sembrava stessi parlando con una persona. Sovrapposizioni.
Nel pericolo bisogna avere pazienza,
quando sembra tutto perduto, bisogna fare ed avere pazienza.
La forza della pazienza e del bene comune.
E quando tutto crolla bisogna avere la speranza della pazienza
solo attraverso la pazienza, qualcuno si salverà.
Lo penso per chi vive nella centrale,
ma anche per quelli fuori della centrale,
lo pensavo per i tecnici ed i pompieri di Chernobyl,
per tutti quelli che si lasciavano contaminare anziché fuggire.
Lo pensavo di Rigoni Stern che parlava della vita con voce paziente
mentre in Russia, nella ritirata, c’era quasi solo morte.
Lo penso per le piccole difficoltà che riducono l’orizzonte ad un angolo acuto,
lo penso quando non c’è pazienza per capire,
quando l’immagine impedisce di vedere.
Lo penso quando l’ amor proprio toglie la pazienza di costruirsi,
lo penso quando non si capisce e si continua lo stesso.
Quando c’è paura occorre pazienza,
quando è notte, senza conto d’ore, occorre la pazienza della luce,
quando si è soli, nella centrale o nel cuore dell’universo, occorre pazienza.
A non credere ci son vantaggi,
e solitudini senza luce,
fatte di quel bujo che aspira la vita, e toglie alibi ed appigli,
al salire e scivolare e riprovare,
nella sequenza infinita del Sisifo che non muore.
La terra si scuote,
vibra sempre tutta, di noi indifferente,
se non sappiamo leggere o capire,
e l’uomo, appeso al ciò che crede, sussurra di non chieder conto di ciò che accade.
Ed intanto,
riparare, consolare, nella paura che resta e si confina nella fede.
Di cosa e di chi? E dei fili strappati che dire, allora?
Se le vite cancellate entrano nella contabilità del fato, resta l’ansia del giorno,
l’insicurezza che nulla e nessuno, per noi governi,
et non nobis domine, perché
ci toccherà davvero solo ciò che c’accade.
A noi.
Ciechi pazzi solitari, senza speranza,
mentre dovremmo stenderci sulla terra,ed amarla.
Amarla d’ attenzioni tenere, ogni giorno,
sentirne il flusso ed il respiro unisono,
capirla ed esserne tutt’uno.
Congiungersi nella morale della terra, che non usa e non è usata,
morale d’essere, religione dell’esistere priva di domande che portino altrove
paura e responsabilità.
Noi, qui, adesso, senz’alibi di vestiti, a vibrare assieme
e muti di parole, sentendo,
anche la paura sentendo, quella che fa stringere i cuccioli,
che abbandona le cose e corre nello spazio aperto,
quella che stringe ciò che è caro, e posa e capisce,
non la furia tua che non esiste, ma l’ amor tuo indifferente,
di maestra senza ammonimenti, che rimette in ordine le cose,
e noi, consegnandoci ciò che importante è davvero.
Nelle mani, aperte, che sanno d’erba e di terra, di roccia e d’alberi,
di pelle e di ferite, di piacere e di respiro,
palmi da aprire e posare, per ascoltare non per dire,
e poi portare al viso, ed annusare,
respirare te, che vivi con noi, e non per noi.
A te non chiederò ragione, di te mi fido,
non ho nulla da credere, posso solo amarti e scoprire,
qualcosa, oltre ciò che vedo, sentendo, ascoltando,
e so che di tutto questo tu farai di me uno, come hai sempre fatto.
E tanti.
E di questa unicità che non si trasmette, lascerai traccia per riconoscere chi,
come me ti ama, e condivide,
e resta uno, e non solo.
Due disinteressati della vita. Una donna e un uomo. Non si conoscono, spesso mi telefonano. Li chiamano aspiranti suicidi, ma non è il loro modo di sentire, semplicemente non gli interessa più vivere. Si lasciano andare.
Oltreché ascoltarli, non so che fare, sono vite diverse dalla mia, ma neppure tanto, potrei essere al loro posto. La donna è in crisi d’amore. O forse l’amore è il punto acuto della crisi. L’uomo è in crisi per il lavoro, ed anche in questo caso il lavoro è l’epifenomeno di un disagio precedente. In realtà non sono fallimenti, ma incapacità di vivere il presente, di affrontarlo ogni giorno. Bisognerebbe andar via dalle case piene di memoria, azzerare il peso di questo vivere troppo pieno di modelli di felicità. Glielo dico, ma non ascoltano. E questo contesto non aiuta, sta intossicando con l’indifferenza e l’isolamento ed aggiunge veleni ai veleni autoprodotti.
Di sesso e amore non so parlare con leggerezza e neppure di lavoro: dalle lenzuola stropicciate vengono rumori e sentori particolari, impronte che parlano d’altro. E delle mani e dell’intelligenza dei lavori a progetto cosa vuoi che resti? E’ tutto così labile.
Non posso parlargli di me, ascolto, forse vogliono anche quello, ma l’esperienza e il mio ottimismo non gli basta. Hanno tirato i remi in barca ed io non riesco a rispondere nulla sulle richieste d’aiuto. Allora mi prende uno scoramento, una tristezza infinita da inanità, come fossi il rappresentante di questo mondo che tutela la vita a parole e spinge nella disperazione le persone. Non possiamo salvare tutti. Non possiamo salvare nessuno, tranne noi stessi e dare una mano. A volte neppure quella. E non girarci dall’altra parte. Quanta tristezza in tutto questo.