sotto valutare

Di molte persone conosciute negli anni del ribollire, conoscevo anche una seconda attività. La passione vissuta altrove. Chi recitava, altri suonavano, non pochi scrivevano, fotografavano. Tutti facevano altro, era un essere accessorio. Sottovalutato. Eppure era quello vero.

Scopro in una pagina di internet, una locandina di qualche anno fa. Il regista è un mio antico compagno di sindacato, ora scomparso. Di lui mi ricordo gli interventi sempre un po’ a sinistra mia, poi basta. Il sindacato, le categorie, sono fortilizi. Anche allora, faglie di mestieri, ciascuno difendeva competenze che facevano scomparire gli uomini.

Accadeva ovunque, del ragionar per circoli. Del mio compagno di banco in consiglio provinciale, conoscevo la passione politica, il parlare che si ascoltava molto, il mestiere di dirigente puntiglioso. Uno scassacoglioni dicevano i sottoposti, ma la sua passione per la danza non la conoscevo. E mi sorprese vederlo ascendere come organizzatore di stagioni importanti di spettacoli.

Ho ignorato abbastanza, non mi sono stupito a sufficienza degli amici scultori, dello scrittore avvocato poi famoso, del notaio pittore, ma anche dell’insegnante di istituto d’arte, le cui opere fotografiche sono al Moma, e poi dei chirurghi poeti e pittori, dello psichiatra che scriveva testi teatrali. Mi è sfuggito l’importante sotto la coltre di ciò che sembrava il centro della persona, ovvero la politica o l’abilità professionale. Quello che aveva un valore economico o sociale. Devo dire che analoga sorte toccava a me, si stupivano i miei compagni di lavoro o di politica, del fatto che scrivessi, o fotografassi. Ci si rideva su assieme per un poco e si passava ad altro, in fondo nessuno vuole veder dietro l’apparenza: è troppo coinvolgente.

Però l’importante era l’altra natura. Il doppio che riservavamo a noi e ai pochi che potevano capire quanto fosse vitale. Il doppio, ovvero quello che non mostriamo con facilità, quello a cui teniamo e che contiene i desideri, l’essenza di noi. Anche il dolore di non essere contiene, la fatica della maschera dell’altro, il tempo che manca, l’insoddisfazione, la penombra della libertà. Il doppio contiene la reale misura di sé, ciò che vorremmo esibire, ma non si può, se non quando prevale il successo, il valore economico appunto.

Il dilettante si diletta dell’opera sua, la tiene come proprio piacere e dannazione, e su questa costruisce un io altrettanto poco vero dell’altro, perché non può vedere la luce, mostrarsi.

Il doppio, il bagatto. Scandagliate, scandagliate tanto non mostrerete, spesso neppure a voi stessi, la vostra vera natura. Si dovrà leggere tra le righe, andare per percezione, come se l’unica vita vera non fosse quella esterna, ovvero ciò che si mostra, e cogliere invece l’altra che s’agita altrove. Questa sì, più importante e vera.

Adesso sono più attento, ho perso troppi pezzi sull’apparenza. Il metodo è togliere il giudizio, cercare di capire dove sta davvero chi mi è davanti, non tutti ovvio, ma solo chi m’interessa. E cercare di capire più le passioncelle, che i titoli o le abilità.

hortus conclusus

Un sogno ricorre nella mia vita. E’ un sogno vero e ricordo quando l’ho sognato per la prima volta. Ero un ragazzo.

Nel sogno c’è un muro alto, fatto di pietre incastrate e tenute a calce, non c’è una porta e il muro è una circonferenza. Devo scavalcare per entrare, alcune pietre sporgono per questo e disegnano una diagonale sinuosa che si projetta sul terreno. Una spirale.

Nel sogno salgo, finché lo faccio mi guardo attorno, c’è campagna, qualche albero. A volte scorgo il mare.

Entro nel recinto. E’ il mio giardino arabo, lo sento, con le rose, i tulipani, le dalie, il verde uniforme dell’erba, alternato alla terra rossiccia e la sabbia bianca. Al centro una fontana con una polla, l’acqua trabocca e scende in rivoli. Si perde nel verde.

Mi siedo su un asse di legno, appoggio le spalle alla parete, guardo il cielo. Poi lo sguardo scende e si perde morbido, nel verde, nei colori delle cose.

Ho la percezione dell’equilibrio e della pace. Nel sogno è pomeriggio, verso sera. Posso chiudere gli occhi e riaprirli, e il pensiero scivola tra sonno e veglia senza distinguere. In tranquillità. Ho la sensazione di aver fatto.

La mia interpretazione è che l’orto chiuso è la fortezza di me, il desiderio e la sua soddisfazione avvenuta. E’ la mia misura, nel coltivare e contenere ciò che è prezioso al mio sentire. Nel cerchio trovo il dissolversi del fintamente importante, l’acqua pura scioglie il rigurgito del fondo archetipico, il nero che si trasforma, trascolora, diventa buono e compatibile. La bestia allora convive, corre assieme, gode delle stesse cose, ha lo stesso riposo. Si ricompone l’unità.

E’ un sogno che mi piace molto, purtroppo infrequente, ma so che accompagna momenti di passaggio, di movimento verso il nuovo. Quando mi sveglio sono sereno, un poco mi spiace perché vorrei che il sogno continuasse, sfumasse piano, ma non mi angustio, ho la sensazione che tornerà.

Penso che per aprirsi bisogna avere un recinto di sé, un proprio giardino arabo, che quella circolarità è contenuta in altre circolarità maggiori e che mentre queste si possono aprire, altrettanto serenamente il primo deve restare lo spazio costruito, vissuto, curato.

Quando sento l’inutilità del fare, l’affievolirsi della speranza, il senso del mio limite devo riportarmi nella cellula primigenia. Quella sola che mi contiene. Anche nella gioia è così, esiste un di più da assaporare, che mi appartiene e che posso cedere solo essendo me stesso.

Non ho fretta.

Nel mio scrivere di questo sentire, avverto il superfluo, l’eccedente, mi rileggo ed è come rifilare il bordo di una torta. Di quella che sarà una torta. Per ora è pasta cruda, buona da mangiare, ma diversa da quello che diventerà. Una torta non si racconta, si assapora, il giardino arabo è la stessa cosa, si descrive, ma il sapore è altrove.

 

l’incrocio

Quell’incrocio non ha ricordi lieti. Abitavo vicino e lo frequento da quand’ero ragazzo. Era lo snodo tra la città dei professori, delle arti liberali ed il rione popolare, per eccellenza: il Portello. Poco oltre l’angolo stavano le carceri, poi fagocitate dall’università per divenire luogo delle mie pene matematiche. D’estate si sentivano i canti dei detenuti, qualche parente sotto chiamava, qualcun altro rispondeva. Su tutto, pioveva la ruggine delle bocche di lupo, delle grate spesse, del portone scrostato. Una sera di pioggia, era d’inverno, ci fu un’incidente. L’autista del bus disse: non l’ho vista. Aveva 17 anni, morì di colpo sotto le ruote posteriori. Ero appena oltre l’angolo, il rumore non mi è mai andato via dalla testa, se passo di sera ancora lo ricordo. Per anni mi sono chiesto, perché lei. Perché una persona che aveva una vita non ancora iniziata, e i perché si sono sprecati, assieme ai punti di domanda, come ogni volta che accade qualcosa che ci fa sentire più soli nell’universo.

Nello stesso incrocio, per anni c’è stata una ragazza. Magra, si muoveva veloce tra le auto. Appena trasandata, e poteva essere un vezzo, ma si vedeva che non era così.

La parola clochard è un eufemismo gentile. Dovuto perché molti, gentili ed educati, lo sono davvero. Lei chiedeva l’elemosina con discrezione, spesso neppure accennava al gesto della mano. Se si voleva si poteva dare.

D’ una bellezza scavata, capelli corti, si notava. Un passato di tossicodipendenza l’aveva allontanata da casa, dagli affetti d’una qualsiasi gioventù, gettata via dall’usuale per passare all’eccezione. Ne era uscita, ma ancora restava sbandata. Le erano rimasti i suoi quarant’anni e la possibilità di scrivere un pezzo di vita: quella che non aveva vissuto e quella nuova.

Si è spento tutto in una notte d’estate. In una strada di cintura, investita da un’auto, mentre andava in bicicletta. Andava, non tornava. Andava da qualche parte, come tutti noi che non abbiamo solo percorsi circolari, abitudini, riti e parole che acquietano.

Dai particolari dell’incidente ho sperato sia morta subito, che non ci siano stati altri insulti e sofferenze a una vita difficile.

Chissà come sono passati per Lei,  questi anni, con pochi bisogni, il cappuccino del bar d’angolo (i baristi hanno cuore), le piccole cose messe a fianco del materassino, in una cabinetta elettrica dismessa. I pensieri, il mondo che vorticava attorno, la vita che sfuggiva e si rapprendeva in improvvise speranze di futuro. L’immagino così, che vuol vivere e che non pensa troppo al passato, ma a ciò che può fare. Serve a me, per dare una ragione, ma chissà cosa circolava nel silenzio di troppe, lunghe ore, nella sua testa.

Al suo funerale c’era la chiesa piena. L’ex assessore, tante persone che forse Lei non aveva neppure notato, persa com’era nel suo sforzo di vivere, conservando una percepibile dignità.

Clochard, ognuno di noi ne conosce qualcuno, a volte mi dico che la distanza è breve. Basta poco. Un rovescio finanziario, una pena d’ amore eccessiva, una dipendenza incoercibile, una vergogna insostenibile, oppure la fuga che rovescia la percezione del mondo. Basta poco. Il mio compagno di banco all’università l’ho ritrovato così, un amico con un segreto troppo grande ha fatto lo stesso. E poi altri border line, si dice così adesso, che erano coetanei e frequentavano i miei stessi posti, prima che le strade divaricassero. Morti di stenti alcuni, d’incidente altri, avevano un destino segnato? Molti anni fa scrissi una lettera ad un giornale e poi un articolo, dove parlavo della concatenazione indifferente degli avvenimenti, del parlar vuoto sul valore della vita umana, dell’insensibilità burocratica che semplicemente eseguiva. Eseguire ovvero l’atto che dà concretezza all’esecuzione, ma senza colpa perché tutto è separato, parcellizzato e quindi l’uomo, la carne, la sofferenza non c’è mai. Un fucile, una mira, un grilletto, una pallottola. Uno sfratto, i mobili in strada, una carta, una firma mancante, le ferie d’agosto del funzionario. Mi chiedevo: perché accade tutto questo, in fondo un problema è un problema. Si affronta, si risolve. Oppure ci si gira dall’altra parte. Vanno bene entrambe le soluzioni, ma nulla è peggio dell’indifferenza.

Al semaforo dell’incrocio, c’è un mazzo di fiori.

Le piacerebbe.

compagno

Eravamo compagni non senza timore. Anche chi c’arrivava subito con gioia spensierata e guascona, chi incespicava sulla parola che rompeva passati familiari, chi, con naturalezza, riconosceva ch’eravamo tanti e dalla parte giusta. Poi, come ogni acquisizione d’identità collettiva, il cerchio d’uso della parola sostituiva il nome proprio. Ci si appellava compagno, compagna, riservando il nome all’interlocuzione diretta e non alla politica di gruppo. In vacanza, in osteria,  nelle scorribande d’amici, ritornavano i nomi, perché la parola compagno era la vita impegnata e seria, il terreno su cui poggiare piedi e ideali.

Compagno e compagna, si diceva con tenerezza, con forza, con rabbia. Una parola che univa e divideva perché connotava un versante del mondo. Toglierla a qualcuno era l’ostracismo, il tradimento. Nella parola c’era l’onore e la fedeltà, l’appartenenza.

Compagni era un grido d’attacco ed una quiete da chitarra nella notte. Compagno, veniva da prima, era stato usato con gloria, aveva plasmato vite. Per noi, studenti, era il segno d’una aristocrazia d’idee e di vita fuse assieme che innanzi tutto apparteneva a chi lavorava, agli operai. Usarlo nei loro confronti, oltre l’età, era una concessione, un essere ammessi a qualcosa che partiva da loro.

Compagno se va, chiude un secolo e mezzo di storia, relega un’identità al passato, la lascia a chi c’ha creduto, a chi vuole che non sia cambiato il mondo. Da tempo, questa parola, era in difficoltà, da quando caduti muri e ideologie, sembrava fosse un arcaismo, un residuo del passato. Nella fretta del nuovo, del tempo che divora se stesso, s’è gettato non solo il bimbo e l’acqua sporca, ma anche il catino. Nel convergere poi, di centro e sinistra, è difficile usarla in partito, difficile nelle manifestazioni, difficile anche in fabbrica perché gli operai erano passati alla lega.  

Eppure tutti c’abbiamo creduto, anche chi non era d’accordo, ma alla sua partenza non c’era nessuno. Era finita una stagione politica e di speranza, di questo qualcuno non se n’era accorto, e nessuno conosceva il nome di quella nuova.

E’ solo una parola, dicono, e vorrebbero sostituirla con amico, ma sarebbe demolire qualcos’altro, un sentimento che riguarda le persone, non le idee e la politica. Ne sanno qualcosa i democristiani d’un tempo, che si chiamavano amici, prima di macellarsi nei congressi e nelle correnti, e gli amici veri se li sceglievano altrove.

Meglio non avere nome e tenersi dentro ciò che si è. Ritorneremo ai signori e signore, agli uomini e donne detto enfaticamente, all’appellarsi vuoto di simboli e significati. Non ci si deve sentire per forza, qualcosa di diverso e forse neppure assieme ci si deve sentire. Oppure sarà necessaria la doppia tessera, quella ligth per la casa comune, quella hard per chi vuole cambiare davvero.

Questo dice la politica liquida: agitare bene prima dell’uso, bere e poi si metabolizza in fretta.

p.s. mi convinco che sarebbe andata comunque così, che non è stato l’ingresso dei figli della borghesia a mutare il senso della parola, e forse, neppure a stereotiparne l’uso. Che a metà degli anni ’80 già s’era consumata la fiamma in grado di mutare il mondo. Quel mondo, non questo, questo ha gli stessi problemi ed altre poche fiamme.

Ivan della Mea, interpretò in musica, quell’ultima stagione insieme ad altri, ritmando le manifestazioni e la protesta. 

 Compagno era colui con cui si divideva il cibo, la lotta, la prospettiva di futuro. Cosa posso dividere oggi, che non cambi presto con i leaders, che non ricada nel relativo che ha pervaso la politica, che non sia solo, una prospettiva di governo, ma una prospettiva di vita?

In quegli anni di cambiamento fu per me fondamentale, l’ultimo leader che seppe incarnare davvero la parola compagno: Enrico Berliguer. Di Lui conservo molto e condivido ancora moltissimo.

festa d’inizio estate

Informale abbigliarsi, diceva l’invito. Incredule, stanotte le toilette si sprecavano, i tacchi in tinta con le sciarpe, le abbronzature senza limite, i vestiti impalpabili, nuance d’estate.

La conca verde ha un solo proprietario, nessuno si disturberà del suono alto di fisarmoniche. voci e clarini. I gruppi si aggregano, disperdono, ricombinano. Ciascuno, solo od in coppia, s’aggira con passi di tango, tra solitudini ed apparenza, importante è percorrere la pista.

I fritti, i crudi, le sorprese escono continue dalle cucine. Come i vini, strani e nuovi per avere un posto di commento e ricordo.

Poi i tavoli, aggregano, come le parole, e come queste, dividono. Meglio parlar di nulla, guardarsi attorno. 

Qualche civetteria, una curva, un accenno di seduzione si infrange nel monologo iniziato dall’attore e nel divertimento mio.

Grande la sua passione del recitare, grande la lingua vecchia di 5 secoli, grande il periodare denso d’ immagine, di cose, di disincantato sguardo.

20 generazioni ed avremmo calpestato le stesse pietre.

Ma il richiamo della lingua ruvida e tonda, non dice nulla ai molti, neppure gli accenti sapidi sulle virtù delle pute, attirano attenzione e sorriso. La curiosità si spegne, finché un applauso zittisce. Riprende il teatro del mondo, riti e convenienze, seduzioni celate. 

Mi attacco ad un toscano per guardare lo spettacolo e pensare ad altro.

Nel prato, la notte è dolcissima, i colli hanno punte d’albero imbiancate dalla luna.

Un inizio di commozione basta per andare.

tutta mia la città

Vibra la notte, con soffice  rumore, fresco di bujo. 

Nel tardo pomeriggio uno scroscio d’acqua, allegro come sanno i temporali d’estate.

Poi, immemore, il caldo si è levato dall’asfalto, dai muri arroventati, dalle pietre.

Indeciso ha aggredito, prendendo coraggio man mano gli uomini toglievano abiti.

Ha seduto ai tavolini dei bar, allungato le gambe, alzato bicchieri. I tragitti si sono allargati in cerchi che non volevano tornare nelle case.

D’inverno si salta da un luogo all’altro, i percorsi sono lineari, brevi, si cerca la luce un po’ gialla e il tepore delle cucine dell’infanzia.

L’estate rende amica la notte, morbida di tepore e fresco, attiva il desiderio della luce che scema.

Anche il giorno s’ adagia nella notte, aspetta voglioso di carezze.

intorno una somma di parole, di sorrisi, promesse, delusioni, attese, abitudini, speranze si sono scambiate, stasera, sull’ orlo della notte.

Quante mani si sono toccate, quanti pensieri si sono assentati, quanto tempo si è fermato, e quanto è scorso via veloce?

Da un’ angolo l’ombra ha cominciato a crescere, una ragazza con una maglietta e calzoncini arancio ha iniziato a correre.

L’ i- pod fluisce musica, sull’aria che ondeggia di calore, dal basso piove, dolce e progressiva la notte.

Tutta mia la città.

 

menoaja

Menoaja, minutaglia.

Come un de minimis non curat praetor, mia nonna me lo indicava riferito a fatti o persone. Era il suo parere definitivo, chi ne era colpito usciva dalla sua sfera d’interesse. Un’ igiene mentale e dei sentimenti forte, stratificata dalla vita. Senza giudicare, lasciarsi condurre dal senso di sé, andare avanti. Orgoglio? Supponenza? Oppure sanità mentale per inadeguatezza propria e/o d’altri. Comunque sia, era ciò che mi diceva nel suo inconscio insegnare. Perché lei, non insegnava, non costringeva, semplicemente mostrava la luna e non il dito. Credo che sia stata fondamentale per me, l’ho sempre contraddetta, amata, rispettata, e nel ripetere i miei errori, l’ho capita.

Se parlerò mai dello stile, della sua importanza nella vita, parlerò di lei. E dei suoi silenzi, e dell’ultima parola ironica che poteva avere sempre, usava liberamente e non feriva mai.

green economy

Il rosso lamiera, da arrogante, sbiadisce senza decidere. Il giallo sporca, accontentandosi di riflessi, il blù sfuma verso l’avio e solo il grigio impavido resiste. Per lui sporco è già aggettivo identificativo, ma in realtà, attende spray misericordiosi di segno e di colore. Banali anch’essi nella loro ripetitività, Basquiat da queste parte non ha avuto eredi, solo l’inox, freddo nobile conscio, ostenta: non ha mai legato con nessuno.

La pioggia lava e il verde d’alberi, erba ed edera, rifulge. Colore un tempo difficile, il verde, ora sembra amico mentre evoca e mistifica. Non lui, ma le architetture, i passaggi d’alluminio e acciaio, i vetri sporchi, le strutture nate ruggini. Non acciaio corten, proprio ferro da fonderia, ferrazzo da rifusione e ganga, perché non è più tempo d’esili colonnine di ghisa, di pensieri da forgia. Tutto s’è seppellito nel secolo breve. Breve e ricco, Di visionari, fabbri d’anime e strumenti, note, parole, invenzioni, testi. Allora sì, fare pensieri multimediali e rappresentarli in piani scorrevoli tra loro, anche nell’intersecarsi, era complicato.

Vi do una cattiva notizia: è stato inventato tutto nei concetti fondamentali, adesso va di moda l’evoluzione del dettaglio. Qualche spirito libero s’esercita nel deserto: non farà danno. Basta lasciarlo dov’è, difficile da raggiungere anche per i curiosi. Vedete, guardatevi dentro, s’è perso l’elogio del brutto, del possente, dell’ordinato, del meccano che dalle teste trasmetteva moti oculari. La torre Eiffel è brutta, è un ammasso di ferraglia, basta finalmente dirlo, anche il colosseo è un ammasso di pietre squadrate, e San Pietro è sproporzionato per la vista e piccolo per l’ambizione di contenere le anime. Ma non sono banali- Perché elogiare il banale e prendersela solo con i monumenti ridicoli contemporanei? Prendetevela con il bello che non nasce, chiedetevi perché. Alemanno ha accettato un monumento banale? Colpa sua. Come si educa l’artista, se non si rifiuta. L’elogio del brutto è processo consapevole, militanza, fatica, ed invece anime tiepide, accettano, non dicono, si astengono, si voltano altrove. Per convenienza, mica per altro.

Possiamo continuare e dire che la caban di Le Courbusier è il nostro sogno, perché i sogni sono domestici, e nei geni sono ancora più domestici. Solo chi non ha sogni, ma solo voglie e desideri, deve rivestirli d’infinite pietre, d’infinite scopate, d’infinite finte trasgressioni. Nella furia iconoclasta della giovinezza tentammo di togliere lo champagne al genio, a Strawinsky o Picasso o Gadda o Hemingway, ma erano già morti, e per fortuna non se ne accorsero. Neppure le star intelligenti d’allora se ne accorsero, mettendo allegramente i fegati sotto alcool e chiacchere.

Basta non è tempo d’iconoclasti. Adesso è il verde che evolve e lega il pensiero, quello furbo e quello disinteressato. Ed io, che non ci penso, mi commuovo davanti ad un tiglio, al suo profumo. Lo ringrazio di nobilitare scelte di appalti a valore apparente e decrementante. 

Vi do una buona notizia:  stato inventato tutto, basta legare e perfezionare, leggere finalmente i manuali accumulati, adoperare le release esistenti, aspettare che i bambini crescano anziché buttarli via con i catini. Si può far fallire la apple, la bmw, la mondadori, la sony, il consumismo. Leggere tutto, sfruttare i sistemi operativi, andare al cinema, ascoltare musica dal vivo.

Il verde lega e nobilita, perfeziona legni, giri di vite e colle. Se si calpesta è tollerante, se ci si adagia è meglio.

E’ verde e se si guardano i conti non è neppure tanto economy, è la strada. Una strada. E tanto basta per mappare e ricostruire il mondo, così che sembri nuovo. Ma qual’è il bilancio vero  di questo verde che riempie le bocche? Su questo, come su molto altro, bisogna svoltare l’angolo dell’apparenza, puntare alla sostanza delle cose, accettarne la durata. Pensateci, green economy è accettare la durata e la funzione delle cose, siete pronti? 

p.s. el me par novo. Mi sembra nuovo. Non ci sarà mai nulla di così forte nella lingua come il dialetto e parere è un verbo nobile, anche nella negazione.

essere nel flusso

Rimuovere, allontanare o risolvere il problema?

E se il problema, in realtà, non fosse stato un problema?

Avevo bisogno di una soluzione soddisfacente, per un problema inesistente.  E, dopo l’enunciato, che le cose s’incastrassero secondo uno schema mio, dove tutto trovava il suo posto.

Realizzare il massimo dell’equilibrio e della soddisfazione, ovvero il tutto.

( E se  quell’esercizio di intelligenza applicata, fosse stato il massimo del compromesso, ovvero il motore immoto che trova un equilibrio nel comporre le forze contrastanti? )

Avere il tutto!

Questo avrebbe tranquillizzato e sopito altri problemi.

Non capivo, o meglio, non volevo ascoltarmi, eppure sapevo che la vita era un riordinare le priorità, uno scartare e non l’accumulare, incastrare, tenere, rendendo contenti tutti. Chi voleva, chi protestava, chi aspettava ed infine me. Invece bisognava imparare dal ruscello che sbriciola e getta a lato per essere libero di scorrere. In fondo è più facile soffrire che essere felici di sé. Ed era chiaro che tutto quello che facevo, muovevo, cercavo, era un divagare diretto verso la semplicità d’una affermazione: non ho bisogno di voi, né voi di me. Dobbiamo solo nuotare assieme con un pensiero d’autosufficienza e di scelta.

Il sublime egoismo di chi non s’occupa più di tenere tutto assieme, ma lascia che l’insieme lo contenga. E s’abbandona proprio quando sembra vigile e determinato. Ecco, questo era essere nel flusso. Non seguire, determinare, combinare ma essere nel flusso che s’era scelto.

natale-lui 1.


Poi tutto matura in pochissimo tempo, quello che era importante fa un balzo indietro, la vita si riordina in positivo. Scelte. Nella stanza, i pavimenti sono lunghi listoni di legno biondo scuro, ci sono libri e giornali dappertutto, un divano ha una coperta abbandonata accanto a due cuscini. Il protagonista e’ assorto, ascolta musica e parole, il pensiero si sdoppia, c’e il presente, ci sono i passati, i futuri. Ha deciso proprio oggi, la sua vita verra riordinata, una poltrona occupa un angolo della stanza.

E’ questione di ritmo baby, guardami gli occhi, non li vedrai mai sbarrati. Ho il tempo dalla mia parte, quanto ne voglio, sei tu che lo senti scappare e ti senti morire. Nessuno mi hai messo una mano addosso che non volessi, per questo solo una enorme volontà d’amore mi può prendere. E tenere baby,
Adesso spegni la luce, anche quest’albero spegni. Apri un poco la finestra, lascia che entri una lama d’aria, metti Jacqueline du Pré e Baremboim, quando erano felici, e poi Peer Gynt e spegni queste cazzo di luci. Lascia che l’aria mi strisci la pelle, che si arricci.

Cambia tutto. Nella testa. Sono bastate 8 firme e si chiude/apre. Ci sono cose per tutte le vite, anche tu. Non occorre essere assieme, ma e’ così. C’e un amore asimmetrico che non fa male, un amore che non se ne va. Che e’ come questo pavimento di legno, caldo e isolante, risuona, suona con i tuoi passi. Dopo natale si mette via l’albero e si attende, fa quasi caldo e ancora non lo sai, ma lo sai. Per me ci sono due stagioni: quando porto la maglietta a letto e quando dormo nudo. Cambia tutto, ma io non cambio, cambio quello che mi sta attorno.

Dove andrai ? Fa buio.

Chissà che tu sia al caldo.