l’elogio dell’utile

La mia generazione è cresciuta con l’educazione all’utile. Lo spreco era aborrito per penuria, quasi tutto veniva riusato fino a consunzione. Strano che un popolo abituato a vedere l’eccesso come un segno di maleducazione e sguaiataggine, si sia riconvertito allo scialo anche di se stesso e delle proprie convinzioni oltre che degli oggetti.

In tempi di nuova penuria, gettiamo via di tutto e di più e le nostre case sono sempre troppo piene. Non voglio però soffermarmi su questo, perché è un mio cruccio irrisolto, mi basta non buttar via me stesso, ma ciò che mi attrae è proprio l’idea dell’utile. L’utile vale ovunque, nell’intelligenza, nella politica, nelle relazioni, nell’amore. Qual’è l’amore utile, ad esempio? Direi di primo acchito, quello che ci muta, che indipendentemente dalla felicità che genera, ci porta verso un riconsiderare abitudini e vita. E il cambiamento è comunque una funzione vitale. Anche l’intelligenza utile ha un suo segno, che non sta tanto nella rivoluzione che produrrà, ma piuttosto in come cambierà il nostro modo di vedere le cose e quanto ci manterrà in sintonia nuova con esse. Analoghe considerazioni valgono per le relazioni, una nuova amicizia è utile, non per i favori che procura, ma perché ci fa stare bene. Così l’utile acquista, per me, un significato nell’età dello scialo, ovvero quello che mi muta e mi rende più confacente al mio vivere, è utile. Anche i desideri sono utili, da questo punto di vista, e così il futuro che vorrei per me e per gli altri, che condividono il luogo, il tempo, i problemi, la vita collettiva. E’ utile ciò che mi cambia senza rinunciare a me, quello che davvero è compatibile con il reale convissuto. In questo sento che nello sforzo di tanti che con onestà, convincimento e scelte di vita si danno da fare per migliorare le loro e la mia vita, ci sia un profondo senso etico dell’utile. Oltre il sogno, che pur resta mio, oltre alla discussione che pur appartiene allo scambio e al ragionare, oltre alla cecità che fa vedere solo una parte della realtà, oltre al dubbio che un buon compagno, credo che nello sforzo comune ci sia l’utile di mettere insieme e non dividere, di unire spinte e voglia di cambiamento in un progetto. C’è quanto basta non solo per confermare il farmi coinvolgere, ma anche la serenità che toglie il senso dell’ inutile.

Oltre alle campagne elettorali, il vociare, le bugie smaccate,  la voglia di sangue di chi si è sinora disinteressato o peggio dimentica per chi ha votato e ci ha condotto in queste condizioni, si può cambiare e il mio voto conterà davvero.

p.s. per chi non mi segue forse non è chiaro, ma voterò PD.

autocensura

Ultimamente mi autocensuro, non scrivo e non dico quello che penso nella sua gravità per me. Ho l’impressione che stiamo scivolando verso un buco e non so quanto sia profondo, ma è un precipizio in cui non c’è analisi, prospettiva costruita sul ragionamento. Manca quello che io, qui il pronome personale ci sta tutto, ho considerato, da sempre, futuro comune. E siccome ho l’impressione che questa sia un mio personale sentire, mi fermo e mi autocensuro, oltre questo sfogo.

Se leggo la cronaca del discorso di Grillo a Torino, fatico a capire il nesso tra le tante denunce e i rimedi, un saltare da una parte all’altra che non considera nessuna logica reale, ma la realtà in piazza sembra essere conservatrice. Poco incline al cambiamento. C’è troppo debito, non paghiamolo. C’è la crisi e la disoccupazione, diamo un salario di cittadinanza a tutti quelli che non lavorano. Mancano i soldi, preleviamoli dal finanziamento ai partiti, ecc. ecc. E’ il ragionamento (?) speculare a quello di Berlusconi: restituiamo l’imu e facciamoci dare i soldi dalla Svizzera, non dagli evasori ed esportatori di capitali, ma dalla Svizzera dove li hanno portati, ovvero assolviamo il ladro e condanniamo il ricettatore. Qui mi fermo perché mi rendo conto che parlo a me stesso, che ho un pregiudizio sul populismo e sul popolo, quindi è cosa da aristocratici e snob. Anche se penso sia altrettanto da aristocratici e snob passare dal vezzo del non voto ostentato alla protesta senza sbocco. E uno sbocco in realtà lo vedo, è il buco di cui parlavo all’inizio, un buco che inghiotte le idee in cui sono cresciuto e invecchiato. Ieri sera sentivo un comico, Bisio, che diceva una quasi verità, ovvero che chi ci governerà sarà lo specchio di tutti noi, che noi siamo il problema. E’ vero, noi, siamo un problema, ma non credo che sia solo così: io voglio i migliori al governo e all’opposizione e credo che una parte non piccola del Paese lo pensi. Per necessità, non per retorica, preferisco che mi conduce sappia guidare e dove andare. Molto di più mi piace quanto scrive, e fa dire oggi, Gramellini, sulla Stampa, nell’elogio della genericità. 

Però mi accorgo che confronto, analizzo e mi faccio prendere dalle cose che accadono. Ci soffro, quindi sono fuori dei tempi, questo mi sembra il messaggio che mi arriva. E soprattutto le mie priorità sono solo mie. E’ importante condividere le priorità e poi le soluzioni, è importante perché così si pensa di fare un passo avanti e nella stessa direzione, ma non mi pare sia così. Non ora almeno, passerà, io ho tempo. 

p.s:  http://www.lastampa.it/2013/02/16/cultura/opinioni/buongiorno/elogio-della-genericita-T4HogWgB5QGpcW0XT9GDZL/pagina.html

il vero potere

Questo puttanaio di intrecci tra politica, economia, finanza, giudici deve finire. E’ questo il potere vero, pervasivo e indifferente a chi governa, che si insinua ovunque c’è qualcosa che conta. E contamina, sporca dappertutto, perché diventa modo di fare, imitazione, spesso maldestra, ma non meno pericolosa. Così percola verso il basso: anche nel piccolo comune si sa chi comanda davvero, e non è chi ne avrebbe titolo.

Non ho simpatia per Grillo, è distruzione e fantasia, mentre qui c’è bisogno di razionalità e voglia di costruire, ma il problema del potere vero e di chi lo esercita, esiste ben oltre lui. Basti pensare che se il fatto di dire di no rende delle persone normali, eccezionali, è ora di farsi domande su dove siamo finiti.

Avere nozione e consapevolezza di questo potere vero, che non è quello che si vota, sapere che è saldamente cementato da relazioni, favori, impegni, obblighi reciproci che di fatto impediscono il giusto, l’equo, il vero. Rendersi conto che questo nodo non si può sciogliere, si può solo tagliare, riportando il potere nelle mani di chi lo deve esercitare, per mandato, consenso, responsabilità.

Sarà questa la più grande fatica del governare futuro, se si vorrà andare alla radice del male. E neppure tutto il paese sosterrà lo sforzo perché una raccomandazione, un favore, al potere vero viene chiesta ovunque. Ma è un nodo ineludibile per andare oltre, per rendere possibile un mondo diverso. In questo mondo diverso, un dirigente sarà tenuto o rimosso sui risultati raggiunti e non sulle amicizie e sulla sua capacità di fedeltà a un gruppo di potere che ricatta. E’ un problema che esiste ovunque, ma qui di più, forse per questo non è più rinviabile.

giovedì rosso

La politica si avvita su se stessa, soffoca nelle proprie spire e nelle bugie che si racconta per credere di mutare ciò che non va senza cambiarsi profondamente dentro. La politica è fatta di uomini, ma non ho mai pensato debbano essere proprio lo specchio del paese, dovrebbero essere un po’ meglio per essere riconosciuti come capi. Una responsabilità più pesante grava su chi ha governato in questi anni, quella di aver fatto emergere, e coccolato, l’animo cialtrone e falsamente anarchico degli elettori spettatori. Di aver privilegiato quelli che cambiano opinione spesso in base al guadagno di personale e di cercare quelli che pensano di non aver nulla da perdere.

Gli italiani non amano la verità, non pensano al futuro proprio, perché mai dovrebbero pensare a quello dei propri figli? Al più una raccomandazione, basta e avanza.

Qui, adesso, voto, è un gioco, che importa modificare la politica, chi governerà, cosa accadrà davvero: sono tutti uguali. Voto e non mi pentirò. Oltre l’evidenza, voto tutte le balle che mi raccontano, voto perché posso farlo e magari non voto. Voto per spaccare tutto, voto perché non m’interessa, voto perché mi lamenterò e sarà un coro. Cosa faccio io per il mio paese? Lavoro, non basta? Del resto non mi interessa, ho già troppe grane per mio conto, voto o faccio a meno, è questa la libertà, no?

Il voto in Italia non ha mai cessato di essere ideologico, i comunisti da una parte, gli “altri” dall’altra, i cattivi e i buoni. Non importa che nome hanno i “buoni”, tanto neppure i “comunisti” esistono più da un pezzo, basta non far la fatica di capire. Da un lato si dice che non esiste più destra e sinistra, dall’altro si evocano i “comunisti”. Si beve tutto per scegliere la parte in cui l’immaginario concentra ciò che non piace. Non importa se è vero o meno, se la realtà è altra : basta uscire da questa noia.

Però esiste una differenza tra destra e sinistra  ed è quella tra chi pensa a sé e chi mette se stesso assieme agli altri. Mica cosa da poco, come la verità non è cosa da poco, ma la verità è fatica, bisogna capire, discernere e poi decidere da che parte stare.

Dicono che è colpa della politica se la campagna elettorale è poco interessante, certo la politica ci mette di suo, ma penso che sia una responsabilità degli elettori chiedere -e chiedersi- cosa accadrà dopo il voto, valutare le proposte, non farsi lisciare il pelo.

Vedo la noia, il si vive una volta sola che emerge, non preoccupatevi passa, per fortuna che c’è sanremo. 

dubbi e risposte

Debbo fare una premessa autobiografica: politica attiva, con responsabilità diretta, ne ho fatta per molti anni, e ancora la faccio, sia pure con molta libertà. Non ho dubbi da che parte stare e non ho mai considerato che disinteressarsi o non votare sia una soluzione alle mie insoddisfazioni. Conoscendo le difficoltà delle mediazioni e del governare, non sono neppure un malpancista, semplicemente se è il caso dico no e me ne assumo la responsabilità. Fine della premessa.

Con quello che posso capire, si è avviato un rinnovamento della politica. Finalmente, sembra, che le fasi indeterminate del passaggio dalle ideologie alle rappresentanze d’interessi, si siano concluse e che una nuova possibilità di relazioni tra cittadini e politica si stia aprendo. Resta fondamentale una divisione tra interessi preminenti dell’individuo, ovvero il dettato liberale e la destra più o meno illuminata, e la prevalenza dell’interesse generale, ovvero la prospettiva social democratica, quindi la sinistra più o meno accentuata. Riformisti si dicono tutti, quindi non è una categoria della politica distinguibile, i centristi poi, sono un’altra categoria che media tra le ali moderate dei due schieramenti d’interessi e che si allea con l’uno o con l’altro secondo convenienza. Capisco che la cosa è semplificata, ma passatemi la definizione del contenitore. Venendo al contenuto, i gradi di libertà, che pure esistono, sono minori che nel passato perché il prevalere della finanza e dell’economia sui governi e sulla democrazia (i poteri reali oggi non hanno una verifica elettorale e sono semplicemente nominati sulla base di lobbies sovra governative), hanno di fatto ridotto le possibilità di politiche radicali, anzi gran  parte delle politiche sono conservative e dedicate al rispetto di impegni sovranazionali piuttosto che innovative nella tutela dei diritti fondamentali, nella loro discussione ed evoluzione nel senso di avere più diritti reali e spendibili piuttosto che diritti dichiarativi virtuali.

Mi rendo conto che sto tagliando con l’accetta, ma per rispetto di chi leggerà non posso far di meglio, disponibile però a qualsiasi discussione nel merito delle proposizioni che ho enunciato. Voglio solo aggiungere che alla globalizzazione dei mercati e della finanza non è seguita, né tanto meno è corrisposta una globalizzazione dei diritti individuali fondamentali, della democrazia, delle libertà collettive. Questo ha enormi ripercussioni sulla sussistenza delle economie con diritti, quella occidentale e italiana in particolare, ma soprattutto corrisponde ad un impoverimento crescente delle persone che vivono di lavoro e non di rendita o di speculazione, dei servizi collettivi, del mantenimento del Welfare, della  stessa possibilità di esercizio dei diritti democratici conquistati. Una consapevolezza dell’internazionalismo dei diritti fondamentali, un ruolo della politica che guidi l’economia e non viceversa è un atto di tutela della possibilità di non avere prossime guerre basate sulla sovra popolazione, sulla povertà sociale, sulla impossibilità di mantenere squilibri così evidenti a livello planetario.

Tutto questo è una considerazione generale in cui colloco qualcosa di molto più piccolo e insignificante, che però mi mette a disagio, anzi diciamo che mi fa incazzare. E cioè la difficoltà del mio partito, pur con grandi passi avanti di uscire definitivamente da alchimie che devono tener conto di interessi molteplici e certamente non tutti nobili di persone. Preciso che il mio partito è il PD e che non ho nessuna intenzione di cambiarlo perché c’è molta più democrazia e partecipazione dentro questo partito che in qualsiasi altro in Italia.

La mia riflessione di questi giorni era: perché non si riesce a superare una soglia, sia pur alta, di innovazione della politica che davvero liberi tutte le energie represse che ci sono nella società? Perché, pur considerando le primarie uno strumento utile e non una panacea, se questo esiste esso non debba riguardare tutti, ma solo il 50% dei possibili eletti? Perché a risultati ottenuti, devo sentirmi dire che comunque questo è il migliore dei risultati possibili, senza aggiungere che c’è stata una mediazione e che alcuni tutelati potevano benissimo essere fuori, ma sono stati tenuti dentro perché servono e allora perché non dirmi anche perché servono.

Tutto questo non mi impedisce di considerare Bersani come la persona che ha mantenuto i patti, che ha dimostrato una serietà e una sobrietà assolutamente inusuali nella politica, che pur, non avendolo appoggiato al congresso, ha gestito bene una fase di cambiamento senza sfasciare il partito che ancora non aveva leganti o identità.

Questo agire mi tranquillizza, mi fa dire che da questa parte non verranno raccontate più di tante promesse irrealizzabili, che un processo è comunque in movimento, che chi ha voglia di fare, di partecipare spazio ne ha. Ecco credo che la ricchezza possibile di questo statu nascendi possa essere proprio nel superare i compromessi attuali riaprendo la speranza nelle possibilità della politica di cambiare davvero le cose. Molto si può fare a basso o nullo costo per modificare positivamente le nostre vite, decisioni coraggiose possono essere assunte e nuove alleanze internazionali possono trovarsi su interessi globali. Se non si troveranno, il clima, la sovra popolazione mondiale, la rarefazione delle risorse si incaricheranno di far detonare il nostro modo di vivere e di crescere. Ma questa è l’occasione di ritornare alla politica, di essere esigenti, di costringere le cose a muoversi ed evolvere oltre la ruggine dei privilegi Ed è quantomai necessaria da cogliere perché non ci assolverà nessuno, se per ignavia, o paura ci ritireremo nei nostri preconcetti, nei giudizi che includono il non fare, adesso è ora di esserci, di partecipare, pretendere ed è ancora possibile e pacifico.

Se non ora quando?

aleppo

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Di Aleppo ho un ricordo vivido. Mi sembrava invincibile nel suo essere una stratificazione infinita di umanità senza potere, invincibile come la storia che si legge, si vive, mentre l’altra, quella rombante, si svolge, ma è molto più fragile. Aleppo era solamente bella e così antica da essere intrisa di molte presenze.

Era stata e per questo era viva, non solo ancora viva, ma molto di più: sarebbe rimasta. La città vecchia sotto la cittadella, il suk, l’improvviso risbucare alle stelle dopo le infinite gallerie di botteghe, persone, cose. Il profumo dei fiori, della soda e del sapone, i tappeti che prima di essere colore, sono odore pesante di lana, di mani che hanno annodato, di acqua di torrente che ha lavato. E le lingue che s’intrecciavano, le contrattazioni, il lieve sentore di narghilè, di menta e di mela, i colori dell’oro che ha molti colori oltre al suo, le stoffe impilate in sequenze di sfumature infinite, un asino che attraversava la galleria. E poi, appena fuori, le case, la pietra bianca, il legno, le porte e le finestre istoriate, il sole e il caldo e poi la sera, le luci e il fresco. Ma questo era solo una parte della vita, che si mescolava nei vestiti attillati o nei volti velati delle donne, nella sensazione di identità e tolleranza. Una infinita tolleranza di chi aveva visto infinite guerre e passaggi e poteri che si erano sgretolati, ma avevano rispettato la città, la sua identità, il suo essere tutte le comunità che assieme l’abitavano. Fuori questo si vedeva per consapevolezza e nell’essenza di un commercio levantino che non conosceva religioni e appartenenze, dove il cristiano, il musulmano, l’ebreo, si mescolavano, uniti e differenti.

Appena arrivati in Syria avevo chiesto ad Hassan, la guida che era anche un Imam, di parlare di quanto stava già avvenendo. Era stato evasivo, parlava di torti bilanciati, di propaganda, di un’impotenza della forza a rispondere se non con la forza, ma ad Aleppo si era lasciato andare di più, parlando di malessere, di paura, di preoccupazione per i tempi che sarebbero venuti. Neppure lui, che pure viveva, frequentava chi poteva sapere, immaginava ciò che sarebbe venuto. Da casa, nei mesi successivi, ho conservato quel pensiero che non tutta la verità veniva dai giornali, che non si capiva bene quali erano le richieste, le forze in campo, e pur nella sofferenza che comporta sapere che chi hai conosciuto è in difficoltà, il pensiero era che si sarebbe risolto.

Mai avrei pensato che Aleppo o Damasco o Bosra, o nuovamente Hama, o addirittura Palmira, sarebbero state bombardate, che le distruzioni si sarebbero portate nei patrimoni mondiali dell’umanità, che nulla avrebbe avuto tutela. Ma se parlo dei luoghi è perché penso che essi contengono le persone, che un luogo, un monumento, senza uomini o memoria è nulla, non ha valore in sé. Poi sono venute le notizie, le fotografie, i filmati raccapriccianti e man mano, fuori, è sceso l’interesse, diventava consuetudine, normalità.

I potenti non pensano che il problema debba essere risolto facendo tacere le armi e la vittoria (di chi? per chi?) è stata affidata solo ad esse. Oggi solo i morti, se sono molti, fanno notizia per un giorno, a volte anche meno di qualche ora, ma il resto, cioè quello che dovrebbe provocare l’interesse, la condivisione, la pace, scompare con la notizia.

Il mio pensiero, in questi giorni pieni di colore, di felicità fuggevoli, di parole infinite su un futuro che mai come ora deve tornare nelle mani degli uomini, va a chi soffre in Syria, a quelli che si sentivano sicuri nelle loro case ed ora sono nell’arbitrio, a quelli che ogni giorno vivono perché vivere è più importante e piangono le persone, l’identità, che si smarrisce, ad Hassan e a tutti quelli come lui che mi hanno parlato di pace e di tolleranza, agli abitanti delle città e a quelli che nella campagna non sanno cosa stia accadendo, ma lo vivono con paura e senza speranza. Vorrei che in questa fine d’anno iniziasse, per me, il ricordo che non sono solo per me stesso a questo mondo, che tutto  mi riguarda, che se devo attenuare per vivere qui e dove sono, ciò che di atroce avviene in continuazione nei posti più disparati, questo comunque accade e il migliore dei mondi possibili devo (dobbiamo), portarlo fuori da me.

Queste righe sono di Hassan che fa gli auguri qualche giorno fa. Lui fa gli auguri a noi!

Ecco forse il significato di farsi gli auguri è condividere, mettere assieme il legame, ed allora abbiamo bisogno di farci gli auguri tutto l’anno.

ricordo spesso specialmente l’ultima sera ad Aleppo in quel caffe’ a fumare, chissa’ se riusciremo a ripetere quei fantastici viaggi. purtroppo quel caffe’ con una buona parte del suk non c’e’ piu’ solo disastro e cenere, cosi’ come molti siti villaggi e citta’ della Siria, Bosra…………………. ogni volta che ci penso mi metto a piangere, mi dispiace dirlo ma le notizie che vi giungono sono solo una piccola parte, la realtà è molto più terrificante.
Grazie al Signore che noi stiamo abbastanza bene e riusciamo ANCORA  a trovare qualcosa da mangiare.
auguro a te e tutti gli amici un felice Natale e che il nuovo anno porti amore e pace a tutto il mondo

carissimi saluti dal profondo del mio cuore
Hassan

il telefono la tua voce, ma il tuo cuore e il cervello dove sono?

In treno il telefono è davvero pubblico, si sente perché non si può fare a meno e chi parla, spesso, vuol proprio farsi ascoltare. Sento parlare di economia, di euro, di vincoli di bilancio, di Europa, di spread. Si capisce che chi parla deve convincere l’interlocutore su una proposta politica, il nome di Monti viene ripetutamente evocato. Non una parola sulle persone, su chi adesso è davvero in crisi più del Paese perché nessuno gli fa più credito e scivola verso l’indigenza. Non passa giorno che qualcuno non mi chieda aiuto, cosa dovrei raccontargli, dei vincoli del debito sovrano?

Anche la politica di questi giorni è titubante sulla perdita del benessere, perché di questo si tratta: perdita di tutele e di benessere. Queste cose non entrano nel discorso del telefonista anonimo, forse sono banali. Come le categorie di destra e di sinistra, l’ha ripetuto più volte, semplicemente non esistono più, adesso ci sono i problemi. Vorrei dirgli che i problemi hanno approcci diversi a seconda da dove si affrontano e che la diversità è tutta lì. Ma questo mi ricorda che non pochi amici, che da sempre sono stati più a sinistra di me, mi dicono di essere in dubbio se votare Pd o la lista Monti, questo mi fa riflettere che molte posizioni di sinistra sono strutturalmente minoritarie, e sono state espresse da chi comunque una posizione l’aveva. Da chi, nella sostanziale stagnazione del sistema, non aveva una perdita di status e di privilegi se governava la destra, ma adesso che la valanga è iniziata, un buon conservatore che mantiene la parola è più affidabile per mantenere i privilegi di chi potrebbe metterli in discussione. Perché di questo si tratta. Vorrei dirlo al mio vicino che continua a parlare, che senza l’uomo il denaro non è nulla e che la ricchezza di cui parla è virtuale, se non si traduce in vita, in possibilità di partenza eguali, in redistribuzione attraverso il welfare. Ma la cosa non credo verrebbe capita perché adesso sta parlando del fatto che la politica si deve far carico dei vincoli del denaro. Parole inoppugnabili, ma la politica ha la responsabilità delle vite, dei destini, dell’infelicità indotta dalla società ineguale, qual’è la responsabilità civile del denaro, delle banche, dei mercati?

Il discorso continua sull’inopportunità di una campagna elettorale, parla delle difficoltà dell’Italia di essere credibile (forse vuol dire solvibile), come se la democrazia delle elezioni fosse un’optional, qualcosa che compare e scompare a seconda dei risultati del Pil. Credo che questo sentimento si stia diffondendo anche nella parte del Paese abituata ad analizzare ciò che accade, ovverossia che stabilire una maggioranza sia un lusso da correggere, che la politica debba essere comunque soggetta ai mercati. Credo che questo sia la genesi delle demagogie e dei populismi, delle falsità e delle balle che vengono raccontate, e che fanno finta di occuparsi delle persone, ma in realtà nascondono i veri interessi di una parte e all’interno di un condizionamento economico cercano di trarre un vantaggio per pochi.

Dovrebbe essere forte la richiesta di verità, anziché credere e ascoltare le sirene, chiedere perché si fanno le cose, quali sono i vantaggi per tutti, che privilegi verranno ridotti e tolti. In realtà ho già sentito altrove cose stravaganti, come il non riconoscere più il debito o abolire l’industria, oppure tutti i disoccupati a lavorare nel turismo, ma non è quello che sta dicendo il vicino. Adesso è arrivato alle difficoltà dei tecnici, alla sofferenza che hanno dovuto patire nell’assumere provvedimenti impopolari, al premier che fatica a mettersi al giudizio dell’elettorato perché quest’ultimo è volubile.

Sono arrivato, mi volto, voglio vedere il telefonista: è un ragazzo giovane, avrà 35 anni. Non è un operatore di borsa, da come è vestito non sembra neppure un rampante in carriera. Non ha detto una parola sulla disoccupazione e precarietà dei suoi coetanei. Non capisco, mi viene da pensare che quelli che sono tra i più bistrattati dal sistema, debbano essere difesi dai padri, dai vecchi. Continua a parlare, numeri, dati inoppugnabili, quelle cifre che t’inchiodano all’evidenza: va bene, vorrei dirgli, ma come se ne esce tutti assieme, senza cacciare nessuno, senza far pagare a chi non ha colpa? Oppure la colpa è proprio da quella parte che ha sempre pagato?

 

dalla parte sbagliata

Domenica alle primarie voterò Bersani.

Non c’è nessun calcolo personale. Da tempo, pur facendo politica a partire dal pd, sono su altre posizioni da chi lo governa. Chi mi conosce un poco sa come in questi anni mi sia sempre riconosciuto dalla “parte sbagliata” rispetto a chi avrebbe vinto. Con Marino al congresso, con Angius quando si trattava di fare il pd, con Veltroni quando vinceva D’Alema, ecc. ecc. Diciamo che già essere con Berlinguer, oppure con Occhetto, era sbagliato visto quello che è accaduto poi ed io ero con loro. Ho sempre seguito il cuore e il cervello, in politica non si può fare diversamente, ma senza calcolo personale, per l’appunto.

Mi verrebbe da scherzarci su questa cosa, ma è una cosa seria. Troppo in questi mesi si è parlato come fossimo ad una partita di calcio, anche in questi giorni l’esempio di Renzi è tra i moduli calcistici nel governare il Paese: il catenaccio per non perdere di Bersani e il suo modulo all’attacco per vincere. E parla di allenatori, non di responsabili del futuro di tutti noi. Ma vedete bene, quando si gioca, si perde, si vince ed ogni domenica è un’occasione nuova, a fine stagione si comprano i giocatori che servono, si cambia l’allenatore, ci si incazza e si gioisce e poi ci passa attratti da una nuova sfida. Diverso è per un Paese o per una fabbrica o per un ospedale. Voi vorreste al pronto soccorso essere visitati da uno studente del 5 anno che sta imparando i sintomi, oppure uno stabilimento chimico lo faremmo produrre con la direzione dei nuovi assunti? Ecco perché penso che le primarie di domenica siano una cosa seria e non una partita di pallone, com’è serio il fatto che governare il Paese sia diverso da smanettare su un blog o su facebook. A ciascuno il suo ruolo ed anche nel cambiare c’è differenza tra il cambiare tutti, partendo dalla situazione reale e, invece il procedere per titoli o a tentoni.

In questi mesi ho sentito soluzioni fantasiose, tipo non riconosciamo il debito pubblico (Grillo), affidiamo tutto alla green economy e alle rinnovabili, basta industria e manifattura puntiamo tutto sui servizi, ecc. ecc. . Con tutto il rispetto, chiacchiere da bar. Un Paese è un corpo coeso, che ha bisogno di tutto, delle mani e dei piedi, del cervello e dello stomaco. Non si possono cambiare pezzi senza aspettarci che i riflessi non siano evidenti altrove, quelli positivi e quelli negativi. Per questo è necessario cambiare e al tempo stesso mutare con ciò che è compatibile, possibile, non enunciando le cose e poi dire, scusate, ho provato.

Cambiare è necessario, impellente, ma dobbiamo cambiare tutti, avere un’idea condivisa. In Bersani riconosco la voglia e la volontà di tenere assieme, di includere, mantenendo le distinzioni tra ciò che è da una parte e ciò che è dall’altra. L’ha fatto nel partito democratico, lo farà nel governare in modo chiaro tra una maggioranza ed un’opposizione, ma nella consapevolezza che la situazione è talmente grave che non si può perdere l’apporto di chi può dare risorse al Paese. Io sono di sinistra, non mi piacciono tutti, distinguo, scelgo. Non è forse quello che facciamo tutti ogni giorno? Però mica prendo a ceffoni quelli che non la pensano come me. E se l’obbiettivo riguarda più persone, li ascolto, alla fine deciderò secondo i miei principi e obbiettivi, ma cercherò di coinvolgere il più possibile. Coinvolgere è necessario per un progetto importante, e un Paese è un progetto importantissimo.

Ho fatto politica a tempo pieno per meno anni di quelli che hanno visto Renzi vivere di politica, credo che, come me, ci siano centinaia di migliaia di persone che hanno considerato che nella vita si può fare anche altro e l’hanno fatto. Quindi è ora che un po’ di persone si facciano da parte, contribuiscano diversamente se vogliono o possono al Paese, ma questo sta avvenendo comunque e Bersani ha praticato nei fatti il rinnovamento del pd, certo come poteva, lasciando crescere i giovani nella responsabilità dei ruoli, non eliminando il dissenso interno. In nessun partito c’è in atto uno scontro tale tra generazioni e politiche così composito e trasversale da far capire che davvero il dissenso può essere fertile e rinnovante, eppure è un partito coeso alla base. Merito enorme in un tempo in cui è più facile distruggere che costruire. Già dire che il governo che verrà avrà più giovani competenti che capi corrente e lo stesso numero di donne e di uomini, è talmente dirompente per la politica che significa che chi lo propone ascolta, capisce cosa si muove nel Paese, ci crede.

I prossimi saranno anni difficili, Monti ha portato innanzi una politica di destra che ha tolto diritti e non ha inciso sui privilegi, che non ha eliminato gli sprechi. Basti pensare alla sanità o ad altri settori della pubblica amministrazione quando dice che bisogna trovare nuove forme di finanziamento e non mette mano allo scandalo degli appalti, dei costi diseguali, degli stipendi d’oro dei manager, ecc. ecc. .

Saranno anni difficili per il debito accumulato e ancor più per non aver riconosciuto la crisi, per questo la priorità dovrà andare al lavoro e ai diritti da conservare. Quindi il primo problema è far ripartire il paese e modificarlo in corsa. Questo non si realizza improvvisando, neppure pensando di azzerare ciò che esiste, anni che avranno bisogno di ogni risorsa, non solo quelle dei soliti reperibili e noti.

Per questo pur non essendo bersaniano, voterò Bersani, perché mi fido, non mi affido, perché so che quando sarò critico, e lo sarò, oh sì che lo sarò, potrò confrontarmi, essere dalla “parte sbagliata” eppure contare, portare innanzi quello in cui credo.

p.s. Mio figlio, un mese fa,  mi chiedeva cosa avrei fatto e spiegandolo gli ho detto che facevo coming out. Si è messo a ridere: coming in, casomai papà.  

il corteo

Le strade sono le stesse. Quasi. Il rumore di un corteo è fatto di slogan e di voci tranquille, quasi sommesse. In un corteo c’è molta gioia oltre che rabbia. Anzi direi che quasi sempre prevale la gioia. Sul corso sfilano gli studenti, gli autonomi, bandiere variegate, striscioni, qualche bandiera anarchica. Qualcuno di quelli che sfila, ha la mia età. Li guardo perché non hanno mai lasciato quella che è sembrata l’acquisizione della vita, ma non c’entrano adesso, raccontano d’altro, sono una memoria che non ha riscontri. Al centro del corteo c’è un camion con due immense casse che trasmettono musica rap, ad altissimo volume, spesso si inserisce una voce, che, con la cantilena delle manifestazioni, indica obbiettivi, slogan, ingiustizie in corso, appelli. Poi riprende la musica. I ragazzi sembrano lieti, c’è il movimento degli studenti, tanti hanno un fazzoletto, una bandiera, un cartello. Molti loro colleghi stanno riempiendo le pizzerie al taglio, i kebab, le pasticcerie abbordabili, qualcuno saluta e si sfila. Davanti ci sono dei ragazzi con dei grandi rettangoli colorati. Sembrano di legno leggero, sono scudi per una testudo che da qualche parte troverà pure una ragion d’essere. Poi li vedrò sul video di repubblica disfarsi sotto due cariche di polizia. Ho pensato a Pasolini quando le ho viste, quando parlava dei celerini come i veri rappresentanti del popolo, del proletariato. Adesso non condividerei quell’articolo, i poliziotti hanno un mestiere, un lavoro, molti di questi ragazzi non l’avranno. Sono loro adesso i portatori di richieste logiche senza diritti. In stazione parte una carica della polizia, la guardo e mi chiedo se era necessaria. Non capisco, mi pare violenza in più. So invece che questi ragazzi non sono rivoluzionari di professione, so che cominciano a capire che il mondo è sempre più comunicante, ma loro sono sempre più soli. In piazza c’è il comizio della CGIL, molti pensionati, molte aziende in crisi, cartelli, bandiere rosse. E’ pacifico tutto, la lotta sarà lunga, è lo slogan che circola per la piazza. Bisogna durare un minuto più dell’avversario. Lo si impara in ogni trattativa sindacale. Chissà se ci sarà tanta pazienza.

notizia buona, notizia cattiva

La notizia buona è che Obama ha vinto.

E’ buona per me e per molti altri, se Romney avesse vinto la notizia stamattina sarebbe stata cattiva. Mi avrebbe cambiato l’umore, la giornata, e non solo, anche le prospettive avrebbe mutato. Eppure gli Usa sono distanti, e Obama non mi ha convinto in questi quattro anni, perché allora è una così buona notizia?

Una notizia buona è tale perché apre una speranza, la consolida, testimonia che c’è una possibilità di cambiamento vicina a ciò che si pensa. Ma questo vale per me, per altri la stessa notizia chiude una prospettiva, fa scuotere la testa e, per loro, peggiora il mondo. Quindi una notizia è buona o cattiva a seconda di chi la vede, in alcuni genera gioia, in altri tristezza. E’ la stessa notizia. Colpisce la poca oggettività dei fatti, anche il loro mutare segno nel tempo: se Obama continuerà a non piacermi, ad essere meno peggio, a non mostrare una diversa visione del mondo e della libertà, quella che era una buona notizia diventerà un fatto negativo, lo spegnersi di una possibilità. Quindi non è il fatto in sé che è buono, è la mia speranza che si apre che è buona, che mi fa cogliere i segni come gli aruspici guardavano il volo degli uccelli o la direzione del fumo. Ma io non sono oggettivo, interpreto, con il mio modo di vedere, il mondo nei fatti, li connoto.

Per questo la vittoria di Obama è buona e mi rende allegro, perché rafforza le mie attese, mi consente di essere attivo nel fare e nello sperare, nell’evolvere e gioire anche del fatto che la mia parte vinca sull’altra. Nella non oggettività dei fatti c’è lo scontro tra diverse visioni del mondo, del futuro e di se stessi, come se i fatti fossero il portolano mobile delle vite, in realtà sono conferme del nostro mondo interiore, delle propensioni che sentiamo e ci costruiamo.

Non saranno quattro anni facili, ma si può sperare di uscire dalla crisi, rimettere in ordine le priorità e far sì che altre energie positive si sollevino nel mondo.

Sì, è una notizia buona per il mio mondo.