neda

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Neda avrà sempre 18 anni, come per la ragazza che correva in Viet Nam scappando dalla guerra e dal napalm, o come il ragazzo che stava fermo davanti ad un carro armato in Piazza Tien an Men, o come il rogo di Jan Palach, o i ragazzi delle strade di Gaza portati a spalle verso un cimitero. O tutti gli altri giovani così pieni di vita, di idee, di amori, paure e vita quotidiana che non si accontentano del presente e pensano di mutare le loro vite. Il mondo irrompe nelle nostre vite, anche se vorremmo chiuderci nelle case. Irrompe e ci pone domande non banali, su cosa sia libertà, perchè vivere in un regime è intollerabile, come avere giustizia, se sia morale essere uccisi, o incarcerati, o tacitati, o impediti semplicemente d’essere.

Ci sono minorenni e giovani ragazze che percorrono le piazze, lottano per cambiare e noi ci perdiamo tra prosseneti e ragazzette offerte al principe per avere favori truffaldini. 

la nave

toscana 06 013

 

L’occasione, non è l’attimo che fugge, ma la nave che s’ annuncia per tempo e ci passa davanti, lenta, col suo carico di storie e possibilità. E noi non riconosciamo che quella è un’occasione, guardiamo la nave come fosse la luna e ci pare talmente grande da contenere tutti i futuri che non ci riguardano. Di tutte le relazioni che contiene -e che magari ci riguardano- pensiamo che la nostra storia sia tanto forte da soverchiare tutte le storie che incontra.

Così ragiona con noi, la nostra storia, seduta sulla bitta,  mentre pensa di poter costruire da sè la nave per navigare come e quando vuole. E non si rende conto di quanto intrecciate siano le nostre vite e di come il passato continui ad alitare sul presente in un nodo, che anche quando viene sciolto, conserva traccia e debolezza. Per staccarsi dal passato dovrebbe prenderla quella nave, accettare nuovi intrecci ma  è  per presunzione o per incoscienza che non sale? Forse è solo paura mascherata o  fiducia cieca sulla propria unicità. Oppure la paura di lasciare quella banchina da dove sembra sempre di poter partire e vivere un viaggio totalmente nuovo.

Solo quando un filo di fumo si scioglie con l’orizzonte capiamo che invece è passata la nave del presente, portandosi dietro una possibilità di noi: quella a cui tenevamo di più.

decisioni

Decidere se raccogliere la bellezza, oppure lasciarla, come conchiglia, a disposizione del mare. Al filo della sera lasciare che la luce, senza offesa, sola entri, senza immagini. E socchiudere gli occhi avvolto nel principio d’un sogno. Così fino alla notte, al fresco del verde vicino, al suono delle voci nel vicolo. La tenda ondeggia, mostra le stelle e anche la porta che sbatte distante, allora può far bene.

avviso ai navigati

Alzando il vermentino di Argiolas, tra una colonna e la tua testa, vedo la facciata di pietra rosa scolpita: fasci, mascheroni e grottesche.

Chi c’era, allora, lavorò e non capì.

A nessuno viene insegnato a capire prima del tempo. E’ così che si diventa vecchi senza saperlo, chè quando si capisce, l’orizzonte si spiaccica sulla parete e le congiuntive si inumidiscono per dispetto di ciò che non si è fatto.

Come lo racconti che non è ancora età? Puoi dire che gli anni non sono placide partite a carte, ricordi contraffatti, onestà nuove di zecca e troverai un sacco di persone disposte a crederti.

Solo l’incoscienza ci salva da noi stessi e non è questa il sintomo di un’età che non si chiude. Basta giocare e alzare la posta. Da incoscienza a incoscienza.

Sarà, ma non mi è mai sembrato ieri sufficiente, oggi è ancora un poco stretto: assomiglio al mare, rielaboro disastri e confondo i rottami d’onda con creste di schiuma.( Conosco questo disgraziato da talmente tanto tempo che ogni gesto dovrebbe essere almeno noto ed invece ogni volta è diverso)

In fondo l’esperienza lascia più cicatrici che insegnamenti e se qualche merito abbiamo accumulato è nella plurima natura che ci libera dalla noia.

Beviamo. In questo palazzo di mascheroni e fasci c’è protervia e ossequio: l’allegria dei servi.

Libera nos.

Libera nos.

 

Ciò che accade nel nostro paese riguarda molto una generazione: quella che oggi detiene il potere, il denaro, la cultura. Per chi dissente sarebbe facile rifugiarsi nella lettura, nel bello, nelle capacità acquisite. E’ la tentazione ricorrente per uscire dal maleodorante liquido che ci immerge: privato, critica, autocelebrazione del come eravamo. Questo in una giovinezza senza fine, incurante del bello se non come uso. Gli esempi che riceviamo ci confermano sino all’incapacità di comprendere che comunque gli anni compensano il dileggio solo col denaro o la paura.

In questa consapevolezza di sè e di ciò che sta attorno si consumano i miei discorsi da bar, a volte soliloqui: non ho soluzioni e neppure certezze. Solo la consapevolezza che ciò che accade non è buono. E neppure nuovo. Provate a pensare alla miscela che si è creata tra età, potere, mancanza di ricambio generazionale, stanchezza dei dissenzienti, assenza di linguaggio comune, autoreferenzialità. Una generazione – la mia- afona, sola, con l’alternativa della cultura, ma incapace di comunicare i suoi valori.

Potrei dire non che è più un problema, ad altri la conquista del palazzo d’inverno, ma oscilliamo tra personale e collettivo e la nostra maledizione è che abbiamo gli strumenti per comprendere la nostra sconfitta.

il pericolo del particolare

La palla volò altissima, le teste dei piccoletti sollevarono il naso e la videro ben oltre le cime degli alberi. Ventidue piedi confusi, furono disattivati dagli occhi. Che occhi! Prevalentemente neri, grandi, intenti a parlare con i pensieri bambini e con qualche preoccupazione saettante: Cadrà? E dove? Devo tornare a casa.

Che sole ed è quasi sera. Verde e gialla, la collina retrostante, sembrava velluto d’erba ed alberi. Lo videro anche i due vecchi, che si allungarono sulla panchina al bordo, scambiandosi un silenzio. Tra chi ha già detto molto, succede, ed è solo la noia del sentirsi dire.

La palla infine cadde (solo il tempo era sospeso), con uno sbuffo di polvere e due rimbalzi stanchi. Allora tutto si rimise in moto: piedi, voci, sudore nuovo di zecca e tra pedate e speranze il pallone si avvicinò all’unica chiazza d’erba, vicino al corner di sinistra.

Lì, per qualche oscuro disegno del creato, la vita e l’acqua avevano trovato un accordo.

ovvero l’anestesia del particolare: scritto giovedì sera ai bordi del campo di Tiana e mi pareva che il continente fosse davvero distante

il giorno dopo

Ho avuto la fortuna di nascere lo stesso giorno dello sbarco in Normandia, ma tre anni dopo e quindi con tutti i vantaggi senza le complicazioni. Il fascismo, la guerra e la libertà ritrovata erano argomenti che comunicavano sentimenti, sensazioni ai bambini, del pericolo scampato.

Mia madre oggi mi ha raccontato la mia nascita, in casa come si faceva allora: mi è sembrata contenta. A me è venuto da pensare ad altre nascite recenti e alla carica di energia positiva che comunicano. La giornata si è dipanata tranquilla, telefonate con gli auguri sinceri che fanno sempre bene, qualche sorpresa davvero inattesa e il silenzio elettorale  che ha fatto scordare che in questo paese il capo del governo ha problemi. Non facendo più bilanci da mò, il pensiero è scivolato sulla necessità di manutenzione del presente:rompere qualche abitudine, usare l’ironia, ascoltare ciò che di buono arriva, il resto l’ho riassunto ieri scrivendo degli arcobaleni che ho visto ripetersi e che danno speranza. Ci sarà del nuovo positivo nel futuro, Oggi non mancano le difficoltà e le insoddisfazioni ma ho ricevuto sempre più di quanto ho seminato; quindi se la contabilità  è relativa forse è perchè davvero siamo in un flusso e  nuotiamo. 

Un nuovo anno è cominciato, sono lo stesso di prima eppure diverso, se gli auguri son buoni, andrà bene.  

l’arcobaleno continuerà a tornare e non sarà lo stesso

Liberaci dal consueto,

lasciaci quello che basta per poggiare i piedi,

liquefa i pensieri circolari

mentre soffreghiamo gli occhi.

Lasciaci una linea da percorrere

ubriachi,

non toglierci la patente

anche se ci guidiamo malamente, e

valuta lo sforzo che facciamo

nel rendere nuovi i giorni.

Nelle abitudini donaci la forza

di rivoltarle e vedere i vermi del passato,

lasciaci i sensi giusti per la bellezza

e nei colori

non confonderci con rimasugli

di bottega.

Donaci tempo

per arrivare tardi agli appuntamenti,

coraggio per capire che non è mai finita,

forza per stringere la barra,

quando la nave sembra persa.

Ci serve una connessione a larga banda,

tra pelle e cervello,

vedi ciò che puoi fare.

Siamo stati zitti e abbiamo parlato

nei momenti sbagliati,

ce ne siamo andati

quando era utile restare

e abbiamo atteso, di notte, autobus soppressi

per poi camminare pieni di paure.

Che colpa è mai questa?

La testa era altrove,

per questo siamo a credito

e tu, vita,

sarai onesta con noi

a tuo modo, come pensi.

Di un favore ti chiediamo grazia:

lasciaci la sconsideratezza

che ci permette di sentirti amica.

baccalà mantecato

Con l’estate il baccalà veniva sostituito dalle verdure, dai formaggi, dal tonno e dalle sardine. La polenta, rigorosamente bianca e calda, mal si conciliava con le case prive di fresco. Però c’era un baccalà che si poteva consumare d’estate, una cosa strana da fare ed a cui partecipavo ammaliato dalla nonna. Ricordate Tom Sawyer quando deve dipingere la staccionata, ecco tanto quanto ero sfaticato per qualsiasi incombenza, così mi lasciavo abbindolare dal lavoro muscolare che serviva per mantecare il baccalà. Le modalità di preparazione preliminari erano le solite del baccalà in bianco: ammollo in acqua fredda, cambiata per un paio di giorni, battitura, disossatura (del baccalà le spine erano considerate ossi), divisione in pezzi medi e poi si lessava con appena un poco di sedano, sale ed un idea di cipolla. Ci si poteva fermare a questo punto, condendo con olio, prezzemolo e consumando freddo. Invece la nonna diceva ” fazemo el bacalà mantecato “ e cominciava la cerimonia: i pezzi di baccalà erano messi tra due piatti, combacianti, con un filo d’olio e si cominciava a sbattere agitandoli con due mani, come con le maracas. Tutto semplice: 5 minuti di sbattitura, filo d’olio e poi di nuovo, così per oltre un’ora. Finchè stremati noi e le fibre del baccalà si compiva il miracolo della trasformazione in un’ amalgama candida, una crema che poi sarebbe stata consumata con polenta abbrustolita.

Adesso lo fanno con il frullatore, ci mettono il latte, lo spalmano sui crostini e i ragazzi che se lo vedono servire assieme al vino bianco freddo o lo spritz, come appetizer, neppure sanno che pesce era.

Merluzzo dei mari del nord, essiccato al vento artico, ecco cos’era.

Ma forse fa parte del tempo sentirsi un po’ essiccati, perchè i liquidi se ne sono andati e non si capisce più chi era il pesce.

azzurro rosso

 
Stamattina non ho rifatto il letto: è così bello il lenzuolo bianco spiegazzato su quello azzurro teso.

La parete di mattoni rossi abbraccia e si intride di luce azzurra; accanto i libri accatastati a promettere letture e suggerire sogni.

Quel lenzuolo è un pensiero che protende la notte sul giorno: che peccato non saper dipingere…