Alzando il vermentino di Argiolas, tra una colonna e la tua testa, vedo la facciata di pietra rosa scolpita: fasci, mascheroni e grottesche.
Chi c’era, allora, lavorò e non capì.
A nessuno viene insegnato a capire prima del tempo. E’ così che si diventa vecchi senza saperlo, chè quando si capisce, l’orizzonte si spiaccica sulla parete e le congiuntive si inumidiscono per dispetto di ciò che non si è fatto.
Come lo racconti che non è ancora età? Puoi dire che gli anni non sono placide partite a carte, ricordi contraffatti, onestà nuove di zecca e troverai un sacco di persone disposte a crederti.
Solo l’incoscienza ci salva da noi stessi e non è questa il sintomo di un’età che non si chiude. Basta giocare e alzare la posta. Da incoscienza a incoscienza.
Sarà, ma non mi è mai sembrato ieri sufficiente, oggi è ancora un poco stretto: assomiglio al mare, rielaboro disastri e confondo i rottami d’onda con creste di schiuma.( Conosco questo disgraziato da talmente tanto tempo che ogni gesto dovrebbe essere almeno noto ed invece ogni volta è diverso)
In fondo l’esperienza lascia più cicatrici che insegnamenti e se qualche merito abbiamo accumulato è nella plurima natura che ci libera dalla noia.
Beviamo. In questo palazzo di mascheroni e fasci c’è protervia e ossequio: l’allegria dei servi.
Libera nos.
Libera nos.
Ciò che accade nel nostro paese riguarda molto una generazione: quella che oggi detiene il potere, il denaro, la cultura. Per chi dissente sarebbe facile rifugiarsi nella lettura, nel bello, nelle capacità acquisite. E’ la tentazione ricorrente per uscire dal maleodorante liquido che ci immerge: privato, critica, autocelebrazione del come eravamo. Questo in una giovinezza senza fine, incurante del bello se non come uso. Gli esempi che riceviamo ci confermano sino all’incapacità di comprendere che comunque gli anni compensano il dileggio solo col denaro o la paura.
In questa consapevolezza di sè e di ciò che sta attorno si consumano i miei discorsi da bar, a volte soliloqui: non ho soluzioni e neppure certezze. Solo la consapevolezza che ciò che accade non è buono. E neppure nuovo. Provate a pensare alla miscela che si è creata tra età, potere, mancanza di ricambio generazionale, stanchezza dei dissenzienti, assenza di linguaggio comune, autoreferenzialità. Una generazione – la mia- afona, sola, con l’alternativa della cultura, ma incapace di comunicare i suoi valori.
Potrei dire non che è più un problema, ad altri la conquista del palazzo d’inverno, ma oscilliamo tra personale e collettivo e la nostra maledizione è che abbiamo gli strumenti per comprendere la nostra sconfitta.
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