leggermente venduti

Venduti con leggerezza, venduti un poco, forse anche per poco, ma pur sempre venduti, col nostro nome, abitudini, interessi e reddito. Chè dei poveracci non se ne fanno quasi nulla.

Chissà chi sarà stato.

E’ cominciato anni fa quando il mio cognome non ha potuto essere registrato per un dominio: un signore sardo ne aveva registrato qualche milione, anche il mio, ceduto a chissà chi. Poi è continuata la vendita di pezzi di me, passando per provider senza scrupoli e denari, anche Kataweb ha deciso che ero merce appetibile. L’ha fatto con garbo ma la sostanza non è cambiata. Come dire: le schifezzuole si fanno dappertutto, ma la gentilezza è classe nei salotti di sinistra. Di recente, qualcuno m’ha ceduto pesantemente.

Chissà chi sarà stato.

Forse Tiscali oppure Libero o magari un altro nome altisonante. Non ho modo di saperlo, però da qualche tempo, case d’asta famose, gastronomie internazionali, venditori di libri on line, immobiliari importanti, agenzie di vacanze, ecc. aprono i loro battenti da me senza chiedere. Gente seria, neh, mica robetta, però maleducata perchè non li ho invitati e questo mi fa pensare d’essere stato venduto e collocato presso buone ed esigenti famiglie a servizio.

Sinora mi è stato risparmiato il porno e il lubrico d’alto bordo, ma forse pensano che in questo sia autosufficiente.

di tutte quelle note, una ancora risuona conficcata in una balla di fieno

C’è voluta costanza di vizi,

impazienza e alcool, e fumo e notti insonni 

a plasmare gole roche, a traviare voci.

Ora attempati e soddisfatti

son pronti ad allevare note

e musiche usate come asciugamani d’albergo.

Note perdio, stupite d’essere in alto

a grattare soffitti, muovere ragni e rimbalzare. Finché…

Ci hanno buttato fuori dai nostri cieli azzurrini

di fumo e  di angeli caduti in pozze di birra acidula.

E’ quartetto jazz stanotte

che continua sotto un cielo imberbe di stelle e nero,

così nero che risucchia l’anima.

Si sono  zittite le voci, la sfida ai vicini,

alla campagna, al fieno, ai grilli ed alle rane

tra scrosciare d’accendini e fiammelle e punti rossi,

tutti ora ammutoliti davanti al sax

che s’inerpica e non finisce,

neppure oltre gli alberi 

così impudichi di riflessi argentei, senza luna.

Riuscirà,

oddio, 

riuscirà davvero a scalare il cielo questo pezzo di carne e di metallo?

Che è astronave,

casa, luce, latte rancido e buio.

E tutto assieme alita vita, testa, sesso,

sempre più teso, è arco polito, iperbole che sale, sale, sale. Finché…

spezza una nota piana e precipita nel silenzio.

S’è lasciato andare. Sapendo.

L’ha raccolto un basso amorevole,

ma così amorevole

che è abbraccio e madre e carezza per un figlio sudato dopo il gioco.

Stremati abbiamo affondato la testa nell’erba,

e di tutte quelle note,

una, ancora risuona conficcata in una balla di fieno.

giorni nutella

Che sorpresa… Come stai?

Io? Ho un sacco di cose da fare. Ma è un buon periodo.

Sì, sono un poco stanco, si vede?

Vacanze, no, ho assunto due nuovi impegni, fino ad agosto non se ne parla.

No, non potevo dire di no. Hanno insistito: si fidano di me. Ridurrò da altre parti.

E’ vero che lo dico sempre e poi non lo faccio, ma stavolta non sarà così.

Certo, rispondo sempre al telefono. Chiamami quando vuoi, il telefono è sempre aperto.

Ci vediamo a cena, abbiamo un sacco di cose da raccontarci, anche se sempre più spesso non ho nulla da dire, mi sento vuoto, come se l’esterno assorbisse tutto. Sono una vasca con lo scarico aperto, resta solo la schiuma.

Altre cose? Non possiamo parlarne in mezzo alla strada, ne parleremo se mi viene, te l’ho detto, ho poco da dire, ma tu come stai?

l’85

Il maggio dell’85, la campagna elettorale, sarà l’ennesima sconfitta vissuta con decenza, vago odore di merda nel paese. Nani e ballerine diffusi, ma in fondo ancora pochi.

La tragedia dell’Heysel in diretta tv: terribile, sconvolgente.

L’estate dell’85, la grecia, il sole, pensieri diluiti nell’acqua fresca e l’ouzo, nell’azzurro delle case, nei geranei rossi sulle finestre a calce. L’estate dell’85, serate fresche sui colli, un senso crescente d’irrequietezza, il rifiuto di fare carriera nel partito.

Manca l’orizzonte, bisogna capire la Germania democratica, Praga. Non capisco. Passerà. E’ passato.

Ogni notte si ride, a Quelli della notte. Si ripetono di giorno le gag e si ride nuovamente, perchè in fondo la D.C. è rassicurante, molto più di Berlusconi.

L’estate è bellissima, una delle più belle della vita. Ce ne saranno altre.

il liberatore

Mio bisnonno liberava le suore. Quelle di clausura in particolare.

Faceva il muratore, era socialista e spesso lavorava nei conventi. Parliamo della fine dell’ 800, la condizione di miseria spingeva verso vocazioni e storie personali che avrebbero piegato vite, destini, famiglie. Il bisnonno usava immagini semplici e diceva: ‘ndè fora, tose, cossa fasio qua dentro, fora che xe la vita, i omeni, el mondo. Pitosto de stare qua, ‘ndè fare ‘e putane. Stanote ve lasso un buso nel muro del giardin, doman de matina lo stropo. ‘ndè via, bele, finchè si in tempo. (andate fuori, ragazze, cosa fate qua dentro, fuori c’è la vita, gli uomini, il mondo. Piuttosto di stare qua, andate a fare le puttane. Stanotte vi lascio un buco nel  muro del giardino, domattina lo chiudo. Andate via, belle, finchè siete in tempo)

Del resto lui aveva applicato anche in casa le convinzioni e la bisnonna che avrebbe voluto farsi suora, l’aveva sposato ed amato. Come si usava a quel tempo, anche se era un senzadio.

Lui, il liberatore, le aveva permesso di essere buona, di avere  dei figli, una casa e mangiare per tutti e quando se n’è andato, non mancava nulla dell’amore possibile. Da quello dei nipoti, a quello dei figli. Forse perchè non c’era nulla da dividere se non le poche idee forti e il culto della libertà. Mi piace pensare che capisse il libero arbitrio senza sapere cos’era e che l’uomo fosse davvero importante per lui, che conosceva il lavoro e la fame. Gli fu risparmiata la parte peggiore del fascismo e non fu poco.

era de maggio

questa canzone parla di una partenza per la guerra (era il maggio 1915), parla di persone che attendono, di ritorni, di speranze. Parla di un mese in cui è bello vivere, nascere, ricordare. E il dopo sarà dolce  tra i pensieri nuovi che liberano dall’inverno.

ritratti dell’est

Mi piacciono i ritratti dei fotografi dell’est, quelli dove emerge la persona, senza inutili allegrie  e neppure molte cose da mostrare.  I bianchi e neri scabri, fino al morbido dei grigi, i colori che  sono quelli di Feininger, dell’america postbellica, le luci gialle, crepuscoli freddi con rossi Agfa, più densi e meno brillanti dei Kodak. Parlare di dominanti azzurre o rosse, è fuori luogo: nell’era del foto ritocco digitale è la testa che conta, e il cuore. Se la tua porta è arrugginita e mobili di legno, inutilmente massiccio, è difficile mettere il futuro nelle cose, è possibile solo  investire sui volti, sulle persone, sui paesaggi che fanno emergere dialogo e anima. E anche i nudi sono senza le temperature di colore del benessere, patine di latte acidulo e odore di cavolo e borsch dalla cucina. Nel corpo, pensiero e parola.

Adesso mettendo le mie scarpe ad allineare i passi potrei riscrivere le parole che stanno sopra in altro modo, con mezzo viso verso est, porte che sbattono, serrature malferme, macchine fotografiche sempre un poco arretrate.

Ti farò famosa. Felice? Nò, solo bella. Non ritoccherò la linea della bocca, così irregolare da sorridere anche se non vuoi. Arretra un poco, lì tra la finestra e il letto, e dimentica tutto. Non pensare a play boy, e neppure a chi ti ha fatto l’amore ieri, scordati il seno, guarda me per vedere il tuo volto. I sogni che hai già speso, quelli che verranno rotolando ogni mattina. come biglie da fiera. Devi pagare l’affitto, i libri.  Che cazzata questa voglia di capire, ecco adesso lo sai, se sei magra non è per caso. Ma sei tu, senza alcun peccato rimesso, con qualche genitore sperso e fratelli che vorrebbero denaro. Sei tu che non hai voglia di fingere, sei tu che ti mostri e non ti offri. Fa freddo qui dentro. Facciamo queste foto. Poi ti mostrerò chi sei.

anche gli abbracci sanno d’erba bagnata

Nel grande vaso degli aromi c’è uno sgomitare di crescite competitive, qualche atomo si inala in quest’aria che promette bene: ferormoni e grande attività d’insetti. Guardando dentro, i nodi evidenziano consistenza e possibili intrecci: topologie risolvibili. E’ stagione di positività generatrici di forza, ne abbiamo bisogno per piegare i flussi che deviano le nostre vite. Concretezza è stendersi sotto un albero, su una spiaggia, sedersi al bar davanti alla vetrina e guardare fuori, lasciando che la consapevolezza entri. Il pil personale non diminuirà. Anzi.

E anche gli abbracci sanno d’erba bagnata.

25 aprile

“Ho preso la decisione di celebrare il 25 aprile, anche se dove sarò lo comunicherò più avanti. Credo che ci sia bisogno di dire qualcosa, perchè di questa festa non se ne appropri soltanto una parte”.

Il presidente del consiglio, non può celebrare, può festeggiare il 25 aprile assieme a quella parte del paese che si riconosce nei valori della Resistenza e della liberazione dell’Italia  dalla dittatura fascista. Il 25 aprile è una festa di parte a cui si aderisce se si condividono principi e valori nati in quel momento storico. Altrimenti ci si tengono le proprie idee e si sta a casa. La democrazia è anche questo: poter avere idee differenti e non aderire.

Il fatto che i liberali e gran parte del paese stettero alla finestra durante il regime, che le leggi razziali passarono senza proteste, che poche e flebili, furono le voci della borghesia e che solo una parte si riconobbe poi in Giustizia e Libertà, questo fu determinante per il movimento di liberazione come lotta di popolo.

Per tutti questi motivi e molti altri chi festeggia la Liberazione dal Nazi Fascismo è persona di parte, che è contenta di ciò che è accaduto, che non rimpiange il fascismo e oltre ogni retorica sa cosa può accadere quando la libertà non è più così necessaria per la maggioranza dei cittadini.

Berlusconi non ha mai festeggiato il 25 aprile, ci sarà stato qualche motivo importante che gli ha impedito di aderire, se adesso avverte il bisogno di dire qualcosa, speriamo dica cosa pensa della Resistenza e del fascismo, così si potrà capire se questa è anche la sua festa.

Il ministro La Russa, invece, sostiene che “I partigiani rossi meritano rispetto, ma non possono essere celebrati come portatori di libertà”. A quando la proposta di espellere i partigiani rossi dalla Liberazione, per portarci dentro i miliziani di Salò o magari riconsiderare la benemerita azione contro i rossi delle brigate Koch, Carità,  Muti e via andando? E’ interessante che un ministro, che in altri momenti è stato epigono della parte sconfitta sul campo e dalla storia, decida chi ha fatto la resistenza e liberato dal fascismo il Paese. Forse bisognerebbe spiegare a La Russa che lui, ex missino, in questa democrazia “rossa”, può essere ministro dopo essere stato all’opposizione, mentre nel regime fascista chi era all’opposizione finiva in carcere e al confino, non al governo.

Capisco l’imbarazzo e non trovo altra soluzione: restate a casa, ad ognuno i suoi morti e le sue glorie.

non capisco

Non capisco la sciatteria, la noncuranza che  allontana.

Ci siamo scambiati troppa confidenza, un tempo si diceva che le distanze servivano per star bene. Un lei è uno spazio reciproco, adesso siamo tutti appiccicati da tu e dal ciao che rende difficile la cortesia che si fa apprezzare. Il campo altrui viene invaso in questo immenso open space e pare naturale sia così, come pare naturale il rifiuto. Tutto abbassato, tutto oltre la creanza. Viviamo in atmosfere condizionate, sempre lo stesso calore estate e inverno, anche nei rapporti tra persone. Sarà così che il rispetto non è più pratica quotidiana e a pochi viene il ricordo che il lei aveva la temperatura della primavera  e il tu quella dell’estate.

Oggi se insisto sul lei sono guardato strano, perchè non si capisce che c’è il dare senza chiedere ed un piacere che nasce solo dall’esserci?