incauti

Chi glielo ha detto alla quercia, al leccio di spingersi sino alla riva del mare?

Sono cresciuti incuranti del salso, delle mareggiate d’inverno, del sole che toglie umori e dissecca le radici e per convincerli a retrocedere, il vento li ha accarezzati e percossi senza ritegno.

Inutile fatica.

Finchè due anni fa, una tempesta d’agosto, impaurì e spezzò rami grossi come corpi. Nessuno si ferì e fu fortuna. Constatati i danni la vita riprese arricchita dei racconti di ciascuno. Ma per le querce e i lecci, non era mai cessata.

Chi glielo ha detto alla quercia e al leccio di spingersi sino alla riva del mare?

l’universo del pressapoco

Per far collimare desiderio e realtà, manca sempre qualcosa. Un pezzo di software, un cacciavite a stella, la penna giusta per le parole sottili. La nostra vita è fatta di incompletezze, del pressapoco come condizione mentre si anela all’assoluto. Grandi amori, alzate d’ingegno, parole e note definitive, intelligenze senza sbavature. Ed invece viviamo nel mondo di Murphy.

Chi è intelligente al punto giusto accetta e si trasforma in orologiaio, con pazienza assicura tempo equilibrato al meccanismo. Il proprio meccanismo.

 Gli altri intelligenti soffrono e lo stupido non capisce.

follie

Le follie ridiventeranno tali e non sembrerà d’essere stati gli autori di tanta insensatezza.

Forse a questo non ci rassegnamo: all’insensatezza senza oggetto nè soddisfazione.

pensiero lineare

Avviso ai naviganti: astenetevi dal leggere, fa caldo, ci sono cose importanti che girano per l’aere e se continuate lo stesso non ditemi che non vi avevo avvisati.

Comincia con qualcosa che suona bene, dev’essere un pensiero solido, un pezzo di ossidiana senza dubbi, ad esempio: polemos è padre di tutte le cose…  Messo li, senza oggetto, il pensiero è un soprammobile, carino, ma inefficiente. Cerchiamo allora di appiccicarlo a  qualcosa che accade. Se il pensiero è generico, è come l’elastico del tanga: esiste, ma non c’entra col contenuto, se invece si lavora con un pensiero specifico, allora non tutto va bene. Rapido giro in testa per capire a cosa serve questo pensiero contenitore, finchè s’accende la luce verde: la crisi attuale dell’economia. Qui la cosa si complica, perchè dal retrobottega emergono considerazioni sul pensiero marxista, che aveva previsto la crisi come elemento intrinseco al capitalismo ed aveva mutuato da Smith, il collasso. Fin qui bene, ma da questa crisi, come da quella del ’29, il trionfo del proletariato non emerge ed allora il pensiero lineare caccia queste nubi che oscurano il sole del pensiero madre: Marx non c’entra, ovvero c’entra, ma è meno solido di quanto appariva. Diciamo che il vero che non è uguale a quello che pensava lui per un inezia, e se l’alienazione c’è, la merce e il suo tronfo pure, l’uomo è sempre più economicus e materialista, è il proletariato che si ribella alla possibilità di essere egemone. D’altronde mica mona ‘sto proletariato, è una fatica essere egemoni: meglio servi che padroni.

Polemos, è questo ora il disinfettante della sinistra? Polemos che è una guerra vera, combattuta con altre armi, che non sono gli eserciti e neppure la diplomazia. Polemos che si propone in nuovi teatri dicendo che i conflitti veri dei giornali sono poca cosa rispetto alla sua nuova guerra. Il pensiero sdrucciola sui segnali, ad esempio il pil a -5.5 e i consumi a – 2.5, la vita quotidiana si finanzia con i risparmi precedenti. E’ un’economia di guerra, ma non ci sono morti visibili, nè scontri apparenti. Gli stati stanno finanziando chi ha provocato il disastro con il debito pubblico e stampando moneta, ma chi produce e consuma viene lasciato a se stesso. E’ una economia di guerra. Conta vincere, non contano i debiti, le perdite, chi resterà per strada, pagheranno i nipoti che esisteranno solo se vinciamo  altrimenti saremo preda del disastro. E polemos spazza via tutto, ma a modo suo con cocci di bottiglia disseminati ovunque. Quel poveretto del pensiero lineare ripiega sulla visione di un immenso Maelstrom che inghiotte uomini, navi, pesci e li porta negli abissi per risputarli su una spiaggia della Cina o dell’India. Detriti sulla spiaggia senza vacanze che verranno raccolti e riutilizzati oppure trasformati in concime da mani diverse. E’ in questo l’essere padre di polemos?

E noi?  Noi siamo dove si separa la calma dalla battaglia, l’orlo del caos. Guardiamo polemos che farà nascere un nuovo ordine, dove Marx avrà un poca di ragione, il capitalismo si vestirà di nuovi abiti luccicanti, il consumo e la produzione dialogheranno con parole nuove, le case continueranno a riempirsi di oggetti inutilmente complicati e poco costosi.

Da queste considerazioni il pensiero lineare si rapprende in un grumo di consapevolezza: si salvi chi può, solo chi resterà vivo avrà un futuro.

E sommessamente da un angolo della testa emergerà un’appendice di pensiero: la qualità di quel futuro sarà ancora una volta il prodotto del caso per l’attitudine con il segno conseguente.

certe mattine

Certe mattine sono il sole e il fresco nell’ombra che taglia la stanza.

Certe mattine sono il profumo delle brioches che sale dal vicolo.

Certe mattine sono un abito di lino verde, seduto a guardare da un tavolino di bar.

Certe mattine sono la voce che non vorresti chiudesse la telefonata.

Certe mattine sono l’odore dell’inchiostro di giornale e le parole piantate per crescere.

Certe mattine sono lo sberleffo della notte, che non lavi dal viso.

Certe mattine sono la finestra dimenticata aperta, la prima luce del giorno sul letto, un canto d’allodola.

Certe mattine sono la vita che vuoi rovesciare, il sangue che scorre, la corsa per ridere.

Certe mattine sono l’ allegria dei calzoni a righe e non t’importa se ti penseranno un vecchio pazzo.

Certe mattine sono il ricordo delle mattine che non ti piacciono, gettato a far cerchi nell’acqua.

Certe mattine sono l’ odore del fresco tra gli alberi, mentre sei sul sellino della bici di tua madre.

Certe mattine sono l’odore del sapone delle docce, gli schizzi della piscina che non vedi, le grida d’acqua e d’allegria.

Certe mattine sono l’ombra che ritaglia il fresco dal sole e pettina la pelle.

Certe mattine sono una sdraio che attende, un libro nella borsa, l’asciugamano a righe che ti piace da sempre.

Certe mattine sei tu che saluti e neppure ascolto le parole pensando che mi piace la tua voce.

Certe mattine pensi che sei un dio mentre la schiena si allunga ed appoggi il piede sul tappeto.

Certe mattine canti e la musica riempie, guardi e i colori dipingono, ascolti e non hai udito mai.

Certe mattine cammini sicuro e sorridi a un pensiero.

Certe mattine resti a letto perchè non  è ora.

Certe mattine ti alzi prestissimo perchè fuori c’è la vita.

Certe mattine sai cosa fare e lo fai.

Certe mattine ti senti felice e non ti interessa quanto dura.

Certe mattine è estate e non è mai stato così vero.

Certe mattine…  

priorità

 

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Sono inciampato nella sera, sul monte sopra Austis e lì ho atteso che la notte salisse dal basso. Dai confini vaporosi del lago Amodeo, dalle luci che si accedevano a Teti, da un accenno di bagliore verso Nuoro, la notte si è fatta strada traboccando. Schiuma morbida a scalare i monti mentre copriva la macchia, fitta come velluto, di lecci, roverelle, lentischi.  Con grazia. Mani d’alberi impastavano colori e contorni e lievitava, la notte, gonfiando l’aria di umori, quelli indimenticabili della sera a sud. Da queste parti il pane si fa a mano, si stende, si fa lievitare, si riimpasta, di nuovo lievita e infine si cuoce, si taglia a mezzo, si ricuoce. Il carasau nasce così, chissà se ha a che fare con la pazienza della notte?

Il cielo ha difeso a lungo la sua luce,  rimestando con i venti in quota, il grigio e il rosso in continue spirali di ballo.  Si è lasciato sedurre solo quando dal monte opposto è apparsa la luna. Luce contro luce, ma quella nuova col colore della notte l’ha vinto, soggiogato, posseduto.

Erano quasi le 10, quando la magia si è ripetuta e in un silenzio senza fine, nè respiro, la luna è sorta, poi  i primi fruscii di animali, le pecore e il richiamo a scendere verso il paese.

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raccontare

Potrei raccontarti della morbidezza di luglio, dei vestitini di cotone e delle scollature a balconcino, potrei dirti dei reggiseni lenti e dei corpi teneramente dondolanti. Potrei parlarti delle cannottiere a costine, dei calzoni senza tasche, a zampa d’elefante. Ti intratterrei sulle espadillas di corda, sulle superga bianche, sui costumi coi laccetti, sulle argentine sfilacciate, zuppe di sudori e voglie. E racconterei di motorini con le teste ribassate, di unghie nere di morchie di catena, di zoccoli prima del dottor scholl, di sabbia abrasiva tra le dita in sandali mendaci. Vietnamiti dicevano e non era vero, ma Giap vinceva gli americani che ancora non capivano. Anche gli ebrei in sei giorni vincevano le guerre  e la pace non sarebbe venuta in 40 anni.  Questo l’avremmo capito tutti molto dopo. In spiaggia arrivava l’eco di Praga, chi aveva visto ponte Carlo parlava del teatro delle ombre, delle birrerie dove si scambiavano desideri, libertà raccontate, simpatie, amoretti tra birra non pastorizzata e ristoranti con il vecchio nome francese del servire il cibo: buffet.  La piscina teneva banco in città, con il cloro a larghe mani per disinfettare incontinenze allegre, tornavamo con gli occhi rossi di lupi in bicicletta, ma prima c’era l’odore dell’acqua di canale tra naso e bocca. Tuffo in fiume e poi in piscina, per un coraggio che quel bikini a pois rossi non vedeva mai. Bastava socchiudere gli occhi, lasciarsi abbronzare mentre un disco seguiva l’altro. Sempre gli stessi sino a diventare rumore di fondo. Sabati al mare su schiuma d’acqua senza goletta verde, l’attesa del fresco della sera, il buio, le paure di crescere e di restare al palo.

la scossa

La scossa venne con uno sciacquio d’acqua, poi sabbia a correre sul muro, e il tempo rallentava con il pavimento che non stava fermo. Mia madre andò nel posto più pericoloso della casa, e comincio ad urlare i bambini, i bambini, abbassando la voce che diventava lamento. La guancia le fece male per giorni, ma non c’era altro modo per smuoverla e neppure vide la mia mano. 

Quella sera mi venne a mente mio padre che  tranquillo diceva, chissà che venga il terremoto. Intendeva per abbattere le superbie, ma non era così. Anche lui lo sapeva. A questo pensavo mentre scendevo gradini instabili e spingevo tutti. Era appena iniziata la notte e sarebbe stata lunga. Mesi e mesi fino ad oltre l’inverno, con l’impotenza di far finta di niente, aspettando finisse.

lo so

Lo so che non si dovrebbe fare e comunque  parlarne non serve: quando ci si incazza è una faccenda personale.

Chiudo la porta, mi calmo e analizzo ciò che è successo, il diniego inatteso, la scortesia e capisco che l’interlocutore/cliente vuol farmi pagare qualche rifiuto passato. Una ripicca, insomma. E siccome può restituire il rifiuto, ora il mio buon diritto non vale nulla. 

Davanti ad un no immotivato, cosa può fare una persona paziente e comprensiva?  Incazzarsi ed alzare la voce, sapendo che non servirà: fatto.

Da adesso si attende, ci sarà tempo per restituire e l’ira dei buoni ha memoria lunga. 

specchio

Guardo voi che mi guardate e non indovino dove si poseranno i vostri occhi. Potrei dirvi che raramente accarezziamo le stesse parole, ma far coincidere le attese è cosa difficile, anche quando si pensa di non attendere. Almeno non cerco di compiacere, mettendomi in mostra.

Tell me is love
Still a popular suggestion,
Or merely an obsolete art?
Forgive me for asking
This simple question;
I’m unfamiliar with this part
I am a stranger here myself

Why is wrong
To murmur, “I adore him!”
When it’s shamefully obvious I do?
Does love embarrass him,
Or does it bore him?
I’m only waiting for my cue
I’m a stranger here myself

I dream of a day
Of a gay warm day
With my fate between his hands
Have I missed the path?
Have I gone astray?
I ask and no one understands

Love me or leave me
That seems to be the question
I don’t know which tactics to use
But if he should offer
A personal suggestion
How could I possibly refuse
When I’m a stranger here myself?

Please tell me
Tell a stranger
My curiousity goaded
Is there really any danger
That love his now out-moded?
I’m interested especially
In knowing why you waste it
True romance is so freshly
With what have you replaced it?
What is your latest foibal?
Is Gin Rummy more exquisite?
Is skiing more enjoyable?
For heaven’s sake what is it?

I can’t believe
That love has lost its glamour
That passion is really passe
If gender is just a term in grammar
How can I ever find my way?
Since I’m a stranger here myself

How can he ignore my
Available condition?
Why these Victorian views?
You see here before you
A woman with a mission.
I must discover the key to his ignition
And then if he should make
A diplomatic proposition
How could I possibly refuse?
When I’m a stranger here myself?