abbandonarsi: ovvero la zattera della Medusa

Governare il proprio destino oppure affidarsi alla benevolenza del fluxus. Nella salvezza si confrontano i destini segnati e la fatica di Sisifo del prendersi in braccio e trasportarsi sulla montagna.

E’ la tentazione, oppure la fede, oppure la stanchezza immane del mutarsi?

L’ altra faccia del mondo si abbandona e attende il necessario. Ogni giorno, con la decenza possibile.

Ma non è la mia scelta.

 

Le persone di questo mondo normalmente dicono: “Se anche i cattivi riescono a raggiungere la rinascita nella Terra Pura, allora tanto più i buoni”. A prima vista questa frase sembrerebbe avere una sua ragion d’essere. Però non tiene affatto conto del potere della compassione del Buddha Amida. La ragione è che alle persone ‘buone’ che pensano di potersi salvare con le proprie forze spirituali, manca un cuore che sappia affidarsi al Buddha, e quindi il Voto del Buddha difficilmente le potrà salvare. Solo rovesciando radicalmente la propria attitudine di autosufficienza e di orgoglio e solo con un gesto di totale abbandono al Buddha, rinasceranno con lui nella sua Terra Pura. Io non so proprio nulla del bene e del male. Se io conoscessi il bene secondo la mente del Buddha, allora direi di conoscere il bene. Se io conoscessi il male secondo la mente del Buddha, allora potrei dire di conoscere il male. Ma noi siamo poveri esseri umani, proviamo passioni e siamo bruciati dal desiderio, il nostro mondo è illusione. Dobbiamo comprendere che qualsiasi pratica noi facciamo, non ci è possibile liberarci dal ciclo delle rinascite. Ma il Voto di Amida viene incontro a colui che nel profondo delle sue illusioni ha rinunciato a se stesso e lo illumina. Per quanto riguarda la pratica di salvezza, c’è solo un momento puro in cui si invoca il Nome. Per quanto riguarda la fede, c’è solo un istante assoluto di totale abbandono. I cattivi che dimenticano se stessi e si affidano al Buddha, vivendo questi istanti di verità, sono salvi. Lo erano già da quando il Buddha pronunciò il Voto di salvarli. Perché anche quell’unico atto di fede è un dono che scaturisce dalla mente del Buddha. Perciò è detto che “se i buoni si salvano, a maggior ragione si salvano i cattivi.

Shinran

uscire e cambiare la propria vita

L’uscire dalla propria vita, sentita come inadeguata, come unica soluzione alla crisi d’essere. E’ un flow di una semplicità disarmante: il disagio crescente, l’attacco della crisi, l’insofferenza del presente e la ricerca di soluzioni alternative, la if del cambiamento: se si prosegue ci sarà la rottura con il passato, se ci si ripensa si torna daccapo per ripercorrere il ciclo.

Uscire e cambiare la propria vita, perchè, da chi, come? E’ l’esperienza di tutti, comincia nella famiglia d’origine e accade più volte nella vita e ha sempre lo stesso stimolo: andar via, cambiare radicalmente, essere diversi dal presente sentito come prigione.  Chi se ne va davvero, non solo nella testa che pure è  un modo radicale nell’andarsene, sperimenta la difficoltà dell’abbandonare le certezze, del misurarsi con l’ignoto. Un ignoto che inizia proprio da se, dalla propria capacità di percezione dei problemi e della realtà. Andarsene significherà poi capire meglio, misurare ciò che si vuole davvero, fare i conti con la nostalgia, con gli affetti che non si annullano, con i vincoli economici, con la violenza dei distacchi. Per questo spesso sono necessari altri appoggi, ed è la parte più difficile da valutare, perchè condiziona altre persone, altre volontà presunte. Indipendententemente dagli esiti, l’uscire farà i conti con la propria vita e la scelta in quella if  rende palese ciò che è già avvenuto: il cambiamento, ovvero la rottura del proprio paradigma. Sarebbe bello che tutte vite avessero parabole già definite, dove tutto procede per conseguenzialità, ma non è così per la maggior parte di noi. E forse non sarebbe neppure bello.

L’andare, il vedersi da fuori, senza giudizio.  Restare fedeli a se  stessi, cercare di capire e poi scegliere il proprio posto transitorio, sapendo che proprio noi lo metteremo in discussione finchè ci sarà la presunzione del poter cambiare.

 


udito e tatto

 

Ausculto i segni,

zampette di desideri,

vaghi, come l’odor di dolce dei negozi chiusi.

Di notte,

il silenzio si stende a pennellate larghe,

con briciole di luce

e fotoni dispersi

che urgono, già spenti.

Di notte

il silenzio si posa ai bordi del letto,

agita lenzuola di seta,

slega la veglia dai  piccoli pensieri.

A te penso un poco,

non ti basterà

quello che per me

nel bujo, è troppo.

Questo silenzio lo sento

che sciacqua le rive delle case,

e sale e scende

sino ad affogare il sonno.

Accolgo i piccoli rumori

preziosi sul tetto,

contro il vetro,

e la bava di vento

con atomi d’erba

crepitante e secca:

è notte, ancora,

da bere a sorsi piccoli,

ancora.

dov’eravate il 9 novembre 1989?

 

L’interesse per la politica aiuta, come allora, a vivere il presente? Forse, ma non è importante per i più, infastiditi da un mondo che sembra non riguardarli e pensano che  tanto non cambia nulla.

Quell’estate ero stato a Praga. C’erano stati scontri con morti e feriti vicino al teatro, ma l’aria non era, come altre volte, cupa e al ritorno, parlandone, si sentiva la nostra inadeguatezza d’essere chiusi nelle vicende italiane. Il nostro futuro avveniva altrove e bisognava leggerlo e capirlo con occhi nuovi. Così arrivò il 9 novembre, inaspettato e banale nella dinamica. Dov’ero?  Al lavoro fino a tardi, con un giornale, già inutile, che attendeva di essere letto e una frase di Gorbachev, della sera prima, che mi seguiva. L’ho meditata, discussa,  rifiutata e finalmente acquisita, quella frase e credo valga per tutti:

“Chi arriva tardi viene punito dalla vita”

rebus serenade

Le parole a me più care non hanno occhi attenti.  Mi interrogo, trovo scuse, le getto in disparte infastidito, vado passi indietro per mettere ordine tra chi è fuori e chi sta dentro.

Ma comprendo e mi circondo d’onde calme, così che da un cerchio di gesso posso permettermi occhi divertiti per guardare senza pena.

la Klein com’è nata?

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Proseguo il post precedente seguendo il filo dei miei pensieri, nati anche dalla considerazione che nella vita e nella sua contaminazione in rete, si formano gruppi di affini, chiusi per scelta e che all’interno di questi gruppi chiusi ce ne sono altri, pure chiusi, con codici comunicativi diversi. Come dire: ci si sceglie e si comunica ciò che si vuole.

Avere la consapevolezza del proprio genere è già moltissimo, ma non basta, è un presupposto ed elude il problema della co-abitazione del mondo e della società. Non credo che gli uomini, come le donne, non si assicurino l’un l’altro più niente, mi sembra una posizione misogina che parte dall’autosufficienza, mentre ogni giornata ci ricorda che autosufficienti non siamo.  Non basta avere un lavoro, una indipendenza economica, affetti, il problema è il divenire oltre il presente, questione che si può rimuovere, occultare, ma che esiste nella nostra testa. La famiglia rispondeva a questo, stabiliva ruoli e regole comunicative, tracciava futuri. E’ stata superata, anche grazie al nostro apporto? Bene, ma i bisogni restano e spesso si traducono nella risposta alla solitudine individuale. Quindi escludere il bisogno di contributi reciproci importanti, mi pare privo di realtà, ma aggiungo che senza comunicazione neppure c’è scambio di bisogni. Si può cercare la novità, essere curiosi delle cose e degli uomini (credo di averne una discreta esperienza personale) e sono qualità importanti per una persona, ma c’è qualcosa in più che sollevavo come problema. Ed è il rinchiudersi nel genere, che poi significa il presupposto per lo scontro e la necessità di prevalere. Se non posso essere eguale, accetto la diversità, ma non l’incapacità di capirla. Si può dire che sia un problema maschile, che gli uomini sono in difficoltà. Qual’è l’aiuto per evitare che la violenza sia una forma di comunicazione? Aspetto di leggere analisi del mondo maschile scritte da donne e che possano superare Freud e Jung, perchè ho la sensazione di essermi perso molto sul tema, fuorviato da altri interessi. Nel frattempo, mi convince Laura che dice: è che nel momento in cui ti schianti in un ruolo, niente… ti sei schiantato, detto tutto. tenere le antenne alzate e non chiudersi negli accoglienti veli del proprio ombelico è difficile per le donne quanto per gli uomini. Che è come dire che la realtà è diversa da quella percepita, ma alcuni la percepiscono così e per questi il mondo si è fatto più difficile in termini comunicativi e presuppone rigidità non dissimili da quelle esecrate del mondo maschile. Quindi una realtà diversa e non migliore. Saperlo non basta.  Si può risolvere tutto nel quotidiano, nel domestico, ed è la dimensione principale delle soluzioni, se però il fatto è sociale e culturale, prima o poi i nodi vengono al pettine perchè questa è l’aria che si respira insieme. Quindi se il problema non è più assicurare il reddito, lo status, il ruolo, anche se questo è ancora vero per la maggioranza delle persone, come si risponde al fatto che l’indipendenza personale si appoggia sempre su altre persone? Amenochè non si scelga la trappe ed allora ci si appoggia su dio.

Lascio quattro domande, anche per me naturalmente:

Se il pensiero femminile mi arricchisce, il mio pensiero è significativo per l’altro genere?

E come può essere significativo se ciascuno prende ciò che gli serve secondo necessità, relegando la comunicazione gratuita tra gli optional?

La violenza è comunicazione, come posso toglierla dai rapporti tra pari? 

Melanie Klein mi convince più di Freud, ma esisterebbe senza Freud?

l’invidia della vagina

 

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Sarà che è femminile l’accogliere, oppure che millenni stratificati di sopraffazioni hanno prodotto linguaggi oscuri agli uomini -ricordate la lingua inventata in Cina a corte per comunicare tra donne?-, o forse è semplicemente la riscoperta della solitudine comunicativa del maschio, comunque sia il mondo femminile parla tra omologhe e i maschi guardano dai vetri. E la parola invidia non è eccessiva se questo guardare, alimenta rivincite ed ulteriore sopraffazione. Le donne parlano tra loro e i maschi non capiscono cosa si dicono, si sentono esclusi da un mondo fatto di diversità cognitive, allusioni, presunte superiorità di sentimenti, fedeltà misteriose (a cosa?, a chi?, perchè?), intriso di pulsioni/passioni, di incongrui ritorni, sopportazioni infinite e ribellioni, di vissuti e presupposti vantati o reali. Un mondo a parte che a volte singolarmente, a volte in blocco si propone allo sguardo stupito, ammirato e perciò invidioso dei maschi persi tra le loro tecnologie, i sogni di conquista, di crescita, di singolarità. Ed alimenta, in chi capisce, ulteriori solitudini inquiete. Nella classifica di ciò che divide è più banale lo sport oppure le soap, è più importante il reality o il gf della politica, i sentimenti hanno tassi di sofferenza diversa a seconda del genere? Le misteriose malattie femminili, le mestruazioni, la possibilità di fare figli sono una barriera invalicabile alla comunicazione del sentire? E soprattutto danno capacità di differenze così ampie da escludere la possibilità del trasmettere sensazioni e condivisione?  

In molti casi l’antidoto è la noia, il distacco, la supponenza. Oppure la decostruzione della superficie del problema, cucinata in salsa sociale. Io ti difendo e tu mi assicuri la discendenza, io ti alimento e tu mi curi, tu mi ami e io vivo di questo amore e dò senso alla diversità del mio.  Il succo di molta letteratura coniugata sui due versanti è questo e il ruolo di chi narra è la banalizzazione del problema della comprensione, scavalcandola con le finzioni delle parole pontiere, per far comprendere che i mondi sono speculari, ma intrinsecamente comunicanti. Ed invece non esiste uno specchio che rifletta l’uno e l’altro, sono proprio due parti dello stesso giardino in cui valicare il confine malcelato, significa restare se stessi, epperò lasciarsi convincere che non si è perfetti in sè. Solo la poesia si imbeve del problema e lo risolve per lampi, creando mantra da ripetere nella solitudine del pensiero.

Ma alla fine resta la consapevolezza che bastarsi oggi non basta più.

trittico sulla vecchiezza II

Amico caro, ti avevo annunciato che avrei messo i piedi nel piatto dell’età e allora partirei dai temi che archiviamo in fretta nei nostri discorsi. Così fai  quando parli dei pochi anni che restano e  scherzi facendo trasparire un desiderio e una paura. La paura è quella della morte. O meglio la paura delle malattie dei vecchi che invalidano e tolgono progressivamente la vita. Hai presente l’ossessione del cavalier B.?  La potenza fisica, le capacità di movimento, l’intelligenza, la memoria e dover dire che si ha tutto come a 20 anni per i prossimi 50. Ma resta l’onere della prova in una dimostrazione giornaliera di efficienza per essere ciò che non si è: anagraficamente vecchi, però giovani nelle attività e nei tratti. Quando vedo miei coetanei che si sono imbalsamati tra i 40 e i 50 anni, non colgo differenze con la tristezza degli sfatti allegri, quelli che non si governano e hanno deciso di dimenticarsi tra alcool e mangiate. Entrambi non sostengono più l’identità e la dignità di essere. Noi più semplicemente, cerchiamo di giocare con la paura di cadere in qualche trabocchetto dell’età, di scivolare nell’alzaimer che ci rende presenze vuote, oppure di entrare nel girone infernale delle malattie coscienti e impronunciabili. Tutti esorcismi e la morte semplice, quella fatta del disporre di sè diviene un desiderio. Magari da collocare più avanti possibile, ma un desiderio di concludere bene. In fondo ci sarebbe dovuto, per le nostre colpe veniali, per gli impegni senza ignavia, per l’entusiasmo che abbiamo messo in tutte le cause perse frequentate ma anche per la pochezza delle vigliaccherie e le fughe fatte più per paura che per salvarsi. Molti coetanei fanno consuntivi, ti dicono: mica per essere finiti. No, solo per un budget veritiero. Altri e ci fanno più male, se ne vanno senza dire, per stanchezza, solitudine, disperazione. E per loro, come per quelli andati tra sofferenze immani, ci si chiede perchè. Anche della ragione di tanta sofferenza ci si chiede il motivo e nessuna risposta arriva. Sai cosa fa più male? La sofferenza silente consumata in solitudine, senza sbocchi, nè speranza. Ci si immaginano i giorni, le notti e ci si augura che non ci accada, che tutto finisca di botto, con il solo barlume di capire che davvero è così facile scivolare via. In realtà l’età porta verso il conto con il passato e adesso che siamo ancora in questa età indefinibile, pieni di sogni e di attese temperate,  si dovrebbe, per magia, trasferire un credito sul futuro. Assicurare una rendita in anni vicini al desiderio. Ma lo sappiamo tutti che non è così, sono il caso e la volontà che ci possono graziare e non per sempre. Ho pensato spesso, che si potesse rovesciare il tempo e lasciare che la possibilità non si spegnesse al suo mostrarsi, per verificarla, con generosità,  senza curarsi del resto. Tu sai, che tutto questo è sconsiderato, ma come vivere una vita regolata dalle certezze e pensare di vivere davvero? Alcune certezze ci sono indispensabili: amore, affetti profondi, relazioni, libertà d’essere e d’intendere, l’avere un senso a sè e magari anche agli altri. Se non ci sono grandi problemi economici, tutto questo dovrebbe consentirci di parlare anche delle paure e della morte, di ciò che accade attorno a noi. Ma parlarne come di un processo dinamico e non come di un muro contro il quale sbattere incoscienti a tutta velocità. Il tema etico del fine vita, emerge in questi anni e ha più consistenza: la libertà del finire come si desidera, la vita non come condanna, ma possibilità positiva. E’ una considerazione che dovrebbe portarci alla consapevolezza e togliere la paura. Ma non è facile e soprattutto bisogna scegliere un percorso che eviti i cronicari, gli ospizi, gli odori di minestre e orina, i discorsi senza memoria, i giardini con le cancellate e i mobili di melamina. Voler vivere a casa propria, finchè si vive. I nostri vecchi lo sapevano e nell’oscura necessità di convivenze tra famiglie assicuravano il passaggio, circondati da persone care. Lo so che succedeva anche il contrario, che la gente si sbranava davanti all’agonia, ma quando c’era rispetto per la persona, ovvero si aveva ben seminato, le cose erano più dolci. Naturali e senza accanimenti. Noi apparteniamo alla generazione che detiene il potere, gestiamo vite, vietiamo ai giovani di crescere, eppure le paure non le abbiamo eliminate. Ti ricordi di quando parlavamo di villa arzilla tra discorsi e vino rosso, pensavamo ad una convivenza tra persone che si conoscono e che bevono e parlano bene assieme. Badanti di noi stessi, plagiati dal mito di Amici miei e della Grande bouffe. Ma non funzionerebbe, amico mio, dopo poco ci staremmo tutti sulle scatole, in realtà la nostra risorsa sono le relazioni tra noi, il trasmetterci entusiasmi e positività; questo serve e non altro. Non siamo abituati a minestrine, ma forse la cosa che dovremmo  evitare è l’essere prigionieri dell’insofferenza, dei modi di dire, delle abitudini senza appello o della supponenza di aver capito già tutto. In realtà, e lo sappiamo entrambi, siamo degli ignoranti abissali e aver voglia di apprendere è già sintomo di futuro, ma non ci basterà, come non basterà il cinema, i libri, la musica. Dobbiamo investire in affetto quando l’egoismo diventa più forte per la preoccupazione di sè. In comunicazione quando pare ci sia poco da dire di sensato e nuovo. In pazienza quando le nostre urgenze sono solo desiderio di attenzione. E soprattutto dobbiamo convivere con la persona più difficile che conosciamo: noi stessi. Ma la consapevolezza non è una diminuzio, abbiamo chance notevoli da giocare, e magari ne parliamo la prossima volta. 

questo è il mio paese

 Sono tra quelli che ci sono, non se ne vanno, non firmano cambiali in bianco, capiscono che non va e che bisogna cambiare. Perso nei miei problemi, nel mio vissuto così importante e immediato, ogni tanto mi sveglio e mi chiedo cosa faccio io per il mio paese.  Perchè questo è il mio paese, il posto in cui voglio tornare ogni volta che me ne vado, è la mia testa, la mia lingua, il mio portolano del mondo. E’ il paese che non mi piace, che cambierei a partire dagli arroganti, i corrotti, gli imbelli e gli imbecilli, è il paese che mi voglio tenere stretto, perchè è mio. E non perchè mi è stato dato, ma perchè qui posso essere diverso, anormale, singolare e plurale e posso pensare che la mia verità sia quella buona fino a prova contraria e cercarla di farla trionfare, vivere, sperare. E quando mi scazzo questo è il paese che posso prendere a calci, perchè ne ho il diritto, altrove mi direbbero: ringrazia ti abbiamo accolto.

piaceri privati

 Tu la conosci l’aria che vibra silenziosa dopo un suono?  E’ la sua memoria e si può perfino respirare.

Haydn, 1° concerto per cello, poi  di Bach, un corale trascritto per trio e ancora la prima Suite. Brunello sorride, trasmette malia, coinvolge, è coinvolto.  Come un bimbo si guarda il dito dopo una nota legnosa. Ricomincia con la leggerezza del seminatore. Uno scialle di note, sulla soglia dell’inverno, così bello e coinvolgente che i silenzi sono applausi. Ton Koopman sembra felice, stringe mani, contagia l’orchestra, si abbracciano un po’ tutti, regala ancora note. Si esce in un’aria sospesa tra sorrisi e toni bassi a conservare l’impressione.

C’era la neve un anno fa, sulla piazza. Magia d’antan.  Questa notte è così tiepida, e indimenticabile con le note che ti seguono nella testa come un cane amoroso.