geometrie non euclidee

Rutelli se ne va, ma non subito, non del tutto. Farebbe un gruppo ponte in parlamento che consentirebbe il rapporto e il transito verso l’UDC, ma di converso, la sinistra extra parlamentare potrebbe avvicinarsi ad un PD più a sinistra. Quindi un pezzo va a destra, ma il resto che va a sinistra,  parlerebbe meglio con il centro e la sinistra che non c’è. La cosa, in gestazione, non dispiacerebbe ai geometri specialisti nelle bottiglie di Klein, che tra i problemi urgenti del lavoro che non c’è e i problemi quotidiani, trovano affascinante il risiko parlamentare.

Mi vengono due domande:

1. Rutelli è stato eletto da chi e per quale progetto politico?

2. Quando rispetteremo le geometrie euclidee dove si capisce subito chi è dentro e chi è fuori e ognuno ha un nome, un ruolo e un posto?

http://concita.blog.unita.it//La_camera_di_transito_704.shtml

 

n.b.In matematica, la bottiglia di Klein (detta anche otre di Klein) è una superficie non-orientabile di genere 2, cioè una superficie per la quale non c’è distinzione fra “interno” ed “esterno”.

ha vinto Bersani

Ha vinto Bersani, comincia qualcosa di nuovo. Comunque.

Il 47% dei 3 milioni di cittadini ha votato altrimenti, le idee coincidenti sono molte, ma anche profondamente diverse in questioni non marginali. Credo che i cittadini votanti chiedano unità, ma non appiattimento, opposizione e alternativa al berlusconismo e non bizantinismi, proposte di vita e futuro intelleggibili e non fumosità, diversità di comportamenti, stili e priorità rispetto a chi governa. Bersani è una persona concreta è il suo pregio maggiore, argomenta e non perde la pazienza,  forse è anche in grado di sognare. Non comincia una sua avventura, comincia un percorso che riguarda anche chi non l’ha votato. A questo riguardo penso che abbiamo solo questo bambino, il PD, per cambiare oggi una deriva sociale, etica, politica e pensare che la sterilità sia meglio di un figlio, sarebbe ingeneroso, suicida. Molti si sono stancati di sperare, molti pensano che dal peggio il disgusto faccia nascere il meglio, molti pensano che ci sono energie che rivolgono la loro necessità di fare qualcosa per gli altri, in campi più concreti della politica. Credo che Bersani e quelli che credono si possa cambiare il paese debbano anzitutto parlare con queste persone. Ci saranno le alleanze, le capacità manovriere, le cecità della concretezza, ma sono questi i nostri compagni di strada.

Non so cosa farà Marino, ha chiesto di continuare ad occuparsi di sanità. Quelli che si riconoscono in una necessità di modi diversi di fare politica, non si disperderanno, troveranno il modo di incidere e di mantenere le priorità nell’agenda del mutare politica. Perchè parlano di stile e di a priori, perchè la laicità è un metodo per vedere i problemi, perchè l’istruzione non è il contratto degli insegnanti, perchè dire dei sì e dei no, è una necessità.

Non so cosa farà Franceschini. Ha fatto quello che si poteva fare in questi mesi, è cresciuto politicamente impostando un’ opposizione forte a Berlusconi, ha parlato di Costituzione e di Resistenza mostrando di crederci, ha cercato di tenere assieme l’impossibile, si è speso e ci ha messo la faccia. E’ fondamentale che il pezzo di società che rappresenta e in cui c’è molto di nuovo, non si chieda se con la vittoria di Bersani abbia perso il PD.

Infine in questo coacervo di sentimenti e di speranze, di delusioni e sorrisetti con la pacca sulla spalla: beh, però un bel risultato, restano i destini personali che dialogano con quel che vorrebbero. Credo davvero che l’energia positiva abbia la necessità di uscire, che oscuramente contrasti il degrado della termodinamica delle passioni, che spinga le azioni, che faccia sorridere e incazzare e sussultando, giri attorno ad una affermazione: abbiamo vissuto, stiamo vivendo.

Buon cammino a Bersani, al Pd e a tutti noi che crediamo si possa cambiare questo paese.

se non si fosse capito il 25 ottobre voterò per Marino

 

Grazie a Cecilia, anche per la risate collegate al video. La campagna pro Marino va avanti, c’è allegria nel fatto di non avere nè mezzi nè apparati di partito, sapere che la Repubblica ha già scelto con chi stare, che però Concita, anche se non lo dice, ci sorride, che questa candidatura è una preoccupazione per il  monolite, che la laicità è diventata di tutti i candidati, che i teodem sono preoccupati, che proporre un parlamento composto da 900 persone senza problemi con la giustizia è una rivoluzione, che l’istruzione, la salute, il lavoro sono ancora diritti e non optional da pagare a parte.

Domenica gli obbiettivi sono 2: dimostrare che c’è un paese reale che si oppone al berlusconismo e che un senatore che non viene dal partito ma dal suo mestiere di chirurgo, senza padri importanti può diventare determinante  per un nuovo modo di fare politica da riformisti in Italia.  

Se ci credete e sperate ancora un poco diffondete, replicate, convincete, discutete. Non è inutile,  il cambiamento ci riguarda tutti, anche quelli che voteranno per altri.

libertà felice e solitudine del comunicare

Perchè non si accetta il cambiamento, il mutare delle passioni? Dovrebbe essere bello che il movimento fosse l’interesse e la novità di chi mantiene la comunicazione con noi. Ed invece viene preferita l’immobilità, la cristallizzazione degli interessi. Come se vi fosse una saldezza nel ricordo ed invece il presente costasse fatica, dolore, incomprensione, mentre è nello scambio che la corsa continua e lascia intatta l’unica possibilità che abbiamo di essere vivi: la libertà.

Di questa libertà, della sua assennatezza, ovvero dell’altra e cioè la libertà sconsiderata e senza calcoli, è la cifra che mettiamo gradualmente a disposizione. Farsi capire, anche poco, è fatica, condividere assume il rischio della banalizzazione dell’interesse, dell’essere ricondotti al conosciuto. Tu mi vedi e puoi ridere di me, del mio mutare, perchè conosci l’antefatto, ma in ciò ti sbagli perchè non conosci il futuro che sto maturando. Un rischio, quello della banalizzazione del sè che solo a volte può essere corso. La condizione vera è la solitudine temperata dalla generosità egoista del comunicare senza calcolo e la libertà è rifuggire dall’obbligo del dire ciò che agita, entusiasma, prende.       Se non a volte, quando la vita lo chiede imperiosa e senza alternative. E solo in questo rischio c’è la possibilità di una libertà felice.

ma come ti permetti

Hai detto, parlandomi di lui: finirà, ma se questo succede, ci sarà pure un significato. E parlavi, mentre le mani si stringevano accartocciando ombre, di una cosa bella, di uno stare assieme che comunica, delle storie difficili di prima, dei suoi limiti che sono certezze.  La prima risposta l’ho fermata tra i canini pensando che, finchè dura, la tranquillità allontana le domande ed allora la solitudine s’accuccia sul  tappeto. Ho solo sorriso ed ancora, ti ho chiesto di lui, sorseggiando il mio caffè troppo caldo, ma impellente per tacere. 

trittico sulla vecchiezza I

IMG_0421

 

Scrivendoti mi viene meglio quello che devo dirti; a parole si vede il volto dell’altro e ci si uniforma alle espressioni. A volte si ha troppa paura di far male, oppure di travisare e non essere capiti, così è meglio scrivere. Avrei voluto dirti parole importanti, senza ombra ed invece scrivo una lettera che verrà modificata, perchè sto contravvenendo ad una regola che mi sono dato nel semplificare, nel togliere corteccia fino a lasciare significati all’aria, come ossa spolpate. In realtà uso più parole perchè è difficile raccontare una consapevolezza feroce come quella dell’età. Una volta mi hai chiesto quanti anni mi sentivo ed io ti ho risposto meno di quelli che ho. Anche se era vero, già sentivo la banalità della risposta, come quella che immagina vite tranquille e vecchiezze serene fatte di abitudini, amici, partite a carte, vino, risate. Magari per molti è così ma come può esserlo per noi? Sarebbe assistere da spettatori al nostro scivolare in ciò che non abbiamo mai amato e quando l’abbiamo fatto lo spirito era talmente diverso da farne un gioco ilare, non una condizione di vita. E’ cominciato piano, se ti interessa, verso i 40 anni. Mi rendevo conto che non avrei potuto all’infinito, passare tra cene e bevute, assenza di sonno ed impegni infiniti. Qualche volta il corpo si ribellava. Non ci badavo molto, ma nella testa l’idea del governarmi si faceva strada. Poi la vita è andata un po’ per suo conto e non mi sono governato granchè. E’ stato come mettere da parte i sintomi, per tuffarmi nel lavoro, negli impegni fino a gareggiare con me stesso. Ti ricordi? Dicevo che non avrei mai smesso di lavorare, di buttarmi in imprese nuove, di correre da una parte all’altra. Del resto l’ottimismo e la sconsideratezza sono due grandi alleati per non avere nozione di sè. In realtà la consapevolezza è spuntata un pomeriggio, in una di quelle telefonate a cui fino a poco tempo fa non avrei dato peso. Si discuteva di candidature politiche e il mio interlocutore mi raccontava degli scontri e delle aspettative personali che sempre ci sono in queste occasioni. Qui è emerso un commento sul mio nome: è vecchio gli avevano detto. Lui mi aveva difeso e chi lo diceva non contava più di tanto, ma quella parola mi aveva colpito. E non solo per l’età che emergeva nella sua nudità, ma per quello che rappresentavo. Il significato era: è ora che si faccia da parte. Mi era tornato in mente che dovremmo sempre scegliere il momento per uscire, anticipare gli altri, stupirli. Ed invece l’idea su di me aveva preso forma, si era consolidata ed io non me n’ero accorto. In fondo lo specchio mente due volte: ci vediamo ogni giorno e i mutamenti sono sempre così lenti che ci abituiamo alla nostra faccia, al nostro corpo. Anche quando non ci va, spostiamo a domani il momento in cui per magia tutto tornerà com’era un tempo. Basta un po’ di dieta, esercizio fisico, il riposo, un piccolo sforzo  e le cose miglioreranno ed invece lo specchio già sta mentendo un’altra volta perchè ci racconta ciò che noi vediamo non come ci vedono gli altri. Questo vale anche per la testa: i pensieri importanti, innovativi sono più radi, il giorno è un rumore di fondo di idee che stupiscono più per la nostra capacità di pensare che per la loro forza e novità. La testa aiuta molto nell’autostima, fa cogliere aspetti che ci rassicurano sulla nostra singolarità e ci dopano. In fondo basta poco per convincere quelli che si sono già arresi: un poca di ironia, qualche pensiero trasversale, l’abitudine a mettere le parole assieme a descrivere ciò che si prova e ci si sente ancora forti, in sintonia con la corsa del mondo. Ma  questo vale per gli altri, non per noi. Tu lo sai quanto siamo stati incontentabili, anzi è stata proprio l’incontentabilità a fare da motore, a farci mettere alla prova, gioiosamente. Non ci credo che tutto questo finisca di colpo, la vecchiezza non è la sensazione di non avere più tempo, ma sempre più spesso mi chiedo dove la comunicazione si sia interrotta. E parlo della comunicazione con quel mondo che pretendo di capire e di modificare, magari sempre troppo poco però ci provo, solo che adesso mi rendo conto che il mio ruolo sta cambiando. E non per mia volontà, ma perchè altri mi fanno riconoscere per quello che sono. E non è quello che loro vedono, ma come io mi vedo. Insomma una consapevolezza. Non è che questo muterà la capacità di impegnarsi, oppure la volontà di analizzare, fare, indignarsi. Nessuna acquiescenza, ma muta la mia immagine per me, mi vedo meglio e le persone che mi compongono restano al loro posto rappresentando un nuovo equilibrio di forze. Cosa aprono questi pensieri? Dovrei parlarti delle paure, della prigionia delle abitudini, dei sensi e delle sensibilità, dei sentimenti. Lo farò più avanti, non per caso questa lettera è parte di un trittico e posso sin d’ora dirti che non misurerò la lunghezza del testo, parlerò sinchè mi sembrerà opportuno. In fondo i vecchi oscillano tra silenzio e vaniloquio e da molto frequento queste abilità.

A proposito, quando si chiede come va bisogna mettere in conto che ci venga detta la verità.

un giorno d’autunno …

 Un giorno d’autunno, pensando all’amore e alla genitorialità, una coppia  gay ha adottato una bambina. Non chiedetemi come hanno fatto, non lo so. I genitori dei due gay, sono felici per questa nipotina e per i loro figli, anche lei è felice. Così mi dicono. E pure tutti gli amici che li conoscono. E lo so per testimonianza diretta. Non è neppure una storia recente e se vi dicessi il nome della coppia, alcuni di voi direbbero: ma li conosco. E aggiungerebbero considerazione a quella che già hanno per loro. 

Ieri, era già autunno e due gay sono stati malmenati a Roma da una banda di ragazzi, perchè si tenevano per mano. Ma storia dell’adozione mi rendeva contento e pensavo che il mondo, comunque, cambierà anche per loro. In meglio.

Ieri dopo il discorso di Ignazio Marino, alla Convenzione del Partito Democratico ho cominciato a credere che una minoranza  puntando sul lavoro, sui diritti, sull’istruzione e la ricerca, sulla nuova politica, possa cambiare il paese. E se non c’è neppure una riga di citazione sul Corriere, che colloca la Convenzione del Pd alle pagine 8 e 9 dopo pagine e pagine dell’Italia che non amo, va bene lo stesso.  Vuol dire che cresce il nuovo e i cerchiobottisti non se ne accorgono e ci saranno giorni da ricordare e avranno il profumo della svolta. Ti ricordi? E’ cominciata in quel giorno d’autunno la consapevolezza che si poteva fare. 

Per queste increspature nell’aria questo autunno pare propizio e la battaglia meritevole di essere combattuta. Per chi è stato malmenato colpevole di tenerezza, per quella bambina che crescerà in un ambiente pieno d’amore, per chi sente che si possono rimettere in discussione equilibri di 30 anni, per chi non ne può più e sa che la fuga non è una soluzione.

E la pietra scartata dai muratori è diventata pietra d’angolo. Chissà perchè questa frase evangelica mi è venuta in testa, in questo mattino in cui anche la pioggia sembra lavare lo sporco di questa estate.

 

velluti a schermare la vista

Nei momenti peggiori le abitudini soccorrono, sorelle caritatevoli della stanchezza, cadenzano la giornata. Sono zattere non ardue che assicurano momenti di riposo per poi ripartire verso la riva della notte, del sonno.

Le vite quiete sono un mito. Appartengono ad altri, quelli per cui l’abitudine è diventata legge e vita, ma per gli inquieti è solo un passaggio, un modo per diminuire la pena del non essere, stare, vivere ove si vorrebbe. Ed è questo che riappare tra le trame del velluto d’abitudini che scherma la vista sull’ inquietudine e l’ inadeguatezza. Il senso che il tempo procede e solo il vivere profondamente dà senso.

cartoccio

l’ho amata questa carta color paglia,

per il calore delle caldarroste,

per il vapore caldo,

per la promessa di dolcezze semplici,

l’ho amata per la sua forma a cono,

per la punta senza cioccolato

e per la tua mano, indiscreta.

Appena fuori gli occhi,

il verde denso del prato,

e la sera gialla e nera

come una bandiera per l’impero della notte.

odor di mosti, tartufi e nocciole tostate

 

in cerca di Giulia

in cerca di Giulia

 

Questo mondo non è perfetto, è ordinato, di quell’ordine che sanno dare i preti prima e poi la coscienza della terra, del lavoro, della roba. Una sequenza di fatiche, come in altre parti di questo paese, ma qui il denaro ha premiato il lavoro e l’ordine mentale, altrove non è stato sempre così. La voglia di solidità si vede dai tanti mattoni. Quelli pieni, solidi, di un tempo. Utili a far case e fortezze, per sfidare i secoli assieme ai loro abitanti. Tra le cascine si sono infilate le villette, hanno occupato gli spazi residui lasciati dalle vigne, qualche pezzo di bosco, senza protervia. La malagrazia di molto è dettata dalla fretta e dalla paura di perdere ciò che faticosamente si è conquistato, più in fabbrica che sui campi. Quando i partigiani scendevano ad Alba non c’erano tante case, e neppure tante cantine o B&B. Ma adesso i partigiani non servono in collina, sono necessari in città. Si è rovesciato il mondo e i vini danno il nome ai paesi: piccoli grumi di case, ristorantini, enoteche, vinerie. E’ rimasta l’antica cortesia, per chi ancora ci bada e trae piacere dai gesti rattenuti, dalle voci discrete. Non lontano da qui c’era la casa di Giulia, quella che Johnny vuol vedere, per parlare, capire: è alle prese con la gelosia e la guerra e l’amore rendono tutto impellente, anche sapere. In Fenoglio la descrizione della gelosia è dialogo interiore, l’inconfessabilità a sè stessi delle ragioni profonde del voler possedere, la percezione che i tempi dello scegliere sono passati ed altre scelte si sono accumulate.  Scelte escludenti di possibilità e per questo intollerabili, come se tutto ci dovesse essere dato. Sapere, perchè sapere? Per essere liberi?  Che illusione la libertà che dipende, la libertà del prigioniero d’amore che si dà in ostaggio. O forse sapere serve per aggiustare il presente squinternato e il conoscere dovrebbe dar ragione, rimettere ordine, in testa e nelle pulsioni. In fondo è l’ordine che c’è qui attorno, nelle vigne con le rose in testa di filare, nella pulizia delle strade secondarie, nelle case curate.

Partendo da casa Fenoglio, a fianco del Duomo, si arriva subito al municipio. E’ quello della balconata gremita di capi e comandanti dei 23 giorni della città d’Alba. Con l’ironia di chi sa come va a finire, Fenoglio, racconta la distanza tra potere e popolo, fino alla gioia e all’applauso autoindotto. Ma non è importante il finale della folla, importante è che sia accaduto e che quelle vite mescolassero cose esteriori, apparentemente grandi, con emozioni e amori, altrettanto grandi. E portandosi questa unicità salivano e scendevano dalla collina tra le vigne e odor di mosti, tartufi e nocciole tostate, e poi, ancora, passavano all’altro crinale verso un nuovo declivio, sapendo che quell’andare sarebbe finito. Prima o poi.