la bambina bionda

La bambina bionda avrà tre anni, porta un caschetto rosso in testa e sta sul marciapiedi, a cavallo della sua bicicletta. Con un braccio tiene una bici, eguale alla sua, in equilibrio. Passa un mezzo dei pompieri. rosso come il suo casco, si distrae. Saluta con la manina, viene ricambiata da un pompiere che sorride. Cade la bicicletta.

Dalla porta esce un bambino, ha un anno più della bambina. Il suo caschetto è blu, raccoglie la sua bici, senza protestare e sale. Aspettano e intanto si parlano, additano, sorridono. Forse lei gli racconta dei pompieri e del saluto. Adesso esce un uomo, avrà 35 anni, anche lui con una bici, un caschetto. Parla con i bambini, istruisce, accarezza. Partono, lui davanti, i bambini dietro. Sono sulla pista ciclabile che scende verso il lago. Lentamente, nel pomeriggio, sfumano verso il sole.

Le vite proseguono normali, ovunque, in lingue diverse, equivalenti e sovrapponibili. Fatte di affetti, consuetudini, piccole gioie e dolori, chiuse in cerchi ristretti di idee, prima che di cultura e di case fortilizi d’essere. Sfumature di caratteri, qui prevale l’ordine, altrove la fantasia. E’ lo stesso per ogni nuovo incontro. Si confrontano i caratteri, c’è curiosità, si capisce, spesso poco e male, poi la vita continua, a volte si intreccia, quasi sempre scivola via. Per caso, noi tocchiamo una vita, ne siamo toccati. Quando si segue il filo dei pensieri e si osserva, non occorre parlare. Questo vedere-sentire ci modifica, aiuta a sentire la singolarità nostra e l’eguaglianza di gran parte delle vite. Un brusio enorme dell’universo, che tocca leggero. Nelle modalità dell’essere, scegliamo cosa e con chi, il resto è appena meno importante, come le iterazioni deboli, tiene assieme l’universo e noi. Il nostro universo che è importante per noi, scorre a lato delle vite, nel flusso. Di me non resterà traccia negli occhi di quella bambina bionda, ma lei resta nei miei. E’ la percezione che la vita continua, tendenzialmente lamellare, su piani che hanno velocità differenti, si muovono assieme e solo dove c’è un ostacolo-occasione si mescolano. Lì si può accettare il confondersi, oppure riprendere a scorrere, non dipenderà solo da noi. 

E’ una percezione forte quella che mi prende: la vita continua dove me sono andato. E’ una tenera verità che genera una sensazione di pace, di continuità. Anche sul lago è sera, anche nelle case e nelle persone che conosco, e per cui sento cose importanti, è sera.

Mi basta.

giustificarsi? e di che

Via dalle giustificazioni e dalle colpe che poi, alla fine, esprimono solo bisogno.

Via dai meccanismi in cui si è sempre un poco meno di ciò che si è davvero. 

Via dal chiedere e dallo spiegare.

Se non c’è sforzo per capire, il dialogo sfuma, la comunicazione s’arresta, restano le impressioni. E che ce ne facciamo delle impressioni, delle sensazioni? Utili per il pericolo, per la foresta, ma sapendo che il loro tasso di errore è elevato, ad ascoltarle troppo, si gettano molte possibilità della vita. Vivere è una bella fatica, non priva di rischi, ma a questo soccorre l’intelligenza, la comunicazione, ovvero il mettere in altri un pezzo di noi e ricevere qualcos’altro di ritorno. E il fidarsi, perché se non ci si fida non c’è scambio. 

A tutto questo serve l’intelligenza applicata e attiva, la fatica di capire perché lo si ritiene utile, interessante, vantaggioso. Ed è inutile giustificare, il cercare altrove le colpe per ciò che non va. Come a nulla serve spigolare nel passato. 

Lo spiegare ha un limite, non può scivolare nel giustificazionismo, ovvero in quella necessità di dire in più per essere benvoluti. Il crivello della comprensione è un buon selettore per l’interesse, non occorre capire tutto e subito, basta aver voglia di capire e comunicare.

Questo modo di pensare potrebbe sembrare snob, forse a volte lo è, ma parte da una disponibilità di comunicare, e il tutto facile, come gli stimoli e le sensazioni, sono solo una parte del trasmettere/ricevere. Credo che ci sia una selezione naturale, facciamo fatica solo nei confronti di chi ci interessa davvero, per il resto si lascia perdere.  

Per vivere di stimoli pavloviani non occorreva evolvere il genere.

il senso delle cose

Qualche anno fa pensavo ad un bimbo seduto su una tonda camera d’aria bucata, che rideva per l’aria che usciva e lo solleticava. A modo mio ne scrissi, ma qualcosa mi sfuggiva, e non era l’aria, era il senso dei miei pensieri, come se il pensare dovesse sempre essere utile o compiuto e non un’oziare che guarda attorno ed accumula, dialoga, connette. Nulla di nuovo in tutto questo, dall’Ulysses in poi, il dialogo interiore diventa parte integrante della vicenda umana raccontata, dilatandone il tempo all’infinito.

Se questo dire messo tra dentro e fuori, e non tutto dentro, come il linguaggio che sente, e non tutto fuori come il raccontare ciò che si osserva, è la mia modalità di comunicare, qual’è la sua utilità?

Nessuna.

Non c’è un senso compiuto, perché ho superato la necessità di concludere e la definitività dell’asserzione. Non esprimo tesi e teoremi, ho la sensazione di vivere all’interno di un flusso che si chiama occidente, che ha interessi politici, economici, ma ben di più sociali e personali. E quando si è all’interno di un flusso non si scrive la parola fine, ma al massimo si ragiona e sente con la particella a fianco, si traggono delle conseguenze che valgono per le sensazioni che sollevano: più giuste=sensazione di benessere, meno giuste=sensazione di disagio.

Quindi se le cose hanno senso per ciò che sono e provocano e non unicamente, per la loro utilità, lo scrivere, come il guardare, come il pensare e l’essere sono attività contemplative socializzabili, comunicabili. Non c’è un senso alle cose, perché noi siamo il senso delle cose per come le lasciamo dire, ci facciamo sentire, ci lasciamo amare. 

Mi fa piacere essere letto, ma in conto c’è anche il non essere capito, il non essere condiviso, proprio perché non c’è una tesi finale. Solo un fluire e sul fluire non c’è tantissimo da dire se non la direzione: se non interessa, si cambia flusso, si va altrove.

Per quanto mi riguarda il limite e l’opportunità dello scrivere su un blog si racchiude in due canoni:

1. lo scritto è necessariamente breve e può essere denso, o banalissimo, ma almeno dura poco. Solleva e non analizza, si conclude e passa ad altro. 

2. ciò che si comunica può essere l’allenamento, la prova, per altro di più compiuto e con un senso maggiore. Ovvero mentre ricostruire una persona attraverso un blog è una operazione che assomiglia a fare un puzzle, la stessa persona se vuole raccontare qualcosa che sia più complesso e compiuto può usare un contenitore unitario: un saggio, un romanzo, un poema, un racconto.

Conclusione: non cercateci troppo senso nelle cose che leggete, guardate le cose, il senso è proprio nel riuscire a vedere.

una tonda, nera gomma

Sulla tonda, nera, gomma, bucata,

tra polvere gialla e pezzi d’asfalto,

un bimbo rimbalza, e ride: per il gioco

e per l’aria ch’ esce e gli solletica la pelle.

E’ notte,

arrivata presto, oltremisura:

tra pensieri e passi, si spegne l’ansia,

i giorni troppo lunghi, le decisioni in fila tumultuosa,

come anatre, che però sanno dove andare.

Un sospiro fondo sparge nell’asfalto, le sensazioni

di questo buio volo

che non finisce e non ha sonno.

Guardo,

il davanzale troppo basso,

il vicolo, la strada gialla,

i lampioni pretenziosi.

Oltre.

Nel sole

il bimbo gioca ancora,

fa argine al nero che monta e invade,

traccia segni di polvere

e ride, mostrando labbra e denti al cielo:

ci è dato ricevere ed

inspiegabilmente leggere, cose

che la sabbia dei giorni non trattiene.

bollettino

Le parole del presidente sono scandite nel silenzio. A tratti, un raschiare, imbarazzato, di gole che scorrono la relazione, scritta con caratteri grandi e molto grassetto. Procede per asserzioni: sfide, problemi, colpe, perdite. Il governo è sotto accusa. anche se quasi tutta questa sala lo vota. Sono costruttori edili, non comunisti. Andavano bene i democristiani, quelli sì che sapevano cos’era la malta, la fatica del sole che dai campi si era trasferita sui tetti, la crescita per campanili. Questo Berlusconi ha detto che era uno di loro, ma era una finta. Mica sapeva davvero cos’era un cantiere, la malta, il sole d’estate sui tetti.

Le hostess alle loro convention sono sempre belle. Tubini neri, succinti, pochi reggiseni, tatuaggi discreti. Immagino sia il target dei sogni di categoria, l’immaginario dei figli imprenditori, perché qui il passaggio generazionale è cosa concreta come i rolex d’oro, le ferrarine o le maserati. La discrezione e l’apparenza si sposano, fanno fare affari, ma in fondo nessuno ci crede davvero e queste ragazze sono il metodo e la coscienza applicata al business. La famiglia è altra cosa.

Ma c’è crisi, rispetto agli anni scorsi sono diminuite le consorti biondissime e le Ferrari, tutte rimpiazzate dalle solitudini e dalle Bmw. Anche la sala, che era sempre strapiena, adesso ha larghi varchi.

Il bollettino continua: 230.000 posti di lavoro perduti in Italia, 2000 nella città e provincia. La CIG ha attenuato le perdite, ma sotto un certo limite spariscono le aziende. La nave non galleggia più.

Scadisce l’accuse nei confronti delle banche fedifraghe che non finanziano, pronte un tempo a lucrare sulla crescita, ora si negano agli appelli disperati, nascoste dietro Basilea 3.

Mi guardo attorno, quelli che stanno bene hanno ripreso a chiaccherare, altri ostentano sorrisi, se li guardi, e tacciono.

I cadaveri in economia, puzzano subito ed attivano un movimento innaturale che allontana la riva, una selezione per cui chi non ha forza, annega. E con lui le persone che lavorano nell’azienda. Bisognerebbe interpretare con le categorie di Nash i percorsi delle persone che si aggregano e sciolgono, il tenore dei discorsi, come si formeranno i tavoli per la cena.

Adesso il relatore, elenca i progetti dei grandi architetti che hanno firmato i progetti della città nuova. Torna il silenzio. Qui non amano i grandi architetti. Non aiutano, sono bizzarri, fanno cose invivibili e invendibili E costano. Sono solo belle e néanche sempre. Pare che in architettura ci sia una via di mezzo che assicura la soddisfazione di tutti, l’architetto medio, ma adesso non interessa più, qui sono alla canna del gas e sarebbero morti tutti, se non l’avessero già tagliato, il gas. Hanno bisogno di vendere, non di sognare e a questo  non servono più i gadgets delle convention, le amicizie, le reti.

Le parole sembrano strisci sul vetro. Non è un grande lettore il presidente, i basta si inseguono, sono troppi, si annullano, ma c’è l’atto di coraggio finale: noi ci siamo.

Già, ma chi? Mi guardo attorno, mancano conoscenti, quelli spariti quest’anno.  Capisco che ci sia un’eleganza, uno stile, anche nei naufragi. Qui lo stile è il silenzio. Molti di loro sono partiti dal cantiere, dalla piccola costruzione sino alle grandi opere. La complessità gli è nata tra le mani finché ancora queste pensavano, con il ferro da costruzione e la calce che non andavano mai via davvero. C’erano operai da spostare su più cantieri, crediti da trovare, macchine da comprare e materiali, e appalti, e costruzioni banali di cui andare fieri. Ci sono stati anni che ruggivano come una fornace, anni di sacco del territorio dove la burocrazia, le regole non reggevano la domanda, il mercato. Scempi immani permessi da quella politica che ora sembra essersi allontanata da loro. E loro non capiscono. Non capiscono come navigare, perché non ci sono stelle, non c’è direzione o piano, non c’è luce, oltre a quella che sta nei cervelli.

Gli interventi si susseguono, cresce la noia, ma bisogna arrivare all’ora di cena. Qui si mangia bene, il vino è ottimo, la conversazione sarà leggera, ricca di sfottò.

Molti padri sussurrano ai figli cinquantenni, commenti preoccupati. Il passaggio generazionale è anche questo, solo che la staffetta qui dura a lungo, come per le successioni in cui i re non se ne vogliono andare ed il principe invecchia.

Fuori stanno apparecchiando, i vetri rilucono, tra poco sciameremo tutti sul prato.

La notte sarà noiosa e lieve. 

p.s. forse i costruttori la usavano come ninna nanna

scontrino

Dal grande giacimento, o discarica come dicono gli amici, della mia casa, emergono due piccole ceramiche incartate. Un biglietto precisa il luogo di produzione: Szczecin. Lo ricordo: era un negozio ad alto rischio di disastro, con ceramiche in pile e scaffali pieni di tejere, piatti, piattini. La giornata piovosa a tratti, indecisa se sfolgorare di sole, come sa fare il clima continentale, oppure virare verso il diluvio, aiutava a permanere. L’impressione era quella di una vecchia europa, dove negozianti tedeschi, non solo ebrei, accumulavano piccole rendite di posizione, scrivevano su grandi quaderni, consunti ai bordi, le giacenze di magazzino, ed annotavano prezzi, diligentemente aggiornati con l’inflazione. 

Molti oggetti carini in vetrina, leziosità per piccoli clienti. Dentro, un piccolo bazar che puntava sulla manifattura locale. Alcune ceramiche erano davvero belle, senza la delicatezza di Maissen o la trasparenza cinese, ma i colori pastello facevano allegria. Rimandavano al thé del pomeriggio, le chiacchere d’apparenza, i biscottini al burro. Lattiere e caffettiere per la colazione del mattino. Cose intime, familiari, giuste per l’uso e per fare casa con decoro e affetto. Adatte a scelte che sarebbero durate, immaginando una robustezza inesistente, surrogata dalla cura. Come tutte le specie di bene.

Mi tornava a mente l’Utz di Chatwin, che descrive una passione, eccessiva come ogni passione, ma che fa emergere la presenza della cultura locale al bello domestico, quasi un odore di intelligenza aristocratica e vitale da chiudere in stanze tappezzate di legno di quercia. Ma oltre Utz, pensavo ai giorni di prima, quelli ante guerra, con vetrine a riquadri e luci gialle. Ed a quelli di adesso, così veloci da imporre altre luci, abitudini e minore attenzione.

Perché quelle due tazzine, siano rimaste e non regalate, non lo ricordo. Forse le avevo destinate a me. Adesso si mostrano, vicino a altri reperti di vita, di cui conservo luogo e ricordo. La differenza tra archivio e discarica è solo questa: nel primo le cose hanno un nome e un pensiero incollato.

temporale

Di colpo il cielo s’è abbassato, scocca fulmini orizzontali. Secchi, senza preavviso, saette, seguite da scrosci brevi di grandine. Il tempo rallenta e gli occhi attendono impauriti il prossimo squarcio.
Lampo/schiocco, così immediati da fondersi nei nervi, nei neuroni, fanno salire il cuore verso la gola. 

Passa, passerà presto.

Deve arrivare l’acqua. L’acqua mitiga l’elettricità, la suddivide in tanti, minuscoli rivoli che la portano verso terra. e non fanno male. Serve l’acqua.

Non è vero, non è niente vero, ma è bello crederlo. Il fulmine scocca da terra, è solo bello pensare il contrario.

Come il cielo fosse un corpo di femmina e il fulmine il maschio, e una fica di luce li percorresse per litigare e fare all’amore.

Non è vero, non è vero niente. Il cielo e la terra sono incuranti di noi. Possiamo scriverne le leggi, ma loro le applicano secondo voglia, hanno un loro bene a cui rispondere, che non ci riguarda e che c’ignora.

La pioggia d’estate adesso scende a rivoli. La parte organica del mondo ringrazia di tanta vitale indifferenza.

La furia è passata, il cielo si alza, si stira pigramente, e s’allarga. Da nuvole di spuma filtra curiosa la luce.


todo cambia

E’ questione di stile e portamento. Non si può fare altro, perché non si cambia, non ci si raddrizza più. E bisognerebbe saperlo, sin da piccoli, ma non con gli avvisi dei genitori, che a poco servono per saper guidare la vita.

E pensare che si vedono subito i segni. Ero indolente, potevo fare di più. Rispetto a cosa, e perché?  Bastava spiegare, far vedere i vantaggi, no? Tutto sarebbe andato allo stesso modo, ma diverso, perché i fondamentali sono li, vicino alle radici. Si parla di predestinazione, di seguire qualcosa che abbiamo dentro, tutto vero, ma se si segue solo l’indole, il resto si perde e con esso le persone. Anche noi.  

Uno sconsiderato resta tale, non migliora, una persona abituata ad avere si stupirà, se non arriva il desiderio soddisfatto. Poi il vivere tra persone complica la vita, c’è sempre qualcuno che attende qualcosa. Anche noi stessi. Ho scelto di fare l’inafferrabile, non mi prendono eppure non sono contento. Vorremmo leggessero ciò che vogliamo davvero. 

Spesso si dà la colpa al narciso che conteniamo, un motore monocorde che fa tirar dentro la pancia ed affiggere specchi di vetro, parole, carta, sorrisi, carezze. Narciso non tollera il rifiuto alla sua bellezza presunta, per lui è il disamore, la negazione del bello che ha messo in comune. Basterebbe spiegarlo, spiegarsi, fare esercizio di considerazione di sé non riflessa. Cercare l’eros in se’ oltre che nell’altro, volendosi, ironicamente, bene. Ed invece…

Non si muta, ovvero si cambia tantissimo, ma a modo nostro, non come vorremmo, né come vorrebbero. Che poi mica è vero che ci viene chiesto di cambiare, anzi viene preferita l’immutabilità, la costanza d’essere. Quella ben conosciuta, possibilmente. Viene chiesta, invece, la compiacenza, l’atto rassicurante per il tempo in cui si sta assieme. Era quello riservato ai transitori zii, che di nient’altro avevano bisogno, se non di rassicurante amore.

Averlo saputo sarei rimasto all’età del no, avrei preso meno sberle, si sarebbero dovuti esercitare nel correggere la riottosità innata fino all’esaurimento, ed invece quel raddrizzare d’ allora, ha prodotto una serie di sì con l’anima negativa. Una cosa perniciosa. Ma vorrei rassicurarvi, non è accaduto nulla di grave, solo una piccola resipiscenza sul vivere, spostando picchetti in avanti per trovare il positivo.

Ci pensavo ieri che, salvo poche eccezioni, non sopporto parecchio, però ho pazienza. Il positivo che trovo, oltre al bello esterno a me, è tutta questa risibile esperienza, che forse non era necessaria, ma a farla era piacevole e dolorosa. La parte dolorosa sarebbe passata, come il mal di denti, bastava un po’ d’analgesico. Il tempo, ad esempio. Quella restante è rimasta, e mi ha cambiato a modo suo, tanto che adesso, devo riconoscermi.

 

p.s. la canzone è bellissima, parla dell’ Argentina, un paese che mi ha impressionato e preso molto, il video parla di Nahui Olin, ovvero Carmen Mondragon, così ben raccontata da Cacucci in Nahui .

m’illumino di melenso

Ho fatto un esperimento per capire quanto sono fuori dal mondo: ho preso una canzone di Jovanotti, ne ho analizzato le parole e poi l’ho cercata altrove.

Ho scoperto che c’è un mondo, su cui non ho idee, che usa le parole in un modo kitch per gli adulti, ma che per questo mondo, le parole sono ancora fresche e nuove. Che se si chiedono: ma tu a chissà quante/i avrai detto le stesse parole, concludono subito, che no, tu sei diversa/o da tutti. Cosa vera, quest’ultima, e davvero importante per l’umanità, che assicura una originalità del sentire/sentirsi, ma soprattutto fa coincidere i mondi. Quello degli adulti e quello dei ragazzi.

Il miracolo del senso delle parole e’ nel loro conformarsi al sentire di chi le usa. Si rivelano e si indossano, assumono le sembianze del sentimento. Lo riassumono per noi e per l’altro. Così ci pare, perché sentiamo che parole usate, in modo nuovo e ciò che potrebbe essere melenso, diviene ciò si vuole pensare, dire e, magari, cantare all’amata.

 

 

vabbè, vi lascio anche l’originale, che è meglio, e così ripassate.

la fabbrica



Scavati nei mattoni d’allumina, decine d’occhi, lampeggiano d’un giallo di bestia, di drago tenuto a bada. All’interno della macchina, migliaia di bruciatori espirano fuoco con un suono slabbrato, basso, continuo, soffiando quei 1600 gradi per fondere sabbia, soda, calcare, dolomia, nel liquido magico che solidificherà, galleggiando su un lago di stagno fuso a 1100 gradi. Qui si genera la magia di un nastro di vetro perfettamente piano.

La macchina dei forni e dei trattamenti, si allunga nell’ unico corpo rettilineo di oltre duecento metri. Segue due livelli e scende, come onda, da quello più alto fino ad un fine macchina che non è  fondo, perché oltre ci sono ancora macchine e poi il magazzino. La fabbrica sembra non finire mai.

La traccia gialla della sicurezza è un bordo di banchina, oltre c’è la nave immota dove la materia, che più somiglia all’acqua solidificata, scorre sulla chiglia, trascinata da incessanti rulli gommati.

Il rumore della cesoia lineare ritma la separazione nell’infinito nastro di vetro, in lastre di 6 metri per 3.21, e la corsa, fluente, continua,verso il bacio delle ventose pneumatiche.

Clang, ooooff, clang, ooooff, clang, ooooff. Taglia, aspira, solleva, taglia, aspira, solleva: il flusso non si ferma mai.

La lastra tenuta dalle ventose, si alza, gira su se stessa, si mostra nuda alle luci gialle e verdi che la guardano cercando l’imperfezione, poi, scelta, si posa, pronta per accoppiarsi su un’altra lastra eguale, inframmezzata da un film di PVB, una plastica dal nome lungo, polivinilbutirrale, che darà una sicurezza nuova, prima mai conosciuta dalla sua fragilità.

Del vetro mi ha sempre affascinato la natura, la fisica da liquido sorprendente, la fragilità dura di poeta, la trasparenza che muta con il tempo, la capacità d’essere altro restando se stesso.

Un flusso di molecole che solidifica senza cristallizzare. Non subito. Lo farà con i suoi tempi, per noi in decine di secoli, mutando la superficie e la trasparenza in insiemi setosi. Come si chiudesse in sé dopo tanto mostrare altro.

Qui nasce il vetro float, il vetro piano. Guardo la fabbrica nuova che si allunga nella sua epicità di grido, di sfida al mondo. La complessità, nel nitore della fabbrica, fatto di volumi grandi, d’aria e luce, di masse enormi di colore, risalta ancora di più. E’ una complessità diversa da quella degli edifici delle città, che è ritmare spazi, superfici, collegamenti, ipotesi di vita. Come non chiedersi cosa avviene nel cervello che pensa i volumi, scava l’aria, mette assieme spazi e percorsi, misure e funzioni, e corregge, modifica, sostiene tesi, enuncia.

Ma la complessità che mette insieme gli uomini, che a loro volta ricostruiranno percorsi, luoghi e funzioni, calandoli nell’architettura delle loro vite, occulta le strutture, le forze che tengono assieme, sostengono ed assicurano le altezze, estraggono la profondità. Nella fabbrica tutto è a vista, anche le macchine possono stupire, ma non confondono, mentre il gioco delle travi nude, delle coperture evidenti, il taglio delle luci dirette, i pavimenti lunghissimi, fortissimi e levigati, gli impianti, i tubi, i colori di delimitazione e sicurezza sono sotto gli occhi, e impudichi, mostrano il disegno funzionale che li ha messi assieme.

Tutto viene in primo piano, come in un tempio greco, dove ciò che sorregge e tiene è forza visibile, palpabile nell’aria, lasciando al fregio, alla decorazione, il distogliere dal gioco geometrico per aprire lo sguardo verso l’anima, cioè la parte che vola e non può preoccuparsi di quello che serve per scandire il tempo del mondo.

Nella fabbrica la complessità del semplice, della scatola che contiene, è tutta in questo parlarsi fra ambiti differenti: la funzione e il lay out, il costo e la rappresentazione, la macchina, il suo produrre e l’uomo. Ognuno al suo posto, senza scarti, possibilmente. In equilibrio. Le ragioni del produrre, le ragioni della macchima, le ragioni dell’uomo, le ragioni dell’edificio.

Guardo travi da 50 metri, leggere come può esserlo un prefabbricato, fatto di costole scavate ed alleggerite, tutto tiene in un equilibrio di forze tese ed immote tra loro. Guardo le pareti a picco, levigate, i tiranti di rinforzo per cavi ponte, tutto apparentemente semplice nel vuoto dove corre l’occhio nitido e composto. Ci sono stati mesi in cui gru enormi hanno sollevato travi e lastre, sono stati scavati basamenti, inserite plinti nei giunti a bicchiere, stesi kilometri di reti di ferro dolce dimentiche del passato di rottame. Si sono fatte gettate ripetute, di cementi ch’erano stati pietra, sono stati coperti sottofondi di ghiaione stesi con sura e spianati, tracciate piste di cantiere, posati cavi, tubi, in un brulicare di funzioni che correvano in mille operazioni di predisposizione, costruzione, finitura. Tutto calcolato, commisurato ai pesi immani che cominciavano ad arrivare, e piano piano, sono cambiati gli uomini, i costruttori e la struttura è passata sullo sfondo, finchè, adesso, è divenuta, finalmente, contenitore.

In queste lunghezze che gli operai percorrono in bicicletta, si producono 6 milioni di metri quadrati di vetro float. Vetro piano che diventerà facciata, contenitore, barriera, difesa, struttura.

Ma nello spazio mutato in contenitore, si potrebbe produrre qualsiasi cosa, in questo sta il grido della fabbrica, lo sforzo del combinare, mutare, creare ciò che non c’è, che non ci sarebbe. Una sfida che permette altre sfide, che aiuta la diversità. La fabbrica è parte di quel processo che consente la capanna e il grattacielo all’uomo, che non limita la scelta, come se la razza umana divaricasse in continuazione dalla yurta al castello, dalla foresta alla pietra levigata delle città e la separazione tra l’homo habilis e l’homo erectus non fosse davvero mai terminata e il pensiero del primo permanesse nel secondo, ma fosse proprio il primo a consentirlo. A permettere che l’uomo sia diverso, che possa rinunciare apparentemente all’economia, al costruire, al fare collettivo.

Solo apparentemente.

green economy

Il rosso lamiera, da arrogante, sbiadisce senza decidere. Il giallo sporca, accontentandosi di riflessi, il blù sfuma verso l’avio e solo il grigio impavido resiste. Per lui sporco è già aggettivo identificativo, ma in realtà, attende spray misericordiosi di segno e di colore. Banali anch’essi nella loro ripetitività, Basquiat da queste parte non ha avuto eredi, solo l’inox, freddo nobile conscio, ostenta: non ha mai legato con nessuno.

La pioggia lava e il verde d’alberi, erba ed edera, rifulge. Colore un tempo difficile, il verde, ora sembra amico mentre evoca e mistifica. Non lui, ma le architetture, i passaggi d’alluminio e acciaio, i vetri sporchi, le strutture nate ruggini. Non acciaio corten, proprio ferro da fonderia, ferrazzo da rifusione e ganga, perché non è più tempo d’esili colonnine di ghisa, di pensieri da forgia. Tutto s’è seppellito nel secolo breve. Breve e ricco, Di visionari, fabbri d’anime e strumenti, note, parole, invenzioni, testi. Allora sì, fare pensieri multimediali e rappresentarli in piani scorrevoli tra loro, anche nell’intersecarsi, era complicato.

Vi do una cattiva notizia: è stato inventato tutto nei concetti fondamentali, adesso va di moda l’evoluzione del dettaglio. Qualche spirito libero s’esercita nel deserto: non farà danno. Basta lasciarlo dov’è, difficile da raggiungere anche per i curiosi. Vedete, guardatevi dentro, s’è perso l’elogio del brutto, del possente, dell’ordinato, del meccano che dalle teste trasmetteva moti oculari. La torre Eiffel è brutta, è un ammasso di ferraglia, basta finalmente dirlo, anche il colosseo è un ammasso di pietre squadrate, e San Pietro è sproporzionato per la vista e piccolo per l’ambizione di contenere le anime. Ma non sono banali- Perché elogiare il banale e prendersela solo con i monumenti ridicoli contemporanei? Prendetevela con il bello che non nasce, chiedetevi perché. Alemanno ha accettato un monumento banale? Colpa sua. Come si educa l’artista, se non si rifiuta. L’elogio del brutto è processo consapevole, militanza, fatica, ed invece anime tiepide, accettano, non dicono, si astengono, si voltano altrove. Per convenienza, mica per altro.

Possiamo continuare e dire che la caban di Le Courbusier è il nostro sogno, perché i sogni sono domestici, e nei geni sono ancora più domestici. Solo chi non ha sogni, ma solo voglie e desideri, deve rivestirli d’infinite pietre, d’infinite scopate, d’infinite finte trasgressioni. Nella furia iconoclasta della giovinezza tentammo di togliere lo champagne al genio, a Strawinsky o Picasso o Gadda o Hemingway, ma erano già morti, e per fortuna non se ne accorsero. Neppure le star intelligenti d’allora se ne accorsero, mettendo allegramente i fegati sotto alcool e chiacchere.

Basta non è tempo d’iconoclasti. Adesso è il verde che evolve e lega il pensiero, quello furbo e quello disinteressato. Ed io, che non ci penso, mi commuovo davanti ad un tiglio, al suo profumo. Lo ringrazio di nobilitare scelte di appalti a valore apparente e decrementante. 

Vi do una buona notizia:  stato inventato tutto, basta legare e perfezionare, leggere finalmente i manuali accumulati, adoperare le release esistenti, aspettare che i bambini crescano anziché buttarli via con i catini. Si può far fallire la apple, la bmw, la mondadori, la sony, il consumismo. Leggere tutto, sfruttare i sistemi operativi, andare al cinema, ascoltare musica dal vivo.

Il verde lega e nobilita, perfeziona legni, giri di vite e colle. Se si calpesta è tollerante, se ci si adagia è meglio.

E’ verde e se si guardano i conti non è neppure tanto economy, è la strada. Una strada. E tanto basta per mappare e ricostruire il mondo, così che sembri nuovo. Ma qual’è il bilancio vero  di questo verde che riempie le bocche? Su questo, come su molto altro, bisogna svoltare l’angolo dell’apparenza, puntare alla sostanza delle cose, accettarne la durata. Pensateci, green economy è accettare la durata e la funzione delle cose, siete pronti? 

p.s. el me par novo. Mi sembra nuovo. Non ci sarà mai nulla di così forte nella lingua come il dialetto e parere è un verbo nobile, anche nella negazione.