è allora che il cuore respira

Ci sono momenti in cui la grazia o la tenerezza (o la bontà, ma il discorso si farebbe lungo) d’un momento, sembrano sospendere l’ordine usuale delle cose. Che poi tanto ordine non è, ma condiziona così tanto le nostre vite da renderle infelici. In questi momenti emerge la possibilità che il mondo, il nostro mondo, sia altro, come quando una consapevolezza improvvisa, una stanchezza da troppo tempo ricacciata, fa emergere il basta, quel basta che e’ riconquista di noi, di un futuro che irrompe nel presente e per una volta, non piega noi, ma spezza una sequenza che sembrava incoercibile di logica, di necessità, di comodo star male.

Insomma qualcosa che spiazza il procedere segnato dell’esistenza ed apre uno squarcio da cui si intravvedono colori: l’azzurro, il bianco d’una nuvola, il nero che torna ad essere pavimento su cui camminare, una lieve inquietudine d’aria chiara. 
Attendere l’inatteso procura soddisfazioni e piccole svolte che non si narrano, ma esso, è condizione d’animo oppure un regalo che non si dovrebbe rifiutare.  E bisogna pur sapere che dopo ch’e accaduto, la mano è più leggera, prende con gli occhi quello che vede, se ne ciba nei pensieri e canticchia musiche speciali. Tutto come sempre e come mai prima.

E’ allora che il cuore respira.

l’iconoclasta

Con leggerezza e passione scalpellava facce da mosaici ed affreschi, ma non riusciva ad eliminare tutto; c’era talmente tanto lavoro, accumulato da secoli di immagini umane e divine, impalcature da elevare per raggiungere absidi e soffitti, e sabbia, tanta sabbia che copriva i pavimenti, nei villaggi e città abbandonate, che non poco gli scappava. Lo sapeva ed agiva con determinazione degna d’ un sogno, che poi era un incubo, percorrendo una fascia larga come il Libano e la Syria messi assieme, ed era instancabile, a piedi e a cavallo, dall’ Egitto all’odierna Turchia, senza trascurare l’Italia nell’esarcato. Investiva, con ferocia allegra, chiese grandi e piccole, frequentate e abbandonate ed è per caso ed interesse veneziano, se abbiamo ancora i mosaici di sant’Apollinare e di Ravenna. Era l’iconoclasta.

La  sua epopea durò quasi un secolo e mezzo, con oltre 200.000 morti connessi. Fossero riottosi, pagani, ingenui, il nostro, convinto o meno che fosse, si ingegnò ad eliminare il culto delle immagini, il dipingere la figura. In Syria, Libano, Egitto, Giordania, Turchia le sue tracce sono evidenti anche oggi, molto più degli occhi fatti cavare a quelli che possedevano una immaginetta sacra, oppure delle mani tagliate a chi modellava qualche statuetta o la stringeva come preziosa, ma spesso c’era solo la morte e questa, come si sa è solo un numero, pochissimo evidente.

Roma s’opponeva, più o meno decisamente, l’esarca cercava di ammazzare il papa se protestava troppo, molti non sapevano da che parte stare, ma erano anni in cui stare da una parte comportava un rischio non da poco. Eppure ci stavano da una parte, quelli che sapevano, ci stavano. Vi siete mai chiesti cosa significò essere pagani od eretici per circa 1600 anni? Facile essere agnostici nel 2000. Certo fu, che l’iconoclastia non scomparve nel nono secolo, serpeggiò nella cultura d’oriente, in occidente aiutò, non poco, a distruggere buona parte della civiltà Maya e Inca, le rappresentazioni di altre divinità, libri unici e di inimmaginabile preziosità, ma soprattutto uomini; tanti uomini che neppure si riesce a immaginarli.

Chissà se l’iconoclasta adesso fotograferebbe, oppure entrerebbe nei musei, finalmente guardando la mano dell’uomo e il suo genio anziché distruggerla senza vederla. Gli islamici lo fanno, anche se a quel tempo proprio dalla loro cultura e da quella ebraica era emerso il rifiuto di rappresentare la figura. E anche adesso non lo fanno in ambito religioso.

Chissà se l’iconoclasta riconoscerebbe in Kandijnskj, in Mondrian, e nei tanti altri pittori e scultori contemporanei, dei suoi pronipoti, generati proprio attraverso quell’anima russa e slava, ricca di immagini, ma anche di schermi alla divinità attraverso ori e iconostasi come limite di separazione tra immagine e realtà. Vedrebbe nell’arte del ‘900 un riaprirsi della intuizione della divinità nella geometria, che pure già c’era in Pitagora ? Certo fu che, per fortuna, perse la battaglia ed a noi furono regalati 13 secoli di pittura figurativa, statue, ritratti e riproduzioni infinite di capolavori e ciofeche. Ma ciò che lo animò, nella sua orrenda follia, aveva una radice di discussione non banale, e mi chiedo quanta idolatria ci sia, quanta magia, quanti interessi innominabili siano sempre stati connessi all’uso delle immagini, allora, ma anche oggi, quando queste immagini sono state spacciate come cose che eccedono il solo pensiero dell’uomo. Nel popolo, fino ai nostri giorni, i santini erano conservati o, se troppi, bruciati, ma mai buttati. 

Noi, in fondo, stiamo lasciando per strada passioni e riflessioni, mentre la grande conquista dovrebbe essere finalmente la discussione senza la distruzione dell’avversario, ma questa in realtà, l’abbiamo rivestita di ipocrite spoglie e non l’abbiamo mai lasciata davvero.

pensieri del genere

Chissà cosa pensa una donna quando rimette in ordine i cassetti, oppure quando cucina, rifà i letti o pulisce il bagno. Credo esista un pensiero legato al genere, all’educazione e che questo abbia effetti diversi anche su ciò che si sta facendo. Quando metto in ordine il mio pensiero si perde sulle cose più che sull’imperativo di fare ordine, diciamo che al massimo faccio largo. Quando cucino sento invece la necessità di lasciare una mia impronta su quello che sto preparando, emerge un fare che non segue le ricette pedissequamente, anzi aggiunge e toglie immaginando un effetto finale che mostri una cosa e ne faccia sentire una leggermente diversa. Lo stesso mi accade se offro un vino, molto spesso preferisco vini che non conosco, ma che mi ispirano. Mi piace condividere la scoperta. Una vicenda a parte è la pulizia del bagno, il togliere polvere o rifare i letti, qui la testa si concentra e cerca di raggiungere il risultato nel minor tempo. Mentre negli altri casi è l’ego che prende il governo e si diverte, nel pulire è la necessità del controllore che guida: pulizia, efficacia e niente divagazioni.

Se penso al piacere di fare, questo si concentra sulle attività in cui scelgo, le altre diventano necessità. E me ne accorgo dall’uso del tempo: infinito nel riordinare i cassetti, le scatole, i libri, i giornali, la musica. Ben delimitato nel cucinare. Se aspetto ospiti cerco di calcolare come arrivare alla cena e sedermi con loro, quindi il tempo parte lento e poi scivola nel frenetico quando si avvicina l’ora dell’arrivo.  Tempo distratto, invece, e costretto nel pulire, ovvero cerco di uscirne al più presto, ma senza impormi limiti, se non il risultato.

E cosa penso? di tutto, tant’evvero che mi perdo se ciò che faccio mi interessa, il tempo non è un problema e il pensiero scivola su persone vicine o lontane, fatti, oggetti, pezzi di memoria, cose da fare o da scrivere, telefonare, meditare. Mi fermo, riprendo, metto da parte, lascio emergere domande insolubili sull’esistenza, la mia, mi comprendo e perdono. 

E, infine, mi chiedo cosa pensano le donne quando fanno i miei stessi lavori, riordinano i cassetti, cucinano o aprono le scatole che attendono da tempo di essere riaperte. Chissà…

il luogo dell’attesa

La nuca e’ il luogo dell’attesa, inerme d’occhi concentra sensibilità che non si protendono. Attende due dita che scostino i capelli, una carezza che scateni la sua nudità sensuale, un bacio sfiorato e sussurrante. La nuca attende e si snoda tra istinto e ragione, è superficie piana che racchiude.

Dovessi mettere nel corpo casa al tempo, la collocherei nella nuca, luogo del possibile, dell’attenzione, dell’incontro, del preannuncio che può evolvere o posticipare, mai indifferente. Inerme, essa, si pone oltre ogni offesa, si alza nell’orgoglio, si piega con la colpa, attende. E se ciò, che spesso e’ chiamato amore, s’ accorge dell’attesa, capirà anche ch’essa è porta del cuore.

La nuca promette e mantiene, merita attenzione piena, non ha fretta e non ama un distratto passare, in lei c’è confidenza ed accettazione profonda, ricordarlo è uno scoprire -e scoprirsi- oltre la fretta del conoscere. Oltre la presunzione del conoscere. 

p.s. il primo movimento del concerto n.2 di Rachmaninov, rappresenta bene le sequenze di un tocco amorevole sulla nuca, provate a chiudere gli occhi e ascoltate.

il partigiano Johnny

Oggi ascoltavo radio tre, ad ogni programma veniva letta una lettera di un condannato a morte della Resistenza italiana. Sono riandato a quando la lettura di quelle lettere mi segnò  un percorso di vita, una parte con cui stare. Ma già allora si discuteva sul fatto che la celebrazione può svuotare di significato ciò che si celebra e se di partigiani ce n’erano molti ed il 25 aprile erano in piazza con i fazzoletti rossi o tricolore, già la liberazione sembrava allontanarsi, come accade a tutto ciò che si colloca in un luogo di tempo che non ha più relazione con noi. Emergeva una tranquillità progressiva dettata dalla democrazia e dal benessere che considerava l’evento come particolare od eccezionale: era accaduto quasi per caso, non accadrà più. In fondo cancellare la Resistenza oppure portarla a guerra civile significava cancellare anche il fascismo.

C’hanno provato, ci riproveranno.

In questi giorni ho sentito spesso evocare gli ideali di chi partecipò alla Resistenza, come fossero anch’essi passati con la stagione degl’idealismi. Tutto distante e poco attuale anche sul piano delle idee. Invece le ragioni per cui molti scelsero una strada personale difficile, con un numero enorme di morti, si tacciono, non emergono. Ebbene, quelle ragioni sono ancora tutte vive e attuali: la libertà, la democrazia, l’eguaglianza, la solidarietà, la giustizia, il lavoro, la dignità, l’unità del paese e la sua autodeterminazione, non hanno cessato di essere il presente ed il futuro per tutti noi. Semplicemente si danno per scontate, oppure ci si accontenta. Quando emerge la domanda: ma lo rifarebbero se vedessero ora com’è diventata l’Italia? Io credo di sì, perché la conquista di questi obbiettivi non si è mai pienamente compiuta e se oggi non serve più la lotta armata, l’impegno, la partecipazione sono necessari come allora.

Credo che il grande insegnamento e attualità della Resistenza sia in questo considerare possibile ciò che è giusto-

I ragazzi spesso non sanno di cosa si parla quando viene evocata la Resistenza perché le ragioni non emergono, e non hanno riferimento con il quotidiano. Il partigiano Johnny, i piccoli maestri di Meneghello, avevano la loro età ed erano in grado di sognare, volere, un futuro diverso. E lo immaginavano finché amavano, ridevano, soffrivano: non avevano rinunciato alla loro età. Gli adolescenti, i giovani non possono ricordare per sentire, ma se si collegano le difficoltà che vive la nostra società con le ragioni di allora, forse sarà più semplice per loro capire che qualcosa di importante è avvenuto e che solo una parte del percorso è stata compiuta.

tornare alla domenica

Il sole lotta e prevale nella sua pazienza di luce, ora i coppi sulle case vicine, rilucono d’ un rosso che protegge le case, chi ci abita, ed anche non poche rondini che hanno trovato dove tornare. Prima la pioggia ha lavato, come fosse logica estensione, non delle nubi, ma del sole nel suo resettare e pulire il mondo vicino. Pioggia, sole, luce che, da ambracea, si fa ora diretta e forte. Accosto le tende, non il mondo.

Il limite –penso– è un confine tremolante d’aria da percorrere con uno schiocco oppure da lasciar crescere come insormontabile muraglia. Che so io di queste vite che si svolgono distanti eppure vicine? so che ogni distanza può essere percorsa solo con volontà e pazienza, ma basta, non so altro. E’ un metodo, la pazienza, non un fine e neppure una condizione. Penso ai giorni prossimi, alle difficoltà, ma anche alla tentazione dello sprangare la mia fortezza, in un autismo scelto e perseguito. Blasfemo nei confronti di chi non ha potuto scegliere la propria condizione, irritante quando non è scelta d’una strada comunque. Un bivio, sembra, ma in realtà non si esaurisce in due possibilità, ed oscilla nella condizione del padrone di casa: apro o non apro le mie imposte? E’ il rischio che ognuno affronta e risolve come crede. Val poco dire, poi, che non era cosa, che ci sarà occasione e modo; non sarà così, ma alla fine si tratta di dna sociale ed individuale: nessuno ci può chiedere d’essere diversi da come siamo; se non nuociamo. Nessuno, se non noi stessi; noi normiamo ciò che ad altri non è normabile. Non è questa, forse, la sublime libertà?

Ben sappiamo che lo stesso refe che ci trattiene dall’abisso, ci tiene assieme e ci può strangolare. E’ l’annodare e lo sciogliere, l’ impresa che occupa, e c’occupa, poggiando su una parola che espira: tu. Perché se muto -e muterò- sarà in funzione di qualcosa che è esterno a me, ma dipende da me. Solo da me e dal caso. Dal sole e dal caso, che tornano e come per ogni occasione del mutare, si ripresentano sotto mutate forme. Pazienza ed attesa della luce, anche se, come adesso, il cielo si rannuvola.

Ritornare di domenica, ha il profumo delle paste che vanno verso qualcosa che terrà assieme.

scrivere con malinconia ed altri accidenti del vivere

Parliamo tanto di me, che questo poi si fa guardando il mondo e raffrontandoci in continuo con ciò che percepiamo, sentiamo, guardiamo. A questo serve scrivere parlando d’altro. E pure a dire la verità scrivendo, la mia verità. La verità non si esibisce, si racconta, è un’approssimazione della comprensione, ma la verità di chi scrive onestamente, anche quando è ipotetica, è chirurgica. Almeno chirurgica a sé, e inseguendo qualche demone, lo anatomizza, ma vuol lasciarlo vivo ed aderente alla sua verità. Ché poi è la stessa di chi scrive. La verità del guitto, invece, balla larga nei vestiti non sono suo e vuole far apparire tali.

Dirla con semplicità, la verità, ma questo è il segreto dello scrittore di rango che ammanta la semplicità di vesti e la lascia spogliare da chi conosce l’erotismo della verità.

La verità ha una sua malinconia, che supera di molto il racconto del proprio malessere, anzi il parlar d’altro è un modo per proporre diversamente la malinconia che è nelle cose. E sono le cose che ci colpiscono, che offendono; in fondo la verità è una mediazione tra un sentire e un essere ed entrambe le condizioni sono vulnerabili dalle cose. Ma restiamo in ambiti domestici: la nostra verità, che è poi bisogno, non ha specchio nel bujo del non vedersi, del non sapere chi si ha davanti. Soprattutto se si scrive come si borbotta tra sé. Il fatto di non avere specchio nello sguardo, nell’espressione, fa trovare specchio nelle parole e qui, a volte, si potrebbe usare la  perfetta ricetta dello scrittore, ovvero mistero, storia, erotismo q.b. Ma questa non è mica verità, è racconto, plot, eppure quanti tentativi maldestri di racconto auto specchiante slegato da chi scrive, si trovano. 

Chi ha lembi di storia comune si capisce per ricordi conosciuti, sensazioni sperimentate. Aiuta il vissuto che si sovrappone. Questa condizione si può trasferire anche nella relazione epistolare, che è fatta di sintonie profonde, rivelazioni intime, è un percorso di conoscenza, una relazione. Invece scrivere da queste parti, razionalizza, semplifica. Una frase in testa è fatta di continuità piene di puntini multimediali, qui spiegare tutto diventa una fatica immane. Allora si razionalizza, e si perde il succo della vita vera. Non scrivo per essere capito subito, non da tutti almeno, ma per la sintonia.

Oh beh!

questa canzone è per me la summa sublime di ciò che si può comunicare:

fanno tutti un po’ i furbi

Fanno tutti un po’ i furbi: il barista con lo scontrino sbagliato, l’agenzia delle entrate che ci prova, l’enel che mi rifila un contratto maggiorato, i nuovi arrivati che hanno bisogno di essere nuovi e buttano il lavoro fatto.

Anche l’analista ruba sul tempo.

Non mi piace questo perenne difendersi, c’è un’aria viziata dove per far la cresta si fanno le persone più piccole e si elimina un pezzo della loro intelligenza. O la loro umanità, ma poca, così non fa neanche male, dà solo fastidio.

Tenderei ad isolarmi, e volendo rispettare le promesse, promettere poco, ma così mi disilludo del mondo. Mi andava meglio quando tornavo a casa, strafottente per farmi coraggio, ed annunciavo: e’ andata male a tutta la classe. Quella era la socialità maggiore, quella disgrazia che livellava tutti e mi toglieva dal limbo del potrebbe fare di più per consegnarmi finalmente alla mia età, all’ignoranza praticata nel piacere peccaminoso di dovere, alla svagatezza. Era una medietà che solo all’apparenza sembrava mediocrità, in realtà ognuno perseguiva fini propri, cresceva per suo conto e faceva il minimo indispensabile per ricoprire il ruolo. Credete che questo sia scomparso con la crescita? No, io credo che mentre molti si sono ingegnati con la fantasia a passare gli anni del sapere coatto e poi, gettati nel fiume del lavoro vero, hanno imparato a nuotare, molti altri, appreso il necessario, l’hanno portato all’interno delle burocrazie lavorative, facendo lì, davvero il minimo necessario. Adesso non va male a tutta la classe, ci si difende in solitudine e ci si lamenta in gruppo. Non c’è confine nel fare i furbi, se ci si frega anche il copertone del manifesto, solo che non c’è allegria e tutti, naufraghiamo un po’ per giorno negli anni.

Pensiero di un lunedì piovoso, mentre con soddisfazione strappo biglietti da visita scaduti.

pasquetta

Ier sera, dopo il mare, percorrevo una riva di laguna, poi un ponte che, con sublime fantasia, hanno chiamato: dell’unione. Come se i ponti servissero a qualcos’altro. Poi di nuovo rive e calli, che si aprivano sui canali. Il sole tramontava tra i colli, come suole fare, con sublime indifferenza ai nostri commenti sui riflessi sull’acqua. Intorno c’era profumo di fritto. Al mare si cena presto, rumore di stoviglie dalle case nelle calli strette, richiami nel dialetto, così comprensibile e diverso dal mio, uscivano dalle finestre. Era cantilena dei molti bambini e molti anziani che tornano e giocavano tra loro nel parlare fitto, e si vedeva.

Chissà dove sono i fabbricanti di bambini, a quest’ora mancano le coppie sposate.

Sul corso, giovani con i capelli tirati di gel, ad affollare bar, i loro padri andavano per mare, a pesca o con i mercantili, e si riempivano di vino rosso e bianco, di carte e di fumo, quand’erano a casa. E’ rimasto solo il fumo, ma leggero se non c’è voglia di strafare e l’alcool, per dare coraggio, si trova nello spritz.

Pasquetta si chiudeva tra folate di vento gelido, funghi a gas per riscaldare i tavolini all’aperto, sfornate di appetizer. Vicino al municipio odore di vaniglia e crema fritta. Ciascuno trascinava un suo pensiero al passato (mi pareva), mentre il tempo volava verso un’altra estate. Al mare le estati s’aprono e chiudono come gli ombrelloni a sera: prima c’era un amore spampanato, l’auto vecchia e già venduta, il lavoro adesso precario, l’inverno pazzo e il sole che la settimana scorsa illudeva.

Vengono le vertigini se non si picchettano gli anni.

Ma qui per non piangere, le cipolle si fanno al forno.

correre con l’animale

Si snoda il racconto di una storia oscura, dice di cose evidenti, ma parla anche d’altro, di un sottofondo che la sorregge e non emerge. E’ una di quelle storie che non si capiscono bene, estratta dal fondo melmoso che ciascuno si porta dentro. Sembra semplice, ed invece è complessa, fatta com’è d’ un malessere che ha più nomi: quello contingente, ed è ciò che viene vissuto, ed altri nomi apparentemente più lontani. Reminiscenze, sorta d’ aliti di antichi pasti mai conclusi, che fanno capolino e sembrano non c’entrare. Difficile dar loro nome perché sono storie parallele all’esterno, vicende apparentemente già terminate e che si annodano in chi racconta. Semmplicemente ci sono e confluiscono tutti nello star a disagio con sé. Questo è il sentirsi vero, ed il racconto cerca di dare evidenza ad una serie di fatti, parla di particolare e di generale assieme, e prova, con fatica, a mettere assieme ciò che è distante e si dovrebbe davvero cambiare, con quello che è più vicino e pare avere decisioni semplici. Ma esiste una decisione che riguardi profondamente e che sia davvero semplice?

In fondo il racconto è ricco di quelle richieste di intuizione che generano puntini che attendono nomi. Ed in quei puntini c’è la misura della richiesta di partecipazione, sono piccoli-grandi vuoti che si generano quasi da soli per far capire che il racconto è ben più complesso dell’evidenza. L’evidenza è una ferita che deve essere ripulita, suturata, ma il motivo per cui si è generata è anche in quelle sospensioni. Il racconto è un processo curativo, prima che salvifico, e come ogni cura mette in discussione il rapporto con il medico, ci si deve fidare e la comprensione è richiesta con la parola, e il silenzio. Anche il pensarci, senza la proposta di una soluzione, va bene, ciò che urta è la proposta facile che dice: bisogna cambiare per star bene. Per questo non serve un racconto, chi racconta sa che non va bene e sta cercando con fatica una via d’uscita.

La meccanica semplice ed oscura, è fatta di racconto, ascolto, reazione, e se l’ascolto è giudicato insufficiente, a questo punto confluisce in una chiusura-reazione.

La difficoltà raccontata, è di quelle profonde, un malstare da scelte in gestazione, oppure da scelte che non verranno prese, ma che comunque interferiscono fortemente con il concetto di star bene.  E’ eccessivo pretendere attraverso un racconto una svolta, chi parla lo sa, e forse quello che vuole questo raccontare è un aiuto a decidere fatto di partecipazione e rispetto, una comprensione della difficoltà, non una soluzione. Ciò che il racconto della difficoltà d’essere, narra, ovvero il capire la ferita e il suo legame con altro.

Il limite della parola è questo, pensare che questa sia in grado di rappresentare davvero il malessere, oltre la partecipazione  empatica di chi ascolta. E’ il limite dell’analisi che si esaurisce nella parola, senza una nuova storia da scrivere, e chi racconta si chiude nel momento in cui sente l’ascolto come non adeguato al dolore e alla sua complessità. Mentre sa benissimo che la semplicità sarà fatta di molti nodi da sciogliere con difficoltà, e per questo rifiuta il consiglio, e vuole la partecipazione, magari silente.  Un effetto del racconto può essere l’aggressività, ovvero la reazione che ribalta sull’altro l’insufficienza. In sostanza ci si chiede con rabbia perché non capisce e lo si traduce nel vedere la sua fragilità: ma tu che sei debole come me, come puoi avere le idee chiare? Se tu stesso stai male, mi stai parlando di ciò che ti infastidisce nel mio malessere, quando mi proponi soluzioni apparentemente facili? E perché non le applichi su di te?

Quando scatta questo meccanismo di reazione, può esserci solo la rivalsa, a volte la rabbia che fa dire parole eccessive che parlano d’altro e poi il ritirarsi verso la coscienza che è difficile uscirne se non attraverso se stessi, ed allora il senso di solitudine è grande.

Controllare il balzo della bestia, ammansirla, convivere, è un mantra. Dal racconto, fattosi soliloquio muto, sembra emergere un tentativo di conclusione: correre con l’animale, riconoscerne il senso del pelo, capirlo senza la pretesa di esaurirlo. Ma è un tentativo, perché anche da soli, il racconto è sempre un dialogo a più uscite e soluzioni-