la brutta foto

Da qualche giorno giro attorno alla brutta foto, è l’insoddisfazione per quanto faccio, risultati di cui non posso menare vanto. Vivere sulla superficie, sul giorno, oggi sembra un modo felice d’essere e lo si maschera con la levità, cosa ben diversa e profonda. Ieri camminavo su un sentiero dei Berici, che passa accanto a villa Valmarana “dei nani” e la Rotonda. Si sentiva la bellezza ovunque, il senso del Tiepolo usciva dalle ville, con la sua gloria del celebrare/operare nella natura, e traboccava nei campi fusi con l’architettura, nel Vitruvio di Palladio. L’idea elitaria dell’equilibrio negli edifici, dell’utilità del bello, cancellava, non la fatica immane degli uomini, mostrata nel fare grandioso, ma la distruzione operata, come vi fosse stato un riconciliarsi tra economia e luoghi, abitare e natura.

Cercavo un’inquadratura per dire ciò che sentivo e alla fine mi son trovato a fotografare le stoppie sul terreno bruno, oppure muschi sulle piante di pesco.

La propria superficialità colpisce come uno schiaffo quando non riesce a percorrere la strada verso l’anima delle cose, che è poi i miei occhi e il mio cervello. Forse volevo leggere l’insieme e il dettaglio, non m’accontentavo del particulare, e volevo dare forma alla sensazione, perdevo il senso. E così pensavo a quanto, altrove, sentivo da qualche giorno, d’una tristezza che cerca le sue ferite, e muta i suoi occhi in grigi. Come un lupo che insieme sani e rivolga i propri denti a sé. Pensavo a bolle che vogliono volare e sopportano poco il peso della polvere sull’iridescenza, ed era il volare che mancava, mentre il freddo gelava le superfici, le dita e non i cuori.

ogni giorno, per te, il mare

non essere d’altri che di te stesso

Il mare si gonfia lento, è il respiro tranquillo della gravità, che pulsa, tra una frangia di rumore, un silenzio di risucchio, uno scroscio d’ansa d’onda.

Brezza da terra, sabbia compatta, mare davanti, luce grigia, con riflessi di perla, che si diffonde ovunque.

Riposa lo sguardo dopo i colori saturi dei giorni passati, e l’odore del salso è tenue, quasi dolce. Nei mercati dominava l’ afrore della decomposizione, ci si immergeva in vicoli e capannoni, mentre la luce si attenuava, tra lamiere e baracche di legno marcio, attratti più dalla contrattazione che dagli oggetti, per poi, stanchi, uscire all’aria, felici di respirare. Ovunque, in questo mondo, c’è la violenza biologica del mutamento, e uomini, flora e animali, convivono, si mescolano, interagiscono, sommano ciascuno all’altro il proprio sapere di vita.

Tutto si somma e resta se stesso, come quest’onda che muta colore dal verde azzurro al marrone quando incontra la sabbia e, senza tema, l’abbraccia prima di posarla nell’approdo. La terra si mescola con il mare, nel silenzio fatto di fragori e non di voci, e tutto questo ha una bellezza che non si ripete eguale, ma continua e mi rasserena nella strada d’essere mio e del mondo. 

ci aggiravamo

Il mare non delude nel primo giorno d’anno, una folla propizia i giorni che verranno, percorrendo la spiaggia, la diga. Forse sono spinti dai residui della notte che ha fatto alzare tardi, oppure dai caffè chiusi, o dal sole inusuale nel suo calore in gennaio, ma comunque sia, sono davvero tanti.  Sul corso e tra le calli, solo i bar dei cinesi sono aperti, lì gli avventori sono gli stessi di sempre, persi tra bianchi e spritz, il mare ce l’hanno in testa. La novità è che le macchinette mangiasoldi tacciono, sono un po’ in crisi, mancano anche gli spiccioli. Come nel film di Segre, la barista segna nel libro le consumazioni. Pagheranno a fine mese con la pensione. Chiodi, si chiamano da queste parti, i debiti; un tempo si viveva a credito e il debito non si estingueva mai. Tornano vecchie abitudini mai spente, in questi bisogni piccoli c’è una fiducia illimitata nel futuro: accadrà qualcosa che porterà denaro e tranquillità. Intanto si beve a credito e il piacere non si rimanda. Poco lontano il flusso riempie i parcheggi sulla spiaggia, ferma le persone al sole. Ci sono tanti cani e padroni divisi a metà tra le chiacchere e il richiamo dell’animale. E’ tutto troppo, ma allegro, siamo tutti sauri al sole.

La testa torna indietro, non è importante il ricordo delle notti portate all’alba, ma ci aggiravamo da quelle parti, lì o altrove non importa, nei giorni di festa. Era un moto compulsivo in attesa di qualcosa che sarebbe pur dovuto arrivare. Non si capiva bene cosa,  perché erano desideri piccoli e forti, ben piantati nella testa, e nascondevano altro. Ma non lo sapevamo, sembrava tutto semplice, i giorni ancora incartati come regali, la vita, le vite, nuove di zecca. In quell’infinito dire, ascoltare, quello che si sarebbe voluto, si rintanava la differenza, quello che avrebbe fatto allontanare dagli altri, perché mica ce li raccontavamo davvero i segreti profondi. Non eravamo ragazze. Quelle si dicevano tutto e quando arrivavi di colpo tacevano e cominciavano a ridere e tu non capivi, ma c’entravi. Solo non capivi.

Adesso m’aggiro ancora e capire è diventata una costruzione infinita, i giorni sono ancora nuovi, dentro carte stropicciate, se mi siedo al sole, guardo in silenzio. C’è tanto da vedere, da sentire, che mi pare ci siano infinite vite da costruire e che a noi resti il compito di non stancarci, artigiani in vena d’arte. La propria. E poi è così bello che l’anno inizi con il sole, con tante persone che cercano il mare, che alla fine anche pensare, ricordare, diventa una fatica. E’ festa, ci sarà tempo.

la banca delle capre

Questa storia nasce diversi anni or sono, nel sud del Senegal, la parte più povera del paese, nel villaggio di Cumbacarà. Questo villaggio, della provincia di Kolda, è al confine con la Guinea Bissau, ed è la sede della comunità agricola che raggruppa 23 villaggi. Quando parlo di villaggi, parlo di aggregazioni di capanne di paglia e argilla, senza energia elettrica, senza acqua potabile, con al centro la spianata per le riunioni e l’albero della comunità. I villaggi hanno pochissime strutture in muratura, a Cumbacarà c’è un piccolo ospedale che da noi sarebbe più o meno un ambulatorio e che serve una quindicina di villaggi. La popolazione dei villaggi è variabile, può andare dalle  poche centinaia di persone alle decine. A Cumbacarà la vita è quella del Senegal più povero, soggetto a carestie, emigrazione e desertificazione, la stessa che avviene fuori delle città e di Dakar. La giornata è scandita dalle necessità: l’acqua, il cibo, il lavoro agricolo, i bambini, gli anziani, la vita di relazione e l’affetto di chi non ha e che si vede ben presente come legante familiare e comunitario. La mancanza di autosufficienza alimentare, oltreché dal clima è determinata dalle massicce coltivazioni di arachidi per far olio e burro da esportare. Adesso si aggiunge la minaccia di coltivazioni di biocarburanti, che in un territorio pur fertile, espone costantemente alla fame e alle malattie. In particolare i più colpiti sono i bambini, ma anche la struttura sociale, le leggi interne alla comunità, i diritti di genere, sono fortemente condizionati dai bisogni primari. Un agronomo, Ndiobo M’Ballo, nato in questo villaggio, ma che aveva avuto modo di lavorare per le organizzazioni internazionali, pensò che dedicarsi al suo paese, al suo villaggio, alla sua gente fosse una buona scelta per la seconda parte della sua vita. Ha fondato una ong di diritto senegalese e sulla base delle necessità più impellenti, ha cominciato ad agire partendo dall’osservare quello che facevano le donne per affrontare i problemi quotidiani. Una delle prime idee per combattere la fame e per fornire alimento ai bambini, si basava sul fatto che la soluzione doveva essere compatibile con il territorio e disponibile tutto l’anno. Sempre osservando il rapporto tra donne, problemi e ambiente, puntò sulle capre che già c’erano, facili da pascolare ed autosufficienti, e al contrario dei bovini, mangiavano di tutto. Così nacque l’idea che fornendo due capre femmine ed un maschio per due anni, ad una donna che ne facesse richiesta, si poteva dare latte naturale ai bambini, avere una piccola certezza di sussistenza, consumare la carne quando la capra in eccedenza veniva macellata. Alla fine dei due anni la donna doveva restituire due femmine e un maschio dell’ultimo parto. Sì, perché le capre figliano tre, quattro volte all’anno e alla fine dei due anni, la donna poteva avere un piccolo gregge. Così è nata la banca delle capre, che adesso può contare su un circolante di oltre 1800 capre e che si incrementa ogni anno, solo che stavolta gli utili restano nei clienti e la banca si accontenta di essere parte della crescita della comunità. Le capre sono state acquistate con fondi che provengono da donatori, anche adesso stiamo facendo così per incrementare il circolante, grazie a persone che hanno voglia di investire a fondo perduto qualche euro, più o meno una decina  a capra, su un progetto concreto, senza costi di cooperanti e strutture, e quello che si dà va a finire sull’obbiettivo. Ogni anno un gruppo di sostenitori, a proprie spese, va a controllare come funziona il tutto, incontra le persone, ascolta le necessità, dibatte, cerca di capire. Capire non è facilissimo perché bisogna spogliarsi della nostra testa e della tecnologia che risolve tutto. Lì tecnologia non ce n’è, a parte i telefonini che stranamente ci sono dove pure non c’è acqua potabile ed energia, e le soluzioni che sembrano facili, in realtà sono sciocchezze perchè non fanno i conti con il clima e le infrastrutture inesistenti.  Ma prima di fare strade e ponti, bisogna sfamare le persone puntando non sugli aiuti esterni, ma sull’autoproduzione, sull’auto sostentamento. Questo fa l’ong 7 A Maa Réwée di M’Ballo e non è l’unica sua iniziativa. E’ stata attivata la banca delle sementi che evita la dipendenza dalle multinazionali che forniscono semi sterili geneticamente modificati, c’è un mulino diesel, e adesso punta al secondo in un altro villaggio, per macinare senza spaccare mani e braccia alle donne con i mortai, c’è una sala parto arrivata dal Veneto, pozzi e orti che stanno crescendo per il fabbisogno quotidiano, una risaia che contiene anche l’acqua nella stagione delle piogge. Assieme alle iniziative è nato un piccolo commercio gestito da donne nei villaggi, e con questo, oltre la piccola indipendenza dai maschi, anche la richiesta di imparare a far di conto e di leggere e scrivere. Purtroppo è fallita la banca delle galline, per una moria da infezione, ma credo che la cosa si riprenderà. Tutto questo, con gradualità, muta i rapporti nei villaggi, le donne sono molto coscienti del loro ruolo, anche politico oltreché sociale, le ho viste con i miei occhi e sentite, difendere il ruolo e i diritti. La pratica dell’infibulazione è arretrata tantissimo, man mano è cresciuta la coscienza di sé e del proprio valore, la barbarie tende a scomparire. Basta confrontare i dati con i villaggi della Guinea Bissau, che sono ad appena a 10 chilometri, per accorgersi cosa può fare una piccola indipendenza economica femminile. Perché il dato più importante, accanto alla diminuzione della mortalità infantile, è proprio questa nuova coscienza delle donne che ha rimesso in moto una società bloccata, in cui le stesse donne chiedevano ai figli di emigrare, piuttosto che vederli in balia della fame vicino a casa.

L’equazione è: alimentazione autoprodotta dalle donne=>  maggiore protezione dei figli=> maggiore consapevolezza del valore =>richiesta dei diritti che tutelano la persona.

Chissà se sono stato chiaro? Comunque il 4 gennaio ci torno e poi vi saprò dire.

lavorare è fatica

Il lavoro è una cosa seria da queste parti, ci si suicida per il lavoro, per la responsabilità del lavoro degli altri. Sono più di venti gli imprenditori che si sono tolti la vita negli ultimi tre anni. La camera di commercio un anno fa aveva istituito un punto di aiuto, di ascolto, ma a che serviva se non era in grado di dare prestiti? L’hanno chiuso. Si somma tutto : debiti per forniture, crediti che non vengono pagati, banche che chiedono il rientro, la pubblica amministrazione che non paga, mercato difficile e alcuni non ce la fanno. Il lavoro, come è stato insegnato nelle case è la realizzazione dell’uomo, la misura del suo successo come persona. Successo verso di sé, prima che verso gli altri. Un poca di ironia non guasterebbe, ma è più semplice sentire bestemmiare a raffica piuttosto che una relativizzazione del lavoro. Tutto il benessere in questa terra d’emigrazione, l’ha creato il lavoro senza limiti,  l’auto imprenditoria seria. Prima erano contadini abituati alle difficoltà dei raccolti, impermeabili alla politica, custodi di una libertà individuale che rasentava l’anarchia e che ha devastato il territorio di costruzioni e fabbrichette. Fedeli a nessuno se non al lavoro, quel lavoro a testa bassa, che ha tolto le altre dimensioni della vita. Quello che si può comprare serve, è buono e il resto è fantasia. La ricchezza viene esibita e nascosta, come la povertà, a seconda di chi si ha davanti. Quando si parla del sud, per dargli una dimensione benevola, usano un esempio semplice: qui si dice andiamo a lavorare, lì si dice andiamo a faticà. E si ride. Come se il lavoro qui fosse una festa, una dimensione epifanica del vivere. E non ci si rende conto che senza l’ ironia della testa e delle parole, non si vede la realtà e che il lavoro è fatica davvero, oltre quella fisica, che consuma e che ogni tanto dovrebbe finire.

Dovrei scrivere le memorie di un costruttore di zone industriali, dei sogni che accompagnano i progetti, quelli di chi progetta e quelli di chi si insedia, dovrei parlare dei sogni che si mettono sulla carta cercando di trovare una sostenibilità per l’uomo e per l’ambiente. Dovrei dire che non basta mettere il verde dove si passa più di metà della vita, e neppure i pannelli fotovoltaici sui tetti, che esiste una sociologia delle aree produttive che cambia gli uomini anche a casa, che bisogna produrre meglio per vivere di più, e che si può fare. Ma mi sembrano solo sogni da un po’ di tempo, chi è dentro la fabbrica era cinese prima dei cinesi e ciò che è fuori della fabbrica, ha regole spietate. Il lavoro è stato il legante di queste individualità, ha dato una dimensione collettiva, ma adesso che la crescita è finita, è difficile cambiare, ognuno ritorna ad essere solo e le braccia, la fatica non bastano più. Ecco una chiave che permette di leggere un territorio disorientato, ma se questa fosse la diagnosi, la terapia sarebbe terribile e nessuno l’applicherebbe: ripensare il lavoro, qui è impensabile.

mediterraneo ad Alicante

Voci di bambini nel museo d’arte contemporanea, arrivano attraverso i ballatoi delle scale. Seduto davanti a una scultura cinetica di Eusebio Sempere, mi perdo nel suono. Ascolto e guardo. Lo spagnolo è una lingua a fiotti, un blocco di parole che s’assottiglia, fino a tacere, fa una pausa e riprende con un nuovo fiotto. E’ suono con parole che riconosco, ma m’interessa il suono, cosa so di questo, che fu un’impero enorme? Poco, nulla delle sue imprese, del fare materiale. Ricordo qualche archistar recente, ma mi sfuggono gli ingegneri, i matematici, le scuole di fisica. Di sicuro c’erano, hanno realizzato macchine di lusso, aerei, orologi di pregio, steso strade ferrate con uno scartamento orgoglioso ed incomunicabile. Hanno costruito come dovessero conquistare il mondo dei trasporti, della meccanica, dell’aria (air nostrum recita il motto della compagnia aerea regionale valenciana) e si sono fermati ai Pirenei. E’ mia ignoranza, conosco poco, Braudel principalmente, mentre a scuola ci si ferma a casa propria. Così passa solo musica, letteratura, teatro, poesia, pittura.  Cose che, con più facilità, vanno in giro per il mondo, si spostano, toccano, entrano e si confondono con altro conosciuto, senza la necessità di creare imperi. Ma cosa so davvero di questo mondo? Nulla, eppure erano dalle nostre parti poche generazioni fa, cugini dei Savoia, ci sono cognomi, parole nel mio e in altri dialetti, scambi economici forti, e il Mediterraneo.

Il Mediterraneo non è un insieme di paesi – ho letto su alla fortezza- il Mediterraneo è un modo d’essere, fatto d’acqua, di mestieri comuni di mare e di terra. E d’ingegneria del bello più che dell’utile, aggiungo di mio. Forse per questo, non sono riusciti a costruire un impero ed invece sono stati bravi a demolirne un’altro in America latina, perché nel Mediterraneo per demolire imperi c’è un vero talento.

Il Mediterraneo è un luogo, dove i popoli si intersecano in continuazione e soprattutto conoscono la luce, il sole, il cielo. Forse per questo abbiamo lasciato che la precisione e l’utile fossero più a nord dove la luce è più breve, gli inverni più lunghi. Calvino, Lutero avrebbero avuto le stesse idee nascendo a Palermo o a Cadice?

Fantasie.

Qui è caldo e manca una settimana a natale. Intorno abeti incongrui, neve finta che non riesce a distogliere lo sguardo dalle architetture di tufo e arenaria: sono belle gonfie, gravide di significato. Altro che ascetismo vegetale rivestito di luci, qui la festa dura tutto l’anno e il gotico è solo un mezzo per alleggerire pilastri ed archi, dando modo di riempire di più i volumi. Tutto si riempie troppo, è il calore del pomeriggio, delle notti, che trabocca, che investe il ragionamento. Anche il mistero usa altri simboli, sguazza nel colore, sfugge le geometrie e cerca i corpi. Dove altrove impera il numero, qui il ragionamento misterico prende la forma, porta lo sguardo verso il particolare che lievita l’attenzione. Non si semplifica nulla, anche qui attorno nelle opere del museo, è il senso che predomina. La complessità dell’attrazione, del desiderio, della vita, è senso. E’ come vi fosse senso ovunque, investe i rapporti che si toccano e si difendono, l’alterità diventa altezzosità. L’altezzoso si spegne nell’intimità, all’esterno disegna il suo ritratto, riempie l’aria di volume, fornisce contenuto. A Murcia, la cattedrale ingloba pezzi di moschea, ma non s’accontenta e contiene un’altra chiesa nella navata centrale e non c’è più spazio per la folla dei fedeli verso un unico altare, cosicché si distribuiscono in decine di cappelle laterali, lasciando a ciascuno la preferenza di santità, di grazia da impetrare, di sequela. Gli ingegneri gonfiano gli edifici, i fedeli le attese, l’aria risuona di carillon di campane, i mendicanti si contendono le uscite e i benefattori. Mediterraneo. Al freddo del centro Europa abbiamo lasciato il rigore, la regola Kantiana, qui il rigore è regola scritta, ruolo, funzione da mostrare, come la manutenzione delle cappelle assegnate alle famiglie finché il santo diviene persona di casa, con diritti e doveri. Funzioni esteriori e rigorose, decoro e status.

Esco, un signore anziano cammina con una cappa nera, ha bastone e cappello, che so di queste persone, nulla. Intorno le auto e la spiaggia come a Cannes o a Napoli: Mediterraneo.

mare d’inverno

La spiaggia è affollata. Non come d’estate, mancano i corpi nudi, l’odore di olio abbronzante, le file serrate di lettini e sdraio. Gli stabilimenti sono chiusi, la città riprende il suo ruolo, anche il denaro che d’estate, s’intuisce in ogni gesto, torna al suo posto: c’è gratuità, cortesia. Le persone sono in spiaggia, sciamati dai bar del corso, per il sole e per il giorno di festa. E’ la vita normale. Chi abita nei posti di mare, d’inverno lo frequenta per sé, lo gode. La diga ha due flussi che s’intersecano chiaccherando, e il dialetto aperto, la cadenza, le voci, avvolgono, fanno sorridere. Nei passeggini, i bimbi immersi in questo cantar parlando, in quest’aria e queste luci di tramonto, credo conserveranno traccia di questo vivere. Qualcosa, da qualche parte, resterà. In fondo è stato così anche per questi ragazzi, con ciuffi e tagli strani di capelli, sono qui nel pomeriggio prima d’una discoteca, d’una casa, di altri svaghi ed avventure. Qui, attratti da un mare che non ha senso se non perché qualcosa ci manca e lui riempie, per suo conto, senza nulla dovere, né chiedere. Esiste ed attrae.

Flusso e spirale coesistono in me, ego e movimento verso l’altro. Chi non ha una doppia natura, fa fatica a capire. Ha bisogno di cose solide, catalogabili, tangibili, esattamente il contrario di ciò che sono. Così è impossibile prendermi, capire che sono in questo mare d’inverno e sto bene, che ciò che ho attorno mi parla ed al tempo stesso ne sento intera la singolarità. Ne ho esperienza, se voglio la condivido, ma lo posso fare solo con chi mi accetta e ha capacità simile di vedere. Il mare d’inverno non è poesia, e neppure colori, è il senso di essere qui, ora, con la mia testa, la capacità di dire e comunicare la piccola parte di ciò che sento. Non occorre di più se si sentono cose simili. Questo luogo è una passeggiata, oppure un dialogo, è quiete e rombare di pensieri. Prima percorrendo la valle attorno all’acqua, guardavo e ricordavo. Avere una memoria composita e forte diventa una parte di come si sente il mondo, non è abilità da fenomeno da baraccone. Mi vien da sorridere quando mi chiedono cose per me inutili, tanto mi ricordo, dicono, questa fama si è consolidata nel tempo e per me non vale nulla perché nulla dice. Diversa è la memoria che ti dialoga dentro, che mescola, odori e sensazioni, mette nei luoghi le persone, una telefonata, un messaggio, una barca vista, un colore, l’aria di allora, l’esporsi al sole. Quella memoria conta perché è vivere come sono ed è questo uno dei motivi per cui non m’arrabbio. Perché ricordo. Ricordo situazione, luogo, persona, emozione, parole, aria, odori. Ed è qualcosa che si scrive dentro, non se ne va e mi cambia. Credo dipenda dalla dualità che mi porto dietro, dal cercare un equilibrio che permetta d’essere dentro e fuori di me, guardarmi e guardare.

Cammino, mi godo l’aria, i cani che corrono, le parole leggere. Cammino e penso che spesso non mi difendo, che preferisco il silenzio, che accetto l’incomprensione, dopo qualche tentativo di ragione. In fondo è una strada che isola, quella dell’essere incompresi, e porta con sé il rischio d’essere autoreferenziali, ma soccorre l’autoironia, il conoscere la propria misura. E comprendere la difficoltà di farsi capire non fa male più di tanto, non più della caricatura con cui si è visti. Vedere le ragioni degli altri provoca due reazioni, il chiedersi se hanno ragione e il rifiuto di ciò che non ci appartiene. Attraverso le parole altrui  dovremmo riconoscerci, e se non accade? E se si capisce che l’immagine è proprio sbagliata, non è giusto allora non perdere altro tempo?

Raccolgono ancora vongole nell’acqua bassa, ragazzi giocano con i cani, qualche vela sta tornando nel canale. Cammino, mi godo la luce, l’odore di salso, il mio viso che si arrossa all’aria, la fatica sulle gambe. Il sole cala in fretta in questa stagione, case calde attendono, la spiaggia si svuota piano verso i bar del corso (mai visti così tanti in poco spazio, come in questa città), verso il profumo di vaniglia della cremeria, verso le luci che si accendono. Il mare regala un colore d’oro e piccole onde. E’ sera, quasi notte, c’è equilibrio, la vita è una spirale che si dipana e procede con noi finché si disfa.


esercizi di guinzaglio senza cane

Versione A

Stanotte tornando a piedi, penso, la sala dei Giganti era bellissima, e anche l’acustica non era male, Britten gradevole, le voci intonate, sto percorrendo le strade del ghetto, davanti ai bar si ammucchiano bicchieri di plastica e ragazzi, che segmentano la strada, vuota per lunghi tratti poi improvvisamente piena, le case, un tempo piene di famiglie di ebrei, poi di poveri ebrei, poi di poveri, ora ospitano ricchi borghesi infastiditi dal chiasso, per recuperare ogni centimetro cubo le hanno lasciate strette e alte, fino alle altane trasformate in pompeiane, il modo migliore per riflettere le voci in un brusio d’alveare, l’acciottolato delle vecchie strade, massaggia i piedi, sassi tondi di fiume che hanno conosciuto carrozze, rivolte, fughe, miserie, adesso sono incongrui alle scarpe sottili delle ragazze, solidi ai scarponcini prensili dei ragazzi, discreti alle mie, tengono indifferenti, tutti, i sassi, ai lati portici accolgono caldo dalle bocche di lupo, vomito e piscio d’ubriachi, carte, bicchieri, cartoni e sacchi a pelo delle nuove miserie, all’angolo del prato un’impalcatura è stata issata per lavorare di notte al circolo ufficiali, i rumori di giorno, disturbano le guerre combattute in ufficio e alla buvette, schiocchi di lamiere percosse dai secchi che salgono e scendono con carrucola semplice e cigolante, leva del primo ordine per far meno rumore, fallito l’obbiettivo strategico, penso, le case di fronte si lamenteranno, nessuna luce dal circolo, salvo dalle finestre del retro dove si vedono le cucine, lì s’è impiccato un mio compagno di militare, parlava solo tedesco, faceva il pastore, non lo mandavano a casa, nel prato gli alberi sono contornati di luci, una nuvola all’interno del cerchio di statue, il cloud senza dati, chissà perché non lasciano stare gli alberi, penso, e kitch per kitch, non mettono le luci alle statue dei padovani eccellenti, Cattelan è di queste parti l’avrebbe già fatto se l’avesse pensato, sotto il portico del corso, escono dalla pizzeria Orsucciricettasegretad’impasto, pizze in cerca di notti interessanti, e spavaldi ragazzi, forse innamorati, sono seduti ai due tavolini d’ alluminio all’aperto, birre gelate e  desideri evidenti, la città si stira verso natale, per densità decrementanti di persone e di luci auguranti, si avvia oltre la cerchia muraria, i tram si incrociano allo stesso posto, esce calore dalle porte e il soffio d’ aria compressa che le comanda,  qualche scintilla dal trolley, non c’è nebbia, solo il primo freddo, fischio piano seguendo i passi ritmati, tirando boccate lunghe di toscano, qui sto bene, penso

Versione B

Dopo il concerto, freddo notturno, alzato il bavero, mi avvio verso casa, tra città, portici, persone: qui sto bene, penso.

mantova

La storia che mi ha guidato verso questa città di mattoni perduta nelle nebbie della bassa, inizia con una bomba alleata (ma di chi sono alleate le bombe?) che polverizzò la cappella Ovetari, con la chiesa degli Eremitani e il ciclo delle storie di san Giacomo. In quella chiesa, che stavano ricostruendo, sono cresciuto, tirando pigne e correndo sui marmi, nascondendo munizioni dietro l’altar maggiore, ma questa è un’altra storia. Il primo Mantegna era in quella cappella, dissolto in 50 casse di calcinacci e in un unico grande affresco salvato, solo perché non c’era. Mi piaceva quel particolare della freccia nell’occhio del tiranno nel martirio di san Cristoforo, la sua lezione che al male torna il male. Ancor più mi piaceva quel tappeto così perfetto nella tragedia, le finestre su cui si appoggiavano i soliti perditempo che guardano le disgrazie, il corpaccione enorme in prospettiva, era un ritratto di un mondo che ben oltre la fotografia, raccontava più storie, più tempi, più pensieri che si annodavano, mescolavano, scioglievano, in un flusso che veniva verso me che vedevo. Naturalmente allora ero solo incantato, guardavo e mi perdevo nei particolari, ma lì nacque la voglia di vedere altro. E dove, se non a Mantova, potevo trovarlo.

La prima volta ci arrivai con un treno da periferia dell’impero, un treno che ancor’ oggi ci impiega tantissimo, tra campi e stazioncine, ma chissà, forse tu arriveresti da sud o da ovest e magari passeresti per Sabbioneta, ti fermeresti e non andrebbe bene. A Sabbioneta bisogna andare poi, dopo essere stati a Mantova, meglio nel mezzogiorno del giorno dopo, ma anche questa è un’altra storia. A me piace la strada che arriva dalla bassa, seguo l’ Adige e i paesi che via via si riempiono di mattoni a vista. La bassa padovana e veronese è bella, passa dai campi di grano alle risaie, percorre piccole cittadine murate. E Montagnana è bellissima, ma non ci si può fermare, si va a Mantova e la provinciale uno continua, cambia nome passa tra case e campi finché si arriva al Mincio, al lago, alla casa di Sparafucile. Qui dal lago, salgo a piedi, oltre la porta e la prima sensazione, è quell’acciottolato che sfocia nella piazza. Il Palazzo Ducale è lì con le sue file di persone che aspettano l’entrata nei giorni di festa, con l’idea che il Duca dal balcone saluti in ermellino gettando monete alla folla. Non mi piace il Duca, colpa di Rigoletto forse, ma con lui e con i Gonzaga bisogna fare i conti. Loro erano la città, la furbizia, la gloria, le chiacchere, le storie dei nani, la munificenza. Salgo, nell’infinito di questo palazzo punto alla Camera Picta, allo Studiolo di Isabella. Ci si può perdere lì dentro, ma non te lo lasceranno fare perché spingono, hanno fretta di vedere, quella fretta che tu non hai. Vedere, assorbire, farsi vedere dall’opera d’arte, richiede tempo, lo stesso che si usa, quando con rispetto, si prende in mano l’opera di un altro, Chessò, un mobile, un oggetto, una cornice e si pensa di farle riprendere vita. La mano passa sulle modanature, accarezza ascoltando con le dita i guasti.  Gli occhi percorrono, i pensieri sovrappongono, cercano di capire, scelgono. Le cose più intense sembrano solo l’effetto della cura di chi li fece o possedette e riportano alla luce particolari tra le ferite della vita, li mostrano come glorie di esserci.

Mantegna, allora, lo seguii a Palazzo Ducale e a Sant’Andrea e qui scoprii, che il Mantegna era altrove, in mille rivoli, ruberie, mutilazioni, vendite e miserie dettate dall’arte del vendere e disperdere il bello. Decontestualizzato, ammirato, tenuto da conto, ma non dove era stato pensato. Ma il suo spirito era ancora qui, non perché c’era la sua casa, ma perché la città dialogava con lui. Così lo senti nelle forme classiche, nel suo amore per il bello riscoperto, nel suo restaurare la forma degli antichi in questi posti di nebbia e di quiete, e mi viene il pensiero allegro che il Mincio è lo scarico di un lago che prima di gettarsi nel Po, ha bisogno di dilagare, di formare a sua volta un lago personale. E addirittura ne fa tre di laghi, che un tempo erano quattro e creavano un’isola, come se questo fosse un piccolo mare nella pianura. Minuscolo come i ducati di un tempo e smisurato nella fantasia che nasce negli uomini che sanno vedere.

Adesso ti porterei altrove, senza una meta precisa, bisogna camminare e fermarsi tra piazza delle Erbe e le vie che le stanno attorno. Ascoltare i rumori di questa città di agrari, gonfia di rendite solide, di campi che rappresentano le realizzazioni dei destini. Bisogna immaginare Tazio Nuvolari – qui c’è il suo museo- in  giugno, mentre corre in moto o su una Maserati tra le stradine – così le vedremmo ora- ficcate tra campi di grano, oppure di notte in una mille miglia irta di fari, di gente, di vino caldo. Bisogna immaginare la velocità del lampo e la sosta sudata, entrambi insieme, e mescolarla davanti a una tovaglia a quadretti rossi con il parlare fatto di vocali aperte, con le carte battute sul tavolo, con il vino rosso denso, con i risotti, gli gnocchi e le rane. Bisogna immaginare il giallo della zucca, questo è uno dei regni della zucca, il mescolarsi del dolce e del salato nei tortelli e negli gnocchi, il confluire del giallo nella sbrisolona. Bisogna fermarsi in quel bar d’angolo sotto i portici, appena fuori piazza Sordello, respirare, stare zitti e ascoltare. Ti mancherebbero un sacco di cose, se tu decidessi di partire ora, Giulio Romano e Pisanello, palazzo Te, palazzo Bonaccorsi. Ma soprattutto la bellezza di Leon Battista Alberti. Quando lo vedo la mia testa racchiude le forme in rettangoli, traccia diagonali e si accorge che la sezione aurea era davvero il riposo della perfezione. Ti perderesti scrigni di opere d’arte rimasti dopo le rapine, i laghi, la campagna attorno con i boschetti di pioppi lungo l’acqua. O forse no, non ti perderesti tutto questo, ma t’innamoreresti di un luogo e avresti voglia di tornare, di aggiungere, di sentire ancora, di più.

Per me bisogna camminare, fermarsi, ascoltare, perdersi tra stradine girando in tondo e lasciare il libro aperto, godere di una trattoria con cortile. I due cavallini ad esempio, oppure del legno sulle pareti di un caffè vecchio d’anni e di mediatori di campi e bestiame. Ho bisogno di tutto questo, e altro, magari non durante il festival della Letteratura, perché lì è bello andarci perché la città stessa diventa flusso e c’è un brulicare di idee, di voci che ti fanno pensare che lo scrigno si sia aperto e stia parlando con il cielo e che lo spettacolo sia fuori, nella gloria del dubbio e dell’intelligenza. 

Forse dovremmo parlare di risorgimento, da queste parti si costruiva l’Italia in campagna e sugli spalti di Belfiore, ma credo ti piacerebbe, se tu la vivessi come vivo io le mie piccole città, con un flusso di pensieri e sensazioni, con un mescolarsi che alla fine si consolida in un luogo del cuore. Il cuore fa posto e restituisce, è un galantuomo. Come avveniva da queste parti, basta un guardarsi negli occhi e una stretta di mano: affare fatto.

E questa o quella per me pari non sono.

 

ti parlo di Ferrara e ti racconto dove s’è fermato il suono

Di Ferrara ho dentro, una neve che fioccava e saliva (perché la neve nel vento sale e riluce di riflessi), nella notte tra il castello e la piazza.

Ho una nebbia d’autunno, gialla e bellissima, che impediva di vedere oltre qualche metro e faceva sentire le voci, e le risate degli altri passanti, allegri e vogliosi di questo anonimato improvviso.

Ho il ricordo d’essere uscito da teatro, con l’eco di un concerto bellissimo, e quella musica che non mi lasciava, era in auto nei 90 chilometri verso casa, tanto che, per non turbarne la bellezza, la radio restò stranamente spenta.

Di Ferrara ho l’oca giuliva, un posto vicino al porto, sul fiume, dove ascoltare il cibo e il dialetto. Ho la gioia del camminare seguendo i percorsi dei palazzi degli Estensi, il guardare tutt’attorno in piazza Ariostea, e la sensazione che se una famiglia, che dava nome ad un palazzo Schifanoia, era già moderna nel 1500. Ma soprattutto ho Bassani e la sua liason tra città e persone, tra fasti e decadenza.

E’ una città da sfumature Ferrara, da sangue sottile che, appena si supera lo stupore del rosso del cotto, entra nelle arterie, pulisce ovunque e lascia la bocca buona. Come un lambrusco secco e il pane fatto di cornetti ritorti e ragni di pasta. Bisogna stare attenti a non romperli, i ragni, come la città, e poi staccarli uno per volta – sono quattro più il corpo centrale – per gustarne la morbidezza croccante, con voluttà.

Ho una strada, che si apre sul lato destro del castello, sorpassati i portici del teatro, e che porta verso le mura. A Ferrara tutto porta più o meno verso le mura.

Questa città, la amo più di notte e di primo mattino, che nel giorno pieno, più d’autunno e in primavera che nelle altre stagioni. Nella luce, il rosso dei mattoni invade la vista, è una sorta di persistenza nell’occhio, per cui tutto, anche nei sensi, prende questo colore come radiazione di fondo. I colori, il selciato bellissimo, i marmi del duomo, le piazze, le facciate delle case e i cortili ombrosi che s’intravvedono dai portoni, tutto ha un ricordo del rosso del mattone a vista. Forse è una forzatura, ma anche il colore della cibo è caldo, forte, robusto di pianura e di paziente cottura. Ma quella strada di cui parlo, che porta verso il cimitero, questo colore non lo tiene con sé, perché è un luogo sospeso, asincrono a noi e al tempo. Un luogo fatto di mura alte e di varchi, di un giardino che si vede oltre un muro e sembra enorme, come il Giardino dei Finzi-Contini, e così subito porta a Micol e al suo essere questa città. Ai lati della strada, case un tempo modeste, erano periferia del principe ed oggi sono un altrove dell’anima. A maggio ci sono rose che sbucano dai giardini, i marciapiedi di ciottoli, ( porta scarpe basse dalla suola sottile, le devi sentire queste pietre che hanno rotolato nei fiumi, ed ora accarezzano il piede), ma soprattutto c’è il suono fermato. Oltre alla bellezza del posto, cui manca solo una carrozza che lo percorra, per narrarne il tempo, è il suono che m’impressiona. Ogni volta. Le voci, i rumori sono educati, governati, con una sensazione di pace ovattata che testimonia esistenze e senso della misura. Il passo rallenta per ascoltare il silenzio, l’aria è dolce ancora per un poco, poi le punte di freddo si stempereranno nei bar, nella cioccolata. Amara e densa, per me, grazie. Con la panna a parte. La sensazione sparirà poco a poco nella passeggiata sulle mura, ma ti resterà il bisogno di tornare. Non per una mostra od altro, sarebbe troppo banale, ma per il posto che sentirai romantico, come pochi altri e fatto di silenzi e pensieri circoscritti. I tuoi.