facciamolo diverso

Nettar via, il braccio usa il taglio della mano, percorre il tavolo con un arco, ri pulisce. Briciole, giornali, idee senza idee, vuoti a perdere. Ri è il suffisso del già fatto a cui appendere le azioni nuove. Si conosce all’odore quello che non va, il ri-permettere di far di nuovo. Anche gli occhi per vedere e leggere, per guardare ed attirare, a sé, sono nuovi in questo contesto. Com’è necessario sia, per provare ad essere non per interposta persona, per provare a sentire in proprio. Senza pescare nei nomi per un erotismo di accatto, per non riflettere su sé gli specchi d’ altri amplessi. Per non scivolare negli standards privi d’oggetto: sotto la sesta non è amore, devi cambiare molto spesso, sono i numeri che contano, ma non quelli che hai addosso. The italian way d’adesso, il parlarne con la giusta distanza, è resistere, contrattaccare, esistere. Già, perché il problema, la necessità, è esistere in proprio, trovare i riferimenti, le voci con cui parlare, il rifiuto del lamento. E dirlo, infine dirlo, che la politica è altro, che la vita è altro. E sussurrarlo nell’orecchio finché si fa all’amore, dirlo, perdio, noi lo facciamo diverso, davvero diverso: lo facciamo per noi e basta.

 

nimby

… se si vuole restituire una dimensione umana, comunitaria,ecologica alla nostra vita, se si vuole restituire una dimensione, umana, comunitaria, ecologica, non tanto in senso ambientale quanto psicologico esistenziale, alla nostra vita, se si vuole sfuggire a quello che ho chiamato il “ modello paranoico” che ci costringe a consumare per produrre a livelli sempre più insostenibili, a competizioni sempre più stressanti e ci priva del vero valore dell’esistenza, il tempo, non c’è “bio”, “ecocompatibile”, “we”, “sviluppo sostenibile” che tengano, il solo modo di tornare a “un’economia di sussistenza”, vale a dire, sia pure in modo graduale, limitato e ragionato, a forme di autoproduzione e autoconsumo che passano necessariamente per un recupero della terra e un ridimensionamento drastico dell’apparato industriale, finanziario e virtuale…
Massimo Fini ne “ il fatto quotidiano “ del 20-11-2010


Per un mio quasi coetaneo, benestante, realizzato e inquieto può essere facile dire “ torniamo ad un’economia di sussistenza”, in fondo l’aggettivo graduale non inficia né il tenore di vita, né le opportunità residue, e neppure le abitudini vengono sostanzialmente toccate. Le priorità di valori, le necessità si alterano con l’età e si invertono quando si esprimono salendo sulla scala delle possibilità economiche, vale a dire che a seconda di dove ci si trova nello spazio tempo-sociale si hanno bisogni differenti. Ma ciò non toglie che quanto dice Massimo Fini mi trova consenziente, purché non sia un lusso occidentale. Il n.i.m.b.y che sposta altrove le nostre difficoltà, senza rinunciare a nulla. La strada dell’alternativa a questo modello di vivere non può essere indolore, bisogna perdere, rinunciare per avere. Se penso alla mia esperienza di lavoro che cerca di proporre una compatibilità incrementante dell’uso del territorio, una riduzione progressiva dell’impatto, ma che nel farlo, non conosco la velocità del degrado complessivo e che devo, per eccesso di variabili, assumere che alterando di meno comunque miglioro l’ ambiente, mi resta il dubbio, che oltre alle parole, vendo un sottointeso, un inganno. E che il solo motivo per cui vengo creduto è nella parola compatibile, e che la mia proposta non altera desideri, attese, abitudini, ma semplicemente le condisce della speranza di non essere in un treno lanciato verso una catastrofe. E che anche una catastrofe non fa paura, perché si pensa che qualcuno si salverà, e questo saranno tra i più forti non tra i più deboli. Meglio quindi appartenere comunque ai primi. La carne da cannone non è mai morta definitivamente e si riproduce ovunque, al ritmo necessario per il suo consumo da parte delle élites. Se si diviene consapevoli di tutto ciò, cosa se trae se non la percezione delle proprie contraddizioni ed inanità. E per sfuggire all’apatia o alla disperazione del fare, quale strada resta a disposizione? Trascurando i cambiamenti repentini da catastrofe, resta la via del cambiamento progressivo delle coscienze, il proporre, l’essere conseguenti e l’attuare stili diversi di vita. Rifiutare per resistere, praticare ciò che è compatibile con sé stessi, approfondire le analisi e le compatibilità con il vivere, ma resistere alla suasion che modifica, approva, rende compartecipi dei magnifici destini del comportamento prevalente, della moda dei consumi, della scienza orientata a trovare soluzioni a ciò che si altera in un percorso infinito di rottura e riparazione. Resistere significa essere conseguenti, maturare consapevolezze allegre, essere progressivamente innervati di priorità diverse, di cultura che conosce l’altra faccia della realtà e non ne ha paura, ma cambia in conseguenza. Resistere significa avere i giovani dalla propria parte, senza la maggioranza dei giovani non si cambia e non si vince. Ma i giovani sono la parte più difficile da convincere perché devono ancora consumare, temono di perdere possibilità in una concezione del mondo che appare “pauperista”, meno ricca di opportunità di star bene, di avere. Restare in un ragionamento riduzionista  è castrante, riconduce a gruppi piccoli, religiosi, mentre serve una laicità del crescere differente che evidenzi la crescita, che si alimenti di selezione e non tolga possibilità, anzi aggiunga incessantemente e con evidenza, qualità al vivere. Non è facile, anzi, la deriva moralistica, il vedere la propria necessità diventare norma, toglie la capacità di cogliere i problemi, le difficoltà del mutare abitudini, le implicazioni di un modello che si basa su una libertà di scelta apparente, ma sostanziale. Rinunciare all’auto per andare a lavorare a piedi a 3 km di distanza non è una grande fatica, ma se il lavoro fosse a 30 km? E in una società basata sulla sussistenza ci sarebbe lavoro per tutti, e con quali garanzie ? L’industria ha creato lo stato sociale, l’agricoltura non era in grado di farlo. Il commercio mette in relazione il mondo, ma ha bisogno di una moneta comune non del baratto. Immaginate un mondo in cui gran parte delle cose che fate, avete, usate, non abbiano più significato comune, un mondo artigiano in cui la tecnologia non ha serialità, una tecnologia resa solo funzionale, quasi domestica. Il progresso che rallenta perché non servono in continuazione nuove “release” di software o di hardware. Immaginate un mondo con il manifatturiero ridotto, un mercato basato praticamente sull’uso e non sul possesso. Immaginate che questo commercio svuoti le scelte  nelle vetrine e nelle bancarelle. Immaginatelo questo mondo che colloca le persone e le cose al centro del loro significato quotidiano, esisterà una via aurea per combinarlo con questo mondo senza critica in cui viviamo. La domanda che si pone è : ma davvero vogliamo questa via e questo mondo e cosa siamo disponibili a pagare per averlo?

è tornata

Devono averne parlato tra loro in Africa, di casa mia. Magari tra un deserto e l’altro, quello di sabbia e quello che creano loro. Anche quest’anno, la cavalletta è tornata a svernare. Immobile da giorni, le zampe e la bocca possenti, ferme. Come ibernata. Una macchina da guerra parcheggiata sul balcone, inquietante annuncio del clima che muta.

Se vi soffermate sulla struttura della cavalletta, ne vedete il miracolo, questo si, dell’evoluzione. Mandibole, zampe, ali, assetto di volo: tutto funzionale, equilibrato, funzionante. Impossibile da riprodurre nell’industria bellica. Non a caso nei sogni di War Stars, le macchine androidi sono insetti meccanici. Ma mentre lì sono goffi e più forti che agili, queste sono in equilibrio indifferente, la maggiore qualità dell’arma letale.

Anche lei tra 5 mesi sparirà, intanto si farà seppellire dalla neve, scuotere da vento e pioggia, esposta al gelo più crudo e sembrerà di legno e morta. Un involucro che invece riprenderà vita. Inopinatamente. Lo so perché l’ho già sperimentato, toccando la sua antenata a primavera e quella invece di cadere dal balcone ha ripreso il volo. Così, senza uno sbadiglio, un caffè.

Devo dire che la crisi di governo prossima non mi appassiona, neppure le escort, altri problemi mi sembrano enormi ed urgenti, primo fra tutti il lavoro. La cavalletta diventa una sorta di unità di misura: il mondo cambia velocemente e l’adattamento umano è incerto. La cavalletta vive in una comunità indifferente ai tentativi di distruzione dell’uomo. Proprio come le formiche, o le zanzare, o l’immenso stuolo di insetti e ragni che già abitano Cernobyl.  Forse per la prima volta nella storia dell’umanità c’è una comprensione contemporanea e grande dei pericoli incombenti e l’assoluta incongruenza dei gesti degli uomini. I soggetti più deboli perché esposti a sé stessi alla propria letale insensatezza, sono proprio gli uomini. Resteranno le cavallette.

Consiglio di lettura che non riguarda la mia amica cavalletta: Alan Weisman-  Il mondo senza di noi – Einaudi

l’esercizio

Tutto questo tempo di palestra,

passato nell’imparare altri sudori,

tra astrusi docciashampoo,

e nudità mostrate in altre vesti.

Inutile tempo di fatiche mute,

ed ora sono esperto

nell’esercitar arti banali.


 


l’anticomunista

Era il parroco d’ una chiesa inesistente, ridotta ad un cumolo di macerie da un raid alleato che aveva polverizzato il Mantegna più bello fuori Mantova, Guariento, Padovanino e chissà quanto d’altro. Mi raccontavano da bambino, che c’erano scaglie di colore dappertutto e che gli uomini di cultura della città, raccoglievano assieme a chi appena sapeva di quegli affreschi, inseguendo la speranza di conservare e ricomporre chissà come e quando. Ne fecero decine e decine di casse di pezzi d’affresco e calcinacci, in attesa d’ un miracolo che ricomponesse quello che era definitivamente perduto. Mi raccontavano anche di chi si portava a casa un tòco del Mantegna, un pezzo di testa, una mano e chissà cosa. Tanto ormai erano solo ruinassi, rovine.

Era diventato parroco di quel disastro, con la pena di vederlo ogni giorno. Cumoli di detriti, legno, vetri a piombo e mattoni, il soffitto a carena di nave rovesciata distrutto e incendiato, i muri perimetrali implosi. Ma intorno era peggio, la guerra era finita ed aveva distrutto anche dove le case erano integre; la città faticava a ritrovare un senso comune. C’era la miseria del dopoguerra, la prova della speranza che ogni giorno se inzegnava a mettere insieme la settimana. Fedeli poveri accanto ai professionisti che avevano conservato i patrimoni, famiglie che erano solo nei registri parrocchiali, presenze punteggiate di assenze.

Mio padre era comunista e quando chiese cosa dovesse per il mio battesimo, il prete gli rispose : gninte, el xe el me mestiere. Mio padre ne fu colpito, era lo stesso motivo per cui lui, che vedeva il mondo ingiusto e irreformabibile, che aveva respirato l’ineguaglianza prima e dopo il fascismo, pensava che ci fosse un ruolo per ciascuno, che il lavoro era dignità ed andava fatto bene. Questa impressione di prete diverso si accrebbe quando mia madre riferì in casa che all’arrivo della madonna pellegrina, che passava di parrocchia in parrocchia come argine al comunismo, il prete prese con sé la madonna e la portò in chiesa e poi disse alle donne: ‘ndé via, casa, le donne poe pregare anca casa, xe note, basta cussì. E si chiuse in quel poco di chiesa che gli era rimasta. Erano solo le nove di sera.

I poveri venivano ogni giorno, dava tutto quello che aveva, le tonache erano sempre più rattoppate, la perpetua c’era a tratti, anche i cappellani duravano poco: problemi di sostentamento. Insomma anche il prete era povero nonostante fosse una parrocchia del centro. Ed era anticomunista.

Lo ascoltavo nelle prediche, parlava della minaccia atea, gli uomini di azione cattolica distribuivano giornaletti ferocemente anticomunisti. Io leggevo il Pioniere, anziché il Vittorioso e non mi vergognavo per niente. Non provava a cambiarmi, si accontentava di questo ragazzetto che aveva i calzoni troppo corti d’estate e che combatteva battaglie con le pigne nella chiesa, dentro al cantiere. Capivo che tra lui e mio padre, avrei scelto mio padre, ma m’ incuriosiva questo anticomunismo del prete povero. Mio padre non parlava e quando proprio doveva, diceva che era un bon omo. Era il massimo, includeva la stima ed il rispetto. Avevano solo idee diverse, ma il prete non si approfittava del ruolo che gli dava la società. Capivo che c’erano due società che si compenetravano, che il comunista e l’anticomunista si potevano rispettare. Che il prete faceva il suo mestiere e che in questo aveva incluso l’anticomunismo, ma contava quello che faceva più dei pochi dubbi che mi creava.

Ero andato via da poco quando un giorno, mi dissero che anche lui se n’era andato. La chiesa era stata ricostruita, gli affreschi erano definitivamente perduti (adesso c’è una ricostruzione che fa capire cosa si sia davvero perso), il delitto perpetrato non aveva possibilità di essere ricomposto, ma pur vuota, la chiesa era davvero bella e la gente della parrocchia aveva ritrovato un benessere da città. Il suo mestiere di prete lo portava altrove, aveva chiesto di andare a passare i suoi ultimi anni, non in una parrocchia più ricca, ma al Cottolengo per dare una mano.

Me lo sono portato dietro così, anche negli anni furiosi, anche nell’ateismo ostentato, come una traccia buona nel mondo, come un anticomunista senza tornaconto, come la dimostrazione che l’idea non toccava l’uomo e non bastava appartenere ad una parte, bisognava essere uomini. Na degna persona, diceva mio padre. Ed ho imparato più sensibilità per gli altri da quell’anticomunista che nei periodi di occupazione dell’università. Da lui e da altri distribuiti su fedi molto pratiche, ho capito senza smettere di appartenere, come il separarsi dalla politica per riunirsi nell’uomo era il modo per riconoscere davvero gli altri. Testarli dove il bisogno annullava la definizione di parte e restava solo l’appartenenza al genere: quello umano.

per chi?

Chi sono gli sono gli sconfitti delle lotte e delle vittorie sociali degli anni 50’/70′? Gli operai che votano lega? Gli impiegati e quadri che votano Berlusconi?  Oppure la sinistra attuale con i suoi birignao e l’incapacità di leggere la realtà? Tutti questi e il paese che arretra nei diritti comuni ed eguali. La scuola, la sanità, l’assistenza, il lavoro e i suoi contratti, la stessa funzione del produrre sono oggetto di erosione. Manca un futuro condiviso, il perché si sta assieme. Nella mia testa si fa strada il pensiero che la sinistra come l’ho conosciuta abbia assolto il suo compito più facile e su questo sia collassata. Il compito di affrancare i molti bisognosi, trasformare le lotte in benessere diffuso, accompagnarle con diritti che sembravano inalienabili. Così i braccianti ed i mezzadri sono diventati coltivatori diretti, gli operai, artigiani e poi piccoli imprenditori. Le ‘500 sono diventate medie cilindrate e suv, i figli sono andati all’universatà. Placando il bisogno primario è implosa la solidarietà. Quella sinistra è finita, non il bisogno e l’ingiustizia, ma la sua capacità di renderli problemi comuni, condivisi. Al resto del paese poco importa quello che accade a Pomigliano o a Termini Imerese, questioni locali che se diventano nazionali avranno una attuazione differente a seconda dei territori. Anche la disoccupazione, il non lavoro, la precarietà sono diverse: dipende da dove si nasce o si vive. Leggere la realtà non come snobbettini che hanno comunque il sedere al caldo, ma come parte di una comunità che ha un presente o un futuro. Ha ragione Blair, si parla troppo di Berlusconi e non del progetto del cambiare ciò che non va bene. Ciò che è stato devastato nel senso comune dovrà essere recuperato, ma non come prima. Oggi, in questo paese che è ridicolo solo agli occhi di chi non ha interesse personale, ricostruire una coscienza collettiva sui valori, è impresa immane. Ma bisogna pur farlo, partendo da ciò che c’é, dalle paure e dalle (poche) speranze. Allora era magico dire: le lotte operaie. Si teorizzava il sapere senza università, adesso abbiamo l’università senza sapere. La coscienza di contare era così diffusa che gli operai democristiani discutevano sulle opere pubbliche. Non i comunisti, i democristiani! L’idea di non avere un futuro che cresce per tutti, è questa la vera sconfitta. Poi la deriva è il lasciarsi andare quando il naufragio non ha terra all’orizzonte. Si muore così, ricordando ciò che è stato, ciò che poteva essere e la speranza lascia prima il cervello, poi le abitudini e scivola dalle mani.

 

 

 

Weber e la toponomastica: aggiornamenti

Halleluja, finalmente sono riuscito a far coincidere l’ingresso con il numero della casa.

La burocrazia é stata impagabile nella sua comicità inconsapevole: mi hanno dato un certificato con la mia autodichiarazione, ho apposto la marca da 14.62 euro, mi hanno spiegato che dovevo portare il tutto in un altro ufficio. E mentre stavo per andarmene, l’impiegato mi ha fermato, mettendomi in mano la targhetta col mio numero di casa. Una di quelle standard, bianche, contornate di blù, col numero blù.

 Fanno 3 euro e 82 centesimi, mi ha detto.

Ho chiesto se potevo averne più d’una, mi sembrava un affare. Chessò, con la cornice adatta poteva essere un quadretto da corridoio. Non ha colto l’ironia.

No, non è possibile subito, ma se la ordina…

E perché 3.82 e non 4 ?

Ha guardato smarrito i miei 50 euro e mettendomi in mano una quantità inverosimile di moneta, ha scosso il capo.

Non lo so,  ha mormorato,  forse il cambio.

Quale cambio? Col dollaro, con lo yen, con lo youan. Ricevete le quotazioni ogni mattina?

No, è l’euro. Si andava così bene con le lire.

Ho sorriso. Non potevo dirgli che 3.82 euro, in lire, non erano altro che una montagna di decimali.

E’ stato congedandomi che mi ha detto l’ultima cosa carina: non attacchi il numero al sole perché dopo un po’ sbiadisce, fino a diventare tutto bianco.

Va bene, lo metterò all’ombra. 

All’interno, dove nessuno può vederlo e la luce non l’offende. Tanto il numero all’esterno c’è già. C’è sempre stato.

Ma questo non potevo dirglielo, mi sembrava già triste a sufficienza.