Poteva essere la guerra perduta, e’ solo una battaglia. Adesso serve un generale ed un considerevole numero di valorosi che sappiano che si può vincere.
Archivi categoria: limes
il poeta assente
Manca il poeta visionario e concreto.
L’uomo che scardina la pietra dei nostri cuori con la forza dell’acqua che disseta.
Colui che sente il futuro e vive la differenza nel presente.
Il Pasolini d’oggi, che ci mostra come siamo, come saremo, come potremmo essere.
Senza paura di vivere.
17.05
Guardo edifici incompiuti, gli scheletri verso la sera e le luci gialle di cantiere, le gru arrugginite dietro recinzioni sfondate e cartelli illeggibili. M’indignavo fino alla sofferenza quando mi raccontavano degli abusi, delle furberie, della violenza di chi sa come uscire dai gineprai senza danno. E dal mio ufficio potevo solo dire di no, porre dighe che sarebbero state scavalcate al prossimo giro di walzer. Il ricordo mi prende alla gola, spengo i fari, accosto, mi fermo.
La ragazza cammina sul bordo della strada, il corpo in avanti, col viso che si vede appena tra il berretto calcato e la sciarpa colorata. Ha passi decisi, evita l’erba bagnata del fosso e l’asfalto. Ha costruito un percorso sul ghiaino. Il marciapiedi non è mai stato fatto, segno di oneri non onorati di imprese fallite, ma neppure serviva, qui non cammina nessuno. E’ sola tra le fabbriche e la città, in luoghi senza regole dove non dovrebbero esserci persone a piedi. Qui si passa in macchina o su mezzi veloci, non si cammina neppure di giorno, l’insicurezza è nell’aria che inghiotte la lentezza.
La ragazza ha una direzione, una meta, un pensiero. Potrebbe essere una ragazza dell’est, una badante giovane, una ragazza mollata su un marciapiedi dopo un rapporto. Una figlia di qualcuno in città che ha scelto di sbattere una porta d’auto, una ragazza in fuga, una donna che sa dove andare. Alle spalle lo scheletro del fabbricato fuma: qualcuno passerà la notte tra cemento e cartoni.
Non sopportavo i racconti interessati, le delazioni, come non le sopporto ora. Venivano di pomeriggio, avevano chiesto appuntamento, oppure semplicemente s’infilavano nella porta aperta. Li guardavo, sapevo che di lì a poco la miseria, il veleno, il fango, m’avrebbe investito e nella mia testa, persone conosciute, luoghi, pezzi di piano regolatore sarebbero cambiati. Li avrei difesi per quanto potevo, negando, affermando, tacendo, non assentendo, dimostrando di non sapere, ma dopo chi era stato evocato non sarebbe stato lo stesso. Il peggio veniva quando abbassavano il tono, accennavano a pratiche risolte e non onorate da ex colleghi , ammiccavano, insinuavano. Non di rado li ho cacciati, accompagnati alla porta mentre alzavano la voce, minacciavano. Li invitavo ad andare in procura, Chiudevo la porta, mi sedevo e guardavo il grande quadro davanti a me. Vuoto, vuoto. E mi chiedevo…
Il tratto tra l’ultimo cantiere e le case è campagna, ma non è lungo, la ragazza rallenta. Guarda le luci delle finestre, dentro ci sono colori pastello, qualche albero di natale, sagome che si muovono veloci. Sono villette, case a schiera, c’è molto verde attorno. Camini che fumano, il rito del fuoco d’inverno. La ragazza ora è ferma, sulle spalle ha un piccolo zainetto, accende una sigaretta. Guarda. Nella sua testa si fa largo la situazione, il posto, la distanza rispetto ad una sicurezza, il bisogno di luce e calore che porta la notte. Non mi vede, fuma, ma non compie i gesti che fanno parte delle nostre relazioni con il mondo: non prende un telefonino, non guarda lo schermo, non guarda verso l’alto finché telefona, non batte i piedi per il freddo, non attende. Si è tolta un guanto e fuma. Vorrei avvicinarmi, chiederle se ha bisogno di qualcosa, guardare assieme a lei le luci gialle dei cantieri, ascoltare le parole fluenti o stentate, vedere lo sguardo impaurito che si rasserena, tenerla con le parole, non con le mani, dirle che benvenuto è solo una parola.
Vengono ancora da me, sono i meno informati, quelli che non sanno che non conto più nulla oppure quelli che pensano che per chi c’è stato, non finisce mai. Quelli che basta una telefonata, che adesso hanno l’affare della vita, il parente bravissimo ma sfortunato, la figlia che ha studiato tanto ed ora non sa cosa fare, il lotticino di terra scordato nell’ultima variante. Oppure semplicemente vogliono parlare, sentire la loro voce che li racconta, li tratteggia, fornisce la dimensione delle vite nascoste in case che non voglio immaginare. Parlano di sé, degli altri che li hanno segnati, usano parole sfumate, a doppio senso quando insinuano, sorridono, ma non hanno cattiverie forti, m’indignano poco, piuttosto tolgono le forze della speranza. Come vengono da me andranno da altri, parleranno male di me come adesso fanno di altri. Forse con gli stessi. Devono avere una memoria formidabile per ricordarsi tutto quello che dicono, che hanno detto e a chi l’hanno detto. Sono dotati di un senso del relativo che li rinnova ad ogni incontro, quando tornano a casa salutano la moglie, i figli, si siedono a tavola, accendono il camino, guardano la tv, telefonano, vanno a letto, ogni tanto fanno all’amore, rimuginano i torti, promettono, minacciano, scappano.
La ragazza si è rimessa a camminare piano, è indecisa se immergersi tra le case oppure proseguire sul bordo che è diventato marciapiedi. I lampioni si sono accesi da poco. Quando è successo ha alzato il mento, si sono visti gli occhi, la bocca, il naso, li ha guardati a lungo, finché il freddo non ha abbassato il viso nella sciarpa. Si vede che ha bisogno di calore, mi avvicino, le chiedo se posso essere utile. Mi guarda, scuote la testa. Insisto, conosco il posto. Mi chiede dov’é la fermata dell’autobus per la città. L’accompagno, non è distante, potrei portarla in macchina, ma si farebbe una domanda che non voglio. Le offro un cappuccino finché attende, poi la saluto quando parte. Sorride. Non so nulla, non ha detto nulla. Torno verso la zona industriale, guardo gli edifici incompleti, sento il freddo che entra sotto il piumino.
per chi ha voglia d’ascoltare
Per chi ha voglia di riflettere sul rapporto tra desideri e società, qui, in Italia, radiotre ha trasmesso :
è un ascolto che mi ha preso.
la parola della settimana:i fatti (dell’anno)
Le manie tassonomiche, enumerative confluiscono a fine anno nelle liste dei fatti importanti trascorsi. Le troviamo ovunque, ma in particolare su quotidiani e settimanali. Forse retaggio dei buoni propositi fanciulleschi, nati da letterine in cui si enumeravano benedetti peccati, pronti ad essere rifatti. Se ora dilagano è per la necessità di chiudere ed aprire un tempo comune. Dovremmo avere un tempo comune mondiale, od almeno un tempo comune europeo, un condividere basato su cose fatte e su desideri/propositi da attuare. Ma non essendo così ci si affida, a fine anno a ciò che è accaduto, staccandolo da noi. Per ricordarlo, certo, ma come fosse cosa d’altri, acqua sulla roccia collocata in un tempo indefinibile. Quante volte capita di dire: ma è già passato un anno? Segno che quel ricordo, così acuto non era, soverchiato subito da altri I non meglio collocati ricordi comuni che rendono questo paese, questo continente, un gigantesco contenitore gerontocomiale dove si aggirano immemori, di ogni età, incapaci di priorità.
I giornali suddividono i fatti importanti per genere, ed è tutto uno sfogliare di fogli: le scoperte dell’anno, gli avvenimenti dell’anno, i film, le canzoni, lo sport, gli spettacoli, la politica dell’anno, ecc.ecc.. Tutto parte di un pasto servito allora, notizie di fatti già filtrati, che ora cercano di inserirsi nella lista basata sul 10. Il 10, un numero francamente antipatico ed insipido, buono solo per essere applicato alle donne, dove non riassume la perfezione, ma l’idea di desiderio, la voglia senza cielo. Perché il 10, numero composito, e non il 9 od ancor meglio il 3. Forse il 7 aiuterebbe la confezione dei giornali, né troppo piccolo per gli indecisi, né troppo grande per una pagina che pur generica, deve attrarre. Sovrabbondante, il 7, di quel tanto che evoca castighi e piaceri, i veli e le maledizioni. Occhieggia da oscure cabale, splende nel sole antico di meraviglie disparate e persistenti. E’ un numero non bulimico, ossuto per descrivere il passato anno, utile ad una classificazione non avara. E’ la mia proposta per i giornalisti, perché se davvero ci fossero intelligenze taglienti ed acute dietro ai computer, la sfida sarebbe sul 3. Indica 3 ragioni per salvare il mondo, per dare un senso alla vita, una speranza al presente. Indica 3 desideri, 3 tristezze, 3 speranze, 3 soddisfazioni soddisfatte. E così avanti in uno sforzo di sintesi che guarda, discerne e scarta. Alla fine restebbe il valore, ciò a cui non puoi rinunciare. In te, nel mondo, nelle scoperte, nello sport, nei film, nella musica, ecc.ecc. Tutto il resto c’è, continuerà ad esserci, ma ricordarlo avrebbe meno importanza e comunque non sarebbe un valore condiviso.
E’ per questo che da tempo non faccio più bilanci, seleziono le 3 cose, i 3 fatti che mi hanno colpito, motivato cambiato. Adesso penso a quest’anno, quali sono stati? E le cose che mi hanno fatto più male arrivano a 3, visto che 3 che mi hanno fatto bene comunque le dovrei trovare. Pensieri oziosi di un ozioso con il tempo condiviso.
io suono da solo
Vedo la lista dei miei vecchi post riletti. A parte torta margherita, evidentemente un hit del genere, adesso è riemerso baccalà mantecato. Curioso, lo consideravo di nicchia e locale, e per pochi intimi. Non c’è attenzione per la barbagliata. Forse cosa da gourmet d’altri tempi. Peccato, non sanno cosa si perdono.Chissà se invece funzionerebbe lo zabajone ovvero el zavaion, altro reperto della mia infanzia, autentico pezzo di cultura veneta ed inizializzazione all’alcool. Mah, comunque sia, il mangereccio prende. Anche tacco 6 o tacco 8 non demorde nell’attenzione, come pure l’amante perfetta 3 (chissà perchè solo la terza puntata). Segno che l’allusivo tocca attese, che purtroppo andranno deluse. Mio padre è morto a 18 anni conosce impennate in relazione alla situazione politica, ma è un post di copia, senza alcun merito da parte mia, è il testo recitato da Proietti che fa tutto. Anche prato ha un’attenzione francamente inspiegabile, credo sia una ricerca da giardinieri in “erba”. Per l’appunto. Il pullular resto di parole affonda, riemerge, riaffonda come foglia nel torrente. Le cose a me più care sono passate senza lasciar traccia, e non può essere altrimenti, perché troppo personali e strane. Resta la curiosità se i titoli valgano più dei testi oppure se parlar del coniglio come lo fa la mia mamma ed indegnamente ripeto, sia più importante di ciò che penso. Se fosse questo il genere, anche la caponatina a modo mio non è male, soprattutto è leggera perché non è fritta, ma che fare? Non è pensiero politico e neppure sentimento brado, tantomeno riflessione sul vivere. Forse trasformandola in narrazione, come si usa oggi per sentirsi raccontare come si è, potrebbe assurgere a genere. Chessò, un coniglio di lotta e di governo, la caponatina come prefigurazione dell’orgia vitale, la polenta simbolo del potere. Il filone personalpoliticulinario può diventare un divertissement da esplorare.
Vedremo. Il non prendersi sul serio, è così bello che, trovarlo dentro, lo considero un regalo. Ed il sorriso conseguente è liberatorio.
p.s. io suono da solo, ma ascolto il pubblico 🙂
mattino
Radio tre racconta i commenti dei giornali, parlano solo della fiducia a Berlusconi. Pennellate larghe che diventeranno crosta di parole sui muri di questa comune, umida casa . Parole che sono già rumore, mentre fuori, davvero, si agita qualcosa che non parla.
Tre voti traditi ci nascondono il terrore di non avere scampo; noi, vuoti delle lunghe idee vincenti.
Nel profumo del caffè che sale, i tetti gelano di brina, e dentro, il freddo di questo inverno del cuore.
E’ mattino, sembra notte.
l’ebbrezza del falco
Credo che a tutti accada di vedere le cose dall’alto. Di percepire i minuti angoli del presepe del mondo. E di guardarlo stupito nei dettagli mentre si muove.
Credo che a tutti accada di sentirsi falco, lasciarsi cadere come sasso e già, nella vertigine, percepire l’odore della preda, pensando che essere bersaglio sia il suo destino.
Credo che a tutti accada di sentire che i riconoscimenti, che pure fanno piacere, sono aggiuntivi e non bastano per motivare uno sforzo, un talento, una volontà di volare che ha giustificazione solo con sé.
Credo che a tutti accada di capire che il fine di tutto questo: il bersaglio, il cadere, la volontà, l’intelligenza, il presente esaustivo ed il futuro, nulla sono, se non un pezzo della propria imperfezione e del perenne confronto tra l’ebbrezza dell’osare e la soave serenità del volo.
Tutte parti dell’unicità che si è, e dell’ insoddisfazione che non si esprimerà mai appieno. Neppure a sé, e tantomeno ad altri. Oltre ogni proprio dire e meno del proprio pensare.
Ecco che se ne può fare degli apprezzamenti, il falco.
lo metto nella lettera a babbo natale
ma come avrà fatto a capire che giocare a base ball con i miei testicoli è sempre stato il mio sogno inespresso?
DA: baileyjexoxi47@audiotrack.it
OGGETTO: E Possibile con i Vostri Giochi di Baseball Testicoli
Email not displaying correctly? View it in your browser.
La Tua Ragazza Sara di Rottura con Orgoglio Super, e per il nostro prodotto deciso Do! La tua ragazza non ha mai visto un lungo e rigido arto Visto! Essa ha gia aiutato migliaia di uomini, il diritto di lunghezza per la sicurezza. Quindi non esitate, anche, l’ordine e iniziare finalmente a vivere!
Adesso capisco a cosa serve l’esame di lingua proposto dalla liga: qua non si capisce qual’è l’affare, il negossio, il cosa l’è ! Comunque lascio il link
una questione privata
C’era un cinema estivo vicino a casa. All’aperto, col rischio del temporale, gelati mezzi sciolti, e sedie a listarelle di legno. Lì vidi per la prima volta : la grande guerra. La sera dopo ci portai mia nonna. Non gradì, si offese. Lei, così ironica, non riusciva ad immaginare che si potesse ridere sulla tragedia che le aveva portato via il marito e sconvolto la vita. Le serviva una ragione per mitigare il dolore, ma la ragione non c’era. Dal mio canto, forse per la prima volta, capii che si poteva ridere anche dopo la morte, che la tragedia si univa all’uomo anche attraverso il sorriso, che così il dolore ritrovava la sua dimensione e rendeva possibile la vita.
Delle polemiche di questi giorni non parlo, chi ha rispetto per la vita deve rispettare chi se la toglie, magari rispettare meno chi butta via quella degli altri, ma i nostri moralisti tacciono su questi ultimi ed alzano la voce sulla coscienza alta. Paura? Forse. Di chi rifiuta, che al pari di chi resiste, e ha una dignità sconosciuta ai più, guarda in faccia con il libero arbitrio e non cala lo sguardo.
Penso a Monicelli, al suo incarnare la definizione di pessimista, ovvero l’ottimista che sa come vanno a finire le cose. Penso al termine alto di comedia dove l’uomo si rappresenta, non viene rappresentato. Penso all’essere di sinistra di Monicelli, così tranchant, privo di fronzoli e con la libertà di dire, insofferente perchè la sofferenza non è uno stato della normalità, perché in accordo con la convenienza, col tornaconto. Già, sinistra dovrebbe essere libertà di dire e di essere, rispettando il soggetto, ovvero l’uomo.
Era Lui, con i suoi privilegi di cui era cosciente, con la fortuna d’aver fatto un mestiere che gli piaceva, con i silenzi che venivano interrotti dalle battute al vetriolo, dai giudizi senza appello. Eppure lo immagino guardare ironico, il disputare di questi giorni, e dire con la faccia seria: mi fate un po’ da ridere.
Lui, un presunto cinico, era esattamente il contrario del cinismo, così lo percepivo nei suoi film mai chiusi alla speranza. In Lui, i difetti degli italiani si riscattavano in qualcosa di più alto e serio, pur restando evidenti e veri. Partivano dal grottesco per approdare all’uomo. E’ stato un interprete alto dell’unità del paese, perché le sue diversità territoriali erano forti e condivise, ma ciascuno rimaneva sé stesso con un paese per tutti.
Era vecchio, ma non pareva, mancherà proprio perché rimane.
E adesso silenzio.
