tutto scorre

Questo asfalto su cui corro, un tapis roulant che penso mi porti da qualche parte, è un andare verso, mai un tornare. Penso. Ed invece nel meriggio scopro la primavera appena sotto le prealpi, il tener fermo della neve sulle cime, il brullo che scende, senz’acqua, a valle, la pianura irta d’uomini e di cose. M’avvito in looping su di me, pezzi inutili di bravura solitaria, mentre mi guardo, ascolto, penso e vedo. Non me, ma ciò che sta attorno e scorre. Indifferente scorre, pago di sé, non della mia attenzione. Così ci si perde, dico, così si è preda di questo tempo nostro che prende e ributta esausti sulla spiaggia. Io, che m’illudo sia possibile estrarre, con la forza dell’introspezione, verità che superino il bisogno d’amore, e la sua ragione di gran parte dei nostri atti.

Ascolta la mia e la tua inquietudine simmetrica, penso, potrei chiedertene educata ragione e nel racconto dei tuoi fantasmi, darti sulla voce od in silenzio, riconoscere i miei. Varrebbe qualcosa, dirti allora, che tutto scorre?  E che è come sento, dalla mia alla tua notte, in un arricciar di flutti e spruzzi ed ancora gocce che sembrano l’eterno e il reale. E dirti che questa è la condizione del diverso, che conosce lo scorrere suo e del mondo, ma che deve lottare con il male che si porta dentro, con il pensiero di guarire e quello dell’affogare, che pure sembra guarigione?

Così si risolve ogni giorno nell’equilibrio, nello stare a mezzo ed oscillare. Ha in mente, il diverso, l’uccello che sbatte contro i vetri per entrare, seguendo un pensiero ch’è luce calda di giallo nella sera, voci modulate, musica, a pezzi, bellissima.  Perché gli accade questo? E non s’annida, fors’ altro nello spingersi oltre i vetri ad entrare, seguendo il senso vago di dolcezza, l’indefinibile profumo di possibilità che solo la nostalgia d’essere stato diverso, con forza incoercibile, evoca?

Appunto. Penso.

Tutto scorre, avvolge, abbraccia e scioglie con potenza d’amore e d’infero. Alternativamente risolve e non si ferma.

p.s. ogni anno milioni d’uccelli si gettano contro finestre illuminate, contro grattacieli che credono permeabili, contro fili che pensano funi sicure per il riposo. Ogni anno miliardi di uccelli seguono flussi d’aria, galleggiano in equilibri eleganti sorretti dalla coscienza di sé, ogni anno così, per il nostro sempre che sembra eterno e ci riguarda.

dialogo sulla comunicazione golosa

willy

le parole siamo noi, da come le usiamo mostriamo quanto, chi le riceve, sia importante per noi. E le parole hanno una superficie dura ed un contenuto succoso, pieno di significato, se chi le riceve, le accoglie allora sente che le sensazioni sono molto più intense.

N

Però spesso io faccio fatica a tradurre con parole esatte quello che provo, la mia paura è che arrivi falsato quello che voglio dire…   falsato, cioè non corrispondente alla mia realtà, a quello che provo effettivamente  o che sia interpretato in modo sbagliato.

willy
Se ti fidi della persona con cui parli, lasciati andare, non farti troppi problemi, se non capisce ti chiederà. A volte si vuol dire dire e anche no, si chiede al nostro destinatario di capire oltre le parole. E’ un azzardo, può accadere e non accadere, d’altronde questo sfumare fa parte del fascino del comunicare con i silenzi. Anche per mail, o in tutte le altre diavolerie moderne del comunicare tecnologico.

N

Vero, si comunica anche con i silenzi, ma secondo me, devi averla davanti la persona che sta in silenzio. Solo così puoi capire il senso del silenzio.  Altrimenti non è possibile. Il silenzio a “distanza” può voler dire tante cose: non approvazione, disinteresse, noia, stanchezza, … E  non puoi interpretarlo, a distanza.

willy

Non è solo così, bisogna raggiungere uno stadio più alto, che superi il mezzo. Il bisogna è pleonastico, se si vuole si può fare. E i silenzi, quando si attiva una comunicazione si sentono sempre. Quelli che a volte non si incontrano sono i bisogni reciproci, le vite distanti scorrono, hanno zone enormi di non condivisione, eppure si pretenderebbe la stessa attenzione che si conosce quando si è vicini, ci si può vedere, toccare, sentire a naso ed espressione.  Sai che questo è in realtà il bisogno di avere di più, di essere più sentiti ed è dimostrazione di interesse grande, ma è diverso rispetto al passato dell’uomo, quando aveva meno mezzi a disposizione per comunicare.
Affinare il sentire l’altro è una qualità che tutti abbiamo ma che lasciamo perdere perché è difficile, eppoi crea nuovi bisogni, domande, ecc. Per questo credo, la comunicazione verbale e fisica sembra essere l’unica concreta, la più importante, ma è una, non l’unica.

In realtà vorrei parlare di più sul significato dell’usare le parole, quando si scelgono per restare vicini a quello che si vuol dire, quando non si sparano perché tanto vale la sensazione. Questo esige una sintonia profonda, oppure ci si accontenta. Ed oggi, molto spesso, si dice che è indispensabile puntare al concreto, ma in realtà ci si accontenta di quella che sembra la realtà. Basta sapere che non è possibile comunicare profondamente con tutti, anzi nel mio caso, lo faccio veramente con pochi e se ne ho un riscontro negativo mi ritraggo, mi chiudo. In una comunicazione la maggior fatica e soddisfazione (proprio nel senso di piacere) è quando le porte si aprono, non quando si capisce o si sente meno. Io parlo di una comunicazione golosa, non di una comunicazione bulimica, in questo anche il silenzio ha un suo modo forte di parlare.

N

In fondo siamo tutti esigenti, resta da capire se i tempi e i modi coincidono, altrimenti la golosità è un piacere a senso unico. Condividere, mi pare necessario, anche le modalità e i limiti. Ne parleremo e i silenzi saranno eloquenti :-).

dopo

Dopo,

i sopravvissuti racconteranno ad ascoltatori sempre più distratti,

finché negli occhi leggeranno noia, privata della cortesia,

allora sarà come non fosse mai stato.

Di ogni nefandezza s’ è persa memoria,

subito i morti hanno chiesto ragione,

poi si son stancati, chiudendosi in bisbigli sempre più fiochi e solitari.

Cercavano una ragione: è tutto così sfumato in questi anni pieni di vita,

che sembra favola il racconto di chi è rimasto oltre la morte.

Sta zitto, ascolta chi non racconta,

senti lo schiocco del suo ramo spezzato che non fiorisce,

cammina sul loro lago sterminato d’ossa:

nell’aria manca ciò che mai si è compiuto,

i sogni interrotti ben prima della morte,

gli affetti lacerati, e l’ultima ansia d’essere,

anch’essa infranta.

Senti il sapore acido del ferro, il suo dolore e il freddo,

la fatica, l’abbandono del morire,

sciolti in quelle voci, mute solo di parola.

Senti l’orrore che non stanca,

la storia di ciascuno che non si ripete,

tutta la tragedia e la bellezza d’essere vivi,

senti,

E pensa che loro avrebbero dimenticato, anche loro erano uomini,

e l’abbiamo sempre fatto,

ma adesso ascolta il loro canto muto,

ascolta perché non si ripeta.

mantova

La storia che mi ha guidato verso questa città di mattoni perduta nelle nebbie della bassa, inizia con una bomba alleata (ma di chi sono alleate le bombe?) che polverizzò la cappella Ovetari, con la chiesa degli Eremitani e il ciclo delle storie di san Giacomo. In quella chiesa, che stavano ricostruendo, sono cresciuto, tirando pigne e correndo sui marmi, nascondendo munizioni dietro l’altar maggiore, ma questa è un’altra storia. Il primo Mantegna era in quella cappella, dissolto in 50 casse di calcinacci e in un unico grande affresco salvato, solo perché non c’era. Mi piaceva quel particolare della freccia nell’occhio del tiranno nel martirio di san Cristoforo, la sua lezione che al male torna il male. Ancor più mi piaceva quel tappeto così perfetto nella tragedia, le finestre su cui si appoggiavano i soliti perditempo che guardano le disgrazie, il corpaccione enorme in prospettiva, era un ritratto di un mondo che ben oltre la fotografia, raccontava più storie, più tempi, più pensieri che si annodavano, mescolavano, scioglievano, in un flusso che veniva verso me che vedevo. Naturalmente allora ero solo incantato, guardavo e mi perdevo nei particolari, ma lì nacque la voglia di vedere altro. E dove, se non a Mantova, potevo trovarlo.

La prima volta ci arrivai con un treno da periferia dell’impero, un treno che ancor’ oggi ci impiega tantissimo, tra campi e stazioncine, ma chissà, forse tu arriveresti da sud o da ovest e magari passeresti per Sabbioneta, ti fermeresti e non andrebbe bene. A Sabbioneta bisogna andare poi, dopo essere stati a Mantova, meglio nel mezzogiorno del giorno dopo, ma anche questa è un’altra storia. A me piace la strada che arriva dalla bassa, seguo l’ Adige e i paesi che via via si riempiono di mattoni a vista. La bassa padovana e veronese è bella, passa dai campi di grano alle risaie, percorre piccole cittadine murate. E Montagnana è bellissima, ma non ci si può fermare, si va a Mantova e la provinciale uno continua, cambia nome passa tra case e campi finché si arriva al Mincio, al lago, alla casa di Sparafucile. Qui dal lago, salgo a piedi, oltre la porta e la prima sensazione, è quell’acciottolato che sfocia nella piazza. Il Palazzo Ducale è lì con le sue file di persone che aspettano l’entrata nei giorni di festa, con l’idea che il Duca dal balcone saluti in ermellino gettando monete alla folla. Non mi piace il Duca, colpa di Rigoletto forse, ma con lui e con i Gonzaga bisogna fare i conti. Loro erano la città, la furbizia, la gloria, le chiacchere, le storie dei nani, la munificenza. Salgo, nell’infinito di questo palazzo punto alla Camera Picta, allo Studiolo di Isabella. Ci si può perdere lì dentro, ma non te lo lasceranno fare perché spingono, hanno fretta di vedere, quella fretta che tu non hai. Vedere, assorbire, farsi vedere dall’opera d’arte, richiede tempo, lo stesso che si usa, quando con rispetto, si prende in mano l’opera di un altro, Chessò, un mobile, un oggetto, una cornice e si pensa di farle riprendere vita. La mano passa sulle modanature, accarezza ascoltando con le dita i guasti.  Gli occhi percorrono, i pensieri sovrappongono, cercano di capire, scelgono. Le cose più intense sembrano solo l’effetto della cura di chi li fece o possedette e riportano alla luce particolari tra le ferite della vita, li mostrano come glorie di esserci.

Mantegna, allora, lo seguii a Palazzo Ducale e a Sant’Andrea e qui scoprii, che il Mantegna era altrove, in mille rivoli, ruberie, mutilazioni, vendite e miserie dettate dall’arte del vendere e disperdere il bello. Decontestualizzato, ammirato, tenuto da conto, ma non dove era stato pensato. Ma il suo spirito era ancora qui, non perché c’era la sua casa, ma perché la città dialogava con lui. Così lo senti nelle forme classiche, nel suo amore per il bello riscoperto, nel suo restaurare la forma degli antichi in questi posti di nebbia e di quiete, e mi viene il pensiero allegro che il Mincio è lo scarico di un lago che prima di gettarsi nel Po, ha bisogno di dilagare, di formare a sua volta un lago personale. E addirittura ne fa tre di laghi, che un tempo erano quattro e creavano un’isola, come se questo fosse un piccolo mare nella pianura. Minuscolo come i ducati di un tempo e smisurato nella fantasia che nasce negli uomini che sanno vedere.

Adesso ti porterei altrove, senza una meta precisa, bisogna camminare e fermarsi tra piazza delle Erbe e le vie che le stanno attorno. Ascoltare i rumori di questa città di agrari, gonfia di rendite solide, di campi che rappresentano le realizzazioni dei destini. Bisogna immaginare Tazio Nuvolari – qui c’è il suo museo- in  giugno, mentre corre in moto o su una Maserati tra le stradine – così le vedremmo ora- ficcate tra campi di grano, oppure di notte in una mille miglia irta di fari, di gente, di vino caldo. Bisogna immaginare la velocità del lampo e la sosta sudata, entrambi insieme, e mescolarla davanti a una tovaglia a quadretti rossi con il parlare fatto di vocali aperte, con le carte battute sul tavolo, con il vino rosso denso, con i risotti, gli gnocchi e le rane. Bisogna immaginare il giallo della zucca, questo è uno dei regni della zucca, il mescolarsi del dolce e del salato nei tortelli e negli gnocchi, il confluire del giallo nella sbrisolona. Bisogna fermarsi in quel bar d’angolo sotto i portici, appena fuori piazza Sordello, respirare, stare zitti e ascoltare. Ti mancherebbero un sacco di cose, se tu decidessi di partire ora, Giulio Romano e Pisanello, palazzo Te, palazzo Bonaccorsi. Ma soprattutto la bellezza di Leon Battista Alberti. Quando lo vedo la mia testa racchiude le forme in rettangoli, traccia diagonali e si accorge che la sezione aurea era davvero il riposo della perfezione. Ti perderesti scrigni di opere d’arte rimasti dopo le rapine, i laghi, la campagna attorno con i boschetti di pioppi lungo l’acqua. O forse no, non ti perderesti tutto questo, ma t’innamoreresti di un luogo e avresti voglia di tornare, di aggiungere, di sentire ancora, di più.

Per me bisogna camminare, fermarsi, ascoltare, perdersi tra stradine girando in tondo e lasciare il libro aperto, godere di una trattoria con cortile. I due cavallini ad esempio, oppure del legno sulle pareti di un caffè vecchio d’anni e di mediatori di campi e bestiame. Ho bisogno di tutto questo, e altro, magari non durante il festival della Letteratura, perché lì è bello andarci perché la città stessa diventa flusso e c’è un brulicare di idee, di voci che ti fanno pensare che lo scrigno si sia aperto e stia parlando con il cielo e che lo spettacolo sia fuori, nella gloria del dubbio e dell’intelligenza. 

Forse dovremmo parlare di risorgimento, da queste parti si costruiva l’Italia in campagna e sugli spalti di Belfiore, ma credo ti piacerebbe, se tu la vivessi come vivo io le mie piccole città, con un flusso di pensieri e sensazioni, con un mescolarsi che alla fine si consolida in un luogo del cuore. Il cuore fa posto e restituisce, è un galantuomo. Come avveniva da queste parti, basta un guardarsi negli occhi e una stretta di mano: affare fatto.

E questa o quella per me pari non sono.

 

caro Presidente Napolitano

Caro Presidente Napolitano,

il senso delle istituzioni e il rispetto per gli elettori, che Lei ha espresso in questi anni, è fuori discussione, e con la Sua azione, coerenza e presenza istituzionale, ha mantenuto alta l’opinione degli italiani e degli stranieri sul nostro Paese. In questi giorni, Lei sarà tirato per la giacca da decine di interessi che il mutamento della guida del Paese mette in pericolo. Non avrà problemi a respingerli e scegliere per il meglio. Credo che molti in Italia pensino che Lei non è un notaio, e che la Sua opera è garanzia, che si trovi una strada per uscire dal vicolo cieco in cui siamo finiti. Mai come ora la Sua solitudine, è la solitudine degli italiani che vogliono fare qualcosa per salvare e salvarsi. E’ tempo di decidere signor Presidente, anche lanciando un appello alla politica, che si assuma la responsabilità di fare. Non credo che la decisione del come e quando andare alle urne spetti al presidente del Consiglio, sfiduciato dal parlamento, non credo valga la sola burocrazia delle regole interpretabili, fatte per tempi in cui non era in pericolo la stabilità economica e sociale del Paese, lo sforzo, adesso, è quello di avere un Paese coeso ed impegnato a fare quanto può. La politica non può e non deve far di meno. Un governo di persone autorevoli, fuori dalla politica attiva può assumere le decisioni di politica economica a breve, fare una legge elettorale che riporti la scelta agli elettori, far capire alla speculazione che non passerà, perché l’Italia e gli italiani esistono.

Decida presto signor Presidente, in questo momento non solo la parte economica dell’Italia è a rischio, ma la stessa concezione del rapporto governo-governati che è stato una delle grandi conquiste di democrazia dopo il fascismo ad essere in pericolo.

Il sostegno del Paese non le mancherà signor Presidente ed in questi giorni difficili le migliori energie saranno disponibili, proprio come quelle di quei ragazzi che, nel fango di Genova, e degli altri luoghi alluvionati, stanno in questi giorni affiancando le istituzioni per rendere la vita possibile nel disastro e non chiedono a quale parte si appartenga, ma cosa ci sia da fare. 

Attendiamo con fiducia le sue decisioni Signor Presidente, noi ci siamo.

ti parlo di Ferrara e ti racconto dove s’è fermato il suono

Di Ferrara ho dentro, una neve che fioccava e saliva (perché la neve nel vento sale e riluce di riflessi), nella notte tra il castello e la piazza.

Ho una nebbia d’autunno, gialla e bellissima, che impediva di vedere oltre qualche metro e faceva sentire le voci, e le risate degli altri passanti, allegri e vogliosi di questo anonimato improvviso.

Ho il ricordo d’essere uscito da teatro, con l’eco di un concerto bellissimo, e quella musica che non mi lasciava, era in auto nei 90 chilometri verso casa, tanto che, per non turbarne la bellezza, la radio restò stranamente spenta.

Di Ferrara ho l’oca giuliva, un posto vicino al porto, sul fiume, dove ascoltare il cibo e il dialetto. Ho la gioia del camminare seguendo i percorsi dei palazzi degli Estensi, il guardare tutt’attorno in piazza Ariostea, e la sensazione che se una famiglia, che dava nome ad un palazzo Schifanoia, era già moderna nel 1500. Ma soprattutto ho Bassani e la sua liason tra città e persone, tra fasti e decadenza.

E’ una città da sfumature Ferrara, da sangue sottile che, appena si supera lo stupore del rosso del cotto, entra nelle arterie, pulisce ovunque e lascia la bocca buona. Come un lambrusco secco e il pane fatto di cornetti ritorti e ragni di pasta. Bisogna stare attenti a non romperli, i ragni, come la città, e poi staccarli uno per volta – sono quattro più il corpo centrale – per gustarne la morbidezza croccante, con voluttà.

Ho una strada, che si apre sul lato destro del castello, sorpassati i portici del teatro, e che porta verso le mura. A Ferrara tutto porta più o meno verso le mura.

Questa città, la amo più di notte e di primo mattino, che nel giorno pieno, più d’autunno e in primavera che nelle altre stagioni. Nella luce, il rosso dei mattoni invade la vista, è una sorta di persistenza nell’occhio, per cui tutto, anche nei sensi, prende questo colore come radiazione di fondo. I colori, il selciato bellissimo, i marmi del duomo, le piazze, le facciate delle case e i cortili ombrosi che s’intravvedono dai portoni, tutto ha un ricordo del rosso del mattone a vista. Forse è una forzatura, ma anche il colore della cibo è caldo, forte, robusto di pianura e di paziente cottura. Ma quella strada di cui parlo, che porta verso il cimitero, questo colore non lo tiene con sé, perché è un luogo sospeso, asincrono a noi e al tempo. Un luogo fatto di mura alte e di varchi, di un giardino che si vede oltre un muro e sembra enorme, come il Giardino dei Finzi-Contini, e così subito porta a Micol e al suo essere questa città. Ai lati della strada, case un tempo modeste, erano periferia del principe ed oggi sono un altrove dell’anima. A maggio ci sono rose che sbucano dai giardini, i marciapiedi di ciottoli, ( porta scarpe basse dalla suola sottile, le devi sentire queste pietre che hanno rotolato nei fiumi, ed ora accarezzano il piede), ma soprattutto c’è il suono fermato. Oltre alla bellezza del posto, cui manca solo una carrozza che lo percorra, per narrarne il tempo, è il suono che m’impressiona. Ogni volta. Le voci, i rumori sono educati, governati, con una sensazione di pace ovattata che testimonia esistenze e senso della misura. Il passo rallenta per ascoltare il silenzio, l’aria è dolce ancora per un poco, poi le punte di freddo si stempereranno nei bar, nella cioccolata. Amara e densa, per me, grazie. Con la panna a parte. La sensazione sparirà poco a poco nella passeggiata sulle mura, ma ti resterà il bisogno di tornare. Non per una mostra od altro, sarebbe troppo banale, ma per il posto che sentirai romantico, come pochi altri e fatto di silenzi e pensieri circoscritti. I tuoi.


pensavo che

Pensavo che vissute le passioni cieche della giovinezza, il tempo e il passato, diventassero compagni stazzonati e poco esigenti. Com’eravamo stati è sempre un’approssimazione dell’ombra della verità. Si potrebbe ridere, od almeno sorridere, del come eravamo, Invece troppe forze ancora contrastano ed impediscono il flusso libero dei sentimenti, compreso quel volersi bene che ci fa guardare con indulgenza e comprensione il noi d’allora e adesso. Mi sembra assurdo, ma in realtà non lo è, che per rimettersi in ordine, si manipoli la realtà, eppure accade di continuo. In noi per convivere con gli errori e in chi ci ha conosciuto per giustificare i propri. Abbiamo ricordi diversi, realtà diverse che si tacciono nel miglior dei casi, oppure confliggono, o stanno assieme tra sguardi meravigliati del diverso sentire o ancora vengono usati per giustificare ragioni a posteriori. Randelli e velluto che piegano ciò che davvero accadde.

Qualche giorno fa, leggendo vecchie lettere mie e d’altri, capivo com’ero, senza l’emozione d’allora. Non mancano gli errori nella mia vita, le indecisioni, il dire governato, pensando di far bene, quando si doveva urlare, ma ciò basta a giustificare tutto quello che la vita ha seminato? Come dire: non siamo davvero mai soli nel combinare guai, né a far bene, ma sempre il prodotto di azioni e reazioni di cui portiamo il peso, se ricordiamo.

Però c’è un momento di non ritorno, uno scollinare dove il  passato diventa davvero tale, depurato dall’emozione d’altri. Basta mettere distanza, tener per sé la propria storia e andarsene, e solo chi ci cerca con pazienza e amore, potrà riaprire quella porta.

l’amore dell’inutile

Sai.

E’ così pleonastico questo sai, se si sapesse davvero, non cercherei parole che non servono.

Sai, ho capito che l’amore di ciò che altri è inutile, è la mia vocazione, del resto è coerente con l’apprender cose inutili. Questo è quello che vorrei dire con parole giuste.

In fondo non ho mai avuto voglia di far fatica per alzare, trionfante, il cuore di qualcosa. Sarà per questo che mi piacciono le passioni fatte a scialle, che scaldano ed avvolgono, quando si è da soli. Le fiamme duran poco, lasciano vuoti che si devono riempire. E l’unico vuoto che davvero cerco, è quello del pensiero, tolto finalmente dal rumore di ciò che si deve essere, fare, diventare. Il vuoto del meditare che poi si riempirà spumeggiante, del nuovo senso che non sapevo d’avere. 

Forse è indolenza, o ribellione al luogo comune dell’utile, oppure dipende dalla fantasia. Ne ho troppa. Disturba piacevolmente e porta altrove.

Magari è la curiosità, questa non è troppa, è particolare, discreta. Può far senza, non per mancanza, ma per privazione.

C’è un senso profondo nella privazione, e ancor di più, nella dolcezza della privazione. Una libertà che, per me, è la libertà.

Libertà di desiderare, accogliendo e restando sé.


media i media

Scrivere è un piacere e un lavoro. Lo intendo come una costruzione di qualcosa che, pur effimero, è una parte di chi lo fa.

Una parte, certo, un varco che fa intravvedere e un po’ entrare, ad altro è lasciato il compito di comunicare più profondamente. Ci si interroga, emergono i problemi e le aspirazioni che si hanno. Più i primi delle seconde, per l’ovvio motivo dell’urgenza. Ma forse è importante far capire che non siamo solo disperazione, euforia, desiderio, bisogno, soddisfazione.

Forse.

Penso alla complessità di ciascuno di noi, all’importanza che si annette al ricordo, oppure all’irrompere continuo di futuro. Più quieto il primo, più irruento e mutevole, il secondo.

In fondo, questa è una piazza metafisica di notte.

Nel costruire la comunicazione, i media, c’è chi si avvale dello sterminato archivio della rete, chi costruisce il medium con pezzi propri, che inevitabilmente lo condizionano: perché è nata quella tua foto che metti a supporto dello scrivere? Quale rilevanza ha avuto quella musica quando l’hai sentita e che vorresti trovare su you tube, ma non trovi. Approssimazioni, condizionamenti. Poco male, solo lo stupido guarda il dito, anziché la luna. Ma davvero è così visibile la luna che si vuole indicare?

Citare poco gli altri blog e non è una carenza di sensibilità, ma un rispetto per il contesto. Casomai, rimandare esplicitamente alla fonte, per far capire dove nasce l’idea. In questi luoghi la proprietà (bruttissima parola) è così ballerina…

Però è necessario per far capire dove finisce l’opera nostra e dove invece inizia quella altrui. Anche se è un limite alla fluidità del discorso.

Devo dire che i pathwork mi piacciono a condizione che ci sia un disegno che passa attraverso una testa. In fondo è questo il mestiere che fa mio figlio e che ben comprendo in lui.

Insomma non finire in questo dialogo:

non capisco cosa sia tuo. Non certo le foto. I pensieri forse, ma néanche tutti.

Capisco la musica, difficile produrla decentemente. Ma anche le citazioni, i film, le poesie, mai che ci sia qualcosa di tuo davvero.

Tutto un riproporre mediato da te. Alla fine questo è l’oggetto: sei tu nella tua capacità digestiva, essudativa, effusiva, desiderante. Un media che media i media.

In questo immenso mondo di materia disponibile si può vivere di simbiosi saprofitica e ciò che viene ceduto assume la tua colorazione.

A proposito, qual’è il tuo colore? Almeno quello dimmelo.

Non bisognerebbe mai chiedersi dove si posano le labbra, e neppure quali vie seguano i pensieri, ma in quale solitudine di monadi ci cacceremmo se fosse davvero così.

Siamo unici ed insieme molti, a me interessano gli unici e contemporaneamente mi interessa dove ci sei davvero come media.

Ma tu che media sei?  

quelli che non conoscerò mai

Da tempo penso di trovare una casetta al mare in cui vivere metà del mio tempo, tra poco il lavoro dovrebbe permettermelo, nel senso di poter decidere come e dove svolgerlo. E’ un pensiero che mi accompagna, e che mi hai ricordato con le tue parole, di senso primigenio del luogo e del suo rapporto con noi. Credo che viviamo in una stagione felice dell’umanità e che siamo nei posti giusti, anche se ci lamentiamo. E abbiamo anche gli anni giusti che hanno permesso crescita e pace. Questo non ci impedisce di vedere la profonda ingiustizia che ci attornia, che entra nelle nostre case attraverso i nostri figli. Sarebbe la cosa peggiore, ragionare da animali satolli, e saremmo votati al disastro, ma se godere di un posto, di una luce, di un pensiero altrui attraverso un libro, od anche questo mezzo spesso così vacuo, è possibile, perché non farlo. Perché non immaginare lo sguardo di Ulisse, oppure quello di Didone, l’avventura e la passione, e pensare che non erano dissimili da tutti gli sguardi che godevano dell’intelligenza e della libertà. Insomma l’infinito stupore d’essere e di saperlo, unito con ciò che lo estende fuori di noi, che non è nostro, ma c’appartiene perché riusciamo a vederlo e a goderne. Tu cerchi, come me, qualcosa che t’assomigli e che sia il nuovo che non hai conosciuto. Non possiamo augurarci di non sbagliare, ma di uscire dai nostri errori, riconoscendoli, questo sì. E’ ciò che vorrei, come bagaglio per il futuro assieme ad anni privi d’ansie inutili e senza nostalgie per quelli che non conoscerò mai per caso o volontà.

Che ne dici, si parte?