fuori dalla narrazione

 

Tra le parole di moda, emerge l’uso sconsiderato del termine narrazione. Nel senso di raccontarla, sempre e comunque, di spiegare ciò che è sotto gli occhi e che dovrebbe essere di per sé evidente, ma che narrato evidenzia il proprio senso. Come fossimo tutti bambini privi di codici interpretativi ed incapaci di vedere davvero.

Ed io esco dalla narrazione che non implica fatica, perché ognuno deve vedere con i propri occhi, trarre le proprie conclusioni, commettere i propri sbagli, non farsi assolvere da chi gli racconta la vita. Soprattutto la propria.

Come la mettiamo con l’insofferenza crescente, con il non poterne più, con i lacci e la costrizione propria ed altrui, con le false libertà che non durano oltre il piacere, con gli anni che pesano quando si apre il vuoto, indipendentemente dal loro numero. Insomma come affrontiamo il senso vero della vita che non può essere narrato perché o si vive o non significa nulla oltre l’illudersi.

2 miliardi di persone davanti allo schermo e la considerazione era: significherà pure qualcosa per queste vite che guardano. Questa è la narrazione, ovvero ciò che queste persone non avranno mai, quello che è irraggiungibile, che non distingue tra sogno e favola.  Ed è qualcosa in cui ci si può identificare senza fatica, anche se non cambia nulla, contrariamente al sogno che ci modifica e porta oltre. Oppio per non vedere la propria storia.

Mi interessano le storie vere, quelle che non si possono narrare facilmente, perché sarebbero tremendamente banali senza la persona che emerge, ma appena indagate, divengono incredibili, perché fatte di realtà, intrise di quotidiano e memorabili. Molti anni fa vidi un film giapponese, che rappresentava la vita di una persona attraverso una camera fissa aperta. Una giornata senza copione, solo scorrere del tempo e così densa di tempi morti da far emergere l’ansia che accadesse qualcosa. La collegai a ciò che dice Ullrich nell’ uomo senza qualità, quando pensa di vivere come in un romanzo, per cose notevoli. In entrambi gli estremi, la narrazione è impossibile, dovremmo arricchirla di contorno, deviare l’attenzione, perché il pensiero si distolga dalla consapevolezza di essere. Insomma parlare d’altro per parlare della persona e di ciò che sente. Provate a raccontare una fotografia, rendere i particolari, e poi, passando alla persona, dirne il pensiero, l’umanità. Difficile, se non si mostra la foto, e qualunque cosa si dica sarebbe infedele rispetto all’oggettività dell’immagine, tenderemmo ad arricchirla per interessare, modificando la realtà. Quel che ne esce, non è la foto o la persona, ma la nostra capacità di suscitare interesse, fascino.  

Cosa c’è di umano nello spettacolo se viene semplicemente narrato? Nulla, è prefigurazione d’altro, che dev’essere vissuto in sé per diventare sentimento, forza ammissibile e fuorviante. E sogno che si materializza.

Tra le capacità somme del premier c’è la capacità di raccontarla, di narrare. Ogni seduttore conosce il valore della narrazione, ma fugge il superamento della seduzione, ovvero il suo gradino più alto, che è la prova del vero attraverso la critica e la sua condivisione. L’eros. Il disvelamento della qualità oltre l’apparire. Se io ti vedo come sei, non posso raccontarti, ti devo vivere. E così il superamento della narrazione è il momento in cui si piega l’acciaio, si modifica il sé e il presente, non ci si accontenta più. Materia incandescente che può sfociare ovunque: nel volo insperato, nella disperazione, nel cinismo, nella vita consapevole, nell’euforia, nell’entusiasmo. Tutti gradi di consapevolezza dove il narrare è messo da parte e subentra il vedere. Duro, trasparente, tenero, irto ed ustionante. Generatore sommo dell’essere, della sua continuità e del suo moltiplicarsi.

La narrazione se non infiamma d’entusiasmo, se non rende tangibile il mutamento, se non fa compiere balzi, se non rompe consuetudini, paradigmi, lacci, se tiene queti, è oppio. Per questo non vorrei narrare, perché il senso, quello che si sente, non può essere narrato, si può esibire, mostrare, additare, ma per essere condiviso chi lo legge, deve sentirlo e tradurlo in sé, trasformarlo in cosa propria tanto che diventi sua storia. Questo è il mio limite, non narro e non suscito. Non come vorrei e nel senso di incompiutezza mi fermo. E con pazienza, mondo la narrazione, la sua tentazione, dal dire. In cerca dell’eros. Ovvero della condivisione. E l’eros non è narrazione.

 

la parola della settimana: Siria

In questi giorni penso spesso alla Siria, alle persone conosciute, ai luoghi. Il profumo dolce dei narghilé alla mela, i forni, i suk, le pietre dorate, il deserto. Mi torna in mente la sensazione del colore, quella radiazione rossa che emana dappertutto e rende vividi gli altri colori. Il verde e il nero, in particolare. Penso all’imbarazzo coperto di parole ed alle rassicurazioni di Hassan, alle frasi senza punto, ai tre puntini di sospensione come modo per chiudere ogni domanda diretta. Internet sull’ i-phone, non funzionava, più dopo la frontiera giordana, già arrivando a Deraa e da allora non ha più funzionato. Serve internet? Moltissimo e pochissimo, dipende dalla tesi che si ha in testa. A me sfuggiva – e sfugge- molto, non bastava l’informazione. Dalla tv capivo che la situazione era molto più complicata del conto dei morti e della repressione. Anche da quello che vedevo gli elementi da incasellare in un quadro non erano chiari. La sensazione è rimasta, troppe le variabili in gioco e se le rivolte apparentemente semplificano, distinguono i buoni dai cattivi, quello che accade durante e poi, è dissonante rispetto alle premesse. Gli strumenti che ha un occidentale sono limitati, c’è una barriera culturale da superare, un rispetto da mantenere sul sistema sociale complessivo. Ma anche l’abbandono delle scale di valori e di giudizio, perché non adeguate ai codici che dovrebbero interpretare e collocare. E come potrebbero, senza molta conoscenza e umiltà?  Anche dalla BBC o dalle tv arabe in lingua inglese si capiva poco oltre le notizie. C’era il disagio sociale, la rivendicazione di libertà (quali?), la richiesta di deposizione per il presidente-dittatore, ma oltre i pensieri limpidi, quali fossero i retropensieri, le lotte, le aspirazioni individuali e collettive non si capiva. Come interagiranno Curdi, Sunniti, Sciti e poi Ebrei, Cristiani, cosa effettivamente vorranno di comune a tutti. In Siria le religioni pesano, ma per ora convivono. Anzi convivono da millenni e poi?

Comunque sia, ci sono oltre 550 morti, governa un regime, sia pure laico. Non ci sono elezioni libere e democrazia, la protesta continua, le concessioni che verranno fatte, non basteranno. Può accadere qualsiasi cosa e l’occidente sembra impreparato.

Gestire la transizione, facilitare i processi di democrazia, questo dovrebbe fare l’occidente. Sapendo che la democrazia occidentale non è la stessa che nasce ad oriente o in altre parti del mondo, che coincidono i nomi, ma la sostanza è differente.  Che la stabilità delle istituzioni dipende dai parlamenti, ma anche dai giudici, dalla polizia, dall’esercito e soprattutto dai cittadini. E che questi ultimi pensano cose semplici ed impossibili quando fanno le rivoluzioni.

Si troverà una via di mezzo. Succede sempre così. Poi il ciclo ricomincerà e ciò che era stabile diventerà instabile, La ricerca della stabilità è una costante del pensiero politico sociale del mondo.

Poco più di quindici giorni fa ero ancora in Siria, vorrei sapere come stanno e cosa pensano le persone conosciute, come vivono questo momento, cosa sperano. Non quello che spero io o come penso che dovrebbero vivere.  Vorrei saperlo oltre le notizie, ascoltare e basta. 

 

dizionario personale:mattina

Mi piace la poesia dei tavolini all’aperto la mattina presto. Vuoti, attendono, mentre attorno la vita già corre. I camerieri sono ancora un po’ assonnati e muti, la macchina del caffé si scalda, il profumo pervade l’ aria. 

Fiori freschi sul tavolino, il giornale ha un suo odore buono di carta e d’inchiostro e l’aria è ancora fresca della notte.

Guardo sopra l’articolo, la vita attorno è più interessante. I cani conducono le donne a passeggio, i vestiti sono già estivi con qualche trasparenza e arditezza di pelle. I bambini vociando vanno a scuola, il supermercato fa rifornimento, qualche saluto e chiacchera mattutina. Il rumore di fondo è diverso, più netto, i suoni si distinguono, evocano storie singole.

A tocchetti, la brioche svolge il suo compito di primo piacere.  Per età, potrei vestirmi di bianco, anche mettere un panama ed attendere che il sole diventi arrogante. Dopo, camminare sotto i portici, verso il Prato e le Piazze. Verso altra vita, altri colori.

Mi piace l’attesa, è così ricca di possibilità…

la parola della settimana: primavera

Sento l’umore della gemma,

il colore che s’ascolta,

tenero, feroce di vita e nuovo.

E mi perdo nella forza di cui ribolle il mondo.




la parola della settimana: accoglienza

Pozzallo non è un grande porto, più o meno un milione e mezzo di tonnellate/anno. A fatica due navi in banchina, e neppure grosse: una ottantina di metri e 20.000 tonnellate al massimo.

La banchina allinea cumuli di sfusi, granaglie, cemento, legno e ferro. Pochissimi containers, un paio di volte a settimana, da Malta, arrivano i negozianti a fare il carico di orto frutta per abitanti e turisti. Storie di banchina, senza blasoni di conquiste, qui non siamo a Venezia, Genova o Trieste, si corre, si fatica, si cresce lentamente.

Mi è tornato alla mente il colloquio, in un officietto arrampicato sulla banchina, con un operatore del porto.

Vede – diceva- e il braccio indicava la prosecuzione della banchina verso il frangiflutti, abbiamo navi in rada che attendono. Lo sa quanto costa un giorno di attesa? Ma non è possibile mettere più di due navi in banchina, spesso solo una. Lavoriamo giorno e notte e non cresciamo. Sono quelle – e la mano quasi percuoteva una distesa di vecchie barche, alcune sfondate, in gran parte di legno dipinto d’azzurro- che non sanno dove mettere e che stanno invadendo il porto

Poco lontano, in un magazzino vuoto, appoggiati o seduti per terra, c’erano una quarantina di africani. Un tavolino e una sedia di plastica bianca, un poliziotto che scriveva, due volanti a fare da barriera. Era l’arredo del centro di identificazione o, forse, di prima accoglienza. La barca era ancora spiaggiata, erano arrivati nella notte. La procura, con il sequestro, l’avrebbe aggiunta alle altre come corpo del reato, in attesa di chissà quale improbabile asta. Nulla da conservare, solo legno da smaltire, neppure buono da bruciare.

Mi chiedo cosa accada in questi giorni a Pozzallo, quanto le regole renderanno la vita difficile a tutti. Agli immigrati, alla polizia, ai magistrati, agli operatori del porto, a chi ci lavora. In questi giorni è circolata la notizia dei primi (?) 7000 iscritti nel registro degli indagati per immigrazione clandestina. Una necessità (?) della legge Maroni, adesso si nomineranno i difensori d’ufficio, lo stato li pagherà, nel frattempo una buona parte degli immigrati sarà andato chissà dove, speriamo non restituiti alla Libia.

Le regole confliggono con l’accoglienza, non la disciplinano. Diventano la prigionia della realtà: c’è un mondo in fuga e l’emergenza si avvita in carte e procedure. Accoglienza, una parola antica, pronunciata e sacra quando gli uomini erano “feroci”, poco organizzati e privi di leggi. Qualcuno dalle mie parti mi dirà: accoglili a casa tua. Ho già risposto: ma a che mi servirebbe vivere in un contesto organizzato, in una società, se questa mi trasferisce intatto il problema dell’emergenza. E’ l’equivalente dell’arrangiati, quell’arroganza che ci porterà a disgregarci, non a conservare il benessere che abbiamo. Come posso, e non da solo, aiutiamo, diamo una mano perché le persone possano vivere nei paesi da dove vengono, ma questo implica una gestione dell’accoglienza, non lasciare il problema a Pozzallo o a Lampedusa, o a Santa Caterina dello Jonio. Accogliere non è disgiunto dal creare le condizioni per il ritorno, significa essere umani.

Intanto l’ingiusto diventa grottesco e la norma si ritorce contro chi l’ha emanata. Prigionieri della lettera, ciechi della realtà.

 

 

la parola della settimana: cultura

Il ministro Bondi si è autosospeso, non vogliono accettare le sue dimissioni. E’ depresso, non va al ministero, frequenta un ufficio di partito vicino al palazzo, ma solo per gli affari correnti.

Mai come ora, il ministro, ha incarnato la cultura in Italia: depressa, dimessa, autosospesa. Gestita per gli affari correnti in una sede di partito. A dire il vero, la cultura, il suo ministero l’ha frequentato sempre poco, per quel vizietto della libertà che l’ha tarata agli occhi della politica. Di qualunque segno fosse. Certo che adesso è un po’ peggio, almeno da quando un ministro, più potente del presidente del consiglio, ha detto pane al pane e vino al vino, ovvero: con la cultura non si mangia.

In un paese vicino e forte, le università, la cultura accademica fanno dimettere un ministro in ascesa inarrestabile, glamour, ricco e potente, perché aveva mentito sulla tesi di laurea. E che sarà mai, un dottorato, un sigaro e un cavalierato non si nega a nessuno, qui gliene avrebbero dato ad onoris causa: è intraprendente il ragazzo.

Il nostro ministro dell’economia esprime un parere da osteria sulla cultura e taglia i fondi, studenti e ricercatori in piazza, università anziché mettersi a lutto, borbottano.  Beh, anche sulle leggi razziali 12 cattedrattici salvarono l’onore d’Italia, gli altri borbottavano. Stamattina, in occasione della pubblicazione di indignez vous in italiano, un autorevole sociologo-giornalista affermava che da noi la pratica dell’indignazione non è più penetrante, e soprattutto non è continuativa. Come dire ci si stufa e si torna alla normalità. Qual’è la normalità? Questa in cui annega il paese che considerava la cultura un valore alto, oppure quella che rimette in ordine i valori e lascia che sia il successo, il denaro, il potere a dare identità ad un’epoca? La normalità è entrambe le cose, ci si abitua anche alla forca, ma mentre una normalità fa pensare che la cultura appartenga a tutti e che tutti possano averla, l’altra parla di cose che solo alcuni possona avere e che, come i maiali di Orwell, sono più normali degli altri.

La cultura si nasconde, di moda non è mai stata, tra poco verrà ricondotta là dov’era ai tempi dei poteri assoluti, ovvero a servizio, con una livrea ed uno stipendio che tolga la fame. Devono stare attenti i consapevoli della propria ignoranza, chi è ignorante davvero può scambiarli per profeti e prenderli alla lettera.

Il ministro è depresso, dio è morto e la cultura non si sente troppo bene, proviamo a ridere ed ironizzare, con un compendio geniale, male non ci farà. Non di più, almeno.

 

 


dies irae

Due caccia bombardieri libici si rifiutano di bombardare i civili e atterrano a Malta. Se fossero atterrati in Italia, in forza degli accordi con Gheddafi, sarebbero stati riconsegnati a Tripoli.

Ma l’Italia chi sta proteggendo? Da che parte sta la democrazia, con Gheddafi o con chi protesta e viene ucciso? Quanto contano i principi di cui ci riempiamo la bocca e che giudichiamo inalienabili per l’uomo?

Le forze aree sono allertate, casomai qualche pilota volesse disobbedire agli ordini di bombardare i civili e chiedesse asilo, gli aerei saranno intercettati nello spazio aereo italiano, accompagnati a terra e riconsegnati alla Libia con i piloti.  

Nel frattempo si discute dell’immunità dei parlamentari italiani, che è in sostanza l’immunità del presidente del consiglio.

 

 

la parola della settimana: federalismo

Il primo esempio di federalismo pratico emerge dai pagamenti per le feste del premier: 500-1000 euro per le escort pugliesi, Daddario & c. , qualche bigiotteria, alberghi puliti ma senza troppe stelle contro le decine di migliaia di euro, i gioielli, il residence riservato, le auto, ecc. ecc. per le ospiti lombarde. La Puglia proletaria di Vendola e la Lombardia capitalista di Formigoni, hanno costi standard differenti. Anche nel divertimento. 

Il federalismo nominalistico e disaggregante si farà, anche oltre il pareggio in cameralina, ma all’italiana, senza un quadro vero della spesa, senza sapere come si muoveranno i flussi interni di persone e servizi, senza obbiettivi di crescita che mettano insieme almeno l’interesse economico ad essere uniti. Sorprende il silenzio del sud, Forse i sensi di colpa per il troppo ricevuto senza risultati, forse l’eterno ricatto del voto che vanifica qualsiasi decisione, oppure, peggio, l’incapacità culturale di proporre una propria via reale alla crescita. La leadership meridionale, oggi, è fatta di potentati locali dove il federalismo esiste già perché c’è stata una autoriduzione in un ghetto di sussistenza assistita. Le schiene dritte che dovrebbero puntigliosamente dettare le agende, l’ adesso o mai più. Il dito che dovrebbe alzarsi per accompagnare l’orgoglio, la coscienza di sé e del proprio valore, invece si piega nelle estenuanti trattative sui tempi e sui parametri. Le intelligenze e le volontà positive sono impegnate nella lotta alla criminalità, nel buono della politica locale, nel quotidiano più difficile quando ci sono le mafie e lo stato è distante.  Una resa dell’intelletto e della capacità di creare il proprio futuro comprensibile, ma francamente disarmante.

Ma anche al centro e al nord non si scherza quanto a vuoto di proposte e di obbiettivi. Non si capisce bene di cosa si stia parlando oltre il paroni a casa nostra declinato in una decina di dialetti incomprensibili tra loro, ma alla fine, sembra un prezzo da pagare alla Lega che governa, tiene bordone, foraggia i ripianamenti dei dissesti senza cercare responsabili. Un prezzo politico per mantenere in piedi un presidente del consiglio, che poi verrà lasciato a sé stesso e regalato all’Italia, se lo rivoterà. Perché se non fosse chiaro, ottenuto il federalismo, sia pure all’italiana, a qualcuno bisognerà pur dare questa presenza ingombrante sia all’interno che all’esterno del paese. E a chi se non all’Italia dell’ a-politica, tanto poi si potrà rimarcare la differenza tra territori e paese, il noi siamo altra cosa. E comunque, avere qualcuno che è obbligato a dare, non è mica cosa da poco, come ben sapevano le ragazze dell’olgettina. Di questi condizionamenti non si parla, si rimuovono dalle coscienze, perché la lega sembra utile a governare, ma in realtà si asseconda un disegno disgregativo che è il contrario del governo del paese.

Uno stato federale e una crescita condivisa. Non occorre andare distante, basta guardare alla Germania della Merkel, in 20 anni si sono allineate le economie interne e non si è smesso di conquistare economicamente il mondo. I land hanno velocità diverse di crescita, ma i diritti di cittadinanza sono garantiti ovunque, e così la mobilità sociale e fisica. Segno che si può fare, anche risanando l’economia, nel senso che gli investimenti fatti rendono più forte il paese, danno lavoro e competitività, attirano imprese, conservano e fanno crescere quelle che ci sono. 

Si può fare se si ha idea di qual’è l’obbiettivo, del valore di uno sforzo condiviso, di una volontà forte di essere paese, nazione, stato. Lo dico da veneto orgoglioso della mia lingua e identità, lo dico da italiano orgoglioso di esserlo, della lingua che mi permette di aprire la mia testa, dell’identità nazionale che finora mi ha fatto andare nel mondo contento di esserlo, sapendo che valevo di più del mio essere veneto.

 

la parola della settimana: memoria

Le nostre memorie ci svuotano della responsabilità di ricordare. Siamo pieni di tracce, di occasioni messe da parte: migliaia di fotografie che non guarderemo più, centinaia di migliaia di parole scritte, conservate, seppellite sotto altre parole, che a loro volta, verranno conservate.

I mangiatori di loto hanno trovato la coscienza che perdona il dimenticare, basta conservare. Non importa chi siamo, chi siamo stati, ma le tracce che sono a disposizione per certificare che davvero abbiamo un passato. Siamo così ricchi di memorie esterne che possiamo permetterci di non avere più memoria di noi e del mondo, e tutto ciò che è accaduto non lascia traccia sui nostri corpi di vetro. Cos’è accaduto ieri di importante? e un mese fa? ed un anno or sono dov’ero? cosa mi accadeva attorno? Restano le cicatrici senza contesto, di ciò che ci ha cambiato, fosse felicità o disperazione. Fatti personali privati dalla storia. E perdiamo spirito come gomme bucate, diretti verso un grigio in cui nulla è importante, in cui nulla accade davvero. Non tu, non io, neppure i drammi che accadono oltre i nostri vetri sono reali. Tutto smorzato assieme al freddo da un vetrocamera antisfondamento che permette di guardar fuori distrattamente, al caldo di un sé desideroso d’essere.

Nel fiume una cosa tondeggiante appare e scompare a pelo d’acqua, segue il flusso della corrente. Senza fretta, nel tempo giusto, potrebbe essere un tronco, un animale, qualsiasi cosa simbolo di tutti i gettati. Quelli che si sono consumati nei delta, senza neppure giungere al mare. Quelli che sono scomparsi al largo, fratelli di quelli giunti a riva. Quelli che neppure sapevano il perché di tanto accanimento e quelli che l’hanno intuito con angoscia  così forte da desiderare la morte. La cosa continua il suo corso, s’è affidata a chi poteva accoglierla. Non ci sono braccia amiche, neppure il numero impressiona più di tanto. Cos’è un numero? Qualcosa che si può superare con un piccolo sforzo. Ma lei a qualcuno è stata cara, qualcuno che non si consola nel numero, qualcuno che ricorda ciò che era vivo, sembiante, emozione, consuetudine, parola, silenzio, risata, tristezza e scoppio di voce.

Josif aveva il suo violino, i suoi cavalli, l’orso che faceva ridere di paura i bambini, ma di lui non c’è memoria. Neppure di Maria, lesbica orgogliosa c’è memoria, ma anche di Franz la memoria s’è persa assieme al suo compagno. Quanti erano, forse solo qualche milione in tutto, accumunati nell’oblio. Tutti nel fiume prima della foce, tutti senza l’orrore d’essere vivi. Alla fine è bastato poco, ma prima che fatica.

Alcuni hanno più storia, non memoria, erano in tanti, non bastò, ma contavano abbastanza. Fossero ebrei od armeni di loro è rimasta traccia senza dolore. Ovvero per chi li conosceva il dolore non s’è mai spento, ma per gli altri è bastato pensare che la follia può far questo ed altro. Solo la follia, non gli uomini.

Il musicista polacco che andò con moglie e figlio a Terezin prima di finire la sua vita ad Auschwitz scrisse un canto gioioso per il suo bambino, ci è rimasto solo questo, non il figlio o la madre. Della scrittrice già famosa, sono rimaste le pagine di un romanzo incompiuto. Dei molti ricchi, i conti seppelliti nelle banche svizzere. Dei proprietari delle barche ormeggiate nei laghi, il nome sulla prua ma del fiuto del vento nulla è rimasto. Anche loro perduti nel fiume, eppure fortunati d’una anagrafe, d’ un nome che li ha gettati sulla riva. Degli altri neppure questo.

E’ la cultura che fa la differenza, quella che uccide i despoti, conservandone l’atrocità. E’ la cultura che conserva le memorie distratte che ora non suscitano emozione. Senza Paolo Diacono dei Longobardi resterebbe il ricordo d’una vittoria dei Franchi, senza la cultura il numero sarebbe già sparito nei gorghi del fiume. Come è accaduto ed accade, per i rom ed i sinti, per il Darfour o per il Congo, per i Cambogiani con i khmer o i cinesi durante l’occupazione giapponese, per le vittime di Stalin o per i massacri in Bosnia, per i Libici e gli Abissini poco felici d’aver conosciuto gli italiani brava gente o per gli indios dell’america latina che degli spagnoli o i portoghesi hanno potuto apprezzare la ferocia. E quanti ancora senza la traccia della cultura a rivendicarne l’esistenza?

Abbiamo perso la memoria di noi stessi, ci accontentiamo di tracce e simulacri, guardando il grigio tutto è relativo, per ricordare abbiamo bisogno di una giornata per la memoria, che non ci cambia, non ci interpella, non ci aiuta a capire chi siamo, domani si può tornare a dimenticare.

Anche per le nostre vite è così, prive di un giorno all’anno che ci ricordi davvero noi stessi, che si appoggi su un ricordo che ci cambia, che ci faccia trattare una comunicazione dove non esista solo l’io di qui, subito, adesso, ma quello che vorremmo gettare in avanti, farlo vivere e volare, quello che ha un passato e vuole avere un futuro da ricordare.

la parola della settimana: gennaio

Aboliamo gennaio, è un mese inutile che ci riempie i corpi di patine fredde e tristi. Portiamo in avanti le feste, spostiamo il capodanno, eliminiamo anche novembre, con un anno di 10 mesi, a lunghezza variabile, ci sarebbe più sole per tutti, feste senza angoscie, con lunghe attese diluite, con il tempo da passare in casa, e finite le feste è già primavera e profumo d’estate. Aboliamo questo mese di pagamenti, di tredicesime divorate, di saldi inutili, di ripresa lavorativa su corpi intorpiditi. Aboliamo il freddo che aggredisce già il nome del mese più gelato. Pareva che con dicembre il conto si fosse già pagato ed invece eccolo senza tregua, ne feste per stare a casa. Aboliamolo senza dirglielo, semplicemente ignorandolo, riconvertendo i calendari, scoprendo l’effetto che fa avere il giorno 36 o 32. Aboliamolo nella nostra testa, chiamiamo i patafisici, mobilitiamo astronomi disponibili, adattiamo l’universo alla necessità umane.

Non rinunciamo a gennaio,  tantopiù se siamo innamorati. E’ un mese da piumoni, da luci gialle dentro ai bar, da mani da scaldare, da vetri che s’appannano in sintonia con i pensieri dell’assenza. E’ un mese necessario per avvolgere con abbracci, per baciare guance fredde, per pensare senza limiti all’altro. E ‘ un mese che non distrae, che accompagna, che addolora con la stessa capacità di rallegrare. Non rinunciamo a gennaio, c’è il fuoco nel camino, il tepore-odore della legna, le notizie del tiepido al sud che ci fanno sorridere ed amare il freddo fuori casa. Non rinunciamo a gennaio, ci sono stazioni con treni che partono ad ogni mezz’ora, luoghi lontani che s’avvicinano, pensieri che sembrano veri. Non rinunciamo ad un mese che fa mettere abiti pesanti, riscoprire debolezze nascoste, che fa nascere domande così importanti da scrollarci dalle abitudini.

Non rinunciamo a gennaio adesso che il festival di Sanremo è a febbraio.