gestire la propria fortuna

Da tutte le vite che tocco, direttamente o in altro modo, traggo esempi per la vita mia, che esemplare non è. Mi confronto con rispetto, cerco di ascoltare con i sensi che ho a disposizione. D’ imparare, conoscendo la mia ignoranza, almeno i miei errori. Non me ne preoccupo più di tanto, dell’ignoranza, è sempre stato così: non voglio far fatica, è il sentire che m’ insegna. M’attrae il pensiero e la persona, cosa comunica, la sua identità utile a sé e agli altri. Penso che dovremmo essere fruibili, senza darci inutilmente, conservando per noi quello che non può essere ceduto.

Avverto la spinta d’un fronte di storie personali e collettive, che porta innanzi. Ed è da sempre. Mi lascio prendere dall’onda che culla, spinge, risucchia e rispetta il mio saper, un poco, nuotare. Forse questo giustifica la mia fiducia nel futuro e rende più grave l’offesa alla disponibilità, perché è facile trovare la mia porta, forse è difficile entrare, ma poi il rispetto è richiesto. 

Ho posti buoni in cui pensare, vedere, incontrare. La mia terrazzetta, i portici ed il Prato, i bar ( da Anna, il Bologna, i tre scalini ), il fiume, il cielo che vedo dal mio letto, i tetti. Ho affetti essenziali al vivere, pochi amici, a me importanti, interessi che mi prendono. Anche la malinconia a volte m’ aiuta; nel superarla fa vedere che il bello esiste.

Credo d’essere fortunato e che gestire la fortuna significhi avere sempre una vita da costruire.

menoaja

Menoaja, minutaglia.

Come un de minimis non curat praetor, mia nonna me lo indicava riferito a fatti o persone. Era il suo parere definitivo, chi ne era colpito usciva dalla sua sfera d’interesse. Un’ igiene mentale e dei sentimenti forte, stratificata dalla vita. Senza giudicare, lasciarsi condurre dal senso di sé, andare avanti. Orgoglio? Supponenza? Oppure sanità mentale per inadeguatezza propria e/o d’altri. Comunque sia, era ciò che mi diceva nel suo inconscio insegnare. Perché lei, non insegnava, non costringeva, semplicemente mostrava la luna e non il dito. Credo che sia stata fondamentale per me, l’ho sempre contraddetta, amata, rispettata, e nel ripetere i miei errori, l’ho capita.

Se parlerò mai dello stile, della sua importanza nella vita, parlerò di lei. E dei suoi silenzi, e dell’ultima parola ironica che poteva avere sempre, usava liberamente e non feriva mai.

ad ovest dell’Etna

 

 

 

File, decine di file di alberi piccoli, allineati in ettari che muovono verso il giallo dell’erba secca. Alberi bonsai. Adesso. Ma questi cresceranno penetrando le culture a cereali e i campi da fieno. Una testa di ponte. Decisa, ordinata, come una testudo romana pronta alla battaglia. E a vincerla. 

Tra Piazza Armerina e Pergusa, le colline sono fitte di boschi. Conifere, eucalipti, querce, sottobosco. Si sta ricreando una foresta che un tempo doveva essere ovunque, ma il verde da legna finisce alle porte di Enna bassa, poi da Calascibetta, Carloforte, si scende verso Catania per strade interne e prevale il giallo dell’erba e del cereale, gli spazi regolari di marrone sono terre dissodate da aratri recenti, gli alberi sono a guardia dell’ombra delle case. Da Catenanuova cominceranno gli agrumeti, un mare verde, aereo, uniforme come un velluto che si sta per posare sulla campagna.

L’impressione è che sia il verde degli alberi ad invadere. Che il giallo sia pacifico, nel suo stendersi fuori dalle masserie, che i raccolti di cereali abbiano menti diverse, più apprensive e legate al giorno, mentre quelle legate all’albero siano più projettate in avanti, legate, come sono, alla certezza del permanere dell’albero ed alla sua cura ripetuta.  Una linea di demarcazione netta tra due modi d’ essere agricoltori ed intendere la vita. Immagino che la notte di questi contadini diversi abbia pensieri diversi, attese differenti che si vedranno nel giorno. Sembrano colori, ma in realtà è l’uomo che dipinge il mondo governato e si immerge nel colore che crea, lo valuta, ne conosce prosperità e sofferenza, lo porta nella sua vita, pensando giallo o verde. Ma sono fantasie, pensieri da strada tortuosa, mentre salgo verso Centuripe.

Il giallo, ad ovest, si stende su cumuli che sono colline, tumuli di giganti, qualche calanco grigio, piccole macchie di fiori su un terreno da guerra senz’armi. I mercati determinano, suggeriscono, impongono. Il giallo si difende, il verde attacca e sembra prevalere, sul versante occidentale dell’ Etna è così, ma in realtà, continueranno a convivere, è il giallo quello che ha mutato il mondo e l’uomo lo continuerà ad imporre, semplicemente perché il cereale gli ha tolto la fame e continuerà a farlo.

la fabbrica



Scavati nei mattoni d’allumina, decine d’occhi, lampeggiano d’un giallo di bestia, di drago tenuto a bada. All’interno della macchina, migliaia di bruciatori espirano fuoco con un suono slabbrato, basso, continuo, soffiando quei 1600 gradi per fondere sabbia, soda, calcare, dolomia, nel liquido magico che solidificherà, galleggiando su un lago di stagno fuso a 1100 gradi. Qui si genera la magia di un nastro di vetro perfettamente piano.

La macchina dei forni e dei trattamenti, si allunga nell’ unico corpo rettilineo di oltre duecento metri. Segue due livelli e scende, come onda, da quello più alto fino ad un fine macchina che non è  fondo, perché oltre ci sono ancora macchine e poi il magazzino. La fabbrica sembra non finire mai.

La traccia gialla della sicurezza è un bordo di banchina, oltre c’è la nave immota dove la materia, che più somiglia all’acqua solidificata, scorre sulla chiglia, trascinata da incessanti rulli gommati.

Il rumore della cesoia lineare ritma la separazione nell’infinito nastro di vetro, in lastre di 6 metri per 3.21, e la corsa, fluente, continua,verso il bacio delle ventose pneumatiche.

Clang, ooooff, clang, ooooff, clang, ooooff. Taglia, aspira, solleva, taglia, aspira, solleva: il flusso non si ferma mai.

La lastra tenuta dalle ventose, si alza, gira su se stessa, si mostra nuda alle luci gialle e verdi che la guardano cercando l’imperfezione, poi, scelta, si posa, pronta per accoppiarsi su un’altra lastra eguale, inframmezzata da un film di PVB, una plastica dal nome lungo, polivinilbutirrale, che darà una sicurezza nuova, prima mai conosciuta dalla sua fragilità.

Del vetro mi ha sempre affascinato la natura, la fisica da liquido sorprendente, la fragilità dura di poeta, la trasparenza che muta con il tempo, la capacità d’essere altro restando se stesso.

Un flusso di molecole che solidifica senza cristallizzare. Non subito. Lo farà con i suoi tempi, per noi in decine di secoli, mutando la superficie e la trasparenza in insiemi setosi. Come si chiudesse in sé dopo tanto mostrare altro.

Qui nasce il vetro float, il vetro piano. Guardo la fabbrica nuova che si allunga nella sua epicità di grido, di sfida al mondo. La complessità, nel nitore della fabbrica, fatto di volumi grandi, d’aria e luce, di masse enormi di colore, risalta ancora di più. E’ una complessità diversa da quella degli edifici delle città, che è ritmare spazi, superfici, collegamenti, ipotesi di vita. Come non chiedersi cosa avviene nel cervello che pensa i volumi, scava l’aria, mette assieme spazi e percorsi, misure e funzioni, e corregge, modifica, sostiene tesi, enuncia.

Ma la complessità che mette insieme gli uomini, che a loro volta ricostruiranno percorsi, luoghi e funzioni, calandoli nell’architettura delle loro vite, occulta le strutture, le forze che tengono assieme, sostengono ed assicurano le altezze, estraggono la profondità. Nella fabbrica tutto è a vista, anche le macchine possono stupire, ma non confondono, mentre il gioco delle travi nude, delle coperture evidenti, il taglio delle luci dirette, i pavimenti lunghissimi, fortissimi e levigati, gli impianti, i tubi, i colori di delimitazione e sicurezza sono sotto gli occhi, e impudichi, mostrano il disegno funzionale che li ha messi assieme.

Tutto viene in primo piano, come in un tempio greco, dove ciò che sorregge e tiene è forza visibile, palpabile nell’aria, lasciando al fregio, alla decorazione, il distogliere dal gioco geometrico per aprire lo sguardo verso l’anima, cioè la parte che vola e non può preoccuparsi di quello che serve per scandire il tempo del mondo.

Nella fabbrica la complessità del semplice, della scatola che contiene, è tutta in questo parlarsi fra ambiti differenti: la funzione e il lay out, il costo e la rappresentazione, la macchina, il suo produrre e l’uomo. Ognuno al suo posto, senza scarti, possibilmente. In equilibrio. Le ragioni del produrre, le ragioni della macchima, le ragioni dell’uomo, le ragioni dell’edificio.

Guardo travi da 50 metri, leggere come può esserlo un prefabbricato, fatto di costole scavate ed alleggerite, tutto tiene in un equilibrio di forze tese ed immote tra loro. Guardo le pareti a picco, levigate, i tiranti di rinforzo per cavi ponte, tutto apparentemente semplice nel vuoto dove corre l’occhio nitido e composto. Ci sono stati mesi in cui gru enormi hanno sollevato travi e lastre, sono stati scavati basamenti, inserite plinti nei giunti a bicchiere, stesi kilometri di reti di ferro dolce dimentiche del passato di rottame. Si sono fatte gettate ripetute, di cementi ch’erano stati pietra, sono stati coperti sottofondi di ghiaione stesi con sura e spianati, tracciate piste di cantiere, posati cavi, tubi, in un brulicare di funzioni che correvano in mille operazioni di predisposizione, costruzione, finitura. Tutto calcolato, commisurato ai pesi immani che cominciavano ad arrivare, e piano piano, sono cambiati gli uomini, i costruttori e la struttura è passata sullo sfondo, finchè, adesso, è divenuta, finalmente, contenitore.

In queste lunghezze che gli operai percorrono in bicicletta, si producono 6 milioni di metri quadrati di vetro float. Vetro piano che diventerà facciata, contenitore, barriera, difesa, struttura.

Ma nello spazio mutato in contenitore, si potrebbe produrre qualsiasi cosa, in questo sta il grido della fabbrica, lo sforzo del combinare, mutare, creare ciò che non c’è, che non ci sarebbe. Una sfida che permette altre sfide, che aiuta la diversità. La fabbrica è parte di quel processo che consente la capanna e il grattacielo all’uomo, che non limita la scelta, come se la razza umana divaricasse in continuazione dalla yurta al castello, dalla foresta alla pietra levigata delle città e la separazione tra l’homo habilis e l’homo erectus non fosse davvero mai terminata e il pensiero del primo permanesse nel secondo, ma fosse proprio il primo a consentirlo. A permettere che l’uomo sia diverso, che possa rinunciare apparentemente all’economia, al costruire, al fare collettivo.

Solo apparentemente.

ulysses

Oggi è la giornata dell’ulysses che più amo. Quel girovago di Bloom, furbo quel tanto da non farsi prendere nel sacco. Dentro e fuori di sé, in continuazione, non il narrato/narrante, ma la curiosità dell’essere e del vedersi essere.

L’ulysses che vive con cinque sensi attivi, in cinque dimensioni che si fondono. L’ulysses che è prigioniero e libero. Prigioniero dei desideri e libero con la forza dei principi.

L’ulysses che lascia una scia di incompreso. La comprensione interrotta, dove manca sempre un pezzo che non collima e quindi la libertà del soggetto di non essere mai posseduto.

Ulysses che ama la città integralmente, come luogo,traccia, contenitore di vite. E’ l’ulysses che è in noi ad essere sollecitato, gli viene mostrata la vita densa, pensata e vissuta.

Guiness e rognoni fritti nel burro, un peccato senza pena, speculare al mio vino preferito, alla carne cruda tritata a mano, condita con sapienza.

Fuori c’è in sole, siamo attraversati dalla notte, a casa aspetta Molly.

p.s. ulysses sembra solo maschio, ma non è vero

dovrei dolermi

Dovrei dolermi. Ho perduto l’ unica copia del manoscritto di un monologo, scritto in un momento particolare di furore.

Embé. Il mio furore non è così grave ora e neppure tanto mi piaceva. 

Guardando il mondo da un foro stenopeico, ci si può appoggiare solo alle proprie coordinate e presumere, platonicamente, che le ombre che vediamo una qualche realtà l’abbiano. E’ per questo che qui trovate impressioni, musica, fotografie, versi filtrati da una arrogante presunzione d’interesse. Eppure non sono un solipsista, mi piacciono le persone.

Anche me, a volte, quando fatico per trovarmi.  

piccole differenze

Beh, il dubbio c’è sempre stato, solo che adesso è più esplicito.

Per distinguere il genere, ci si affidava all’esame visivo alla nascita: la presenza o meno di quel robino era la distinzione. tutto in funzione della riproduzione o quasi. Poi poteva accadere altro e cioè tutta la gamma tra l’uso, l’averlo e il non averlo. Insomma una attenzione spasmodica al rapporto tra esistenza, anagrafe, utilizzo, necessità, desiderio, corrispondenza, attesa, verità, finzione, rapporti economici, coscienza. Pfuiff. Sospiro di sollievo. Outing.

Embé, adesso il genere si dovrebbe accertare quando uno è capace di decidere ciò che gli sembra più vicino all’idea di sé. Ammettere almeno cinque generi: l’uomo, la donna, x, y, xy. Anche lasciando perdere la riproduzione, è difficile trovare corrispondenza tra dna e percezione di sé. Tra l’altro la psicologia e la psicoanalisi ci raccontano che a livello di testa è ben difficile separare nettamente le caratteristiche di genere, ma che la mescolanza di queste fa la differenza. Quindi forse sarebbe meglio puntare su come una persona si percepisce e lasciare che il corollario dei desideri sessuali seguano questa percezione. 

Però a livello sociale la cosa è più complicata, la differenza è deviante, la prevalenza del maschio dev’essere riconosciuta, i rapporti economici conseguenti devono essere chiari.Quindi la questione si muove sui rapporti tra generi. Ma se il problema è giuridico-economico, basterebbe fare un codice che preveda nuovi contratti, se il problema è sociale, basterebbe (mi vien da ridere a dire basterebbe) che l’aggregazione dei generi rispetti le regole dell’amore solidale (mi viene nuovamente da ridere considerata la realtà comune), se il problema è morale, basterebbe considerare che la verità, se non si impone sugli altri, ha una eticità fortissima, infine se il problema è pubblico, finché non ci si abitua tutti alla diversità, basterebbe limitare l’ostentazione che può infastidire e non è necessaria. 

Alla fine, mi pare, che tutto si riconduca nei rapporti a due, e che sia l’intorno immediato a influenzare la differenza. Se non c’è un rapporto positivo con il sesso del partner ed i suoi desideri, la questione si risolve nei rapporti diretti: posso accettare o meno ciò che è, sentirmi coinvolto, sconvolto, mai indifferente. Ma è questione mia. Se invece per risolvere una mia questione invoco la legge, la pubblica morale, eccedo. Voglio che qualcun altro sistemi le cose al posto mio.

La gelosia nei rapporti, comunque esisterà sempre, si può fingere che la tolleranza l’assorba, ma il senso di possesso è implicito, gradito, quasi sempre preteso. Se non funziona, rifugiarsi nell’amore romantico è una buona via d’uscita, ma occulta un problema. A volte racconta cose che fanno comodo. Basta saperlo, mica bisogna risolvere tutti i problemi propri o quelli esistenti. Ci sono componenti che si trascurano, una per tutte è la serenità, che non significa essere addormentati, ma semplicemente sapere che ogni balzo in avanti, che rompe un paradigma, ha un prezzo. Poi ci sono gli spiriti eletti, ma questi fanno parte di una realtà difficile e poco comune. E soprattutto non hanno bisogno di conferme o di dubbi.

Insomma i generi sono diversi, riconoscerli è un segno di rispetto per l’uomo. Confondere il genere con la presenza o meno di un cosino,cazzino, pisellino alla nascita è fuorviante e si potrebbe cominciare a superare rendendosi conto che la società è fatto di unione e rispetto per la diversità. Diversità anche dai luoghi comuni, certamente, anzi sento più luoghi comuni nel sesso, cosiddetto trasgressivo, che nella posizione del missionario. Comunque il luogo comune principe è nel confondere procreazione e ricreazione: non ha mai individuato un genere.

le buone notizie

Non esiste un diritto alla felicità. E’ una panzana inventata dalla mia generazione che considerava il mondo a disposizione dell’uomo. Che confondeva felicità con piacere, stato con sensazione. E per condividere e rassicurare se stessa, questa generazione l’ha raccontato ai propri figli, ne ha fatto oggetto di crescita economica, ha assicurato che si può essere realizzati e felici.

Qualcuno dirà: ma esiste nella costituzione degli Stati Uniti il diritto alla felicità, e pure nel Butan c’è un indice che misura la crescita della felicità accanto a quella dell’economia. Ma vi pare siano particolarmente felici negli Stati Uniti, oppure nel Butan?

Esiste la fatica della conquista della felicità, le condizioni che la possono rendere vera. Per poco. Quanto basta a motivare lo sforzo e riprovarci.Esiste un bisogno di felicità, un percorso tendenziale, a volte tangente, una spinta a ripetere qualcosa che affonda nel bujo del nostro ricordo. Ed è rosso, caldo, avvolgente, ed immoto, eppure, al contempo, è dinamico, muta di luce e colore, prova brividi e sente. Sente tanto intensamente da perdere nozione del tempo. Ma costa fatica anche se è gratis, è lavoro su di sé senza risultati apparenti, che a volte sfocia, senza motivo apparente, nella pienezza. Non ha a che fare con l’amore, può accompagnarlo, ma è disgiunto. Neppure con il piacere c’entra molto, a volte coincide, ma è un caso.

Non c’è un diritto e saperlo costringe a scegliere, a rimboccarsi le maniche, predisporsi. E soprattutto ritagliare la felicità alla propria misura, cercarla in ciò che si avvicina a noi. La felicità, come il dolore, è un percorso alla conoscenza di sé, per questo non è un diritto ed è un lavoro che non finisce.

p.s. Buon compleanno Bob, abbiamo idee convergenti sulla felicità.


4° piano

Il vigile che venne ad assicurarsi che effettivamente abitavo a casa mia, si appoggiò ansimando alla porta.

82 gradini, non voglio vedere la terrazza. Ma è sicuro che abiterà questa casa?

Certo, risposi, mi piace questo posto.

E quando sarà vecchio, cosa farà. Morirà per le scale con le borse della spesa?

Vecchio? Che vuol dire, che non riuscirò a camminare o far le scale? E le badanti, le mandiamo tutte a casa? Prende qualcosa?

Scosse il capo. Un bicchier d’acqua, grazie. Se ne avessi 10 al giorno come lei, sarei già morto. 

Il tutto finì in risata.

Quando sono arrivato in questo condominio squinternato, fatto di più o meno quarantenni, di aperitivi, di cene in comune, mi sono  ritrovato, addosso, un nuovo nome: belfagor. Forse in onore delle mie abitudini poco decifrabili, o degli orari strani, oppure della quantità di libri, musica e oggetti che ingombravano le stanze. Qualunque fosse stata la genesi, mi è piacque: un diavolo non vende l’anima.

Chi mi viene a trovare, deve averne davvero l’intenzione, non si è più abituati alla fatica, ma questo mi da un vantaggio: i miei visitatori soggiacciono ad una selezione naturale ed auto eliminano la domanda: che farai da vecchio? Al massimo scuotono il capo, pensando che sono senza speranza.  Io penso ai miei non pochi anni, e mi sento lusingato. Ma è così banale un piano terra, non ci sono i tetti, se non c’è un giardino non si vedono le stagioni. Ed è impagabile sentire il vento, la neve mentre copre i tetti, la pioggia sulle tegole, il sole fin dal primo mattino, le allodole di notte. Avere una terrazza sopra la testa, dove prendere il sole, tenere le piante, leggere, guardare i fuochi a ferragosto o a capodanno. Il piacere del posto e della casa elimina la fatica e il suo pensiero.

E poi c’è il bar di Anna, il Prato della valle a due passi, i portici, Gino, gatto proprietario del secondo piano, Fulvio, gatto dolcissimo e signore del vicolo, un pensiero variegato di sinistra che s’aggira per la casa e fa bene al cuore, non ci sono astemi, tutti sono a dieta e trasgrediscono in continuazione. Un luogo ideale per un diavolo âgé.

Allora che saranno poi 82 gradini? Meno di tre minuti di palestra.

maggio e l’assoluto

Guardavo i cavédani mangiare le barbe di pioppo sul pelo dell’acqua. Vedevo controluce il guizzo argento diventare dorato di sole e poi sparire un attimo, prima di tornare di nuovo. Senza fretta, in equilibrio di luce, d’aria e di voci con me che guardavo dai gradini sull’acqua. Tutto fuori dal tempo, solo esistere.

E pensavo fosse assoluto.

Assoluto che i pesci si cibassero di niente d’alberi e ragni d’acqua, che quello che mi veniva detto, in quelle aule vicine al fiume, fosse vero, che l’assoluto fosse ovunque. Sparso attorno a noi a piene mani con il ribollire del cambiamento. Assoluto e mutazione, assieme, senza contraddizione, perché tutto fluiva, si rivolgeva di pancia e poi nuovamente pinnava via. 

Tutto possibile. Tutto a disposizione. Bastava allungare lo sguardo, la mano, il cuore e poi cogliere assieme il futuro.