inshallah

Nei primi anni di università frequentavo un gruppo di studenti arabi, c’erano palestinesi, iraniani, giordani, qualche siriano. Ci vedevamo a lezione, al bar o in sala studio, si parlava con le ragazze, c’era sempre molto caffè da bere, risate, curiosità reciproca. Erano anni in cui le guerre tra i Paesi Arabi ed Israele si susseguivano, in Iran c’era molta resistenza, cercavamo di capire senza darlo a vedere e  per questo parlavamo tutti con generosità di parole, di tutto, ma anche molto di vita quotidiana. Inshallah concludeva tutti i ragionamenti pratici: gli esami, una serata programmata, un approccio possibile con qualche ragazza, l’appuntamento per il cinema.

Non mi rendevo molto conto del valore che c’era dietro a questa parola, m’affascinava il suono, come accade per la lingua araba quando scivola tra le vocali ed addolcisce consonanti. Mi chiedevo come si potesse rallentare una vita fatta di slanci, perché tali erano i loro e quelli della loro storia, temperando il governo delle cose e del tempo, con l’attesa e l’ accettazione di una volontà esterna così forte da essere l’ultima a dire la parola. Sembrava un affidarsi operoso: ho fatto il possibile adesso tocca a te.

I miei amici erano laici, bevevano e mangiavano senza preclusioni, comunque non credenti e come noi spesso agnostici, si parlava di religioni comparate come fenomeno culturale più che come insieme di precetti, eppure inshallah emergeva come modo di vedere prima che intercalare. L’impressione che ne traevo era quella di essere altrove, come venisse aperta d’estate la porta d’ una chiesa ed il fresco che usciva, prendeva, non occorreva credere in qualcosa per star bene, e si capiva benissimo che quello era il logico accompagnare di ogni sereno preannuncio di impresa, di programma futuro.

Pur sentendone il fascino, mi sfuggiva allora questo affidarsi dinamico, lo capii di più in seguito, con gli anni, e con i viaggi. La parola ed il suo significato tornava, mentre si allargava il suo confine e diventava un modo di vedere il mondo. Credo che il probabilmente a cui aderisco quando vado in africa, o l’affidarsi vigile di quando viaggio nei paesi arabi siano il mio modo di aver capito che ci sono posti e regole in cui lasciar fare agli eventi. E che questo è un aiuto al compimento  dei progetti. Inshallah così diventa anche il mio intercalare, ed il modo per ritrovare una serenità messa a dura prova dagli orari mancati, dalle deviazioni continue, dagli accidenti che spostano di albergo, di cibo e di tragitto. Non arrivo ancora a pensare che la vita, la salute siano poco da tutelare perché comunque un caso benevolo le difenderà, mi premunisco per quanto possibile, ma dove non arrivo, spero e lascio fare.

Mi viene da pensarlo in queste giornate di terremoto, quando l’imprevisto diviene più forte e la scelta è tra alternative inesistenti: è meglio restare o andare? correre od attendere? Scelgo e mi muovo sperando che sia la scelta giusta. Per me il significato di inshallah è questo, fare con serenità una scelta che presa, non dipende più da noi soli, ma da una miriade di variabili per cui è meglio che la loro somma conduca pressapoco dove dovevamo andare.

Ecco, facciamo, impegnamoci, portiamo noi e il nostro mondo verso qualcosa che ci porti avanti, ci faccia bene e speriamo che tutto vada per il verso giusto.

Inshallah.

lettura emotiva del salone del libro

L’impressione, entrando nell’ immenso salone, è d’un altrove scatenato a terra che addensa segni, parole spiaccicate nei libri, ronzio gonfio di voci, sudore di calca, visi disfatti, persone stravaccate su cubi in pelle rigenerata, soddisfazione di vedere Tremonti che firma in solitudine le copie del suo ultimo libro, così impara a dire che con la cultura non si mangia, panchine oggetto di desiderio, e angoli, molti, troppi angoli, che amplificano ciò che non si può amplificare, il pensiero, e lo frangono, emozionano, lo fanno riflettere la luce prima di disperderlo in decine di altre scatole craniche, finalmente attente ed ascoltanti. Insomma, un flusso inarrestabile di intenzioni e desideri, dove ognuno cerca qualcosa e spesso lo trova, in una frenesia caotica e direzionata.

E’ uno spazio tempo del quiadesso, un coagulo di volontà che si risolverà in pochi giorni, immemore dell’altro, altrove passato.  E l’altrove di prima, lo si vede innalzando gli occhi, filtrando tra i pannelli, verso le capriate d’acciaio ed i muri alti, verticali, grigi ed inutili ora, per cose a misura d’uomini, ma qui gli occhi s’ alzano poco, per cui il ricordo si confina nel mio: qui costruivano motori, un tempo l’aria era compressa e percossa dal clangore delle calandre, l’ozono e i minuscoli soli di saldatura, frizzavano nelle narici, in un sincopare di schiocchi e rumori ritmici d’aria compressa. Il luogo del fare è ricettacolo del pensare, dal materiale all’immateriale, eppure… Eppure c’è un nesso profondo tra ciò che spinge a leggere e ciò che si fa, chi legge non vive solo in un mondo parallelo generato dal cervello di chi scrive, ma segue una realtà fatta di oggetti, di cose concrete che arredano il pensiero. Immagino il pensiero degli operai d’un tempo, degli impiegati con il tinello e i volumi rilegati di Conoscere o di qualche enciclopedia ereditata. I classici, la scrivania in un angolo, e per i più vivi, il grigio delle rilegature Einaudi oppure il marroncino della Bur. Quel leggere entrava in fabbrica e dalla fabbrica, con la sirena, usciva nei quartieri, spezzava a tavola il profumo di minestra, riusciva dopo cena nei bar fino a notte, oppure si stemperava davanti a televisori a rate. Era un altro modo di sapere e i saperi si sono confrontati ed assimilati in altri anni. Volponi, Olivetti, Levi, Ottieri, Calvino sarebbero felici del mescolarsi così alto di simbologie, qui, in questo luogo, e di questo flusso di persone in cerca (di cosa, di chi? ),  che trova, compulsivamente trova.

Questo luogo non è il mio per l’ atto dello scegliere libri. Ho una libreria, un libraio che conosco da sempre, con cui parlo e che accoglie in restituzione ciò che non mi piace, scaffali di cui conosco la disposizione, banchi in cui mi fermo in lettura, persone con cui converso e scambio impressioni. L’orgia del pensiero, la bulimia dell’acquisto la consumo altrove, però qui sono dentro le parole, e il mondo, che non è né quieto né ordinato. E mi piacciono entrambi. Ho anche una scelta da fare: passo al digitale oppure continuo con la mia amata carta? Credo che un dinosauro debba essere felice  della sua specie, dell’essere quello che è, di questo me ne rendo conto qui, compulsando la tentazione: che mi costa? mi regalano anche 4 libri, c’è l’offerta salone. Quasi quasi mi prendo un tablet che così ho tutto, pesa però, per leggere, 680 g, poco per un computer molto per la mia testa quando m’addormento. Cheffò, lo prendo? No, non lo prendo, varrebbe la pena solo per il dizionario incluso, è bello, poi parla e traduce. Quasi, quasi…

 Non l’ho preso, ma non è finita e a modo mio qualche altro inutile aggeggio arriverà. Il salone è stato utile anche per questo, bello il digitale, ma meglio l’odore della carta. Magari potrebbe essere un’idea per Amazon quella di dotare i lettori di un profumo e di un crepitio di foglio, quasi quasi la brevetto.

Non solo di parole si nutre l’uomo, ottimo il pecorino e pure il cannonau, dello stand Sardo, la cultura ha gusto e peso proteico. Avete mai osservato come un buffet culturale ecciti gli appetiti più famelici, persone compassate, professori e maestre dalla penna rossa davanti al buffet si trasformano. In coda ad un convegno sull’attualità di Leopardi, ho visto il tentativo di consumare un tentacolo crudo di piovra, arredo del banco, brandito trionfalmente da un’insegnante che l’aveva strappato nella ressa. Sabato ho avuto modo di ascoltare un testo in sardo, letto con una voce bellissima, non ho capito nulla, ma mi sembrava la voce della terra, dell’acqua, della roccia che per suo conto diceva di sé.

Al salone ho incontrato persone di cui conoscevo solo lo scrivere, bloggeur come me. E’ bello sovrapporre il viso alle parole scritte, e chi frequenta i blog conosce il rischio della delusione nell’incontro, ma se non c’è doppio fine e non si raccontano balle, ci si accorge con stupore che la persona è quella che avevi in testa. Anzi di più perché parla in diretta. Abbiamo arricchito ( ;-)) i Benetton? Non credo, ma che miseria nella terra dello slow food, io però ero contento, di quella contentezza immotivata e un po’ bambina, del conoscere amici, del consumare quello che c’è con loro; come si aprisse una porta e la luce che ne veniva fosse calda, profumata di buono.

Questo degli incontri è un tema che vorrei consigliare ai gestori del Salone, ovvero configurare uno spazio per bloggeurs con tanto di caffè e tavolini, un bistrot da rive gauche. Sarebbe un appuntamento annuale per gli amanti della parola, un percorso inverso dal digitale al reale.

La sera, a cena dal Parin, secondo turno; alle 23.30 eravamo ancora all’antipasto. Siamo andati via per non coincidere con il primo turno del mezzogiorno successivo. Per me, che sono perverso, è stato divertente e molto, anche il non cenare, merito della compagnia.  

Il giorno dopo Torino, era Juventina, assonnata, spazzata da folate di pioggia. Mi pareva logico che il Salone fosse lì fuori, nelle piazze, nei viali vuoti di persone, nei caffè che aspettavano mezzogiono per diventare ristoranti. Mi pareva logico che nel Circolo dei lettori, il buffet fosse sommesso, i bicchieri appropriati, il parente piemontese della cassoeula, giustamente indigesto.

i.s. è sempre stato presente in questi giorni, il pensiero grato per questa visita torinese, per chi mi ha dedicato attenzione, regalato un inconsueta quantità di sorrisi, estorto gentilmente parole che tradivano la mia timidezza. E, cosa singolare, mi ha fatto retrodatare la settimana come inizio al sabato. Come dire che l’effetto dura tutt’ora.

Grazie.

dal tempo esatto al tempo probabilmente 1

Percorro la città a passi lunghi e veloci, un’andatura da studente per raggiungere un tempo che non è il mio. Il tempo personale viaggia con me, mi accompagna, accelera o rallenta secondo segreti nostri, che ci borbottiamo reciprocamente. Sapere che ci sono molti tempi, che se possiede più d’uno, aiuta non poco a sistemarci nel mondo in cui si vive.

In Ucraina, in Moldova, in Russia, e in genere nei paesi dell’est, il tempo scimmiotta il correre dell’occidente. Ci sono spesso interlocutori con colori giusti nei vestiti e tagli sempre un po’ sbagliati , l’orologio troppo evidente, le ventiquattrottore che andavano di moda dieci anni fa con dentro tre fogli, un parlare urgente e serrato. Quando si discute, il tempo, e la sua urgenza, irrompono, diventano parte concreta nell’alzare il prezzo di qualunque cosa e non si capisce perché, visto che attorno c’è il deserto, ma non importa, se il tempo ha un valore dovrà essere pagato. Si tratta dell’uso appreso sui tempi d’occidente, appreso chissà dove, forse nei film, oppure nei libri o nelle rimasticature di chi c’è stato e che vengono proposte assieme all’inglese farcito di tecnicismi. Basta concludere e poi il tempo vero, riprenderà il suo corso. Mi ricordano, queste persone, i commessi viaggiatori d’un tempo, le riunioni dei dei venditori di enciclopedie, dove non occorreva conoscere ciò che contenevano i libri, bastava usare il linguaggio giusto con le persone che dovevano comprare, la stessa aggressività e la stessa tristezza mescolata alle barzellette.

Diverso è il tempo dell’Africa, di quella meno occidentale almeno. Qui gli avverbi cambiano significato: adesso può essere tra un’ora, un giorno, un mese, di sicuro non è tra un minuto. Presto ha lo stesso tempo e significato, in realtà vuol dire che accadrà quando si può. Non credo dipenda dalla religione musulmana, forse neppure dal clima, è proprio una diversa concezione del tempo. Il bidello della scuola dell’Asmara, quando gli chiedevo quando m’avrebbe portato i soldi cambiati, mi diceva: dopo. E se io gli chiedevo: dopo, quando? Lui rispondeva stizzito: dopo, più tardi, presto. Ecco che torna presto, come tornava in Senegal: quando arriviamo che siamo stanchi? Presto. Ma alle sei ci siamo? Probabilmente. E arrivavamo alle nove. Basta sapere come funzionano i rapporti tra parole e tempo, adattarsi al tempo del luogo. Poi subentra l’impressione che tutto accada quando è ora, che solo il muezzin abbia un orario vero, che il resto segua una sequenza in cui ciascuna cosa matura e succede quando può. Succede è conseguenza di qualcos’altro, perché affrettarlo? Quello che ad un osservatore disattento potrebbe sembrare imprecisione, scarsa valutazione, in realtà è rispetto per il flusso delle cose: bisogna salire sul tempo comune, lasciarsi trasportare, non guidare il convoglio, lasciare che i fatti si incontrino con noi. Questo tempo accelera e rallenta, ma non dipende da noi, è nell’aria spessa di calore, nelle buche della strada, nei problemi risolti momento per momento. Si direbbe provvisoriamente, qui, nel tempo d’occidente, ma in realtà è il modo, un modo alternativo per risolvere le cose. Diverso e reale, il cui effetto è principalmente economico, impedisce il controllo delle prestazioni secondo i nostri parametri di guadagno, si negozia volta per volta, dal taxi all’albergo, e anche il signore della foto, bisogna svegliarlo se si vuole comprare, ma è davvero un problema quando si sa che funziona così ?

memoria d’acqua

Pescatori e marinai seduti sul muretto al sole, parlano con fiotti di parole, saluti e silenzi: aspettano la cena ed un altro giorno uguale a questo. C’è poco da fare, poca pesca, poco lavoro, solo spazio per ricordi recenti, famiglie.

In quest’isola reclutava la marina imperiale austro veneta, ed un timoniere di qui, Vincenzo Vianello,  ricevette la medaglia d’oro dell’imperatore per aver affondato a Lissa, la corazzata re d’Italia. I piemontesi, che,  per molti, ancora non erano italiani, forse sentirono i viva san Marco dalle navi nemiche. Quando vincevano sul mare, fossero veneti, istriani, o dalmati, vinceva san Marco, e sui ponti di comando delle navi imperiali, in Adriatico si davano ordini in veneziano. Anche Tegetthoff lo faceva, i suoi ufficiali avevano studiato al collegio navale di Venezia, il Morosini, il mare di casa era l’adriatico. Ma di tutto questo ribollire non è rimasto più nulla, neppure la fatica di diventare italiani è stata davvero celebrata.

Anziani bruciati dal sole, caparosolanti (pescatori di cozze) in fermo pesca, reti ripassate perché non si sa che fare. Si sale in barca si pulisce, si mette in moto, e si ri-ormeggia. Qui tutto attende qualcosa che rovesci un senso di fine. Un matrimonio, un battesimo, i bambini alla comunione, qualcosa che porti fuori da un tempo che s’è spezzato. Si spezza il tempo degli uomini, in qualsiasi cosa che finisce mentre nulla ricomincia. In un passo del contributo alla critica dell’economia politica, Marx diceva qualcosa che allora mi sembrava ovvio, ossia che il nuovo, nasce  nel vecchio che fa i conti con le sue contraddizioni, e questo lo alimenta finché il nuovo prenderà il sopravvento. Marx era un positivista prima del positivismo, pensava che alla fine le cose si sarebbero messe in ordine. Mi pareva che bisognasse cercare, per capire, il filo rosso che lega le cose, e i fatti, e le vite nel sociale. Solo il filo che si riconosce quando ha già cucito ed occlude la vista dei tanti futuri possibili ed abortiti, delle possibilità spazzate dal reale. Ma qui, mica lo sanno che bisogna trovare un senso alla storia, in quest’isola di vecchi, il senso della storia è nell’orgoglio dì essere il terminale di una catena ininterrotta.

La stessa sensazione si prova nei paesi di montagna dove il turismo non ha costruito troppe case vuote, e tra gli abitanti, la nascita di un bimbo, un matrimonio, una persona che sceglie di restare, è un fatto collettivo, una speranza per tutti. In questi luoghi il legante e il motore, è stata la tradizione, fatta più di abitudini che di principi. La tradizione era un principio, fatto di vite sovrapposte, di saperi trasmessi, che ora si sgretola perché non si trova menti, dita, luoghi in cui esercitare l’imperio del sapere antico. Ed è proprio questo imperio che si smarrisce, qui come altrove, perde la nozione di forza comune, finché il legante si scioglie e sulla riva, davanti a una casa, una donna si siede accanto ad un’altra. Parlano sapendo che il futuro è così vicino da confondersi con il presente, ed il passato, un amante a cui attingere per riempire i discorsi, anche se alla fine, opprime un po’. Parlano e guardano per pensieri brevi, quasi informazioni e sentenze.

E’ la stessa donna che ho fotografato un anno fa, oppure un’altra? In fondo non importa, è il gesto che scosta la tenda, la mano che ripara gli occhi dal sole che conta, il guardare me,  foresto, eppure con lo stesso dialetto. I foresti ora restano poco, arrivano e vanno, prendono il sole, il mare, la spiaggia, l’aria, l’azzurro del cielo. Prendono, lasciano dei soldi e se ne vanno. Un tempo il foresto restava, raccontava di sè, imparava la lingua, aggiungeva parole e significati, lasciava le cose com’erano e, se pur restava foresto, diventava uno di noi. Così sembra pensare la donna finchè mi parla, e così pensa il pescatore che aveva il bisnonno nella imperiale marina Austro Veneta, così penso io che sono foresto e so che quel mondo è finito nelle sue gerarchie e priorità, lasciando le persone sui muretti e sulle soglie di casa. E so che questa generazione, sarà l’ultima, con memoria, poi sparirà anche quella. I ragazzi ricorderanno a breve, perché nessuno gli racconterà, e così saranno la scuola, i genitori, qualche amore, il bar a farla da padrone in un passato così breve che sembra antico già in una vita.

Parlando di queste cose con un’amico indigeno, alla fine è sbottato: a furia de pensar el çerveo te va in acqua (a furia di pensare il cervello ti va in acqua). Memoria d’acqua, per l’appunto.

Tornando ho visto l’insegna della antica trattoria La fazenda, è del 1973, un’eternità.

vento di lamiera

Nella notte la lamiera ha sbattuto a lungo con il vento, finché il sonno l’ha zittita. Sono anni che vado nello stesso albergo, ma la lamiera si sente solo quando dormo nel lato a nord. C’è sempre vento da queste parti, spesso folate di maestrale che portano odore di mare misto ad erba; in questa stagione anche umore d’alberi potati.

La lamiera ha un suono strascicato; devono averla fissata da qualche parte perché in passato era peggio, ma non è bastato a fermarla. Lo immagino questo vento che la solleva, come fosse una gonna, la fa scorrere e poi la posa, mentre la gravità la riporta da capo.

I primi tempi protestavo con il portiere; assentiva e diceva: provvederemo, non si preoccupi. Ma che interesse può avere una lamiera? Si scorda poco dopo il reclamo, bisogna trovarla, i clienti partono. Adesso non protesto più, la lamiera ormai è diventata parte del vento e di quest’angolo di Sardegna. Ma forse la sento solo io, e per chi abita è diventato un rumore di fondo, una banderuola sul tetto che in fondo non serve a nessuno, eppure fa parte della casa.

Quando verrà davvero fissata, nel silenzio qualcuno si sveglierà chiedendosi cosa ci sia di nuovo, e tenderà l’orecchio prima di rimettersi a dormire. 

luoghi dove tornare 1

Dietro il “colme” ( che bello il dialetto quando definisce un confine dell’uomo con il cielo) del tetto, spunta il campanile di sant’Andrea. E’ una chiesa stretta tra case, palazzi, viuzze medievali, vicina al palazzo di Ezzelino il Balbo, ad un passo dalla casa di Pietro d’Abano e dalla sequenza civile e gloriosa dell’Università, del Pedrocchi, delle Piazze, del palazzo della Ragione, delle logge del potere veneziano, della reggia Carrarese. Insomma una porta sommessa verso il potere civile, frequentata, da sempre, dalle preghiere delle donne che fanno il mercato, dai pochi abitanti religiosi del centro. Un pezzo d’altro tempo. E qui emerge il campanile, bello ed incongruo tra le case che si sono aggiunte sino a non far capire, dov’esso realmente sia. Non è l’unico caso in questa città, ma penso ve ne siano in qualsiasi città, quando l’aggressione del nuovo si ferma indecisa di fronte a qualche simbolo e rimanda la decisione di distruggerlo sino a dimenticarsene, salvo assisterne, poi stupito, l’esistenza e non sapendo a cosa ricondurla, a quale passato, a cosa s’è perduto senza conservare memoria, prova un piccolo senso di vuoto che scaccia con un moto del capo, come il preannuncio d’un pensiero molesto. 

Vedo il campanile da una sala bellissima del piano nobile del Pedrocchi, mi distoglie dal convegno sull’ennesimo futuro della città. Evoca, il campanile, un futuro che oscilla tra la disattenzione e la passione acuta che evolve, non solo i luoghi, ma la comunità che li occupa, il senso comune dello stare assieme nella città. Qui ho un lampo d’una diversa dimensione dell’essere: questo è un luogo dove tornare, ma dov’è il luogo dove stare? In fondo per chi ha buona memoria il presente è un continuo impastare di vissuto e da vivere (immagino le mani che affondano in una massa morbida e plastica che segue le intenzioni per dar loro scopo e forma), ed i luoghi sono il filo del discorso. Quello nostro, non d’altri.  

Qui ero da bambino, passaggio notturno delle passeggiate con mia nonna verso qualche televisione ed un bicchiere di spuma, ma anche punto d’ arrivo delle corse urlate nella viuzza con gli altri ragazzini.

E’ da sempre considerato il punto più alto della terra della città, cresciuta sulle macerie del suo passato. Fino a sette strati ne hanno trovati, ma ci pensi a quante vite e pensieri e desideri si sono stratificati e chissà come si pensava e si sentiva in paleoveneto, oppure in etrusco, od anche nel latino corroso di frontiera. Frontiera e incrocio, prima e dopo Roma, qui si capivano, perché questa era terra grassa da conquista, e dopo un qualsiasi confine, i denti barbari, etruschi o latini, trovavano carne e roba in cui affondare e si fermavano. Il punto più alto è la gatta mutila della colonna (è un leone di san Marco malridotto, ma i padovani non amavano molto i veneziani dopo la conquista), animale di casa, la gatta, sberleffo e simbolo, insomma un luogo. Da ragazzo questi riferimenti sono stati la spirale delle scorribande notturne, ma non ne ho nostalgia, ne ho ricordo, che è molto di più.

Il convegno procede, ascolto e penso che l’architetto per la cuspide del campanile, prese una coppa di vetro (Murano di certo, la stessa forma la vediamo ancor oggi), e la rovesciò coprendola di rame, prima di poggiarla sulla greca fatta di mattoni della tonda cella campanaria. Otto archi di trasparenza per il suono ovunque senza risonanze e poi la discesa verso terra, ma già nulla più si vede. Si può intuire. E quella cuspide di campanile è il simbolo del vecchio e del nuovo che si intersecano nella città. La città che fagocita, digerisce, si trasforma come accade a qualsiasi organismo vivente.

Questo è ciò di cui si dovrebbe parlare in questo convegno, di come il nuovo può convivere e inglobare il passato, mentre invece si parla di idea guida, di attrattività, di eccellenza, intendendo idee economicamente vincenti, com’è s’usa quando sviluppo non è ragione e lo stare, è moda, più che stratificazione di interessi vitali. Invece sono ormai distratto dalla poesia del campanile prigioniero, eppure presente e vivo, da questo mescolarsi che è stato e che pure riabilita gli errori, li impasta con la speranza incoercibile del presente, nel senso della vita che continua. Ci si ferma nel vivere, e questo vale per gli uomini e per le cose che questi fanno, quando quell’incoercibile si piega su sé, e dilapida energia nel chiudersi, nel non andare, nel mirare la propria perfetta miseria. 

Non intervengo più, col poco o molto da dire, farei confusione con i luoghi, parlerei del dove tornare e qui si tratta del restare. Cose diverse. 

Homs

Ho ripensato spesso alla Syria in questi mesi, Ad Homs in particolare, agli occhi degli abitanti, alla giovialità e fierezza mescolate. Mi è tornato il ricordo delle enormi ruote di legno, usate per far salire l’acqua, dalla valle verde alla città e che ora funzionano solo una volta all’anno per la festa nazionale e i turisti. Adesso ci sono le pompe contro la sete e costa aprire gli invasi perché l’acqua riscorra nei fiumi secchi sottostanti.

Ho pensato alla reticenza della guida quando si chiedeva del bombardamento portato a termine dal presidente siriano di allora, padre di Bashar al Assad, per piegare la città ribelle che ospitava i fratelli musulmani. Ho pensato che i morti non si sono saputi neppure in quella tragedia: 7000, 10.000, 20.000? Fosse comuni e sepolture rapide, poi silenzio. I quartieri bombardati erano stati ricostruiti in periferia, gli stessi che adesso sono sotto assedio e bombardamento, una tragica tela di Penelope senza un Ulisse che liberi, e dove i figli dei padri di allora, muoiono allo stesso modo. Eppure in tanto orrore, iniziato finché eravamo lì, non ho mai compreso appieno i sentimenti del nuovo, cosa volesse oltre la democrazia. Che poi la democrazia è diversa a seconda del posto in cui ci sitrova, anche nella testa delle persone. Comunque il nuovo non si fa riconoscere ed il vecchio mostra il suo volto brutale, come dire che uno lo si conosce e l’altro non si sa chi è. In tutto questo guardare da lontano, le persone scompaiono, diventano numeri e folle che si agitano dentro schermi televisivi, ma cosa pensino quelle persone, cosa accada dopo la preghiera del venerdì, cosa sognino i giovani che, a frotte, escono dalle scuole, non incuriosisce. E neppure dove si siederà, la signora che vendeva giocattoli ai bambini, ora che le bombe cadono in continuazione, ci riguarda. Persone, non gente, uomini e donne, richieste, pensieri forti di cambiamento, tanto che val pena di morirne, poco oltre la porta di casa.

Così vicini e così incollocabili nelle nostre vite di tranquilla domestica sofferenza. Non può essere altrimenti, c’è un limite alla capacità di essere società. Anche alla compassione c’è un limite, perché troppo agita il mondo, troppi stimoli crudeli ottundono la comprensione, troppa informazione che non partecipa e rende tutto grigio, dove la notizia successiva cancella la precedente. Come si fa a capire, a partecipare, se il filo comune si smarrisce?.

binario 3

Forse è marocchino, sta in silenzio. Una felpa blu con scritto italia, in minuscolo. E’ controluce, le orecchie sono trasparenti al sole, ha vicino un donna. Forse libanese o siriana, rossa di capelli, henné sembra, e parla in continuazione. Lo circonda di chiacchere, gesticola, ride, a volte lo tocca per un attimo. Lui continua a stare in silenzio, con le sue orecchie al sole sorride appena. Deglutisce con frequenza. Ha un evidente pomo d’adamo, che si muove in continuazione, Su, giù, come una mezza sfera che accompagna un pensiero, un’emozione. E’ la tiroide dei magri per poco cibo. Penso deglutisca per digerire il torrente di parole che la sua testa sta mangiando. Per arginarla adesso parla un arabo dolce, con consonanti che diventano vocali per la voce che s’appoggia e le trascina cantando, poche frasi e si ferma. Adesso la donna sorride, ha denti belli, bianchi, anche la sua voce è dolce, a tratti bella, e riprende, decisamente torrenziale, ma tiepida. Tra i due non si sente né parentela, né attrazione sessuale, si vede una differenza d’età. Lei è curata, piacevole di viso ed aggraziata di corpo, veste leggera. Magra, ma non esile, giovanile nei gesti, con un vestire curato, il fatto che sia più anziana del ragazzo, emerge per differenza, potrebbe avere una quarantina d’anni, lui neppure venticinque.

Poi improvviso parte il bacio, lungo, sulla bocca. E’ stato il ragazzo, ha superato un tabù importante, non ci si bacia in pubblico nelle culture da cui provengono, ma forse vuole il silenzio, o la bocca, o entrambe le cose. Oppure è il treno che parte.

Forse. 

Lei per un attimo lunghissimo è felice. Ad est il sole cresce nel giorno. Basta questo, no?

la linea dello sporco

L’abitudine a non rovesciare i pitali in strada non è eradicata da molto. Anche in Europa e in Italia, a seconda del posto, si tratta dalle due alle cinque generazioni. Le fognature e la relativa depurazione, sono quasi un’opinione in non poche città, e quelle che, con sublime eufemismo, l’ingegneria idraulica chiama acque nere, vengono trattate, non di rado, per diluizione, in citta grandi e medie.. Dosi non proprio omeopatiche di dejezioni umane e animali circolano nei fiumi e mentre si discetta di BOD e carico batterico, queste allegramente sciacquettano le sabbie e gli scogli delle nostre spiagge. Non a caso un luogo, che serviva per purificare le acque di fogna vicino a Milano, erano le marcite (sic), dove l’acqua per filtrazione ed ossidazione all’aria, si depurava e ricaricava la falda. Nulla di straordinario, insomma, e noi, non è una notizia, pur lavandoci frequentemente mani e corpo, pur consumando migliaia di litri di acqua potabile sulla nostra pelle, con lo sporco abbiamo un rapporto che, puliti o meno, rimuoviamo dalla realtà. Presumiamo. Anche perché con diverso sporco si convive, e con molto, che sporco non è, si combatte senza indagare eccessivamente. Essere puliti significa pulire il corpo e ciò che vediamo attorno a noi. La nozione di sporco, pur ben presente da sempre, è mutata con il tempo e le latitudini, e in occidente la sua rimozione è diventata pratica distintiva della classe media. Le pratiche che si insegnano ai bambini, ovvero lavarsi le mani prima dei pasti ed in altre occasioni della vita quotidiana, e il lavarsi con frequenza il corpo, adesso è pratica di massa, un tempo, senza bagni in casa era più difficile per tutti. Del povero, per affrancarlo e testimoniarne la cura, si diceva quand’ero ragazzo, che era pulito, magari con le pezze al culo, ma lindo. Lindo è una bellissima parola ormai desueta, con il suo significato spagnolo di bellezza visibile, ma che nei miei anni di ragazzo ancora si diceva. Mia madre la usava, e notava se frequentavo qualche ragazza dalla frequenza con cui mi lavavo. C’è anche un rapporto eccessivo con la pulizia che è indice di qualche altra carenza, ma in genere ci si lava di più di un tempo. Da mediamente pulito, quasi igienista, ho cominciato a notare la linea dello sporco, viaggiando, e rendendomi conto che nella nostra testa, il pulito coincide con la civiltà europea (e con la civiltà giapponese) e che la linea dello sporco si abbassava nel tempo, ad esempio nella nostra penisola, fino ad uscirne. Seguendola la vedevo abbassarsi nei Balcani, in Medio Oriente, adesso la percepisco frastagliata  in Africa, in Sud America. E’ una linea in movimento e seppure i mal di pancia non si riescano ad evitare, è evidente che il pulito è aggressivo e conquista nuovi territori.  L’industria dei detersivi ha aggredito lo sporco e il pianeta, con eccessi visibili su qualunque spiaggia, troppo in alcuni posti,  ma ciò che m’interessa qui, è il rapporto con lo sporco e con la sua idea. Ogni volta che vado in un paese un po’ precario dal punto di vista dell’acqua, l’ Africa, ad esempio, mi accorgo che abbasso il livello di nozione di sporco.  Non essendoci acqua mi disinfetto con quei gel che la sostituiscono, e chiunque li provi sa che la sensazione di unto resta, le mani appiccicano, ed appiccicoso nella nostra testa equivale a sporco. Ma anche polvere e terra equivalgono a sporco, così il fango, l’acqua di fiume, invece la sabbia viene assolta, l’acqua di mare e la schiuma che produce un sapone, sembrano pulite. Non è vero, e molti concetti di pulito nei paesi privi d’acqua, o quasi, si rovesciano. L’acqua serve per bere, ci si lava con acqua non potabile, il dubbio se lavarci i denti con acqua del rubinetto ci assale ogni volta, cerchiamo angoli d’occidente, oppure abbandoniamo le idee di casa e cerchiamo di capire di cosa si tratta. Un corpo lucido di burro di caritè sta bene al sole, ed anche all’ombra, e non è unto, la polvere non è sporca e si scuote dalle mani e dagli abiti, i vestiti vengono lavati con saponi spesso naturali ed in acque che è meglio non indagare, ma i vestiti non si mangiano. Lo sporco si trasferisce dalla superficie a quello che si manda dentro, si cerca di capire se è buono o cattivo per noi. Ciò che non fa male è buono, ciò che è sulla pelle e non puzza è buono e così via. Nella battaglia per la sopravvivenza, parlo proprio di vita per chi abita in questi paesi, il pulito avanza e retrocede, dipende dai fenomeni atmosferici. Il limite delle enteriti potrebbe essere un buon confine, farle arretrare significa aver confinato lo sporco, quello cattivo non quello delle nostre teste. In un’osteria di Cheren in Eritrea ho mangiato youghurt di cammella, pane cotto sulla pietra arroventata ed era buonissimo, oppure potrei parlare di una visita inopinata in una cucina dove si cucinava alla dancala, il pesce era squisito, ma meglio non indagare sulla confezione del cibo, sulla pulizia dei contenitori e delle mani di chi lo confezionava. E’ andata bene. Due mesi fa mangiare nei villaggi, nel sud del Senegal, direttamente con le mani, non ha fatto male a nessuno, ma poteva accadere, semplicemente si era disinstallato il controllo del pulito e ci si adattava, d’altronde una forchetta chissà con che acqua è lavata visto che non ci sono acquedotti, né fognature. Meglio le mani. Forse. Credo subentri una accettazione passiva, per noi che conosciamo i rischi, si spera, per chi ci vive semplicemente non ci pensa, non è quello che fa venire l’enterite. Ed è quella, invece la parte cattiva del villaggio, quella da cui tenere distanti i bambini. In questi casi subentra la nozione di sporco che avevano i nostri nonni, ben presente negli studi medici quand’ero bambino, lo sporco è quello che fa ammalare, il resto è compatibile ed è fatto di acqua sul corpo, sulle mani. In Senegal c’è un’abitudine molto musulmana, quando si vanno a fare i propri bisogni, anche nella savana, si porta con sé l’acqua per lavarsi le mani e il resto. Nei bagni degli alberghi si trovano delle strane teiere di plastica variopinta piene d’acqua, servono per lavare le parti intime, anche se non c’è traccia di sapone. La funzione purificante dell’acqua è arcaica, non pulisce solo il corpo, ma anche la funzione e non ha bisogno di sapone. Anche prima della preghiera ci si lava, i piedi e le mani. L’idea del pulito è qualcosa che con attenzioni diverse circola ovunque, un buon motivo per ripensare alla superiorità delle culture, e la cultura dell’acqua ci permette di capirci subito e porta a far arretrare quella linea di cui parlavo. Forse per questo i pozzi sono necessari, non solo per bere, ma per consolidare la linea del benessere, contro quella dello sporco della parte cattiva che fa star male. 

Quest’anno spero ci si concentri anche su questo a sud di Kolda, con la onlus, un paio di pozzi, magari con pompe a pannelli fotovoltaici, potrebbero essere un buon contributo per mettere un confine nuovo e far vivere meglio. Ne discuteremo con chi ci abita da quelle parti. Vi dirò.

l’altra velocità

Tornavo per poche ore. Dal treno vedevo schizzare le case, i campi, i pioppeti, il cuore si apriva, riconoscendo il paesaggio. Non i luoghi , le pietre, proprio il paesaggio che era la stessa lingua che parlavo e che scriveva i rapporti tra le cose, il modo di lavorare, di recintare, di far fatica. Si può aprire il cuore? E’ solo un’immagine, ma è vera e si sente che allarga, che parte da dentro e alza le spalle e lo sguardo ed io così vedevo -e immaginavo- questo mondo conosciuto, le sue parole, i tempi, le vite. Mi pareva rivivessero presente e passato assieme, ma soprattutto le passioni, i tempi lenti delle passioni collettive, ché quelle individuali hanno fretta, ma quelle dei tanti, sono lente, modificano il vivere e ci pensano prima di diventare passioni.

Eppoi il dolore nei tempi lenti diviene acerrimo, fa più male, e così ha bisogno di consumarsi rapido, così pensavo che il dolore diventasse una spinta alla velocità, al leggero, per cui ogni ferita profonda potesse diventare scalfittura. Ed ancora accelerasse fino a schiantarsi addosso all’impossibilità di mettere assieme tutte le immagini di noi, tutto ciò che non eravamo potuti essere, tutti i nostri star bene, tutte le felicità consumate dentro quel dolore che non se ne andava. C’era bisogno di un’altra velocità. Giocavo con le parole, altra non è alta, veloce non è buono, rapido non è vita, eppure sapevo che il senso non era questo, che ciò che mancava non era il rallentare, ma la gestione del ritmo. Il proprio ritmo, risucchiato dagli altri ritmi esterni, dalla necessità che ingigantiva, diventava dovere, razionalità cartesiana delle vite. In ascisse il tempo, in ordinate la vita o lo spazio, che dir si voglia, e la curva si inerpicava, non c’era senso perché quel puntare in alto non aveva direzione, ad un certo punto esplodeva. Guardavo i pioppeti, le case, i campi e pensavo che bisognava togliere il tempo. Bisognava che il tempo fosse, al più, una variabile dipendente. Bisognava.

Se si potesse vivere in un istante quasi immutabile perché ricompreso negli eoni dell’universo, saremmo accumulo costante di esperienze senza fretta, di curiosità soddisfatte e di meraviglie senza rapidità. Anche il male verrebbe curato per ciò che è, la riabilitazione non esisterebbe, in quanto non ci sarebbe abilitazione, ruolo obbligato, ma voglia di fare e d’essere. Stati che ricomprendono anche le cose storte, non le scordano, ma le collocano in una pianura verso le montagne, tra gioie, fatiche, riposi e nuova voglia. L’altra velocità era il mio ritmo, il ritmo di ciò che si assimila, il passo dell’aborigeno e l’antibiotico, il tablet e la penna, o ancor più il bastone con cui un uomo assorto disegna sulla spiaggia. Perso nei suoi pensieri, si dice, e se fosse perso ciò che è esterno ai suoi pensieri? 

Dicevo tra me: immagino le vite come case, i rapporti come fili, nuvole, flussi. Immagino il tempo come un territorio da percorrere, una relazione in cui si può scegliere il tipo e il modo della velocità e la direzione. Immagino il mondo come modificabile, gli uomini come esseri pensanti, la società come una somma di luoghi comuni superficiali e di forti vincoli sotterranei. Ho riempito la mia casa di libri e di musica, nelle persone ho fatto prevalere il sentire al giudicare, ho difeso i miei territori intangibili, ho rispettato quelli altrui. La mia casa adesso ha mille finestre, le ho aperte per curiosità e ne ho chiuse ben poche. Eppure la sanità che c’insegnavano da bimbi consigliava di chiudere un libro, un giornale, un luogo, una persona. Chiudere e passare ad altro, in velocità. Ed invece vorrei ricordarlo questo passato, per lasciargli essere creativo, vivo nel suo mutare con i nostri anni, ho imparato a lasciarlo parlare, sommessamente, nel bujo della mia testa. Non farlo urlare e prendere posto d’altro. A che serve l’esattezza nel ricordo, se questo non è attuale, la citazione è senza vita se non ci siamo. Il senso, catturare il senso, il ritmo, lasciar aperte le finestre e puntare su un’altra velocità, che esiste. Si sono certo, che esiste. 

Poi arrivavo in stazione, il flusso riprendeva tra orari, tram, luci che corrono. Solo le domande restavano, con le loro parziali risposte, da esporre al dileggio di chi non ha tempo. Già chi non ha tempo è nel reale e gli altri dove sono?