mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente.
Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo.
Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.
” Cosa avrebbe potuto fare alla fine degli anni ’60 un giovane nottambulo, incazzato, mediamente colto, sensibile alle vistose infamie di classe, innamorato dei topi e dei piccioni, forte bevitore, vagheggiatore di ogni miglioramento sociale, amico delle bagasce, cantore feroce di qualunque cordata politica, spesso inaffidabile, musicomane e assatanato di qualsiasi pezzo di carta stampata?
Se fosse sopravissuto e gliene fosse data l’occasione, costui, molto probabilmente, sarebbe diventato un cantautore. Così infatti è stato ma ci voleva un esempio.”
Fabrizio De André
Per quelli che c’erano e per quelli che hanno capito, eppoi, se siete in Sardegna, regalatevi una visita a Nuoro. Al M.A.N. il museo della Provincia c’è una mostra dedicata a Fabrizio De Andrè. Si può passare la giornata tra musica, ricordi, immagini del passato recente. Una storia che non è stata di tutti, ma che tutti hanno vissuto. E per quelli che l’hanno amato per ciò che leggeva nei loro sogni, speranze, realtà, è una boccata d’aria buona che fa respirare.
Nel più grande giacimento di parole creato dall’umanità, basta avere la coscienza che non resta nulla, o quasi, di importante.
Ciò che scrivo su questo blog è quindi, prevalentemente per me, non cambia chi mi sta attorno, al più, come ogni scrittura, cambia me. Se parlo di politica, di entusiasmi, di sentimenti, di cose che mi colpiscono, sento il limite che esiste nella comunicazione: cerchiamo negli altri dei pezzi di noi stessi. Oppure ascoltiamo e ancora cerchiamo pezzi di noi in quello che sentiamo. E così nel leggere, nei film, a teatro, è un continuo ricercare tracce ed immagini di noi in quello che ascoltiamo, vediamo, leggiamo. Come se fosse con noi la comunicazione e coincidesse con la nostra vita in cerca di conferme.
Ogni tanto qualcuno mi dice che sono incommentabile ed è una conferma di quello che penso: ciò che trasmetto è uno scrivere pensieri che neppure si cura di essere chiaro. Ma non può disperare chi accetta di essere letto perché è un illuso che conserva la speranza nella forza salvifica della parola: il ponte che attraversa l’abisso di due mondi separati. Quando questa sensazione passa, allora subentra la consapevolezza che mi scrivo addosso e che la sua utilità è capire un pezzetto di più. Non è nè poco nè tanto: è il limite e basta esserne consapevoli.
Riassunto:La violenza della contrapposizione entra nella vita quotidiana, gli avversari diventano nemici, la discussione, scontro. Questo degrado dei rapporti si origina nella politica e nell’uso distorto dell’informazione, nell’aver collocato fuori dal giudizio chi detiene il potere, nell’aver permesso la violenza verbale, nel dare credito alle parole e alle ritrattazioni continue, nel rifiuto e persecuzione del diverso.
E’ iniziata la guerra. E’ iniziata in un terreno inatteso, ricco di furbi e distrattori: l’informazione. E non ci saranno tregue. D’altronde è dalla nascita della stampa che le idee hanno avuto finalmente una connessione rapida con altri cervelli diffondendo i virus del cambiamento, cambiando le idee e il corso della storia. E i potenti usano l’informazione e la temono, fino all’omicidio delle idee e degli uomini, e sopprimono i giornali, bruciano i libri per bruciare i pensieri molesti Ma prima passano attraverso la manipolazione, il culto della personalità, la creazione del consenso. Goebbels fu lo strumento necessario per il nazismo, più dell’asservimento dei giudici e della legge, piegò il popolo verso il capo facendo risultare devianti i diversi e i dissenzienti. Ma questo è nell’ordine delle cose, la violenza è altra. E’ quella che da tempo si insinua nella testa di ognuno: ora che il campo è definito e la parola è passata allo scontro frontale, i distinguo impallidiscono e si è dall’una o dall’altra parte nella contrapposizione che offuscherà le ragioni a mezzo. E questo campo di battaglia si trasferirà nei luoghi di lavoro, nelle amicizie, , tra vicini, dentro casa. Questo “capolavoro” ha avuto molti contributi ed ora è terreno fertile per disgregare, sopprimere. La violenza semplifica la ragione. Il mio dissenso ora è privo di sorrisi, la lettura di un giornale è appartenenza radicale, alimento la violenza con la violenza che ricevo e vedo. Così ci si chiude nel fortino delle idee che fanno appartenere e quando si esce, quelle idee diventano armi contundenti. Chi attacca pensa di vincere, ma non è conscio del disastro che genera la violenza. L’idea che si fa strada è di non fare prigionieri, di non avere limite,di continuare fino alla distruzione dell’avversario. Ma questo non è il mio mondo, non sono le mie regole, la violenza sta distruggendo le mie convinzioni. Esiste un 30% di italiani che non condivide, che pensa altro rispetto alla maggioranza, ma anche questi muteranno nei rapporti quotidiani, nei gesti, nel pensieri. La guerra combattuta con la delazione, il fango che schizza ovunque e imbratta tutto e tutti, non fa crescere. Rende tutti peggiori fino a considerare gli avversari senza speranza e quindi molto peggiori di noi. In questi casi è l’eugenetica che soccorre le idee senza fondamento e fa considerare lecito ciò che prima era riprovevole. Non la voglio questa violenza che mi cambia, non voglio che la mia casa sia piena d’odio, ma ci cotringeranno a schierarci senza critica e allora non si torna indietro. Lo chiedo a chi ha votato destra: ma ne valeva davvero la pena di creare un capo collocato fuori da leggi e regole comuni, che neppure i suoi possono contraddire? E’ questo lo stato liberale che mancava a questo paese?
…” E con chi non l’attaccava Don Lollò Zirafa? Per ogni nonnulla, anche per una pietruzza caduta dal murello di cinta, anche per una festuca di paglia, gridava che gli sellassero la mula per correre in città a fare gli atti. Così, a furia di carta bollata e d’onorarii agli avvocati, citando questo, citando quello e pagando sempre le spese per tutti, s’era mezzo rovinato.
Dicevano che il suo consulente legale, stanco di vederselo comparire davanti due o tre volte la settimana, per levarselo di torno, gli aveva regalato un libricino come quelli da messa: il codice, perché ci si scapasse a cercare da sé il fondamento giuridico alle liti che voleva intentare.
Prima, tutti coloro con cui aveva da dire, per prenderlo in giro gli gridavano: – Sellate la mula! – Ora, invece: – Consultate il calepino! –
Anche se difficile per una razza di prevaricatori, rivendico la simmetria nei sentimenti. Nello scandaglio di questi anni, e accelerando, a partire dalla mia generazione, gli uomini si sono decorticati. Chi sapeva e voleva, chi non sapeva e subiva. Ricondotti nel ruolo di prevaricatori, di maldestri utilizzatori dei sentimenti, incostanti, immaturi, irresponsabili, riconosciuti incapaci di pari sensibilità con le donne. Man mano diminuivano i vincoli delle regole economiche, la convenienza delle unioni, la superiorità femminile nei sentimenti, è emersa come valore superiore. Nelle donne e negli uomini. Oggi in pieno guado, non so chi sia più smarrito, se chi aveva un ruolo ed una presunta superiorità, oppure chi ha la necessità di riconoscersi in nuove funzioni sociali e personali restando fedele al proprio genere e alla sensibilità particolare attribuita. E non basta rivendicare la differenza, perchè nel pensiero c’è stato un abbassamento verso l’eguaglianza di genere: gli uomini da una parte, le donne dall’altra. Molto resta da fare per l’effettiva parità, ma cosa comprenda davvero questa parola mi sfugge. E’ la diversità di genere posta sullo stesso piano, è eguaglianza di diritti sociali, economici, politici? E’ il rispetto della persona, riconoscimento del ruolo produttivo e riproduttivo? E’ riconoscimento delle differenze e del loro valore? Credo sia questo e molto di più, ma su una differenza riconosciuta non trovo conclusioni: è poi vero che le donne sentono di più, e non solo diversamente, i sentimenti?
Il governo ha respinto 75 migranti verso la Libia. Uomini, donne anche incinte e minori provenienti, pare, in larga parte dal Corno d’Africa. Da quelle altre ex colonie senza petrolio, dove l’Italia ha avuto molto e dato poco. Rimandare in Somalia o in Eritrea queste persone non lascia molta fantasia sul loro destino. Dobbiamo essere rigorosi e applicare la legge, ha detto il presidente del consiglio in Libia.
Appunto, dovremmo essere rigorosi e applicare sempre la legge.
Nella geometria delle nostalgie, quelle vicine con le quotidiane non scelte e quelle distanti col cosa saremmo se…, la nostalgia dell’eden è equidistante come un rumore di fondo conosciuto. L’eden è il possibile pensato, ad un passo dall’essere vissuto, se un errore d’equazione, la realtà, non l’avesse reso utopia. Per questo con buone volontà e vite spese, non si è realizzato. Forse non era possibile, oppure era solo un sogno applicato all’uomo, ma il conoscere non ci aiuta. Anzi. E colpisce guardare oggi, quelli che vedono e sanno e dicono, inciampare sul ciglio d’ un marciapiedi conosciuto: la contraddizione.
Nessuno ci salverà da ciò che sappiamo. Possiamo puntare sull’oppio della critica perenne, oppure sul momentaneo piacere della conquista, ma quella proporzionalità diretta tra conoscenza e insoddisfazione non ci abbandonerà: più hai sceso l’infero di te, più conosci ciò che manca. Non è un caso che l’indignazione si applichi ad altri.
Siamo costruttori di puzzle in cui a forza i pezzi entrano, ma il disegno non corrisponde. E la linearità delle vite ordinate, degli amori senza domande appartiene ad altri, e non ci è dato pretendere di piegare la curva delle cose. Lo sappiamo e così non è dato.