mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente.
Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo.
Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.
La rete consente lievi innamoramenti, un po’ virtuali e un po’ reali. Storie binarie alimentate di luce bluastra. A quale categoria ascrivere queste pulsioni: ai moti dell’adolescenza mai sopita? alle timidezze dei senza volto? oppure ad una nuova specie di sentimenti digitali. E’ la prefigurazione dell’androide che c’è nella razza umana. Asimov gioirebbe, correndo a riscrivere “io robot”.
Laureato in matematica e fisica ma da anni precario e con un’occupazione da muratore, si è tolto la vita perchè la ditta edile nella quale lavorava si è vista costretta a ridurre il personale. Si è sparato un colpo al petto un quarantanovenne residente a Sora.
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L’articolo de l’Unità inizia così. Stiamo rimuovendo il problema dell’insoddisfazione personale e della precarietà. Questa società genera infelicità, illude, promette e non mantiene. Siamo finiti dentro un super enalotto dove per uno che vince, tutti gli altri perdono e pagano chi vince e chi gestisce il gioco. Questo problema riguarda tutti, i giovani che non capiscono appieno la truffa che subiscono sul loro futuro, gli espulsi dal lavoro che saranno sempre più ricattabili nel bisogno, gli anziani che dovranno provvedere non solo a se stessi. Dopo la crisi ci sarà più precarietà e giustificazioni al licenziare, ma pare che pochi se ne rendano conto.
In Francia Sarkozy ha chiesto ai tecnici, una proposta per misurare il PIL, non solo sulle cose e i servizi prodotti, ma introducendo il benessere del paese E’ un processo dirompente dove i suicidi per disperazione peserebbero sulla politica e sulla nazione, il lavoro sarebbe una componente dell’equilibrio personale e produrre non il primo obbiettivo per una nazione. Non andrà così, troppa responsabilità su chi governa i paesi.
Intanto silenti o conclamate le disperazioni si accumulano, il bisogno non produce solidarietà e il paese si divide tra chi può costruire un futuro sul proprio reddito e chi non può farlo.
Quali sono i limiti della speranza? E quelli della pazienza?
C’è chi gioca sempre a gamba tesa e per vincere la sua partita, mette in conto di far male. Entra nelle vite senza chiedere permesso, come un piazzista di libri mette il piede nella porta e usa la parola e il corpo per tagliare difese. La libertà è chiudere le porte, dire arrivo fino a questo, il resto non è assicurato. Dipenderà dalla pazienza reciproca.
Sarà per questo che mi infastidiscono quelli che alzano il dito più di quelli che alzano il gomito.
Sarà per questo che mi rattristano quelli che appoggiano sulle proprie verità la vita altrui.
Sarà per questo che mi piace chi gioca al campo della tosse, che ride, si dispera, ricomincia e dà appuntamento all’indomani.
Se devo giocare cerco di non farmi spezzare le gambe ed aspetto. Se c’è una ragione emergerà.
In questa stagione il caldo ha bruciato tutto quello che poteva, le colline sembrano ordinate, come fosse stata tagliata l’erba. In realtà è tutto giallo, gli steli sono ripiegati e le poche vacche al pascolo, mangiano paglia. Nel sole della sera, l’oro dell’erba è specchio del giorno, denso di luce gialla senza tregua d’ombra. Come un ricordo che si protrae nella notte e nel calore della terra bruna. Ma l’aria è già fresca e giù, al campo della tosse, i ragazzini giocano a pallone, vociando tra sbuffi di polvere. Arriva solo l’eco di gioie e delusioni momentanee, ma qui, lungo la strada, il silenzio ti prende e toglie la voglia di andare.
Ancora mezz’ora, aspetta, siediti sull’erba. La terra è calda come una madre.
In altri tempi, un uomo sarebbe uscito nello spiazzo davanti casa e sedendosi avrebbe guardato il sole basso, misurando ombre, pensieri, stagione.
L’autunno, gli odori, il silenzio: ascoltando il corpo, la mente si distende, trova pace e non corre perchè non c’è posto dove andare. L’incoscienza dell’attesa dice che si sta bene qui. Dove si è.
La pioggia arriva a fiotti e riga vetri d’incandescenza giallo oro.
Da quanto tempo manca il fumo dai marmi tondi del caffè? Desideri di tabacco, piacere denso, cenere, vita istantanea.
In un bavero di giacca e nei passi che scorrono veloci, i segnali dell’autunno. Mezzo sigaro all’aria di folata.
Fumo e rhum invecchiato per pensieri galleggianti nel tempo che non scorre. Sarebbe bello avere vizi stagionali che non diventino prigioni.
Penso.
Caldo umido di bar, cucchiaino, panna, guardo, annuso, mescolo luci in cerchi di cioccolata. Scie bianche e gialle: dentro, fuori, fuori, dentro.
La tua voce, è pelo morbido di gatto: riempie spazi, tra pensieri diseguali. Non ascolto, ma guardali, se vuoi, i pensieri di carta stropicciata, sono luce scivolata sotto porta. E’ ancora possibile decidere tra noia ed interesse?
Andare nel colore della pioggia. Fuori.
Il mare cinge il molo, maltrattandolo di carezze e baci. Un’onda incontinente spruzza la notte di vento salso, ancora tiepido.
Che mondo è quello in cui chi è oppresso non esercita la propria forza ma desidera quella di chi lo opprime? Aumentano i disoccupati, i suicidi per disperazione, i poveri e aumenta il consenso al governo, alla lega, a berlusconi. Anche queste parole sono gettate perchè in questi luoghi si crede al valore salvifico della parola, ma poi tutto si riduce ad un cicaleccio su amori spaiati, sentimenti crepuscolari, vibrar di ciglia. Guardiamo le pieghe delle nostre bocche, le rughe che rivelano l’età di questa eterna giovinezza, esibiamo dolori ancillari chiusi in un mondo governabile e domestico, lasciando che quanto ci attornia si guasti irrimediabilmente. Non ho più parole che convincano me e gli altri che ancora ascoltano. capisco che è diventato vecchio il cuore medio del paese. In questi mesi sostengo un candidato fuori schema nel Pd, Marino, parla chiaro, dice cose che molti di voi potrebbero sottoscrivere, eppure è soverchiato da apparati e snobismo che chiude menti ed entusiasmi. Ma dove sono i dissenzienti, gli eroi di cento battaglie? Troppi snob da queste parti, e troppi che fuori han scelto di andare con chi li prenderà a calci in culo. Penso che il 30% che non condivide sia un bel numero da cui partire, ma poi ritrovo gli schizzinosi, gli impegni inderogabili di fine settimana, la noia che sconfina nel nichilismo, quelli che tanto tutto è eguale. In questo sento l’inanità, metto da parte i versi, le sensazioni sottili, i problemi personali e mi chiedo, ma chi me lo fa fare? Per chi?
I comunisti erano carichi di speranza, volevano cambiare il mondo e cominciavano da ciò che stava loro attorno: sè stessi, i rapporti nel lavoro, il cortile di casa, il quartiere, il comune dove abitavano. Pensavano in grande, nel contesto internazionale, come si diveva allora, ma facevano nel territorio. Pensavano per certezze perchè la fede e la speranza non si nutrono di dubbi e relatività. E per capire dovevano leggere, studiare con armi della critica spuntate dai destini più alti dell’idea che metteva da parte i dubbi e le evidenze. L’Unità, diffusa la domenica mattina, ha compitato il pensiero di milioni d’italiani, li ha costretti ad uscire dal semi analfabetismo imperante, vera arma del fascismo e della destra e li ha tolti dal mutismo. Al bar, in piazza si poteva alzare la voce e dire noi, ed avere ragioni insperate, una dignità prima negata. Così le imprese del socialismo erano le imprese di tutti, la dimostrazione pratica che quella era la strada giusta. Solo un problema fu evitato da chi sapeva, ed era la necessità di accettare un confronto che facesse crescere anche l’avversario, che portasse l’intero paese su basi comuni da cui non retrocedere.
Non è accaduto e una parte degli allora comunisti, hanno ristretto il noi al territorio, alla lingua, al povero benessere senza contenuti, nè felicità.
Stamattina mi hanno ricordato un vecchio assioma della politica: se tu mi procuri un danno o mi fai del male, per un tuo vantaggio, ti rispetto come avversario. Ma se è un male senza vantaggio, allora sei un nemico e farò tutto quello che posso per distruggerti.