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mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

la Klein com’è nata?

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Proseguo il post precedente seguendo il filo dei miei pensieri, nati anche dalla considerazione che nella vita e nella sua contaminazione in rete, si formano gruppi di affini, chiusi per scelta e che all’interno di questi gruppi chiusi ce ne sono altri, pure chiusi, con codici comunicativi diversi. Come dire: ci si sceglie e si comunica ciò che si vuole.

Avere la consapevolezza del proprio genere è già moltissimo, ma non basta, è un presupposto ed elude il problema della co-abitazione del mondo e della società. Non credo che gli uomini, come le donne, non si assicurino l’un l’altro più niente, mi sembra una posizione misogina che parte dall’autosufficienza, mentre ogni giornata ci ricorda che autosufficienti non siamo.  Non basta avere un lavoro, una indipendenza economica, affetti, il problema è il divenire oltre il presente, questione che si può rimuovere, occultare, ma che esiste nella nostra testa. La famiglia rispondeva a questo, stabiliva ruoli e regole comunicative, tracciava futuri. E’ stata superata, anche grazie al nostro apporto? Bene, ma i bisogni restano e spesso si traducono nella risposta alla solitudine individuale. Quindi escludere il bisogno di contributi reciproci importanti, mi pare privo di realtà, ma aggiungo che senza comunicazione neppure c’è scambio di bisogni. Si può cercare la novità, essere curiosi delle cose e degli uomini (credo di averne una discreta esperienza personale) e sono qualità importanti per una persona, ma c’è qualcosa in più che sollevavo come problema. Ed è il rinchiudersi nel genere, che poi significa il presupposto per lo scontro e la necessità di prevalere. Se non posso essere eguale, accetto la diversità, ma non l’incapacità di capirla. Si può dire che sia un problema maschile, che gli uomini sono in difficoltà. Qual’è l’aiuto per evitare che la violenza sia una forma di comunicazione? Aspetto di leggere analisi del mondo maschile scritte da donne e che possano superare Freud e Jung, perchè ho la sensazione di essermi perso molto sul tema, fuorviato da altri interessi. Nel frattempo, mi convince Laura che dice: è che nel momento in cui ti schianti in un ruolo, niente… ti sei schiantato, detto tutto. tenere le antenne alzate e non chiudersi negli accoglienti veli del proprio ombelico è difficile per le donne quanto per gli uomini. Che è come dire che la realtà è diversa da quella percepita, ma alcuni la percepiscono così e per questi il mondo si è fatto più difficile in termini comunicativi e presuppone rigidità non dissimili da quelle esecrate del mondo maschile. Quindi una realtà diversa e non migliore. Saperlo non basta.  Si può risolvere tutto nel quotidiano, nel domestico, ed è la dimensione principale delle soluzioni, se però il fatto è sociale e culturale, prima o poi i nodi vengono al pettine perchè questa è l’aria che si respira insieme. Quindi se il problema non è più assicurare il reddito, lo status, il ruolo, anche se questo è ancora vero per la maggioranza delle persone, come si risponde al fatto che l’indipendenza personale si appoggia sempre su altre persone? Amenochè non si scelga la trappe ed allora ci si appoggia su dio.

Lascio quattro domande, anche per me naturalmente:

Se il pensiero femminile mi arricchisce, il mio pensiero è significativo per l’altro genere?

E come può essere significativo se ciascuno prende ciò che gli serve secondo necessità, relegando la comunicazione gratuita tra gli optional?

La violenza è comunicazione, come posso toglierla dai rapporti tra pari? 

Melanie Klein mi convince più di Freud, ma esisterebbe senza Freud?

l’invidia della vagina

 

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Sarà che è femminile l’accogliere, oppure che millenni stratificati di sopraffazioni hanno prodotto linguaggi oscuri agli uomini -ricordate la lingua inventata in Cina a corte per comunicare tra donne?-, o forse è semplicemente la riscoperta della solitudine comunicativa del maschio, comunque sia il mondo femminile parla tra omologhe e i maschi guardano dai vetri. E la parola invidia non è eccessiva se questo guardare, alimenta rivincite ed ulteriore sopraffazione. Le donne parlano tra loro e i maschi non capiscono cosa si dicono, si sentono esclusi da un mondo fatto di diversità cognitive, allusioni, presunte superiorità di sentimenti, fedeltà misteriose (a cosa?, a chi?, perchè?), intriso di pulsioni/passioni, di incongrui ritorni, sopportazioni infinite e ribellioni, di vissuti e presupposti vantati o reali. Un mondo a parte che a volte singolarmente, a volte in blocco si propone allo sguardo stupito, ammirato e perciò invidioso dei maschi persi tra le loro tecnologie, i sogni di conquista, di crescita, di singolarità. Ed alimenta, in chi capisce, ulteriori solitudini inquiete. Nella classifica di ciò che divide è più banale lo sport oppure le soap, è più importante il reality o il gf della politica, i sentimenti hanno tassi di sofferenza diversa a seconda del genere? Le misteriose malattie femminili, le mestruazioni, la possibilità di fare figli sono una barriera invalicabile alla comunicazione del sentire? E soprattutto danno capacità di differenze così ampie da escludere la possibilità del trasmettere sensazioni e condivisione?  

In molti casi l’antidoto è la noia, il distacco, la supponenza. Oppure la decostruzione della superficie del problema, cucinata in salsa sociale. Io ti difendo e tu mi assicuri la discendenza, io ti alimento e tu mi curi, tu mi ami e io vivo di questo amore e dò senso alla diversità del mio.  Il succo di molta letteratura coniugata sui due versanti è questo e il ruolo di chi narra è la banalizzazione del problema della comprensione, scavalcandola con le finzioni delle parole pontiere, per far comprendere che i mondi sono speculari, ma intrinsecamente comunicanti. Ed invece non esiste uno specchio che rifletta l’uno e l’altro, sono proprio due parti dello stesso giardino in cui valicare il confine malcelato, significa restare se stessi, epperò lasciarsi convincere che non si è perfetti in sè. Solo la poesia si imbeve del problema e lo risolve per lampi, creando mantra da ripetere nella solitudine del pensiero.

Ma alla fine resta la consapevolezza che bastarsi oggi non basta più.

andando

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La luce sembra venire dal basso. Resta sospesa a mezz’aria e attende che qualcosa accada. Lo sfondo è a un passo, con colline verdissime, immerse in nubi scure. Il navigatore parla, sbaglia, si corregge, è paziente, tace mentre m’inerpico su strade vuote, con la mezzaria segnata di fresco, il ciglio delimitato. Anche le strade attendono.

Amori senza costrutto, dove nulla è davvero al suo posto e tutti sanno come finirà. 

Qui basta un temporale per rimettere a posto le cose. 

fuori luogo

A chi l’ha amata per le parole dolci e scabre, temprate dal vero, dispiace assai.  Non frequento la disperazione a distanza, mi colpisce, piuttosto, il silenzio senza appello, la storia che ferisce, banale e necessaria e ingiusta. C’è un coraggio bagnato di lacrime -l’avete veduto?- che dà senso alla Sua vita e fluisce a dar senso ad altre vite e alla follia quieta dei poeti.

Hai dato una interpretazione positiva alla sofferenza Alda, collocando l’amore per terra, esponendolo al vento e alla siccità e lasciando crescesse come un albero di mare, impavido e timoroso di timidezza quando viene accarezzato.

 

Alda Merini

Il mio passato

Spesso ripeto sottovoce
che si deve vivere di ricordi solo
quando mi sono rimasti pochi giorni.
Quello che e’ passato
e’ come se non ci fosse mai stato.
Il passato e’ un laccio che
stringe la gola alla mia mente
e toglie energie per affrontare il mio presente.
Il passato e’ solo fumo
di chi non ha vissuto.
Quello che ho gia’ visto
non conta piu’ niente.
Il passato ed il futuro
non sono realta’ ma solo effimere illusioni.
Devo liberarmi del tempo
e vivere il presente giacche’ non esiste altro tempo
che questo meraviglioso istante

trittico sulla vecchiezza II

Amico caro, ti avevo annunciato che avrei messo i piedi nel piatto dell’età e allora partirei dai temi che archiviamo in fretta nei nostri discorsi. Così fai  quando parli dei pochi anni che restano e  scherzi facendo trasparire un desiderio e una paura. La paura è quella della morte. O meglio la paura delle malattie dei vecchi che invalidano e tolgono progressivamente la vita. Hai presente l’ossessione del cavalier B.?  La potenza fisica, le capacità di movimento, l’intelligenza, la memoria e dover dire che si ha tutto come a 20 anni per i prossimi 50. Ma resta l’onere della prova in una dimostrazione giornaliera di efficienza per essere ciò che non si è: anagraficamente vecchi, però giovani nelle attività e nei tratti. Quando vedo miei coetanei che si sono imbalsamati tra i 40 e i 50 anni, non colgo differenze con la tristezza degli sfatti allegri, quelli che non si governano e hanno deciso di dimenticarsi tra alcool e mangiate. Entrambi non sostengono più l’identità e la dignità di essere. Noi più semplicemente, cerchiamo di giocare con la paura di cadere in qualche trabocchetto dell’età, di scivolare nell’alzaimer che ci rende presenze vuote, oppure di entrare nel girone infernale delle malattie coscienti e impronunciabili. Tutti esorcismi e la morte semplice, quella fatta del disporre di sè diviene un desiderio. Magari da collocare più avanti possibile, ma un desiderio di concludere bene. In fondo ci sarebbe dovuto, per le nostre colpe veniali, per gli impegni senza ignavia, per l’entusiasmo che abbiamo messo in tutte le cause perse frequentate ma anche per la pochezza delle vigliaccherie e le fughe fatte più per paura che per salvarsi. Molti coetanei fanno consuntivi, ti dicono: mica per essere finiti. No, solo per un budget veritiero. Altri e ci fanno più male, se ne vanno senza dire, per stanchezza, solitudine, disperazione. E per loro, come per quelli andati tra sofferenze immani, ci si chiede perchè. Anche della ragione di tanta sofferenza ci si chiede il motivo e nessuna risposta arriva. Sai cosa fa più male? La sofferenza silente consumata in solitudine, senza sbocchi, nè speranza. Ci si immaginano i giorni, le notti e ci si augura che non ci accada, che tutto finisca di botto, con il solo barlume di capire che davvero è così facile scivolare via. In realtà l’età porta verso il conto con il passato e adesso che siamo ancora in questa età indefinibile, pieni di sogni e di attese temperate,  si dovrebbe, per magia, trasferire un credito sul futuro. Assicurare una rendita in anni vicini al desiderio. Ma lo sappiamo tutti che non è così, sono il caso e la volontà che ci possono graziare e non per sempre. Ho pensato spesso, che si potesse rovesciare il tempo e lasciare che la possibilità non si spegnesse al suo mostrarsi, per verificarla, con generosità,  senza curarsi del resto. Tu sai, che tutto questo è sconsiderato, ma come vivere una vita regolata dalle certezze e pensare di vivere davvero? Alcune certezze ci sono indispensabili: amore, affetti profondi, relazioni, libertà d’essere e d’intendere, l’avere un senso a sè e magari anche agli altri. Se non ci sono grandi problemi economici, tutto questo dovrebbe consentirci di parlare anche delle paure e della morte, di ciò che accade attorno a noi. Ma parlarne come di un processo dinamico e non come di un muro contro il quale sbattere incoscienti a tutta velocità. Il tema etico del fine vita, emerge in questi anni e ha più consistenza: la libertà del finire come si desidera, la vita non come condanna, ma possibilità positiva. E’ una considerazione che dovrebbe portarci alla consapevolezza e togliere la paura. Ma non è facile e soprattutto bisogna scegliere un percorso che eviti i cronicari, gli ospizi, gli odori di minestre e orina, i discorsi senza memoria, i giardini con le cancellate e i mobili di melamina. Voler vivere a casa propria, finchè si vive. I nostri vecchi lo sapevano e nell’oscura necessità di convivenze tra famiglie assicuravano il passaggio, circondati da persone care. Lo so che succedeva anche il contrario, che la gente si sbranava davanti all’agonia, ma quando c’era rispetto per la persona, ovvero si aveva ben seminato, le cose erano più dolci. Naturali e senza accanimenti. Noi apparteniamo alla generazione che detiene il potere, gestiamo vite, vietiamo ai giovani di crescere, eppure le paure non le abbiamo eliminate. Ti ricordi di quando parlavamo di villa arzilla tra discorsi e vino rosso, pensavamo ad una convivenza tra persone che si conoscono e che bevono e parlano bene assieme. Badanti di noi stessi, plagiati dal mito di Amici miei e della Grande bouffe. Ma non funzionerebbe, amico mio, dopo poco ci staremmo tutti sulle scatole, in realtà la nostra risorsa sono le relazioni tra noi, il trasmetterci entusiasmi e positività; questo serve e non altro. Non siamo abituati a minestrine, ma forse la cosa che dovremmo  evitare è l’essere prigionieri dell’insofferenza, dei modi di dire, delle abitudini senza appello o della supponenza di aver capito già tutto. In realtà, e lo sappiamo entrambi, siamo degli ignoranti abissali e aver voglia di apprendere è già sintomo di futuro, ma non ci basterà, come non basterà il cinema, i libri, la musica. Dobbiamo investire in affetto quando l’egoismo diventa più forte per la preoccupazione di sè. In comunicazione quando pare ci sia poco da dire di sensato e nuovo. In pazienza quando le nostre urgenze sono solo desiderio di attenzione. E soprattutto dobbiamo convivere con la persona più difficile che conosciamo: noi stessi. Ma la consapevolezza non è una diminuzio, abbiamo chance notevoli da giocare, e magari ne parliamo la prossima volta. 

questo è il mio paese

 Sono tra quelli che ci sono, non se ne vanno, non firmano cambiali in bianco, capiscono che non va e che bisogna cambiare. Perso nei miei problemi, nel mio vissuto così importante e immediato, ogni tanto mi sveglio e mi chiedo cosa faccio io per il mio paese.  Perchè questo è il mio paese, il posto in cui voglio tornare ogni volta che me ne vado, è la mia testa, la mia lingua, il mio portolano del mondo. E’ il paese che non mi piace, che cambierei a partire dagli arroganti, i corrotti, gli imbelli e gli imbecilli, è il paese che mi voglio tenere stretto, perchè è mio. E non perchè mi è stato dato, ma perchè qui posso essere diverso, anormale, singolare e plurale e posso pensare che la mia verità sia quella buona fino a prova contraria e cercarla di farla trionfare, vivere, sperare. E quando mi scazzo questo è il paese che posso prendere a calci, perchè ne ho il diritto, altrove mi direbbero: ringrazia ti abbiamo accolto.

piaceri privati

 Tu la conosci l’aria che vibra silenziosa dopo un suono?  E’ la sua memoria e si può perfino respirare.

Haydn, 1° concerto per cello, poi  di Bach, un corale trascritto per trio e ancora la prima Suite. Brunello sorride, trasmette malia, coinvolge, è coinvolto.  Come un bimbo si guarda il dito dopo una nota legnosa. Ricomincia con la leggerezza del seminatore. Uno scialle di note, sulla soglia dell’inverno, così bello e coinvolgente che i silenzi sono applausi. Ton Koopman sembra felice, stringe mani, contagia l’orchestra, si abbracciano un po’ tutti, regala ancora note. Si esce in un’aria sospesa tra sorrisi e toni bassi a conservare l’impressione.

C’era la neve un anno fa, sulla piazza. Magia d’antan.  Questa notte è così tiepida, e indimenticabile con le note che ti seguono nella testa come un cane amoroso.

geometrie non euclidee

Rutelli se ne va, ma non subito, non del tutto. Farebbe un gruppo ponte in parlamento che consentirebbe il rapporto e il transito verso l’UDC, ma di converso, la sinistra extra parlamentare potrebbe avvicinarsi ad un PD più a sinistra. Quindi un pezzo va a destra, ma il resto che va a sinistra,  parlerebbe meglio con il centro e la sinistra che non c’è. La cosa, in gestazione, non dispiacerebbe ai geometri specialisti nelle bottiglie di Klein, che tra i problemi urgenti del lavoro che non c’è e i problemi quotidiani, trovano affascinante il risiko parlamentare.

Mi vengono due domande:

1. Rutelli è stato eletto da chi e per quale progetto politico?

2. Quando rispetteremo le geometrie euclidee dove si capisce subito chi è dentro e chi è fuori e ognuno ha un nome, un ruolo e un posto?

http://concita.blog.unita.it//La_camera_di_transito_704.shtml

 

n.b.In matematica, la bottiglia di Klein (detta anche otre di Klein) è una superficie non-orientabile di genere 2, cioè una superficie per la quale non c’è distinzione fra “interno” ed “esterno”.

ha vinto Bersani

Ha vinto Bersani, comincia qualcosa di nuovo. Comunque.

Il 47% dei 3 milioni di cittadini ha votato altrimenti, le idee coincidenti sono molte, ma anche profondamente diverse in questioni non marginali. Credo che i cittadini votanti chiedano unità, ma non appiattimento, opposizione e alternativa al berlusconismo e non bizantinismi, proposte di vita e futuro intelleggibili e non fumosità, diversità di comportamenti, stili e priorità rispetto a chi governa. Bersani è una persona concreta è il suo pregio maggiore, argomenta e non perde la pazienza,  forse è anche in grado di sognare. Non comincia una sua avventura, comincia un percorso che riguarda anche chi non l’ha votato. A questo riguardo penso che abbiamo solo questo bambino, il PD, per cambiare oggi una deriva sociale, etica, politica e pensare che la sterilità sia meglio di un figlio, sarebbe ingeneroso, suicida. Molti si sono stancati di sperare, molti pensano che dal peggio il disgusto faccia nascere il meglio, molti pensano che ci sono energie che rivolgono la loro necessità di fare qualcosa per gli altri, in campi più concreti della politica. Credo che Bersani e quelli che credono si possa cambiare il paese debbano anzitutto parlare con queste persone. Ci saranno le alleanze, le capacità manovriere, le cecità della concretezza, ma sono questi i nostri compagni di strada.

Non so cosa farà Marino, ha chiesto di continuare ad occuparsi di sanità. Quelli che si riconoscono in una necessità di modi diversi di fare politica, non si disperderanno, troveranno il modo di incidere e di mantenere le priorità nell’agenda del mutare politica. Perchè parlano di stile e di a priori, perchè la laicità è un metodo per vedere i problemi, perchè l’istruzione non è il contratto degli insegnanti, perchè dire dei sì e dei no, è una necessità.

Non so cosa farà Franceschini. Ha fatto quello che si poteva fare in questi mesi, è cresciuto politicamente impostando un’ opposizione forte a Berlusconi, ha parlato di Costituzione e di Resistenza mostrando di crederci, ha cercato di tenere assieme l’impossibile, si è speso e ci ha messo la faccia. E’ fondamentale che il pezzo di società che rappresenta e in cui c’è molto di nuovo, non si chieda se con la vittoria di Bersani abbia perso il PD.

Infine in questo coacervo di sentimenti e di speranze, di delusioni e sorrisetti con la pacca sulla spalla: beh, però un bel risultato, restano i destini personali che dialogano con quel che vorrebbero. Credo davvero che l’energia positiva abbia la necessità di uscire, che oscuramente contrasti il degrado della termodinamica delle passioni, che spinga le azioni, che faccia sorridere e incazzare e sussultando, giri attorno ad una affermazione: abbiamo vissuto, stiamo vivendo.

Buon cammino a Bersani, al Pd e a tutti noi che crediamo si possa cambiare questo paese.

per Marina e per gli amici di strada

Scrive Marina:

Io, da sempre attiva in politica, sono oggi una “chiusa in casa”. La mia parte politica mi ha profondamente delusa. Vado ancora alle manifestazioni della mia parte ma il mio spirito è completamente diverso. Non lo faccio più perché credo che in molti si possa incidere sulla realtà ma solo per trovarmi tra persone che sento vicine, con i miei stessi ideali. Respiro per qualche ora un’aria un po’ più pulita di quella che respiro quotidianamente nei negozi, negli autobus, negli uffici della mia città.
No, non andrò a votare alle primarie. Sono stanca del ricatto morale: dobbiamo far vedere che c’è un’altra Italia non berlusconalizzata. L’onere della prova spetterebbe innanzi tutto alla classe dirigente del PD. Ma questa classe dirigente, fatta salva l’onestà personale, è del tutto inadeguata al momento storico che viviamo ma decisa a mantenere tra le sue mani la barra del potere. Sono sola senza referenti politici. Perdere non è un problema per me, sono sempre stata all’opposizione e so reggere le sconfitte. Ma la rivoluzione antropologica cui stiamo assistendo meriterebbe idee, persone, progetti nuovi. Io non li vedo. Il PD, che ha avuto il mio voto, ha scelto di non darsi una identità dietro lo slogan del “tenere tutti insieme”: Bene, si tengano insieme tra di loro. Me, mi hanno già cacciata. E non mi chiedano di portare il mio corpo ai loro seggi elettorali.

Apprezzo il tuo impegno e la tua buona volontà ma sono forse troppo vecchia per credere ancora che la buona volontà personale possa sostituire la mancanza di dirigenti politici capaci. Se votassi voterei per Marino. resterò a guardare per la prima volta nella mia lunga vita.
marina, amareggiata, sfiduciata, delusa e incazzata.

Condivido molto di quello che dici Marina, ma non resterò a casa domani e continuerò ad impegnarmi dentro o fuori del PD. Quando ho scelto di fare la campagna per Marino e Casson nel Veneto, l’ho fatto da isolato e con pochi amici, sapendo che molti di quelli con cui ho fatto politica erano da un’altra parte, ma a questo ci sono abituato. Non mi piaceva che fosse stato scelto con chi stare prima di leggere i programmi, di sapere chi erano i contendenti. Non mi piaceva l’idea di rifare un partito che conoscevo bene, che mi aveva dato tanto, ma che ormai non serviva più per cambiare il paese e così mi sono schierato con una possibilità di cambiamento. Per chi come me, ha ormai molti anni, certo più di te Marina, la scelta è di lavorare ancora per un po’ e poi stare a casa tra libri, musica e tranquillità, oppure incasinarsi la vita e  uscire, ribadendo a sè stessi, che può esserci un’alternativa al conformismo e alla noia. Sono stanco di star bene solo con chi conosco e che scelgo come amici, credo che ci siano molte persone come te, che vogliono qualcosa di diverso nella politica, che non si accontentano di una trattativa con Berlusconi. Mettiamo che un sogno di cambiare sia vero, che si possa davvero incidere nel corpo sonnacchioso del PD, mettiamo che Marino rappresenti una voce minoritaria che non ha paura di dire ciò che pensa, mettiamo che la critica diventi alternativa e non resti un mal di pancia. Mettiamo che ci sia la possibilità che sia vero, perchè non dovrei partecipare a questa possibilità? La mia incazzatura solitaria servirebbe a quelli che pensano che se me ne vado gli faccio un piacere, e non sono pochi.  Ebbene, non me vado, domani voterò e cercherò di convincere a votare Marino e poi la prossima settimana continuerò a pensare che si deve vivere come se davvero fossimo in democrazia, in un paese libero, con i diritti individuali e collettivi.  Tu dici: Perdere non è un problema per me, sono sempre stata all’opposizione e so reggere le sconfitte. Ma la rivoluzione antropologica cui stiamo assistendo meriterebbe idee, persone, progetti nuovi. Io non li vedo. Neppure io li vedo a livello generale, ma ieri sera eravamo in 35 a discutere di politica, di etica e di diritti della persona. E mi sono detto: se sono illuso non cambia molto, sulle delusioni mi sono rafforzato, ma se c’è una possibilità devo percorrerla sino in fondo, ci sono energie nuove che circolano. Perchè questa è la vita Marina, perchè siamo differenti, ci interessano queste cose futili e non ci arrendiamo, perchè non ci basta resistere, ma abbiamo bisogno di pensare che si possa vincere.  Serve una politica forte, un futuro possibile che sia condiviso, il PD è uno strumento, alla fine contano le persone, le idee, le speranze. Ti rendi conto che se non lo facciamo noi, i nostri figli, i giovani, da soli non ce la faranno, vivranno in una società peggiore della nostra, con meno speranze e possibilità. Non è tutto nel voto domani, se si fa la strada assieme si diventa comunque amici, questo è quello che conta. Domani lo dirò a mio modo, perchè  credo che una minoranza possa incidere e cambiare la maggioranza: abbiamo speranze e forza che riguardano tutti, è questo il nostro vantaggio: nessun egoista o cinico ci potrà mai sconfiggere.

Non ho mai cercato di convertire nessuno Marina, fai quello che ti fa stare bene, è importante che ci siano persone come te, che non si rassegnano e si arrabbiano col PD perchè non fa abbastanza, ma c’è  la necessità di dare un senso all’incazzatura.

Buona serata Marina e buon dì che speriamo sia di festa.