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mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

DOMENICA LE PRIMARIE DEL PD ESPERIMENTO DI DEMOCRAZIA

 

L’autunno è una stagione simbolica per il cambiamento in questo Paese, così è stato in passato, sia a destra che a sinistra, ma oggi al centro dell’attenzione c’è la crisi produttiva, con la sua gravità occupazionale montante e lo scontento nella parte riformista del Paese. Per questi cittadini, in questi anni, il distacco tra il possibile e il reale è stato sempre troppo elevato e senza speranza nell’essere colmato. In questa percezione tra la reale urgenza dei problemi e l’azione dell’opposizione, anche la lunga marcia verso la segreteria del Pd ha lasciato tracce negative. Ma questo autunno ha due facce e se guardiamo dal lato positivo questa stagione di passaggio, possiamo accorgerci che la scelta di un lungo percorso congressuale, con un dibattito pubblico senza pari fra i partiti italiani, è servita per far emergere idee e modi di azione politica con forti caratteri di novità. Però avere tre buoni candidati alla segreteria del Pd non significa avere lo stesso partito, indipendentemente da chi vincerà. Questa era la caratteristica della vecchia politica e dei partiti carismatici: il 25 ottobre con le primarie aperte, verrà imboccata una strada diversa e il Pd assomiglierà alla maggioranza degli elettori che determineranno il segretario. Questa percezione che si sta superando la vecchia immagine del partito riformista mi ha fatto scegliere Ignazio Marino, per la sua proposta che si appoggia sulla novità della candidatura, sulla rottura dei paradigmi politici di cooptazione, sulla laicità come metodo dell’agire politico, sulla priorità per i temi che riguardano l’istruzione, i giovani, il lavoro, il futuro. In questo vedo il metodo per essere più vicini alla velocità del cambiamento della società, mantenendo fermi i principi che non sono mutati dalla rivoluzione francese: eguaglianza, solidarietà, libertà. Ciò che è mancato in questi anni in cui la politica ha riflettuto molto su sé stessa, è stata proprio la proposta di un metodo che consentisse di affrontare problemi globali attraverso soluzioni puntuali. I giovani, le donne, gli anziani, i lavoratori, gli omosessuali, i disabili, interi pezzi di società sono stati isolati dal contesto globale come se i destini dell’uno non riguardassero gli altri. L’annuncio del problema puntuale ha prodotto un attenuarsi delle tensioni, ma non ha prodotto soluzioni e ha disgregato il tessuto cooperante della società. In definitiva le persone sono più sole e non riescono a far riconoscere come collettivi i problemi che vivono. Invece la bontà della proposta politica passa attraverso la saldatura tra i problemi globali e la politica di cambiamento come luogo dove ognuno deve riconoscere il proprio futuro e la propria condizione presente. Se un giovane percepisce 500 euro al mese per lavorare 8/10 ore al giorno, con un contratto regolare, il suo problema non può essere personale, ma diviene una questione collettiva. Se l’eguaglianza tra sessi o la libertà di disporre della propria vita non è garantita, non è un problema personale, ma generale. Se non c’è mobilità sociale e il merito non è il criterio per distinguere, gli individui divengono prigionieri di una condizione senza poterla mutare. Questa società in cui convivono diritti e dinamicità è quella che penso per un futuro che supera antiche etichette e condizioni precostituite. In questo la scelta del 25 ottobre non è un passaggio banale, perché in quell’occasione opzioni nuove possono entrare a far parte dell’azione del Pd e su queste costruire un programma e un futuro definito in cui i cittadini possano o meno riconoscersi. Mi piace pensare che il partito dei riformisti in questo Paese sia fatto di additività, di esperienze e di storie che si sommano e creano un futuro condiviso, non di inclusione in cui alla fine c’è la marmellata delle idee. Sarebbe poco interessante qualsiasi ritorno al passato, sterile e inadeguato. Non è questa la condizione in cui ci si avvia a votare il 25 ottobre: comunque vada sarà un esperimento di democrazia grande, ma anche un conferimento di responsabilità enorme per chi vincerà, che dovrà unire e cambiare allo stesso tempo. E’ una grande occasione di partecipazione: facciamo in modo che ora l’inverno del nostro scontento davvero finisca in una estate.

Mica è necessario leggere sempre tutto e di certo non mi offendo. Questo è un mio articolo pubblicato ieri sulla stampa locale. Non voglio convincere nessuno, ma io sono anche questo. Come dire: per conoscenza.

se non si fosse capito il 25 ottobre voterò per Marino

 

Grazie a Cecilia, anche per la risate collegate al video. La campagna pro Marino va avanti, c’è allegria nel fatto di non avere nè mezzi nè apparati di partito, sapere che la Repubblica ha già scelto con chi stare, che però Concita, anche se non lo dice, ci sorride, che questa candidatura è una preoccupazione per il  monolite, che la laicità è diventata di tutti i candidati, che i teodem sono preoccupati, che proporre un parlamento composto da 900 persone senza problemi con la giustizia è una rivoluzione, che l’istruzione, la salute, il lavoro sono ancora diritti e non optional da pagare a parte.

Domenica gli obbiettivi sono 2: dimostrare che c’è un paese reale che si oppone al berlusconismo e che un senatore che non viene dal partito ma dal suo mestiere di chirurgo, senza padri importanti può diventare determinante  per un nuovo modo di fare politica da riformisti in Italia.  

Se ci credete e sperate ancora un poco diffondete, replicate, convincete, discutete. Non è inutile,  il cambiamento ci riguarda tutti, anche quelli che voteranno per altri.

i fili

Rivoltando tra le carte e i passati, ieri pensavo ai rapporti con le persone importanti, chiedendomi se prendere sul serio ciò che si dice, è un optional, oppure no.  Se si dice: sarà così, mi spiace, ma per rispetto accetto. Ed io che non taglio i fili, prenderò atto oppure farò sforzi per riannodarli? Dipende, se si sa che non può essere come prima, magari diverso e bello, ma mai più come prima. Eppure sono i ricongiungimenti, gli affetti che si verificano, la comunicazione profonda, le amicizie, ad essere importanti. Capire l’altro non è un mestiere facile e neppure scontato e soprattutto deve tener conto che quella persona non siamo noi. Quando il filo viene tagliato vuol dire che era ora e come per gli aquiloni e i palloncini ci potranno essere altre visioni ed altri destini.

Ma, con l’amicizia non torna il conto, pensavo, chè quella intesse fili, li ri-annoda, li porta in sè, e il gomitolo ha sempre da dare al gatto per giocare.

libertà felice e solitudine del comunicare

Perchè non si accetta il cambiamento, il mutare delle passioni? Dovrebbe essere bello che il movimento fosse l’interesse e la novità di chi mantiene la comunicazione con noi. Ed invece viene preferita l’immobilità, la cristallizzazione degli interessi. Come se vi fosse una saldezza nel ricordo ed invece il presente costasse fatica, dolore, incomprensione, mentre è nello scambio che la corsa continua e lascia intatta l’unica possibilità che abbiamo di essere vivi: la libertà.

Di questa libertà, della sua assennatezza, ovvero dell’altra e cioè la libertà sconsiderata e senza calcoli, è la cifra che mettiamo gradualmente a disposizione. Farsi capire, anche poco, è fatica, condividere assume il rischio della banalizzazione dell’interesse, dell’essere ricondotti al conosciuto. Tu mi vedi e puoi ridere di me, del mio mutare, perchè conosci l’antefatto, ma in ciò ti sbagli perchè non conosci il futuro che sto maturando. Un rischio, quello della banalizzazione del sè che solo a volte può essere corso. La condizione vera è la solitudine temperata dalla generosità egoista del comunicare senza calcolo e la libertà è rifuggire dall’obbligo del dire ciò che agita, entusiasma, prende.       Se non a volte, quando la vita lo chiede imperiosa e senza alternative. E solo in questo rischio c’è la possibilità di una libertà felice.

ogni anno

Senza accorgerci siamo scivolati nella stagione in cui l’amore è levigato. Ti aggiri leggera nelle nostre vite, noi veniamo a trovare pezzi di noi in te, nel passato comune, nelle parole che furono dette e restarono. In ogni incontro cerchiamo le tue giovinezze, perchè lì dentro ci sono anche le nostre, e le insofferenze di un tempo si sono disciolte, com’era giusto fosse. Che strane e belle sono le vite: da piccoli cerchiamo una mano che ci rassicuri, conferisca approvazione ed amore, da adulti – e noi lo siamo ormai da molto – alla stessa mano chiediamo di accompagnare il nostro libero cammino.  Hai preoccupazioni sulle nostre felicità, riordini la tua giornata sui figli, le nuore,  i nipoti, le famiglie, e ci chiedi solo di non eccedere troppo. Pensa  che senza reticenze ancora ci pare giusto chiederti le tue abilità che muovono mani e consumati attrezzi da lavoro. Ma è anche un modo per far confusione nella tua casa pulita, per protrarre la nostra presenza. 

Per l’infinito bene che ho ricevuto, Mamma, non ti ho detto sì per forza. Da sempre ci siamo scambiati amoroso rispetto, anche sui nostri limiti e il più grande regalo che tu mi abbia fatto è stata l’indulgente carezza  quando non capivi. Buon compleanno Angela, forse adesso i tuoi anni servono più a noi che a Te e questo mi lascia senza domande, come se da sempre la tua vita fosse la risposta tra noi.

ma come ti permetti

Hai detto, parlandomi di lui: finirà, ma se questo succede, ci sarà pure un significato. E parlavi, mentre le mani si stringevano accartocciando ombre, di una cosa bella, di uno stare assieme che comunica, delle storie difficili di prima, dei suoi limiti che sono certezze.  La prima risposta l’ho fermata tra i canini pensando che, finchè dura, la tranquillità allontana le domande ed allora la solitudine s’accuccia sul  tappeto. Ho solo sorriso ed ancora, ti ho chiesto di lui, sorseggiando il mio caffè troppo caldo, ma impellente per tacere. 

trittico sulla vecchiezza I

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Scrivendoti mi viene meglio quello che devo dirti; a parole si vede il volto dell’altro e ci si uniforma alle espressioni. A volte si ha troppa paura di far male, oppure di travisare e non essere capiti, così è meglio scrivere. Avrei voluto dirti parole importanti, senza ombra ed invece scrivo una lettera che verrà modificata, perchè sto contravvenendo ad una regola che mi sono dato nel semplificare, nel togliere corteccia fino a lasciare significati all’aria, come ossa spolpate. In realtà uso più parole perchè è difficile raccontare una consapevolezza feroce come quella dell’età. Una volta mi hai chiesto quanti anni mi sentivo ed io ti ho risposto meno di quelli che ho. Anche se era vero, già sentivo la banalità della risposta, come quella che immagina vite tranquille e vecchiezze serene fatte di abitudini, amici, partite a carte, vino, risate. Magari per molti è così ma come può esserlo per noi? Sarebbe assistere da spettatori al nostro scivolare in ciò che non abbiamo mai amato e quando l’abbiamo fatto lo spirito era talmente diverso da farne un gioco ilare, non una condizione di vita. E’ cominciato piano, se ti interessa, verso i 40 anni. Mi rendevo conto che non avrei potuto all’infinito, passare tra cene e bevute, assenza di sonno ed impegni infiniti. Qualche volta il corpo si ribellava. Non ci badavo molto, ma nella testa l’idea del governarmi si faceva strada. Poi la vita è andata un po’ per suo conto e non mi sono governato granchè. E’ stato come mettere da parte i sintomi, per tuffarmi nel lavoro, negli impegni fino a gareggiare con me stesso. Ti ricordi? Dicevo che non avrei mai smesso di lavorare, di buttarmi in imprese nuove, di correre da una parte all’altra. Del resto l’ottimismo e la sconsideratezza sono due grandi alleati per non avere nozione di sè. In realtà la consapevolezza è spuntata un pomeriggio, in una di quelle telefonate a cui fino a poco tempo fa non avrei dato peso. Si discuteva di candidature politiche e il mio interlocutore mi raccontava degli scontri e delle aspettative personali che sempre ci sono in queste occasioni. Qui è emerso un commento sul mio nome: è vecchio gli avevano detto. Lui mi aveva difeso e chi lo diceva non contava più di tanto, ma quella parola mi aveva colpito. E non solo per l’età che emergeva nella sua nudità, ma per quello che rappresentavo. Il significato era: è ora che si faccia da parte. Mi era tornato in mente che dovremmo sempre scegliere il momento per uscire, anticipare gli altri, stupirli. Ed invece l’idea su di me aveva preso forma, si era consolidata ed io non me n’ero accorto. In fondo lo specchio mente due volte: ci vediamo ogni giorno e i mutamenti sono sempre così lenti che ci abituiamo alla nostra faccia, al nostro corpo. Anche quando non ci va, spostiamo a domani il momento in cui per magia tutto tornerà com’era un tempo. Basta un po’ di dieta, esercizio fisico, il riposo, un piccolo sforzo  e le cose miglioreranno ed invece lo specchio già sta mentendo un’altra volta perchè ci racconta ciò che noi vediamo non come ci vedono gli altri. Questo vale anche per la testa: i pensieri importanti, innovativi sono più radi, il giorno è un rumore di fondo di idee che stupiscono più per la nostra capacità di pensare che per la loro forza e novità. La testa aiuta molto nell’autostima, fa cogliere aspetti che ci rassicurano sulla nostra singolarità e ci dopano. In fondo basta poco per convincere quelli che si sono già arresi: un poca di ironia, qualche pensiero trasversale, l’abitudine a mettere le parole assieme a descrivere ciò che si prova e ci si sente ancora forti, in sintonia con la corsa del mondo. Ma  questo vale per gli altri, non per noi. Tu lo sai quanto siamo stati incontentabili, anzi è stata proprio l’incontentabilità a fare da motore, a farci mettere alla prova, gioiosamente. Non ci credo che tutto questo finisca di colpo, la vecchiezza non è la sensazione di non avere più tempo, ma sempre più spesso mi chiedo dove la comunicazione si sia interrotta. E parlo della comunicazione con quel mondo che pretendo di capire e di modificare, magari sempre troppo poco però ci provo, solo che adesso mi rendo conto che il mio ruolo sta cambiando. E non per mia volontà, ma perchè altri mi fanno riconoscere per quello che sono. E non è quello che loro vedono, ma come io mi vedo. Insomma una consapevolezza. Non è che questo muterà la capacità di impegnarsi, oppure la volontà di analizzare, fare, indignarsi. Nessuna acquiescenza, ma muta la mia immagine per me, mi vedo meglio e le persone che mi compongono restano al loro posto rappresentando un nuovo equilibrio di forze. Cosa aprono questi pensieri? Dovrei parlarti delle paure, della prigionia delle abitudini, dei sensi e delle sensibilità, dei sentimenti. Lo farò più avanti, non per caso questa lettera è parte di un trittico e posso sin d’ora dirti che non misurerò la lunghezza del testo, parlerò sinchè mi sembrerà opportuno. In fondo i vecchi oscillano tra silenzio e vaniloquio e da molto frequento queste abilità.

A proposito, quando si chiede come va bisogna mettere in conto che ci venga detta la verità.

un giorno d’autunno …

 Un giorno d’autunno, pensando all’amore e alla genitorialità, una coppia  gay ha adottato una bambina. Non chiedetemi come hanno fatto, non lo so. I genitori dei due gay, sono felici per questa nipotina e per i loro figli, anche lei è felice. Così mi dicono. E pure tutti gli amici che li conoscono. E lo so per testimonianza diretta. Non è neppure una storia recente e se vi dicessi il nome della coppia, alcuni di voi direbbero: ma li conosco. E aggiungerebbero considerazione a quella che già hanno per loro. 

Ieri, era già autunno e due gay sono stati malmenati a Roma da una banda di ragazzi, perchè si tenevano per mano. Ma storia dell’adozione mi rendeva contento e pensavo che il mondo, comunque, cambierà anche per loro. In meglio.

Ieri dopo il discorso di Ignazio Marino, alla Convenzione del Partito Democratico ho cominciato a credere che una minoranza  puntando sul lavoro, sui diritti, sull’istruzione e la ricerca, sulla nuova politica, possa cambiare il paese. E se non c’è neppure una riga di citazione sul Corriere, che colloca la Convenzione del Pd alle pagine 8 e 9 dopo pagine e pagine dell’Italia che non amo, va bene lo stesso.  Vuol dire che cresce il nuovo e i cerchiobottisti non se ne accorgono e ci saranno giorni da ricordare e avranno il profumo della svolta. Ti ricordi? E’ cominciata in quel giorno d’autunno la consapevolezza che si poteva fare. 

Per queste increspature nell’aria questo autunno pare propizio e la battaglia meritevole di essere combattuta. Per chi è stato malmenato colpevole di tenerezza, per quella bambina che crescerà in un ambiente pieno d’amore, per chi sente che si possono rimettere in discussione equilibri di 30 anni, per chi non ne può più e sa che la fuga non è una soluzione.

E la pietra scartata dai muratori è diventata pietra d’angolo. Chissà perchè questa frase evangelica mi è venuta in testa, in questo mattino in cui anche la pioggia sembra lavare lo sporco di questa estate.

 

dizionario personale: l’educazione

L’educazione è cosa d’altri tempi. Basti pensare che mette al centro l’interlocutore non il tempo a disposizione, che guarda con rispetto, si cura di… L’educazione è un argine alle sciocchezze, non una convenzione vuota.  L’educazione fa sentire un uomo importante e una donna gradevole, senza gli obblighi della seduzione. Nella terra in cui sono nato, educazione distingueva  tra i poveri, accoglieva e faceva grande un popolo, oggi perduto nella tracotanza leghista. Già e se è cambiato il modo di rapportarsi, le armi a disposizioni non sono poi tante per quelli della mia generazione. Certamente non la maleducazione, non ci viene bene, sarebbe senza senso. Resta il marcare la differenza: oggi non ho stretto una mano, per me conta molto, per l’altro sarà nulla, ma non siamo eguali e tanto basta.