invisibile

Collegato al vedere senza essere visti, il gioco dell’invisibilità lo portiamo con noi. Da bambini guardare tra le dita semi aperte ci mette in una capsula di protezione, un luogo dove noi spiamo senz’essere veduti. Invisibilità bambine, come il gioco dell’apparire e scomparire, il cucù-ciàa che tanto fa ridere i piccoli. Questo gioco prosegue anche da adulti, tra uno scomparire e riapparire fatto di fughe, supposizioni fasulle, impressioni.

Ma c’è uno scomparire  che non si tollera, che mortifica, ovvero quello in cui ci pare d’essere diventati trasparenti. Chi vorremmo ci vedesse, ci ascoltasse, si accorgesse di noi in realtà guarda attraverso, attorno, sopra o sotto, comunque non noi. La sensazione è quella del non esserci più e la considerazione che abbiamo di noi se ne va. Semplicemente sparisce, tanto che non si strepita o si batte i piedi per far capire che ci siamo. Piano piano le parole si spengono sulle labbra, l’atteggiamento diventa remissivo e si vorrebbe davvero sparire, o meglio non esserci stati.

Passa, ci si dimentica e si riprova ad esserci, ma ogni volta si sbiadisce un poco e ci si chiude un po’ di più. Così quando mi fanno sparire, faccio sparire. Lo so che non va bene, che è infantile, ma mi serve per recuperare consistenza.

Bisogna ricordarsene, foss’altro per le nostre invisibilità patite, che l’attenzione dovuta a chi si rivolge a noi dovrebbe essere quella di vederlo, di scrutarlo per la sua importanza e corporeità. Non è questione di gentilezza o sensibilità, non solo, ma il modo di restare noi e di esserlo di più proprio perché non si fa sparire la prova che noi esistiamo, siamo importanti, amati, cercati: l’altro che abbiamo davanti. 

p.s. alleggeriamo un po’ con una lezione di tecnica sull’interesse

e buon dì di festa 🙂

il senso delle ferite ricevute

Con la distanza le ferite non fanno più male, ma non si dimentica, l’indifferenza non è possibile. Se qualcosa colpisce chi ha ferito, si generano sentimenti ambivalenti, una triste soddisfazione ed una comprensione, altrettanto triste. E’ la misura dell’imperfezione, ci hanno raccontato storie sulla perfezione, credo che solo accettando ciò si è, sia possibile cambiare. Un’altra storia a doppia faccia che è comodo credere, è che si possa cambiare sempre oppure che ormai non si cambia più. Già l’esigenza di porre il problema, in realtà pone una questione che riguarda non la necessità di cambiare, ma come affrontiamo la cosa, ovvero se si vogliono mettere le mani in ciò che ci fa male, che non ci piace, oppure se ci si rassegni a tenerci, non la parte migliore di noi, ma quella meno faticosa. Credo che questa sia la scelta e che l’una o l’altra opzione non abbia un valore morale, che visto che il dolore è una faccenda personale alla fine ognuno avrà vissuto come voleva vivere.

Nei rapporti tra persone ci si può scambiare, e fare, molto bene, ma anche ferire in profondità. Non di rado entrambe le cose. Se il rapporto è stretto, forzato o meno, una strada si trova, magari molto costretta e fatta di necessità. Se il rapporto è una scelta, allora le conseguenze delle ferite hanno un aspetto che dovrebbe essere valutato guardando dentro e fuori: ricevere una ferita è un bagno di verità, aiuta a vedere l’altro nella sua realtà, quella che abbiamo accuratamente evitato di vedere perché ci faceva comodo fosse come noi lo volevamo. Si pensa fino a prova contraria: sei come io ti voglio. Quindi una ferita aiuta a vedere, ma aiuta anche a distaccarsi, sia fisicamente che mentalmente, perciò ha una sua positività di cui faremmo volentieri a meno. Infatti l’essere feriti è comunque un tradimento di fiducia in sé, anzitutto, e questo provoca un secondo effetto, ovvero ci mette davanti alla scelta: andiamo avanti, teniamo il rapporto anche se non sarà più come prima perché il velo è caduto, oppure rompiamo il rapporto e senza vivere in ciò che non sarà, si procede, ritornando a noi? Credo che in entrambi i casi ci sia un cambiamento, il che significa che si può cambiare sempre, e che accade anche attraverso la gioia e non solo la tristezza, ma quanto profondo sia il cambiamento dipende da noi. L’errore, in chi lo riconosce, è il più potente motore dell’apprendimento.

Non c’è nessuna idea di perfezione in quanto penso, gli errori insegnano molto, ma non a non farne e neppure l’accettazione di sé, se non vogliamo diventi una mortificazione, è un fatto statico, è tutto dinamico e riportato a noi che esaminiamo, comprendiamo, viviamo anche le emozioni negative, magari cercando di non permettere che queste aggiungano male al vivere. Quello che non è utile, penso, è non capire che il dolore può cambiarci, renderci migliori a noi e che per questo è un fatto personale. Tornare sui propri passi, rifugiarsi nei porti tranquilli, pensando che sia sempre tutto come prima, è chiudere gli occhi,  raccontarci una storia che testimonia tutta la nostra debolezza e la non volontà di utilizzare il dolore della ferita per vederci davvero come siamo. E cambiare.

p.s. voglio spiegare la scelta del filmato: Farinelli è un castrato, credo che poche violenze per il piacere altrui abbiano avuto, per secoli, meno riprovazione morale. Quindi ferita doppia, non sanabile e in più giustificata. Persone costrette a soffrire, accettare la sorte e cambiare. Ma lo stesso si potrebbe dire per molto d’altro che conculca l’espressione del sé, la costringe e mortifica. Fino al quotidiano più piccolo, che si vive, nelle nostre piccoli, grandi ferite.

Lascia ch’io pianga

mia cruda sorte,

e che sospiri la libertà.

Il duolo infranga queste ritorte

de’ mei martiri sol per pietà.

il cielo consola

Le case nelle città medie sono basse, tre, quattro piani e basta alzare lo sguardo perché il cielo entri negli occhi. Nella testa. Nubi grigie, bianche o azzurro. Oppure quei rossi aranciati, impossibili, che solo qui si vedono e che il Tiepolo a lungo ha inseguito e guardava, arretrava, insisteva sugli azzurri, li rendeva trasparenti, si portava sulla pennellata, scuoteva la testa e riprovava. Ma non tentava gli aranciati, meglio i visi, le persone del cielo, quel cielo che lo attirava, ma diventava protagonista, inglobava le persone, ne sapeva qualcosa Jacopo Tintoretto che quasi vedeva le persone risucchiate nell’infinito, tenute solo da quelle nuvole, da quegli azzurri e rossi, che avrebbero divorato ogni espressione e così chiudeva i cieli, li stipava di angeli e santi. Cose di colori, pensieri da città.

L’abbiamo sempre saputo senza impararlo: il cielo consola. E’ un sapere innato nel nascere, ovunque. E nella città o nella campagna, ancor più consola, finito, infinito, in un’oscillare dentro, fuori, che porta a noi con gli occhi persi nelle nuvole, che fantastichiamo, meditiamo, e siamo qui e altrove.

Con sé, mentre sbiadiscono le nostre tracce lievi di ricordo, il cielo porta un senso di equilibrio, di spersa serenità che si diffonde e prende. Certo esistono i cieli di battaglia, cieli collettivi, cieli che fanno paura, ma per noi, fortunati, il cielo domestico riporta a noi. A noi come persona, non più collettività, tanti, a noi singoli, nudi di intenti urgenti in un rimboccare materno che avvolge e permette di crescere.

Nelle città medie il cielo c’è ancora e gli uomini costruiscono, rispettosi senza sapere, ma in qualche fondo c’è memoria della Babele, ovvero del “confondere” le menti, del differenziare e del dividere contrario all’ abitare con della città. Forse per questo, qui, più che altrove, il cielo non è indifferente e fa la parte degli uomini, racconta loro d’un rapporto con sé che non isola; li differenzia in un meditare quieto sulle grandi domande.

E li lascia senza risposte, ricchi di speranza: domani è un altro giorno. E’ una certezza così forte che permette d’addormentarsi, mentre la coscienza lascia il posto ad altre realtà, in attesa d’una nuova luce.

meglio dir poco e praticare di più

Ci sono parole che sarebbe meglio non dire, ma piuttosto praticare, parole come mai, per sempre, solo tu …

Il fatto è che ripetere ad altri, i nostri mantra, dà sicurezza, conferma, ma non rafforza il normale condursi delle cose, queste andranno per loro conto, con qualche obbligo in più da rispettare. Se il voler bene a se stessi e connesso con il voler bene agli altri non può esserci qualcosa che nega il nostro bene comunque e che questa cosa sia assoluta, come il mai, sempre, ecc. Deve esistere la possibilità di contraddirsi perché chi non si contraddice resta prigioniero infelice di se stesso. Altra cosa è la coerenza, ovvero il rispondere ai principi profondi, quelli che coincidono con noi e che se non rispettassimo ci sarebbe solo infelicità.

Di converso altra cosa è la leggerezza, ovvero il camminare senza far male ad altri e neppure a sé.

Perseguire il piacere è una spinta naturale, che ha punti di confine in noi, ma la confusione è appena dietro l’angolo e il raccontarsi delle storie diviene naturale come cura contro la disperazione di non avere una direzione, per questo è meglio non dire, ne esce la somma delle nostre debolezze, paure, giustificazioni.

p.s. lo dico perché altrimenti non si capirà mai il perché della ritirata di Madrid di Boccherini reinterpretata da Berio: l’ho messa per la sua capacità di vedere un tema in modi diversi e di reinterpretarsi, se ci fosse un’unica versione la musica sarebbe più povera, ciò che conta è l’onestà e il rigore nel riscrivere.

Leopardi aveva capito tutto

L’abbiamo sempre saputo che la domenica pomeriggio ci prende il blues. Le coccole culinarie ( l’amore a tavola tende sempre all’eccesso), ma anche i digiuni temperati (quelli del disintossico il corpo così sto bene, ma intanto mi prende una tristezza da costrizione che bene non mi fa stare)  confluiscono in quell’ora in cui si capisce che la festa se ne sta andando assieme alla luce. Anzi se n’è già andata e il lunedì prepotente bussa ai pensieri come una distesa di deserto di piaceri, sassi e piante spinose, mentre in distanza c’è certamente un’altro dì di festa, ma è così lontano che non se vede traccia.

Diman tristezza e noia

recheran l’ore ed al travaglio usato

ciascun in suo pensier farà ritorno

Si era esaurito tutto nel giorno della vigilia che pure era festa e che lasciava spazio ai tempi lunghi del giorno successivo, come se la festa non avesse fine. Avevamo rimosso, ma il pomeriggio della domenica, prepotente ha riportato alla condizione dell’obbligo. Credevate voi di farla franca, di avere una vita di lazzi e frizzi, uno sterminato cammino tra delizie e soprattutto tempo senza obblighi. Credevate, ma l’avete sempre saputo che non era così e quindi quella sensazione di leggera malinconia che vi prende è la consapevolezza che finisce la libertà del non fare. Poi che, come un pesce sulla battigia, vi agitiate in una corsa serale all’oblio, al divertimento sfrenato o a quello tranquillo, nessuno vi toglierà dalla sensazione che qualcosa se n’è andato e che il suo ritorno si dovrà con pazienza costruire per una settimana. 

Per questo le feste infrasettimanali, i ponti rendono allegri, perché prolungano una visione positiva sul futuro senza costrizioni, bollette, o superiori a cui rispondere. Vallo dire al Monti che abolirebbe pure il sabato.

Gli inglesi hanno studiato il problema del blues domenicale, hanno intervistato, compulsato, valutato le diverse fattispecie e ne è uscito che alle 16.13 della domenica, minuto più minuto meno, la festa è già finita per il 44% dei 2000 intervistati, che il sentore del lunedì incipiente è già cosciente e comincia ad esercitare tutta la sua devastante malinconia.

E per gli altri? O è finita prima, schiantati dall’arrosto freddo di montone innaffiato di birra scura, oppure lo spleen era presente da mò e percorreva le parole rade, gli occhi azzurri, le valutazioni sul tempo, arrampicandosi verso il thé delle cinque, che è pur sempre una gran bella botta di vita. Restano quelli che fino alle nove di sera sbevazzeranno al pub, per poi tornare a casa a smaltire la festa e il suo stress alcoolico, in fondo, per questi, il lunedì fa bene. Al fegato perlomeno.

E c’era bisogno di fare un’inchiesta, mobilitare sociologhi e psicologi comportamentali, bastava leggere quel bontempone di Leopardi che aveva capito tutto ed agire, per contraddirlo, sulla percezione della festività come costanza, non eccezione del vivere. In fondo quello che ci manca, è una sana coltivazione della noia se il 75% degli intervistati dichiara che passerà la festa in tuta e cardigan liso, ma non ne sarà contento, preoccupato com’è, di cosa racconterà ai colleghi il lunedì mattina per nobilitare quella voglia di far niente, noia appunto, che pare sia un sentire deteriore.

Ci abituano sin da bambini al primato del fare, tanto che il non ho nulla da fare mi annoio, viene subito colmato di impegni faticosi (credo che se i bambini si rendessero conto che ogni volta che si lamentano perché non hanno giochi interessanti, eccitano nell’adulto la sindrome del riempire il tempo di fatica, starebbero zitti e semplicemente si metterebbero a guardar per aria), la religione ci mette di suo e considera l’anticamera del vizio il bearsi nel non far nulla, cosicché si cresce con il senso che il lunedì arriverà il castigamatti, l’impegno, il lavoro, ciò che non si è fatto, studiato, che è sempre una colpa che aggredisce, fa scappare il senso della festa, la possibilità della noia, il divertimento dello stare finalmente liberi da un vincolo.  

Domani si vedrà, ma soprattutto i giorni della liberazione dalla costrizione del tempo torneranno, quindi il blues della domenica coccoliamolo come una canzone che parla della vita, ma non la esaurisce. Per fortuna.

nuovo elogio dell’ignoranza

Non si deve per forza capire tutto, né tanto meno razionalizzarlo sempre, lasciamo spazio al mistero, all’apparente inconciliabilità di ciò che ci accade, già lo stare bene, non il bene momentaneo, transitorio, ma il progetto dello stare bene, introduce la speranza e quindi una mitigazione forte del razionale. Lasciare che le cose si facciano anziché voler determinare tutto, apre gli occhi, consente di guardare avanti ed attorno, libera perché non si è prigionieri di un ragionamento assoluto.

La filosofia del momento è la razionalizzazione del pessimismo del vivere, del sapere già cosa accadrà e quindi negare un progetto  personale aperto alla sorpresa, ci rinchiude unicamente nel sé, non consente di posticipare perché presume che tutto finirà presto e che nulla è davvero solido.

Noi non siamo un progetto razionale; con i nostri costanti bisogni d’amore, di benessere nostro e di chi ci sta vicino, introduciamo la speranza, la fiducia nel corso positivo del mondo, del nostro mondo. Questo è un progetto irrazionale e inclusivo, dove la relazione ha n aspetto sostanziale: noi siamo esternamente ciò con cui vogliamo avere una relazione. Questo implica il dare, e qui c’è un passaggio che ognuno risolve a suo modo: il dare implica una idea di vantaggio relazionale oppure è un bisogno di equilibrio interiore? Se io do perché m’aspetto di ricevere, ho già messo un limite, un giudizio, a ciò che riceverò e questo mi toglierà speranza, inatteso dal vivere. Se invece il dare è “solo” un bisogno di dare concretezza a ciò che sento, un’apertura senza oggetto, il rischio è di essere solo e quindi di fraintendere ciò mi arriva, di attribuirgli significati impropri. Tutti abbiamo esperienza dell’innamoramento, momento in cui la comunicazione si basa enormemente sul dare, ma sappiamo, poi, che se questo dare non è equilibrato diviene un prendere, un pretendere, ovvero il fraintendimento emerge con tutta la sua carica negativa.

Ciò che penso è che la necessità di un progetto personale implichi dosi molto misurate di razionalità, che la percezione del proprio ignorare sia cosciente e accetti il mistero, ovvero ciò che non si conosce e non si razionalizza, l’imprevisto. Penso che la proiezione in avanti di un progetto personale includa il momento, la soddisfazione del desiderio, ma anche il suo divenire e quindi introduca prepotentemente la speranza come filo rosso del vivere.

Chi scarta tutto ciò che dura, e il suo rischio, ha paura di essere privato di qualcosa, si consegna al transitorio, alla sua finitezza immediata perché vuol portare a casa subito, tanto tutto è destinato a finire, quindi meglio conservare per la propria solitudine. Non è forse questo il presupposto per impedire una risposta positiva al bisogno d’amore?

lasciar andare

Bisogna far andare per suo conto ciò che abbiamo fatto, lasciare che abbia vita propria e sopportare il dolore, se va dove non vorremmo. Vale molto per cose e per i progetti realizzati, è diverso per le persone, ma anche per queste il lasciar andare è un atto cosciente di amore e di forza. Amore per sé e forza di sapersi privare di qualcosa che riteniamo nostro. Sottolineo l’amore per sé prima che quello per gli altri, perché bisogna avere amore per vedersi davvero nella nostra incapacità di rinunciare ed evolverla sino a rifiutarsi di tenere a forza qualcosa che sarebbe snaturato dal nostro abbraccio e poi ritorto contro di noi. Il possesso, non l’amore, per le cose, i progetti, le persone ci avvelena ed infine genera solo tristezza. Forse questo è il senso che ciò che è importante davvero rimane mentre il resto si perde, perché era giusto fosse così.

Il fatto è che quando facciamo qualcosa di importante, questo diviene un pezzo di noi e quella proiezione della parte per il tutto sembra essere la nostra vita, come fossero due percorsi sovrapposti. Sembra, ma non è, ed il passaggio, la nascita di qualcosa che si separa da noi, è doloroso, ci mette di fronte alla nostra incapacità di tenere ciò che amiamo. Assieme a quel pezzo di noi che erano speranze, possibilità, fiducia riposta, progetti sembra se ne vada la nostra capacità di creare, di dare e ricevere amore. Credo che tutto ruoti in questa percezione di fallimento, dove il non riuscire a tenere, diviene amore negato, ovvero il fallimento della risposta al bisogno principale che abbiamo.

Le cose, i progetti, le persone hanno possessi diversi e vite diverse, ma tutto ruota nell’antinomia perdere/tenere e nel vuoto che ogni assenza genera. Bisogna riempire quel vuoto, non comunque, ma di noi, della capacità di creare che è rimasta integra, della capacità di amare che è disponibilità a ricevere amore, nella capacità di ripartire da sé sapendo che non si è tornati a capo come nel gioco dell’oca, ma si è ben più avanti di quando è iniziato il gioco cosciente del vivere. Non vorrei usare la parola futuro, troppo abusata e troppo consegnata agli illusionisti, ma i sinonimi non rendono, e il futuro ci appartiene, è qualcosa che solo nelle nostre mani e nei pensieri prende forma. Il futuro siamo noi, non altri, e soprattutto il futuro non è ciò che abbiamo fatto, vissuto, conosciuto, ma ciò che ancora non conosciamo, faremo, vivremo.

C’è un fare virtuale/reale che dipende da noi, che approfitta del dolore della perdita, lo elabora e non ne resta prigioniero, un fare sconsiderato che rifiuta il cinismo, la lettura buia della luce. Di questo fare/essere che non dimentica, eppure non resta prigioniero del passato, dobbiamo fare un mantra personale, una preghiera che non chiede ad altri, ma a noi di continuare a donarci la meraviglia del vivere.

il bene minuscolo

C’è un bene che si scrive minuscolo, molto personale, spesso abusato nel raccontarlo: preferisce il silenzio. E’ sottile, pervasivo e di sua natura importante per chi lo prova. Riscalda il cuore e non si tiene dentro, ma silenziosamente lo si invia. Produce benessere in chi lo riceve, perché di questo bene abbiamo bisogno come antidoto all’insicurezza, come certezza su cui contare. E’ un bene che lascia liberi e fa crescere. Assieme. Non ha attese impossibili, torna nella giornata, è un pensiero, un moto di tenerezza, una carezza sorridente, un sentire lento e forte del cuore. La sua dolcezza permette di contenere la tristezza e la gioia dell’altro, di partecipare, spesso con parole rade che abbracciano e molto silenzio.

Non è un bene inferiore, è il tessuto su cui si stagliano i colori forti del vivere, ci avvolge, ci riscalda, ci fa sentire oggetto d’amore. Che forse è il bisogno e il vuoto più grande che abbiamo.

la poesia diffusa

A volte una frase, una parola, risplende: è il tassello che s’incastra nel nostro puzzle di pensieri. Sono parole semplici, apparentemente prive di forza, il rosa di questa luce, e si sente che quel rosa è l’astrazione del rosa e la realtà del colore che coincidono, che la parola è sapida di significato. La sensazione è che questo accada quando c’è una sospensione del tempo,  che genera un equilibrio che ha una dinamica interna e non ha bisogno di moto.

Coincidere con noi e dare un nome alle cose fermandosi ad assaporarne il sapore, come fosse un’onomatopea che non ha bisogno di rifare un verso. A volte le parole proseguono, acquistano ritmo, suonano di vibrazione esterna e diventano definitive. In quei momenti le parole scandiscono blocchi di emozione, di significato, sono importanti per noi. Ci pare diventino importanti anche per gli altri e il bisogno di dirle è urgente a qualcuno che può capire. C’è un entusiasmo della parola, ma non so cosa sia davvero la poesia diffusa. Non quella dei poeti veri, quelli in cui si trovano i pezzi di noi, del nostro mondo, che ci fanno sentire disvelati e  nudi e parte di un tutto improvvisamente chiaro. Parlo della poesia diffusa, quella che ci permette di leggere una realtà come libro comune a tutti, quella che ci si porta appresso, quella che affolla non poco i blog e sembra corrispondere a qualcosa di più alto e comune, tanto che la posseggono, senza dirlo, anche a quelli che dichiarano che non amano la poesia. Ebbene se non ho opinioni precise di questo sentire, so però che i poeti fanno compagnia, che ci mostrano verità comuni, non importa se allegre o tristi, e che così rispondono affermativamente alle nostre domande. Forse a loro, ciò che a noi accade di rado, ovvero sentire che il pensiero e le parole sono un tutt’uno di significato, accade più spesso ed è con semplicità che fanno alzare il sole mentre l’aurora ha lunghe dita di rosa per toccare le cose, e noi vediamo questo rosa nei palazzi, sulle pietre, sull’acqua improvvisamente simile al nostro. E questo regala un attimo di comunione e d’improvvisa felicità.

pronomi personali

L’io sembra essere il pronome prevalente della nuova comunicazione. Sono stato educato a non usarlo pubblicamente, ai miei tempi lo stile coincideva con il non apparire e anche la modestia veniva considerata un tratto positivo del porsi, ma adesso lo scrivere (anche mio, meno per fortuna il parlare) è zeppo di identità. Su fb si chiede cosa stai pensando, non cosa pensi di… , e la risposta non può che parlare di sé, o direttamente o attraverso il sentire.

Non so se ci faccia bene tutto questo centrare su di noi; da un lato siamo più consapevoli (forse), cresce l’autostima, dall’altro siamo più soli, abbiamo una misura di noi stessi e del mondo forzatamente limitata. Entrare ed uscire da noi stessi ci porta a vederci, e ad essere assieme agli altri, ovvero a pensare in termini di noi. Non è una minore considerazione o libertà, anzi direi che entrambe sono maggiori con questa modalità. Basti pensare a quanto ci stupisce trovare le consonanze con gli altri, proprio mentre ci sentiamo unici ed irripetibili. Proviamo sensazioni comuni, viviamo vite simili, usiamo oggetti ed abitudini allo stesso modo, eppure ce ne meravigliamo, mentre bene lo sanno gli esperti di marketing e di psicologia sociale.

L’unicità, l’io, è in quel 5%, forse, che ci portiamo dietro come dna, educazione personale, cultura, appartenenza per scelta, mescolati assieme alle qualità ed ai difetti di ognuno ( che, gioverebbe pensarlo, neppure questi ultimi sono così singolari), eppure quel 5% ci fa sentire molto parte di noi e poco parte degli altri. 

Come si dovesse dimostrare qualcosa, mentre non c’è nulla da dimostrare e già sentire questa necessità ci rende meno liberi.