temperanza

Temperanza è la mia barca

in mare senza limiti,

temperanza è il mio approdo

su terra intonsa

Di diversa continenza,

con noncuranza trepida

ho gettato ai dadi

fortuna ed estro.

Temperanza esposta,

difficile lenzuolo al vento

ancor freddo,

mentre calde stagioni 

mutano con me,

senza posa,

senza posa.

Temperanza è il lusso

che mi permetto,

il regalo porto,

e del tempo, madre di parole,

faccio

con pazienza pezzettini

tra contraddizioni e lacci.

Temperanza e libertà.

Nessuno capirà

e che m’importa?

la guerra perfetta

Il sogno di ogni generale è combattere una guerra senza pericolo per sè, per i propri soldati, per il proprio territorio, uccidendo tutti i nemici. In fondo tutte quelle storie sul valore, sull’onore al nemico, sul rispetto dei civili sono romanticherie. Piano piano ci arriveranno, si stanno esercitando.

ascoltare

Hai ancora forza. E’ la forza che ci rende vitali, indipendenti. La forza caparbia, incurante, imbelle a qualsiasi ragione. Quella forza brilla nei tuoi gesti, nel tuo vivere senza età. Solo gli occhi si inumidiscono talvolta ed è per difficoltà a chiedere. Un diniego ti fa più male, ora, ma non ti abbatte. Entrambi siamo sempre stati sconsiderati e finchè ti misurerai senza calcolo e timore, non sarai mai debole.  La tua scintilla non scompare, brilla assieme alla dolcezza nella voce: ci siamo scambiati molto, meno di quanto avremmo voluto. E la mia stranezza, in questo confronto amoroso, parte è ribellione, parte accondiscendenza partecipe, parte è solo opera mia.  Ma misurare le componenti non ci è dato, mica siamo un cocktail, che chissà se hai mai bevuto, conta l’effetto; solo l’effetto è il dialogo singolare d’amore tra noi. Ora vien chiesto d’ascoltare,  togliere dalla testa ciò che non serve e capire quanto basta. Ma ascoltare.

aderisco

Invito ad aderire a questo appello:

paceinpalestina@gmail.com

 

PALESTINA-APPELLO

La questione morale del nostro tempo
di Ali Rashid, Moni Ovadia
(8 gennaio 2009)

Le immagini che giungono da Gaza ci parlano di una tragedia di dimensioni immani e le parole non bastano per esprimere la nostra indignazione. Col passare dei giorni cresce la barbarie che insieme alla vita, alle abitazioni, agli affetti, ai luoghi della cultura e della memoria, distrugge in tutti noi l’umanità e con essa il sogno e la speranza. E deforma in noi il buon senso, mortifica la cultura del diritto, forgiata dalle tragedie del secolo passato per prevenirne la ripetizione. Così diventano carta straccia le convenzioni internazionali e le norme basilari del diritto internazionale nonché le sue istituzioni, paralizzate dai veti e svuotate di autorevolezza oltre che di strumenti per l’agire. Così crescono l’odio e il rancore, si radicalizzano le posizioni e le distanze diventano incomunicabilità. Le stesse responsabilità si confondono, tanto che la vita in una prigione a cielo aperto diviene la normalità, l’invasione di uno degli eserciti più potenti del mondo è alla stessa stregua di un atto pur esecrabile di terrorismo. Ma così non si aiuta la pace, che è fatta in primo luogo di ascolto, dialogo e compromesso. Certo, anche di diritto, ma abbiamo visto che per questa sola via sessant’anni non sono bastati e dopo ogni crisi ci si è ritrovati con un po’ di rancore in più e di certezza del diritto in meno.
Noi sappiamo che l’occupazione genera resistenza, la guerra rafforza il terrorismo, la violenza cambia le persone e i fondamentalismi si alimentano reciprocamente. Ma abbiamo anche imparato in tutti questi anni che gli obiettivi di pace, sicurezza e prosperità non passano attraverso l’uso della forza delle armi, ma attraverso l’adozione di scelte accettabili per entrambe le parti in causa e l’avvio di un processo di riconoscimento reciproco, del dolore dell’altro in primo luogo, che è il primo passo verso la riconciliazione. Al contrario, ogni volta che ci si è avvicinati ad un compromesso accettabile, il ricorso scellerato alla violenza, all’assassinio premeditato, all’annichilimento dell’altro, è servito a demolire ciò che si era pazientemente costruito, quel po’ di fiducia reciproca in primo luogo. Il tutto viene poi complicato dal peso della storia che in questo contesto, nel rapporto fra Europa, «Terrasanta» e Medio Oriente, agisce come un macigno non elaborato, generando falsa coscienza, ipocrisia, irresponsabilità.  L’esito è stato l’incancrenirsi di una questione, quella palestinese, che ha avuto ed ha effetti destabilizzanti in tutta la regione ed anche oltre, diventando – come ebbe a definirla Nelson Mandela – «la questione morale del nostro tempo».  Di questo vulnus si sono nutriti in questi anni il terrorismo e il fondamentalismo, regimi autoritari e cultori dello scontro di civiltà. A pagare sono state le popolazioni della regione, sono i bambini e i ragazzi cresciuti in un contesto di odio, di violenza e di paura, ma anche la democrazia e la cultura laica che pure traevano vigore dalle tradizioni ebraiche e arabo-palestinesi.  Così anche da questa guerra, assassina e stupida come ogni guerra, a trarne vantaggio saranno solo i fondamentalismi e chi pensa che la soluzione possa venire dall’annichilimento dell’avversario.  Come hanno scritto nei giorni scorsi Vaclav Havel, Desmond Tutu ed altri uomini di cultura «…quello che è in gioco a Gaza è l’etica fondamentale del genere umano. Le sofferenze, l’arbitrio con cui si distruggono vite umane, la disperazione, la privazione della dignità umana in questa regione durano ormai da troppo tempo. I palestinesi di Gaza, e tutti coloro che in questa regione vivono nel degrado e privi di ogni speranza non possono aspettare l’entrata in azione di nuove amministrazioni o istituzioni internazionali. Se vogliamo evitare che la Fertile Crescent, la “Mezzaluna fertile” del Mediterraneo del Sud divenga sterile, dobbiamo svegliarci e trovare il coraggio morale e la visione politica per un salto qualitativo in Palestina».

 

Per questo facciamo appello alle persone che amano la pace e che vedono nella tragedia di queste ore la loro stessa tragedia, di fare tutto ciò che è nelle loro possibilità affinché vi sia  l’immediato, totale, cessate il fuoco – non la beffa delle «tre ore»; la fine dell’assedio sulla Striscia di Gaza e il rispetto delle istituzioni palestinesi democraticamente elette; l’intervento di una forza di pace internazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza lungo i confini del ’67; l’avvio di un negoziato per arrivare ad una soluzione politica basata sul rispetto dei diritti dei popoli, delle minoranze e della persona, nell’ambito di un processo che possa garantire nell’immediato confini sicuri per lo Stato di Israele e per lo Stato di Palestina; la creazione di un comitato per la pace in Palestina, che superi i limiti e le strumentalizzazioni che hanno caratterizzato le iniziative degli ultimi anni; l’adesione delle persone e delle associazioni che hanno a cuore la pace in Medio Oriente per impedire che il conflitto si trasformi in guerre di religione e tra civiltà, con la promozione di iniziative su tutto il territorio italiano e la convocazione di una manifestazione nazionale al più presto. Non di meno, in un contesto dove l’interdipendenza è il tratto del nostro tempo e come persone che hanno comuni radici mediterranee, non smettiamo di pensarci come cittadini di una comune regione post-nazionale euromediterranea, parte di una cultura che – attraverso la storia di conflitti tra città e campagna, o nella concorrenza tra fede e sapere, o nella lotta tra i detentori del dominio politico e le classi antagoniste – si è lacerata più di tutte le altre culture e non ha potuto fare a meno di apprendere nel dolore come le differenze possano comunicare. In questo spirito ci impegniamo a ricostruire quel che la guerra sta abbattendo, i ponti fra le persone, le culture, i luoghi della pace in e fra entrambe le società, per creare nuovi terreni di relazione e collaborazione fra l’Italia e la Palestina, intensificando altresì gli atti di solidarietà verso tutte le vittime, in modo particolare la popolazione della Striscia di Gaza.


                                               
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Non aggiungo nulla e aderisco.
 

 

 

 

il sole del buon dio

Ezio ne parlava ammirato. Suonava il piano, Ezio, aveva il giradischi e una stanza tutta per sè, era il nostro guru musicale. Senza pensarci troppo, saccheggiando risparmi altrui, andammo assieme a prendere il disco. Sembrava di comprare una rivista porno, bassa voce, nessuna contrattazione, ascolto in cabina di due sole canzoni (di solito ci passavamo il pomeriggio), pagamento veloce. Si era diffusa la voce che il disco sarebbe stato ritirato dalla censura, per Carlo Martello, il proibito la accelerava le vendite. Per ascoltarlo andammo a casa di Ezio, un posto strano per i mobili massicci e scuri, molto cretonne a fiori grandi su ottomane, il pianoforte nero nell’angolo, con la tastiera ricoperta da un lino ricamato, l’enciclopedia Pomba che ricordava la pesantezza del sapere. Sarebbe piaciuto a Faber. Meglio non ostentare impazienza, distacco e sigaretta sul balcone, poi la musica. Dalla ballata dell’amore cieco al testamento, l’ascoltammo due volte: le prime di infinite altre, con stupore prima ed emozione poi. I genovesi ci avevano abituato a parole che avevano un senso, ma queste erano nuove e parlavano finalmente di sogno e realtà assieme.

Da allora, l’abbiamo cantato dappertutto, aspettato nei nuovi dischi, visto in concerto. Imprescindibile e discusso e pur cambiando gusti e sonorità: è rimasto un mito. Ho messo sul giradischi quel 33, ci sono gli schiocchi del vinile, qualche striscio e il sole del buon dio che serve a tutti. Soprattutto a quelli sulla cattiva strada.

miti

Chi è tra i quaranta e i sessant’anni appartiene ad una generazione che ha avuto felicità particolari. I miti duravano a lungo, erano coinvolgenti e lasciavano tracce profonde. Succede anche ora, direte. Nò, mi pare sia diverso, che tutto si consumi in fretta, che la precarietà investa ogni parte dell’esistenza. La precarietà, non la velocità, ovvero la capacità di prendere emozioni dal mezzo in cui si è. La precarietà, anche quando si stabilizza, nel lavoro, nei gusti, nei sentimenti è una condizione di insoddisfazione del bisogno e come tale non si può spalmare su qualche simbolo positivo. Fino a non molto tempo fa, i miti erano in politica, nella musica, nella scienza, nel cinema, nelle arti. Pensate a Sergio Leone, tra “per un pugno di dollari” e “c’era una volta in america” passano ben oltre dieci anni e quello che si stratifica nelle coscienze è che ci sia un modo di interpretare l’america che non ha bisogno della storia, ma degli occhi del mito, con stereotipi applicabili ad ogni situazione. E il sodalizio Battisti-Mogol, oppure Guccini, la permanenza di De Andrè, di Sinatra o dei chansoneur francesi e belgi, oppure, oppure… Quando Natta vinse il premio Nobel per la chimica gli italiani non sapevano cosa fossero i polimeri, ma il moplen e Natta furono collegati per anni. Ora si consuma tutto presto, quasi nessuno si ricorda dei nostri premi nobel e perchè sono importanti, non sono dei miti, per l’appunto. Forse Rita Levi Montalcini, fa eccezione, anche per l’età da primato, oppure qualche capitano d’industria, che pur senza raggiungere Giovanni Agnelli, rappresenta il potere stabile del denaro. Per il resto, tutto si consuma nella precarietà della condizione e quando non ci sono orizzonti decifrabili, i miti sono altrettanto precari, destinati a consumarsi presto. Mi rendo del privilegio: parlo di cose che conosco, che posso surrogare anche ora, che sono ancora tali da provocare entusiasmi. Posso rimuovere gli aspetti negativi di un’età fatta di contrasti, ma la felicità e il diritto a questa, è stata un tema di massa, fortemente condiviso, cercato, praticato. Credo che la grande rapina nei confronti dei giovani sia proprio la precarietà e il togliere loro la capacità di avere sogni lunghi.

alter ego

M’ illudevo che i pensieri obliqui, per loro natura poco consistenti, si accordassero col colore dell’inchiostro. Questo semplicemente, li accompagnava in infedeli traduzioni, ma allora, perchè era il colore che attirava l’attenzione? Son passato ai pennini: tagli dritti, obliqui, sottili dapprima, poi medi ed infine  larghi, da calligrafia, a scrivere su carte con porosità differenziate. Hanno lodato il tratto mentre le parole si svuotavano come palloncini.

Allora come un ascensore, ho provato a farmi carico, ma non ha mai funzionato come pensavo. Un poco sì, forse all’ inizio, poi le richieste aumentavano chiedendo di sostituirmi, di portare a spalla su scale ripide e poco illuminate.

 Ho trovato il tunnel tra il dover essere e la vita, nascondendo gli scartafasci, così a volte ho altre vie di scampo, anche se l’ardire maggiore è trasformare l’uscita di sicurezza nel portone sontuoso in cui fare ingresso.

Sarà per questo che adesso, sbrigativamente, mi va bene essere egoista.

O forse non mi è stato chiesto nulla e ho fatto tutto da solo?

vita

Tra disagi che emergono e felicità fugaci, serenità da raccogliere e gustare sapendone il dinamico movimento, l’immagine che più mi corre è delle vite parallele che racchiudiamo e che ci tengono per mano, accompagnandoci nella corsa, nel passo meditabondo, nel sonno, nel sorriso aperto, nel pianto.

sentitamente

Un ufficio ha ricevuto gli auguri, una segretaria ha verificato se erano stati ricambiati. Non lo erano. Allora ha estratto un cartoncino prestampato in cui si ringraziava sentitamente. Ha recuperato l’ indirizzo e spedito.

Sentitamente, cosa ?