Attenzione, alcune di queste immagini possono urtare la vostra sensibilità

http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/bambini-gaza/1.html

Magari la urtassero un poco questa sensibilità impotente!

il comunista

I sogni cambiano lentamente, quelli importanti almeno. Gaber dice quasi tutto d’una stagione che metteva i nomi alle cose. Essere di sinistra era poco, comunista era tutto, era un modo per dare concretezza alle speranze, la soluzione per il male che non era morto con la guerra. Era una questione di giustizia, di crescita, eravamo differenti ma tutti assieme. Anche gli altri avrebbero capito. Chi era riflessivo si faceva domande, trovava ragioni. Cos’era la libertà allora? Oggi per molti è libertà di parola, altri la fanno coincidere con una caricatura della democrazia, ma la libertà allora, e anche adesso per me, era poter crescere in un mondo in cui ci fosse posto per tutti, con diritti e opportunità eguali. Per le ragioni strane che albergano nella testa degli individui (bisogna pur distinguersi dai cervelli collettivi), gli avversari avevano dignità di battersi, a nessuno sarebbe mai passato per la testa di non riconoscere l’avversario. Non voglio ingentilire le nefandezze, ma scelta la parte in cui stare si procedeva di conseguenza. Ed era raro cambiare idea, qualche fascista o democristiano passava a  sinistra, ma era per seguire quello che già prima aveva in testa: dare un nome ai bisogni di giustizia, ad una speranza che si poteva realizzare. Chi se ne andava, nei socialisti o nell’extra sinistra, era fuori della casa madre e per i primi si scuoteva il capo dicendo: era un opportunista, per gli altri, che non capivano, che non bisognava affrettare i tempi, ma avremmo vinto, bastava aspettare e lavorare.

Chissà che vuol dire ora essere così? Per chi ha vissuto in quegli anni, dopo la delusione, i fraintendimenti chiariti con dolore, il riconoscimento che non era quella la strada. Dopo tutto questo è rimasta la pulsione originaria, che insieme si può fare, che il mondo può cambiare, che l’ingiustizia non può averla vinta. Mancano idee solide ora, qualcosa che infiammi i cuori e faccia pensare i cervelli, il sentirsi parte di un disegno più grande con la propria individualità.

Mancano, e chissà con che nome arriveranno.

 

polenta

La mia polenta non sapeva di fumo.

Per me, bambino di città, far la polenta era un rito ben diverso dai camini di campagna: non c’era fuoco a vista, solo stufe a legna e carbon coke e piastre incandescenti e cerchi che si toglievano per porre in equilibrio, il caliero sulla fiamma. Mia nonna ci teneva ad essere cittadina, aveva girato il mondo avvedendosene poco, portandosi dietro essenza ed idee, lingua ed abitudini. Chissà come faceva a far polenta e gnocchi in Germania – perchè sono sicuro che la cucina l’aveva seguita – per fare casa là dove si era, per trasmettere al marito e ai figli la sicurezza di esserci davvero al mondo. Anche in questi posti dove parlavano e mangiavano alieno, loro erano veneti. Loro. E molti anni dopo, anche per il piccolo che sgranava gli occhi all’altezza del tavolo, la cerimonia della polenta era un rito che faceva casa. La farina di mais, rigorosamente bianca e fine,  molita di fresco e scelta con cura, da sgranare nella mano sinistra, il caliero sul fuoco, il sale pronto (chè la polenta insipida è bestemmia), poi la prima aspersione di farina, sull’acqua ancora tiepida. Mia nonna leggeva cose strane, per me incomprensibili in questo primo velo di farina nell’acqua, io chiedevo e lei mi parlava di freschezza, di grumi,  ma secondo me leggeva altro. Comunque tutte cose con significati in divenire. Non è forse così che si imparano le cose che si respirano? Non per intuizione subitanea, chè quella si deve scrivere altrimenti si perde, ma per strati progressivi come per una vernice marina in grado di resistere agli insulti suadenti del salso e della smemoratezza. Al bollore, il sale e poi iniziava il trasferimento sapiente della farina racchiusa nel pugno e lasciata scivolare con scia sottile nell’acqua. La mano destra muoveva un mestolo particolare, quasi un bastone, da impugnare con decisione. Farina versata lentamente in sinuose circolarità, e mescolata sempre nello stesso senso: orario. Il punto di sapienza era nel finire l’aspersione di farina con la giusta consistenza della polenta di pianura: morbida , ma non troppo e più o meno con la densità che stacca appena dai bordi. Si mescolava con pazienza per almeno 45 minuti, chè la polenta cruda va bene per gli animali. Infine il trasferimento dal fuoco al tavoliero, un piano circolare di legno che non mancava mai in nessuna casa e rigorosamente riservato alla polenta. La nonna col dorso di un cucchiaio bagnato, dava forma circolare alla polenta, la plasmava, dopo, sotto, sarebbe stato passato il filo che avrebbe assicurato magiche fette regolari, senza coltelli a toccare quella che doveva sembrare una torta. A me veniva riservato lo scrostare il caliero e quelle croste tostate erano una leccornia senza alcuna similitudine di cibo. Quando arrivarono i kellogs, in casa si tentò un confronto, ma non era possibile. Dov’era il sapore di bruciato, la croccantezza e la morbidezza assieme?. La polenta solidificava e nel frattempo le pietanze con toci (sughi), venivano messe nei piatti ad immergere le fette. Tocio e poenta, poenta e tocio, contava il tocio, la carne o il baccalà erano quasi in più. La polenta residua, tagliata in fette regolari dal filo e messe ad asciugare, sarebbero state coperte con un tovagliolo, pronte per altri usi di cucina. Con lo zucchero, nel latte caldo, sulla stufa a grigliare per unirsi a salame fresco o formaggi dell’altipiano. La polenta seria la faccio ancora così e per quanto strano sia, la mano di mia nonna la sento ancora stringere la mia mano piccola, che voleva provare. Fasso anca mi, nona. Aveva mani forti e belle mia nonna, lei così piccola rispetto a me, mani da carezze avvolgenti, mani che creavano casa.

Solo non so leggere la farina appena aspersa, non ci vedo il futuro e neppure il presente.

progresso semplice

Servono cervelli semplici, che apprendano bene poche cose. Manovali del progresso pronti a gesti ripetuti e con poche domande inespresse. Il mondo si complica, penetrare la complessità è fatica mal ripagata, dominarla costa ancor di più e comunque non servirebbe a nulla. Sarebbe uno sfizio. Dovremmo dire ai giovani: se non avete intenzione di faticare per tutta la vita, apprendete il giusto che faccia di voi dei buoni manovali, poi tutte le professioni, da quelle liberali a quelle dirigenziali potranno essere vostre. Ci dicono surrettiziamente che bisogna ridurre la comprensione, aumentare la manualità, la memoria delle dita. Chi organizza le dita degli altri, detiene il loro potere economico, lo vincola a sè. Si elogia la semplicità apparente per nascondere quello che ci sta dietro, ed è una semplicità vuota di contenuti, immodificabile, fatta di tentativi frustranti privi di comprensione se non nella loro meccanica sequenza.

Perchè è così? Cosa ci sta dietro alle cose quotidiane, alla mia banca, ai miei soldi, alle tecnologie che non adopero ma compro, chi sta compiendo miracoli scientifici nel mondo? E così avanti, con curiosità. Ecco è la curiosità che ci sottrae al dominio di chi possiede la memoria delle nostre dita, se si vuole far la fatica di essere fuori dal cerchio dei semplici, bisogna essere curiosi e cercare di capire sapendo che quello che scopriremo quasi certamente, non ci farà stare più bene.

stella di natale

La stella di natale raggrinzisce, perde foglie. Perfetto simbolo dell’equivoco, con le foglie che sembran fiori e fiori insignificanti, non sa quel che vuole. La luce la infastidisce, il caldo le pare eccessivo, l’acqua la fa marcire. Tutto sbagliato nella comprensione reciproca. Tutto altro.

caro Paolo

Ci siamo sentiti l’ultimo dell’anno: mezz’ora a promettere di vederci, a far progetti di nuove cose assieme. Abbiamo parlato della Palestina,  del viaggio che avevamo fatto assieme a Gaza, della voglia di ritornare, degli amici palestinesi. E poi il piacere di sentirti, l’appuntamento per una cena a breve, preludio di avventure semplici: il sentiero di Santjago, un viaggio in Senegal. Tu che hai girato il mondo come passione del vedere e del capire, pensavi ad una nuova stagione di guide, cose da fare con semplicità, sempre con lo scrivere partecipe che era la tua cifra.

Mi basta poco hai detto e io ho condiviso, ad un certo punto della vita l’essenzialità diventa impellente. Non ti è stato dato modo, è successo di colpo, forse la morte migliore, essenziale anch’essa, ma era troppo presto per la morte, per la sua ingiustizia che spezza i progetti, le attese. Non te ne sei accorto, hanno detto, chissà se è vero, chissà se importa in quel momento.

Ti hanno acceso mezzo toscano sulla tua scrivania al giornale, caro Paolo. E’ un bel modo per sentirti nell’aria, per dire che c’eri, ci sei ancora.

spam

Un segno del cielo? I miei commenti, a parte quelli a me stesso, finiscono in spam. Forse è l’anticamera del solipsismo de noantri, ovvero l’autoreferenzialità. Oppure, più banalmente, ho pasticciato con wordpress e come si sa dagli spaghetti western, io posso perdonare, ma wordpress no. Comunque sia, il 2008 è finito con un furto di parole, uno sciupio di sentimenti, dissolti in vibrazioni d’onda. Nell’immagine che ho del virtuale, le parole, sbriciolate tra dita amorevoli, trovano passeri che becchettano e che, indarno (questa la regalo a me), se ne sciamano allegramente.

Mi piacciono meno le parole buttate, le disavventure della tecnologia, ma i pensieri positivi ci sono e quelli mica me li possono rubare. Adesso entriamo a gamba tesa nell’anno, ché il gioco sarà duro, ma la squadra, ben diversa da quella del cavaliere, c’è. E’ la squadra degli incazzati con ragione, degli insofferenti della melina, degli affamati di giustizia, degli incapaci di capire. Perchè non c’è niente da capire oltre l’evidenza e di questo ormai ce ne facciamo insoddisfatto vanto, nel dire, nel chiedere, nel protestare.

Ad altri momenti le previsioni del tempo economico- sociale, per oggi  entro nella consapevolezza che sono qui e ora.

Buon futuro, adeguato alle attese, a tutti i viandanti.

migrare

 

Vorrei dedicare il 2009 al camminare, al migrare lento.

Camminare procura pace, equilibrio, libera dai pensieri circolari. Quando si cammina con lo zaino in spalla, quando gli alberghi sono dove si arriva, tutto viene ri-ordinato, le necessità si riducono ad una lettura per il riposo, un taccuino per scrivere, acqua e poco cibo. Le scarpe e i piedi sono il centro dei problemi quotidiani e la pulizia, l’abbigliamento vanno all’ essenziale.  Ma il mio migrare è un migrare da ricchi, fatto non di necessità, bensì di piacere vitale.

‘N Ballo è un signore straordinario, senegalese, che spiega con semplicità sia la banca delle capre della sua onlus, sia la spinta triste del migrare. Parla delle madri che chiedono ai figli di andare via dalla polvere del deserto che avanza, dalla miseria, dalla fame, dalle malattie. Racconta del denaro raccolto vendendo ogni cosa per pagare le traversate verso la Spagna, parla dei naufragi senza storia, del muoversi alla ricerca di un rifugio in un paese sconosciuto, del lavoro senza aggettivi, che faccia sopravvivere e poi mandare qualcosa a casa. Parla delle lettere che arrivano al villaggio, enumerando i morti, chi non si è salvato. Racconta del dolore vociante e muto, degli altri figli che faranno lo stesso tragitto. Non condivide la migrazione, ‘N Ballo, sente che il suo paese muore ogni volta che energie giovani se ne vanno, ribadisce che la legge e i codici si rispettano anche quando non si conoscono, che la clandestinità è un reato. Ma chi depreda il suo paese rispetta la legge? Anche chi in passato ha imposto lingua, religione e cultura, ha rispettato la legge? Qual’è la legge, allora? La storia umana è fatta di migranti, la civiltà è fatta di contaminazioni, la razza umana, habilis o meno, è uscita da foreste, inseguita dal clima, dalle disperazioni, dalle sconfitte e si è spostata cercando pace e vita. L’azzardo contemporaneo è che si possano gestire le migrazioni senza che la cultura dell’uno sopraffaccia quella dell’altro, che vi sia un moderato conflitto tra le diversità attendendo che emergano le bellezze condivisibili tra diversi. L’economia regola secondo utilità e rendere evidente l’utile è opera di misericordia: ti accetto perchè mi servi, perchè la mia ricchezza dipende da te.  Questa regola, molteplice quando interviene su più economie, si avvicina alla giustizia, alla legge, sviluppa il paese d’origine solo perchè l’interdipendenza serve ad entrambi.  Ma l’ interesse, la giustizia non devono essere buoni, solo equi. Ciò che non è accettabile è che trionfi la legge degli scafisti: chi attraversa il mare vivo e ha pagato per farlo, viene ributtato nel paese d’origine, dove poi ritenterà e pagherà nuovamente, perchè non ha alternative se non la morte. Allora chi viene favorito da una politica che semplicemente ributta a mare? Chi gestisce la traversata, chi lucra sulle vite, la corruzione dei doganieri del deserto, la ferocia di chi butta a mare vivi e morti. Questa condizione è ulteriormente ingiusta se pensiamo che riguarda solo il mare: per immigrare a nord basta prendere un treno e le frontiere sono senza pericoli.

Il 2009 sarà l’anno in cui ricomincerò a camminare, ma sarà un migrare sicuro, da ricchi. La mia cittadinanza farà scudo, sono un cittadino della parte giusta del mondo e quindi di tutto il mondo, sono altri i passaporti che non servono a nulla. 

La lentezza non mi impedirà di andare, mi aiuterà a vedere.

Vi auguro di uscire dalle case, di pensare all’aperto, di usare, come farò con qualcuno di voi, la lentezza per condividere e vivere. 

cunard words

anche quest’anno, le parole, sono state infilate con la pazienza degli aghi sottili: collane e braccialetti ora giacciono dimenticati, ché questo è l’uso della parola: rifulgere e rivestire un pensiero, traversare il giorno e poi perdersi nell’orizzonte.

Dalla banchina salutiamo mani che rispondono e il colore che le accoglie, sventoliamo fazzoletti per ciò che abbiamo amato dentro quegli abiti, mentre il fumo si stende assieme al vorticar d’eliche. Sappiamo che torneranno diverse, stupite e gelose delle nuove compagnie.

Non invecchiano facilmente le parole, solo cambiano rivestite in storie mai raccontate. Mentre tra noi pochi, sanno l’arte del penetrare le cose per dare i nomi felici, quelli che non saranno scordati.

scacchi

E’ più importante la strategia o l’intelligenza della fantasia?

Messa in altri termini: conta di più la costanza che quieta costruisce, scava, chiede senza stancarsi ovvero l’alzata d’ingegno della passione, il pensiero innovativo che demolisce il paradigma e trova nuove strade?