parole sproporzionate

 

Viene un tempo in cui le parole non bastano, e neppure gli aggettivi c’ assomigliano. Da qualche parte si trova un silenzio impronunciabile, qualche nuovo moto dello sguardo appare, assieme a gesti che rivelano il consumo del tempo. E’ il tempo di sedere, respirare piano, sorseggiare un caffé che sia il riassunto del vissuto, la perifrasi del presente. Non il futuro. Per quello viene da piegare il ferro nella testa, prima che con le mani, come un fabbro d’altri tempi, così da confondere sui palmi ruggine e tagli.

Le lacrime che lavano, rigano e lavano, si mescolano ai sorrisi nel tempo ch’è fatica di capire, ma non da vivere. E non sempre esiste una parola, un vaso in cui mettere noi, ciò che siamo, sentiamo, vogliamo. Ovvero quella parola esiste e ci percorre dentro e non ha vocali e consonanti che bastino al bisogno, per cui frulla nella testa, si posa da qualche parte e resta. Oh si che resta.

 

la solitudine dell’opera d’arte

L’opera d’arte è spesso sola. Nei musei, nelle case dopo l’investimento emozionante, nei giardini o sui muri delle città, il prodotto del sentire, del vedere, del percepire diviene muto.

L’opera d’arte comunica per sensazione, si alimenta di sguardi interroganti.  Ma vive e muore nella sua immortalità, perché spesso l’immortalità pospone, genera indifferenza al sentire qui ed ora, diviene numero prima che testo, rimando a favore di altro. Tanto l’opera si potrà ritrovare quando ci sarà tempo, attenzione diversa, non scappa. Capisco i pre raffaelliti, il dipingere su biacca con colori che si decomponevano,  l’introdurre la caducità come elemento fondante del parlarsi, perché il deteriorarsi è mutevolezza, necessità di non rimandare.

C’è troppo di tutto e in questa bulimia è solo l’urgenza che comanda. E se invece fosse il sentire, non il numero che conta? Il sapere che non ci sarà un’altra volta perché dopo sarebbe diverso? Il raccontare il marginale perché dell’eccellenza parlano tutti?

 

 

L’opera è di Fontana, il museo è il Mart di Rovereto, la mostra principale in corso  -non me ne voglia Botta o l’arte concettuale-  è sulla scultura di Modigliani. Mostra che vi consiglio davvero. Le opere delle altre sale soffrono della compresenza di troppa attrazione dei nomi, delle cifre dell’ultima asta, dell’esserci oltre il tempo delle altre opere a prestito. E lo sguardo distratto è dietro l’angolo.

17.05

Guardo edifici incompiuti, gli scheletri verso la sera e le luci gialle di cantiere, le gru arrugginite dietro recinzioni sfondate e cartelli illeggibili. M’indignavo fino alla sofferenza quando mi raccontavano degli abusi, delle furberie, della violenza di chi sa come uscire dai gineprai senza danno. E dal mio ufficio potevo solo dire di no, porre dighe che sarebbero state scavalcate al prossimo giro di walzer. Il ricordo mi prende alla gola, spengo i fari, accosto, mi fermo.

La ragazza cammina sul bordo della strada, il corpo in avanti, col viso che si vede appena tra il berretto calcato e la sciarpa colorata. Ha passi decisi, evita l’erba bagnata del fosso e l’asfalto. Ha costruito un percorso sul ghiaino. Il marciapiedi non è mai stato fatto, segno di oneri non onorati di imprese fallite, ma neppure serviva, qui non cammina nessuno. E’ sola tra le fabbriche e la città, in luoghi senza regole dove non dovrebbero esserci persone a piedi. Qui si passa in macchina o su mezzi veloci, non si cammina neppure di giorno, l’insicurezza è nell’aria che inghiotte la lentezza.

La ragazza ha una direzione, una meta, un pensiero. Potrebbe essere una ragazza dell’est, una badante giovane, una ragazza mollata su un marciapiedi dopo un rapporto. Una figlia di qualcuno in città che ha scelto di sbattere una porta d’auto, una ragazza in fuga, una donna che sa dove andare. Alle spalle lo scheletro del fabbricato fuma: qualcuno passerà la notte tra cemento e cartoni.

Non sopportavo i racconti interessati, le delazioni, come non le sopporto ora. Venivano di pomeriggio, avevano chiesto appuntamento, oppure semplicemente s’infilavano nella porta aperta. Li guardavo, sapevo che di lì a poco la miseria, il veleno, il fango, m’avrebbe investito e nella mia testa, persone conosciute, luoghi, pezzi di piano regolatore sarebbero cambiati. Li avrei difesi per quanto potevo, negando, affermando, tacendo, non assentendo, dimostrando di non sapere, ma dopo chi era stato evocato non sarebbe stato lo stesso. Il peggio veniva quando abbassavano il tono, accennavano a pratiche risolte e non onorate da ex colleghi , ammiccavano, insinuavano. Non di rado li ho cacciati, accompagnati alla porta mentre alzavano la voce, minacciavano. Li invitavo ad andare in procura, Chiudevo la porta, mi sedevo e guardavo il grande quadro davanti a me. Vuoto, vuoto. E mi chiedevo…

Il tratto tra l’ultimo cantiere e le case è campagna, ma non è lungo, la ragazza rallenta. Guarda le luci delle finestre, dentro ci sono colori pastello, qualche albero di natale, sagome che si muovono veloci. Sono villette, case a schiera, c’è molto verde attorno. Camini che fumano, il rito del fuoco d’inverno. La ragazza ora è ferma, sulle spalle ha un piccolo zainetto, accende una sigaretta. Guarda. Nella sua testa si fa largo la situazione, il posto, la distanza rispetto ad una sicurezza, il bisogno di luce e calore che porta la notte. Non mi vede, fuma, ma non compie i gesti che fanno parte delle nostre relazioni con il mondo: non prende un telefonino, non guarda lo schermo, non guarda verso l’alto finché telefona, non batte i piedi per il freddo, non attende. Si è tolta un guanto e fuma. Vorrei avvicinarmi, chiederle se ha bisogno di qualcosa, guardare assieme a lei le luci gialle dei cantieri, ascoltare le parole fluenti o stentate, vedere lo sguardo impaurito che si rasserena, tenerla con le parole, non con le mani, dirle che benvenuto è solo una parola.

Vengono ancora da me, sono i meno informati, quelli che non sanno che non conto più nulla oppure quelli che pensano che per chi c’è stato, non finisce mai. Quelli che basta una telefonata, che adesso hanno l’affare della vita, il parente bravissimo ma sfortunato, la figlia che ha studiato tanto ed ora non sa cosa fare, il lotticino di terra scordato nell’ultima variante. Oppure semplicemente vogliono parlare, sentire la loro voce che li racconta, li tratteggia, fornisce la dimensione delle vite nascoste in case che non voglio immaginare. Parlano di sé, degli altri che li hanno segnati, usano parole sfumate, a doppio senso quando insinuano, sorridono, ma non hanno cattiverie forti, m’indignano poco, piuttosto tolgono le forze della speranza. Come vengono da me andranno da altri, parleranno male di me come adesso fanno di altri. Forse con gli stessi. Devono avere una memoria formidabile per ricordarsi tutto quello che dicono, che hanno detto e a chi l’hanno detto. Sono dotati di un senso del relativo che li rinnova ad ogni incontro, quando tornano a casa salutano la moglie, i figli, si siedono a tavola, accendono il camino, guardano la tv, telefonano, vanno a letto, ogni tanto fanno all’amore, rimuginano i torti, promettono, minacciano, scappano.

La ragazza si è rimessa a camminare piano, è indecisa se immergersi tra le case oppure proseguire sul bordo che è diventato marciapiedi. I lampioni si sono accesi da poco. Quando è successo ha alzato il mento, si sono visti gli occhi, la bocca, il naso, li ha guardati a lungo, finché il freddo non ha abbassato il viso nella sciarpa. Si vede che ha bisogno di calore, mi avvicino, le chiedo se posso essere utile. Mi guarda, scuote la testa. Insisto, conosco il posto. Mi chiede dov’é la fermata dell’autobus per la città. L’accompagno, non è distante, potrei portarla in macchina, ma si farebbe una domanda che non voglio. Le offro un cappuccino finché attende, poi la saluto quando parte. Sorride. Non so nulla, non ha detto nulla. Torno verso la zona industriale, guardo gli edifici incompleti, sento il freddo che entra sotto il piumino.


grazie Presidente Napolitano

Il presidente della repubblica, il vecchio “comunista” Napolitano, continua ad assicurare una dignità spendibile dentro e fuori l’Italia ai cittadini di questo paese. Di questo bisogna ringraziarlo ogni giorno perché in Lui, riconoscono un’Italia diversa da quella degli scandali, della mafia, delle barzellette, delle corna e dell’improvvisazione.  Per una parte del Paese, il fatto di poter dire che c’è una zattera su cui salire con dignità, permette di avere speranza.  Lo dico senza piaggeria visto che non di rado non ho condiviso le sue posizioni nei comuni partiti ed oltre.

Ciò che non capisco è l’onestà intellettuale dei molti convinti liberali che ogni giorno leggono giornali su cui assentono.Magari questi giornali si chiamano Libero e il Giornale, oppure altri, non importa quali, ma s’informano. Sono persone per bene, persone che non considerano l’onestà un optional, che hanno un senso civico forte. Magari non avranno molta solidarietà, forse si fermano alla carità della san Vincenzo, però il dovere sanno cos’è. E seppure mai tranquillamente, quando si sono scontrati con quelli come me che argomentavano, non rifiutavano la discussione. Allora, mi chiedo, ma cosa diranno queste persone, quando il signor Berlusconi continua con le sue tiritere sui comunisti e i giudici per mascherare i problemi irrisolti e l’incapacità di governo, cosa diranno dell’insensatezza della spaccatura del Paese, cosa diranno del continuo mercimonio di corpi e di voti che viene proposto come naturale estensione della politica.

Magari diranno che Napolitano è un comunista, ma diverso, che da vecchi si cambia, che non si è opposto all’invasione dell’ Ungheria. Diranno questo ed altro, ma sanno che non ha mai rubato, che ha avuto rispetto degli avversari, non ha avuto bisogno di rifiutare giudici e di invocare impedimenti inesistenti, allora, per favore, non occorre che si convertano, basta che diano a ciascuno secondo merito e fatti.

Grazie Presidente Napolitano.


felice di piacerti

In questa centrale che macina tempo, esperienze, attenzioni, talora capita di ricapitolare tra sé l’eccezione di un incontro condiviso. Felice di piacerti, ha la consistenza di un mantra, della vita, del regalo ricevuto.

 


i giorni più belli della mia vita

Mi hanno raccontato parecchi giorni più belli della mia vita. Hanno iniziato con la prima comunione, avevo 6 anni. C’è una mia foto, con un vestito da adulto, quasi da sera, però tutto bianco, comprese scarpe e cravatta. C’è mia madre, che è una bella ragazza, a fianco. E si vede che me l’hanno già detto, perché sono tutto rigido e perplesso, e non devo far vedere che non capisco cosa ci sia di bello. M’ è rimasto il ricordo di una Ferrari rossa, ricevuta in regalo, assieme a qualche domanda. Era una macchina stupenda, che sputava scintille dallo scappamento. Si poteva cambiare la pietrina e le scintille continuavano a prodursi. Di fatto un accendino senza fiamma. Un prodigio della tecnica, che non dovevo farmi togliere, anche se la questione del più bel giorno, continuava a non essere chiara, Così a domanda divagavo. Col tempo, i più bei giorni inflazionavano, finiti quelli religiosi, cominciarono quelli d’iniziazione. La pubertà, la scoperta del sesso, ma anche qualche piccola vittoria sportiva. Trovavi sempre chi ti convinceva che quello era il più bel giorno della tua vita. I dubbi continuavano, non che fossi uno scettico sistematico, ma semplicemente qualcosa sembrava non collimare tra attesa e risultati. Gli innamoramenti, qualche tappa vitale vinta senza imbrogliare, insomma c’era della soddisfazione che si generava in me, ma bastava che non me lo raccontassero prima. Ero diventato un esperto di giorni più belli della mia vita, senza accorgermene. Lavoravo in proprio e restituivo ai giorni la loro relazione con me. Così le volte che mi sentivo pieno di vita, ma proprio pieno che sembrava uno sballo, allora era il più bel giorno della mia vita. Non quello più bello in assoluto, ma quello che provavo in quel momento e che rimetteva in ordine gli altri. Da allora non ho più smesso. Certo succede di rado, ma finché lo vivo, so che il giorno più bello non è il più bello e che altri ne verranno. Come dire: ho scoperto la relatività dell’assoluto senza rinunciarci.

 


la parola della settimana: oroscopo

 

 

 

Il primo oroscopo lo ricevetti in dono da una ragazza che aveva poche intuizioni sul futuro e molte sul presente. Sul mio e sul suo, in particolare. Seguire la lettura di quelle frasi che, opportunamente indossate, stavano pure bene, creava una loquacità incredibile tra noi. Nel senso che lei parlava moltissimo di me, di com’ero davvero. Ed io, si vedeva che essendo dei gemelli, ero una cosa ed il suo contrario: calmo e passionale, riflessivo e sconsiderato,  misurato ed impulsivo. La sequenza degli aggettivi non finiva mai bastava trovare il suo opposto. Ero un po’ confuso, ma interessato ( alla ragazza ). Il tema natale venne poi, forse perché la conversazione languiva e le vie di fatto erano impervie. Scoprii per l’occasione l’ascendente ariete. Mia madre aveva una percezione poco svizzera dell’ora della mia nascita. Essendo nato in casa, il pressapoco era naturale nel trambusto che ci doveva essere stato, ma io ero un ariete. Almeno così decise la ragazza.  Tutto tornava e tutto cambiava: la concretezza dell’ariete rapprendeva la fluidità dei gemelli, la loro gassosità e doppiezza. Ero sconcertato, mi pareva di essere tutto quello che mi veniva detto. L’episodio della genesi del viaggio dei tre uomini in barca mi girava per la testa, mancava solo il mio ginocchio della lavandaia ovvero la propensione ad essere un santo serial killer per essere tutto e il contrario di tutto. Per fortuna, chimica generale mi assorbiva, anche l’analisi matematica non scherzava, però continuavo ad alternare l’ingegneria con le lettere, favoleggiavo di uno studio temperato, in realtà mi interessavano le ragazze. L’oroscopo meno, anche perché non arrivava al dunque.

Sandra era una ragazza alta, magra, carina il giusto. Faceva parte del gruppo di lettere: tutte amiche, stesse scuole, stessi esami, alcune accoppiate, altre in attesa del kairos. Si muovevano sincroniche, scambiando visite tra case, organizzando feste in campagna. Sandra aveva scritto un trattatello sulla lettura della mano e l’aveva pubblicato con discreto successo, da quel momento era diventata Cassandra e veniva usata come arma per scoraggiare le zingare che insistevano per predire il futuro. Bastava dire che si sarebbe scambiata la lettura della mano, ovvero la zingara doveva accettare di essere letta per leggere e questa tagliava prontamente l’angolo. Segno che solo la superstizione può sconfiggere la superstizione. Dalla mano agli oroscopi il passo non era così arduo, solo che i suoi oroscopi erano diversi da quelli dell’amica. Un combinato disposto con la chiromanzia. E qui si entrava nel profondo, toccavamo le acque nere che si agitavano oltre gli archetipi. I miei come al solito. Lei mi parlava di costellazioni, di corrispondenze cosmiche, di gnomonica ed io ascoltavo estasiato. Certo mi piaceva di più se marte si congiungeva con venere, ma sembrava che invece fossero più frequenti gli incroci giove con urano. Noi eravamo magri, etero e con una situazione astrale insoddisfacente, così le mie domande di metterci una pezza erano deviate. Non era cosa.

Dopo questa iniziazione infruttuosa, la deduzione era che la gnosis non era cosa mia, che l’oroscopo cinese era il massimo che mi potevo permettere, e visto che ero nato nell’anno del maiale, quindi con una immanente fortuna davanti, lo studio dei Ching poteva essere una attività compatibile, con la mia duplicità, con alcuni tagli sulla mano, con un’amica già buddista e con le solide corna dell’ariete, che parevano incombere.

Ogni anno il rito si ripete, mi sentirò predire la prosperità temperata, l’amore altalenante, le occasioni che perderò, ma anche quelle che accadranno inopinatamente, la raccomandazione al moderarmi, la salute che quasi sempre c’è, ma bisogna stare attenti. Mi lascerò prendere dall’invidia verso quelli della prima decade oppure verso la terza decade, che mi sembrano sempre con carte migliori delle mie. Alla fine penserò che la mia mamma non mi dice cose diverse, magari è una maga anche lei. 

p.s. osservando le curve, vedo che quando cala la fortuna, cala l’amore e il lavoro, e che quando cresce, più o meno crescono anche gli altri due: che sia questo il segno del mio destino? 

 

 

 

bianco e nero

Voglia di supporto, tecnica, contenuti.

Voglia di film già visti, di dialoghi da sgranare, di interni patinati.

Voglia di riprendere le macchine a pellicola e pensare i fotogrammi,

Voglia di essenza e parsimonia, di immagini distillate.

Voglia di Eisenstein, Mornau, Capra, Von Strohneim, Dreyer,

Voglia di assentire da solo.

 


colori:il bianco

Il bianco, tutto quel bianco che copre il grigio, che nasconde il colore consapevole delle nostre anime mutevoli. Il bianco che contiene i colori, quello che non c’è e quello che può essere. Il bianco che ferma, ascolta, pieno di silenzi, di rumori di sfondo, di colpi discreti di tosse.

Il bianco attesa, come d’una musica prima di essere suonata.


per chi ha voglia d’ascoltare

Per chi ha voglia di riflettere sul rapporto tra desideri e società, qui, in Italia, radiotre ha trasmesso :

Un anno di crisi che la Città di Radio3 ha cercato di raccontare. Gli italiani, un popolo senza desideri né speranze? 31/12/2010

è un ascolto che mi ha preso.

http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/popupaudio.html?t=31/12/2010%20-%20Un%20anno%20di%20crisi%20che%20la%20Citt%C3%A0%20di%20Radio3%20ha%20cercato%20di%20raccontare.%20Gli%20italiani,%20un%20popolo%20senza%20desideri%20n%C3%A9%20speranze%3F&p=31/12/2010%20-%20Un%20anno%20di%20crisi%20che%20la%20Citt%C3%A0%20di%20Radio3%20ha%20cercato%20di%20raccontare.%20Gli%20italiani,%20un%20popolo%20senza%20desideri%20n%C3%A9%20speranze%3F&d=&u=http://www.rai.it/dl/audio/1293801434472un_anno_di_crisi_che_la_citta_di_radio3_ha_cercato_di_raccontare._gli_italiani_un_popolo_senza_desideri_ne_speranze2010_12_31.ram