“Se io non sono per me stesso, chi sarà per me?
Eppure se io sono per me solo, che cosa sono io?
Se non ora, quando?”
Talmud
Mishnah, Abot, Hillel
E’ ora di domande, e di risposte. Solo restare fermi e vuoti, ci uccide.
“Se io non sono per me stesso, chi sarà per me?
Eppure se io sono per me solo, che cosa sono io?
Se non ora, quando?”
Talmud
Mishnah, Abot, Hillel
E’ ora di domande, e di risposte. Solo restare fermi e vuoti, ci uccide.
Una persona di buon carattere e di pessima testa, ignorante per indolenza, abulico in attività costretta. Francamente noioso, come tutti quelli che macinano in testa pensieri che poi fatalmente indossano. Dalla noia di sé non si esce. gli altri si possono abbandonare, ironizzare, irridere, ma lasciare noi stessi è quasi impossibile. Quindi tanto vale accettarsi, non prendersi sul serio se non in ciò che davvero conta, tenere il lati buoni sempre a disposizione e quelli cattivi, ben a bada. Il lessico della testa esigerà qualche spiegazione pubblica aggiuntiva, mai dare nulla per scontato, mostrare i propri vizi per quello che sono. Un indolente è indolente per scelta, anche l’ignoranza non è nè vizio nè indole, è casomai da governare. Rifuggire l’invidia, questa sì. Cominciando da quella del pene, ovvero, con i suoi pensieri, tenersi il proprio. Anche sugli aggettivi cominciare a tracciare la propria mappa, meglio pochi e non svalutati dall’eccesso d’uso. Aborrire i diminutivi, buttare al macero le parole di moda e i modi di dire. Parlarsi francamente per quanto si può in questo bar dove gli avventori alzano sempre la voce. La riservatezza fa parte d’altro, ma la paura di dire non è riservatezza, è paura di mostrarsi. Qui sono vestito, per le nudità bisogna passare in altri contesti.
Ma di tutto questo viaggio, mi resta un’idea fissa: è un apprendistato alla capacità di amare.
C’è un sole da cantiere, quasi fuori posto per febbraio. E’ quel sole che asciuga ed incolla schizzi di fango dappertutto. Sul container con le finestre che fa da ufficio-mensa, sul prefabbricato appena montato, sulle sponde dei camion che si ostinano a correre troppo e scavano buche sulla pista. Ognuno sa quello che deve fare, i martelli pendono dalle cinture da lavoro, i guanti, tavole da getto, materiali accatastati, le gru gommate che si spostano in continuazione. A mezzogiorno pausa, ma il sole ha tirato fuori gli uomini dal container, li ha mischiati, finalmente, tra fumatori e non, e mangiano. Le chiacchere in tre lingue si sono fatte tessuto. Risate.
Siamo alla soglia del pomeriggio. Intorno fabbriche, molte, hanno già ripreso a lavorare. Anche i camion iniziano a far colonna in entrata e uscita. Il just in time impone mobilità veloci, non c’è magazzino, i pezzi passano di macchina in macchina, entrano semilavorati, escono complicati prodotti finiti.
Mi piacevano gli ingranaggi. Circonferenze dentate, sinuose d’infinite curve, smussi, archi che impegnavano compassi al limite d’estensione. Lucentezze d’uso, olio come su corpi pronti alla lotta, ruotavano piano, si accarezzavano tra denti lievi d’attrito, pronti a spiccare in accelerazioni folli, fatte di sussurri. Un orecchio esperto sentiva normalità e sofferenza in quel fruscio da vento di metallo, che agitava aste, trasmetteva moti sghembi attraverso cardani, finché, alla fine, s’acquietava in risultati lontani da tutto quel muoversi, sussurrare, impegnarsi in corse rotanti. Poi feci chimica e la nostalgia s’acquattò in un lato del cervello. Inoffensiva, ma pronta ad un sorriso per la meccanica. Allora, la meccanica, sembrava surclassata dall’elettronica ed ancor più da quelle schede piene di piste di stagno che conducevano tra componenti statici. Guardandole in controluce sembravano città di notte, però mancava la vita, si toglievano i moti visibili, e si trasferiva tutto su flussi d’elettroni senza rumore apparente. Al più qualche fischio di sofferenza malata dal calore. Come topi. Ecco, pensavo a quel correre di cariche come a topi in tubazioni sotterranee, al massimo non potevano che stridere di paura o di piacere. Sempre lo stesso verso, non come gli ingranaggi che quando godevano del loro moto si muovevano per aliti, sussurri, carezze d’attriti.
Mi sorprende la complicazione svelata dei lavori, le abilità in piedi di chi manovra macchine, guarda numeri e segni grafici su schermi, mentre poco distante utensili tagliano il metallo, mani di pinza prendono, occhi elettronici guardano, scelgono, ripongono. Dentro la fabbrica il sole non arriva. Prima, appoggiati al muro, ( e sembrava un film neo realista), operai fumavano aspettando l’inizio; guardavano il sole, la cancellata, parlavano di lato, con calma, assaporando l’aria. Poi al rientro, ciascuno al suo posto, statici quasi, senza quel passeggiare di cantiere, quel muoversi ad ondate di necessità. Eppure ancora, nel rumore controllato delle macchine, la consapevolezza di un’abilità rendeva attenti. Il pensiero del fare si mescolava con la vita, si impastava con il fuori.
C’è crisi, il futuro è una macchia che gli operai vedono sul muro bianco, come paura che s’apra un foro, che entri il sole e fermi tutto e tutti. Anche le macchine. Quando si fermano le macchine, c’è una sensazione di vuoto negli operai, d’inutilità, il futuro è quel rumore controllato in decibel dalla medicina del lavoro, è quel pulsare che quando si ferma la sera diventa un’onda di silenzio che ammutolisce. Ma poi il parlare riprende, perché domattina le macchine torneranno a muoversi e quell’ammutolire era un silenzio goduto, un sollievo prima di altri rumori.
Ad un anniversario, dissi che la sera, spesso mi fermavo fino a tardi in ufficio. Spegnevo la luce un po’ prima di andarmene e dall’alto, al bujo, guardavo le luci rosse e bianche che si muovevano sulla tangenziale, le fabbriche ed i laboratori tutto intorno, il corpo dell’interporto che si svegliava e muoveva container, appendendoli alle gru. L’orizzonte, verso la città ed i monti, era rigato d’un pulsare rosso di segnalazione, di camini e ripetitori altissimi, di uffici che spandevano luce bianca nella notte, d’un brulicare di camion verso i mercati all’ingrosso e di auto che cercavano puttane, di uomini e di donne che andavano verso il turno di notte dell’acciaieria. Aprendo la finestra, dissi, veniva un rumore fuso, fatto di fresco, di buio, di colori, di pensieri singoli, desideri, stanchezze, volontà direzionate. Un suono continuo, come di fisarmonica, dove i tasti e le mani erano tanti e la melodia inspiegabilmente si componeva, diventava unica. Ed io trovavo che c’era un linguaggio della zona industriale, parole di poesia propria e di uomini, e che tutto questo mi commuoveva come fosse un’impresa collettiva da sostenere, da portare innanzi assieme.
Sentii gli sguardi increduli, i commenti a bassa voce punteggiati di sorrisi ironici, un dimenarsi, da impazienza, nelle sedie.
Qualcuno mi prese da parte: avevo forzato per retorica, ma non ero via di testa, vero? La sera non mi fermavo a luci spente, andavo via con gli impiegati, la zona industriale e il lavoro erano altra cosa. Era così, vero?
Riconosco il numero, è da molto che non ci sentiamo. Od almeno così mi pare. La voce porta le tracce del fumo. Si è abbassata di una terza. E’ più lenta. Ti ascolto, ti sono sempre piaciute le parole. Anche le mie ti piacevano, e se mi trafiggevi per un modo di dire, per una similitudine, mi ribellavo. Allora ridevi, sapevi ch’era mio già prima, ma era il tuo modo di spingermi oltre. Che avevo io a che fare con questi sciupatori di significati? Eppure poi eradicavo. Quante parole, quanti significati, quanti sentimenti buttati via.
Mi parli di te con una sollecitudine che mi ha sempre fatto fraintendere: ogni volta credevo parlassi di me. E’ un’abilità incredibile, sai. Qualcosa che si stampa nella testa: esprimere unicità eppure non far sentire solo l’altro.
Poi quella frase così lapidaria, al cuore d’un mio pensiero inespresso: non si rimpiange ciò che non si ha desiderato. Una frase bifronte, circolare, senza un senso da percorrere. Finché ci penso, ascolto la mia voce che diventava un torrente. Ti dico di me. Ora. Di uno slancio interrotto, dei dubbi pudìchi di cui mi circondo, delle notti brevi nate da un’attesa senza oggetto. Oppure no, l’oggetto c’è, però…
Mi interrompo. E’ diventato reale il luogo e il contorno: il tuo silenzio, il respiro leggero che i telefoni ancora regalano alla realtà, il mio guardare un quadro di Schlote appeso davanti a me. Uno dei quattro. E solo quello, come ci fosse un segno particolare ad attirarmi, un colore per perdermi nel vedere non vedere che rovescia la vista da fuori a dentro. Non so più che dire, ho già detto troppo. Ed hai riattaccato. Con una frase che non ho ben capito, hai riattaccato.
Mi sfinivi allora come adesso, richiamerò, ma perdio, che abissi perdiamo con le nostre abitudini, con i piccoli desideri, con le vite che governiamo malamente riempiendole fino ad oltre il colmo di cose a perdere.
Siamo camerieri che corrono nella notte con bacili d’acqua colmi, sapendo che chi si bagnerà di meno vincerà.
Ma cosa, e quando?
Ecco, questo avrei voluto chiederti, conoscendo i nostri incroci. Cosa e quando.
Ed io la conosco la risposta. Anche se non combattiamo più assieme, non hai mai vinto.
Ci piaceva Celentano, sono certo che ti piace ancora.
Altra più bella sollecitazione sul tema del seduttore su: http://wildestwoman.wordpress.com/2011/02/08/il-pifferaio-magico/
Sembrava che la seduzione fosse diventata merce rara, soppiantata dalla libertà sessuale, dall’espressione diretta del desiderio ed invece il gioco seduttivo mantiene il suo fascino come confronto di intelligenze, di ferormoni accessori, di guida verso l’abisso.
L’abisso è il nostro interiore, quello che prima di tutto fascina noi stessi, ma in quell’abisso c’è la verità, la cifra segreta che può mettere una persona nel potere d’un altra. Questo disvelare il sé, lasciar entrare è per me una lacca,ovvero una delle forme più delicate per far risaltare un contenitore depositando strato su strato di colore e lucentezza, per magnificarne il contenuto ed al tempo stesso far capire la preziosità della chiave. Chi seduce e chi è sedotto, oggi, possono stare in un rapporto paritario, fatto di disvelarsi reciproco, ma c’è sempre uno che inizia e che conduce il gioco. Per evitare di cadere nella sindrome di don Giovanni, ovvero nel non veder neppure la conquista, è necessario che il seduttore sia conscio della sua capacità di condurre, ne abbia il tempo, sia aperto alla meraviglia, ossia non s’accontenti dell’apparenza. Il fascino, arma principe del seduttore diviene contenuto, modo di porgere, attenzione vera, non finalizzata. Il seduttore dev’essere disposto a dare e ricevere, deve saper scegliere ciò che vuole e governarlo. Se un seduttore s’accontenta di un bel corpo, è poca cosa, non ha intenzione seduttiva, vuole scopare e basta. Ma se il seduttore accetta il confronto, esce dal braccio di ferro più ovvio e si sposta nel campo sottile ed insidioso per entrambi, dei sentimenti. Il seduttore rischia in ogni momento d’essere sedotto. Ed allora se cade nel suo stesso gioco solo il sentimento lo potrà salvare, quello di quella/o che sembrava altro e che alla fine ha vinto.
La seduzione è un diverso modo di trattare il conflitto tra il ruolo assegnato e ciò che realmente si agita nel profondo. Il seduttore sublima il ruolo, accetta di esteriorizzare ciò che ha dentro purché questo non lo renda debole. E quale altro modo se non trasferendo una possibile vulnerabilità nella sfera competitiva più congeniale all’idea di sé, che si porta indifferentemente il maschio o la femmina come ruolo sociale. Una componente forte della seduzione è il mostrarsi, facilitare la possibilità per l’altro di confrontare tratti conosciuti. Non è condiscendenza, serve molta forza per esercitare la seduzione ed il confronto esige che vi sia il capire profondamente l’altro. Non i punti deboli, cosa semplice, ma la sua complessità. E questo implica sentire le negatività, chiedersi perché esistono, cosa nascondono. Ma soprattutto il seduttore accetta il sedotto, perché questo è la sua misura, si riconosce nell’oggetto di seduzione e ne cerca i punti di coincidenza con sé, man mano procede può innamorarsi del sedotto e la seduzione continua trasferendosi in un altro ambito di sentire.
La seduzione di cui parlo è mentale, anche se è assurdo separarla dalla componente fisica. Il fisico viene valorizzato dalla seduzione, resta da capire quale sia il livello necessario perché il sedotto ne colga l’unicità. Cosa si agita nell’animo del seduttore? A mio avviso una doppia necessità, la conferma di sé e della propria unicità, la speranza che chi si incontra sia all’altezza. Il seduttore è un individuo solo, teme di non trovare un simile. Questo elemento viene confuso con il narcisismo, ma non è così. Il narciso è autosufficiente, non ha bisogno d’altri che di sé stesso. Il seduttore ha invece bisogno di capire se ciò che propone è accettato. E cosa propone il seduttore? Sé stesso. Nel maschio, il seduttore può estrinsecare qualità ritenute femminili senza perdere ruolo, anzi la seduzione viene considerata un tratto importante dell’essere virile (qui il rischio del don gionvannismo è molto alto, perché si risponde ad altri e non a sé).
Infine il seduttore comunica e oggi, non è così usuale. Per farlo, è attento all’altro, e più il gioco si fa alto più il seduttore ne è attratto. Mostra di più, comunica su tutti i livelli a disposizione. Il flusso delle parole, si mescola con i gesti e con tutta la comunicazione non verbale. Per entrare nell’altro, mette in moto tutti i sensi, illudendosi di condurre il gioco. In questo mostrarsi si scopre, si intravvede l’essenza vera e quindi il limite, a questo punto, il sedotto può rovesciare al situazione e far prigioniero il seduttore. Che è bene dirlo, a volte sarà ben contento di lasciarsi prendere prigioniero, lasciando il dubbio su chi abbia vinto davvero.
Giorgio ha sollevato un tema ostico agli uomini , ovvero dell’amicizia tra maschi e di come questa potrebbe essere, http://fruttidistagione.blogspot.com/2011/02/lamicizia-tra-maschi.html
Attorno al tavolo ci sono otto persone, equamente ripartite tra uomini e donne. Il pesce e il vino sono ottimi. Le donne si sono raggruppate su un lato, si sente che parlano con confidenza, potrebbero essere a pranzo da sole. Sull’altro lato gli uomini incrociano i discorsi, i temi sono i soliti: le auto, il lavoro, le vacanze, qualche aneddoto. Alla fine chiedo ad una delle donne com’è andata. Mi risponde: bene, abbiamo mangiato bene ed è stato bello stare assieme, avevamo tanto da raccontarci. Penso che io mi sono annoiato a morte ed ancora una volta mi riprometto di non accettare più questi pranzi, perché oltre il cibo, non ne vedo né gusto, né utilità.
La differenza tra generi (anche se è sempre stupido generalizzare), credo stia nel fatto che le donne parlano direttamente di quello che sentono e di come lo sentono. Gli uomini parlano di quello che vedono, di come questo corrisponda al loro ruolo e filtrano secondo utilità nel dire. Insomma gli uomini non parlano di sé e quindi di sentimenti, mentre le donne lo fanno.
In fondo è facile parlare d’auto, di moto, di viaggi, di lavoro, di donne, di vini e di orologi, ma scendere in quello che si desidera davvero, parlare di sentimenti, di tristezze ed allegrie è difficile perché questo ci ridimensionerebbe, denudandoci. Od almeno così ci è stato insegnato.
Si tratta quindi di un pudore indotto, di un non mostrarsi veramente per non essere vulnerabili. Le nudità esigono fiducia altrimenti subentra la vergogna. Credo che gli uomini parlino raramente di amore e di quello che gli provoca, ma anche delle proprie gioie o disperazioni parlano poco. Piuttosto mostrano, accennano, ma non dicono. Spesso neppure alla donna a cui tengono davvero, dicono fino in fondo, come se l’amarla includesse anche questo tratto del tenere per sé per proteggere.
La discesa nel profondo, la mia testa la raffigura come una scala a chiocciola, c’è il motivo della spirale e il discendere soli, oppure in due regolando il passo differente e ammettendo l’altro. Dipanare la spirale, ricondurla a linea retta esige forza ed indica un percorso. Qui non faccio più distinzione di genere, per far questo occorre volontà, pazienza ed amore. Ci si può fermare molto prima, ci si può accontentare, ma il possibile, il grado alto del comunicare e del condividere esige questa discesa nel proprio infero e poi la fiducia del dire, sapendo d’essere ascoltati. Credo che ogni uomo, scottato dalla superficialità indotta nel genere, si chieda se ne vale la pena. E pian piano acquisisce la consapevolezza che il ruolo lo porta alla solitudine, all’essere solo per sé vero, perché la sua verità in divenire non ha orecchie amorose. E’ possibile cambiare questo modello sociale, è possibile portare la comunicazione verso al qualità così naturale espressa dalle donne? Non lo so, credo sia difficile, credo riesca meglio tra un uomo e una donna, credo che i diversi, ovvero quelli che vorrebbero questa possibilità di vivere più intensamente si dovrebbero riconoscere. Finora la psicologia, e la sociologia, hanno riconosciuto i processi, hanno aggiustato traiettorie, ma una possibilità alternativa di normalità più alta non è stata proposta. Hanno lasciato ad altri il compito di coprire il possibile e l’interiore; alla religione per esempio. Se nascesse un modo laico, attento all’uomo, di portare innanzi la riflessione sul sentire, il mondo sarebbe migliore e più libero. E l’eccezione cesserebbe di essere tale.
Ne avevo già scritto, non ho cambiato idea:
Stesso tema, visto al maschile e al femminile, stessa cantante. Morricone per la prima canzone, Mogol Battisti per la seconda. Ho la fortuna di averle sentite sin da quando sono uscite.
Vantaggi dell’età.
Io mi commuovo e non me vergogno.
Così pensa ulisse, ma non è stato facile arrivarci.
Non è una cosa da vecchi, mi è sempre successo.
Pensa a dove non capiva le parole, agli sguardi, alle situazioni. E soprattutto quando gli pareva di sentire i pensieri anche se la lingua era di segni. Allora non c’erano parole da dire, e la comunicazione era il silenzio ed il sentire forte.
Mi commuovo per la percezione del dolore, della disperazione, per la gioia, la pienezza, ma soprattutto la sensazione di ciò che muta violentemente qualcosa. Non succede spesso, ma succede. Lo pensa mentre guarda le raccolte di foto, i libri fotografici accumulati sul tavolo, i ritagli e le fotografie appese alla bacheca in cucina. Pensa alla commozione che gli suscita il principio dell’amore, la percezione di ciò che nasce in sé e nell’altro, i pensieri che si crede d’indovinare e che sono la proiezione del nostro bisogno d’amore che incontra un altro bisogno. E per una magia che nessuno spiega davvero, tutto risuona, nell’abbandono, rifiuto doloroso, accettazione, abbraccio, abbandono. E alla commozione che segue, precede, accompagna. E’ come essere investiti da una percezione, scossi profondamente, piegati dal vento ma non spezzati. L’immagine nella testa di ulisse, è quella del bamboo che oscilla e canta nelle bufere. Pensa che la commozione faccia parte di questo, dell’essere nel mondo, bufere comprese.
A volte la sento come una mia inermità, una vulnerabilità. Ho imparato a difendermi nel tempo, a chiudermi e contrattaccare. Non credo di aver mai attaccato per primo in vita mia, ma se mi difendo, lo faccio davvero. Alza lo sguardo, davanti ci sono i tetti, una borsa capiente attende, piena di carte. Sa che quelle carte tra poco non serviranno più a nulla, che bisognerà viaggiare leggeri, conservando il necessario.
Portare con sé i sentimenti, la capacità di sentirli. Questa percezione delle emozioni, mi ha difeso dall’aggressività, pensa, mi ha fatto togliere i recinti ed al tempo stesso reso cosciente di una mia identità propria, non determinata da altri. Sono capace di soffrire e gioire per mio conto, posso condividere, ma non vivo di luce riflessa. Per questo non mi vergogno se mi commuovo, sono io e basta.
Il primo esempio di federalismo pratico emerge dai pagamenti per le feste del premier: 500-1000 euro per le escort pugliesi, Daddario & c. , qualche bigiotteria, alberghi puliti ma senza troppe stelle contro le decine di migliaia di euro, i gioielli, il residence riservato, le auto, ecc. ecc. per le ospiti lombarde. La Puglia proletaria di Vendola e la Lombardia capitalista di Formigoni, hanno costi standard differenti. Anche nel divertimento.
Il federalismo nominalistico e disaggregante si farà, anche oltre il pareggio in cameralina, ma all’italiana, senza un quadro vero della spesa, senza sapere come si muoveranno i flussi interni di persone e servizi, senza obbiettivi di crescita che mettano insieme almeno l’interesse economico ad essere uniti. Sorprende il silenzio del sud, Forse i sensi di colpa per il troppo ricevuto senza risultati, forse l’eterno ricatto del voto che vanifica qualsiasi decisione, oppure, peggio, l’incapacità culturale di proporre una propria via reale alla crescita. La leadership meridionale, oggi, è fatta di potentati locali dove il federalismo esiste già perché c’è stata una autoriduzione in un ghetto di sussistenza assistita. Le schiene dritte che dovrebbero puntigliosamente dettare le agende, l’ adesso o mai più. Il dito che dovrebbe alzarsi per accompagnare l’orgoglio, la coscienza di sé e del proprio valore, invece si piega nelle estenuanti trattative sui tempi e sui parametri. Le intelligenze e le volontà positive sono impegnate nella lotta alla criminalità, nel buono della politica locale, nel quotidiano più difficile quando ci sono le mafie e lo stato è distante. Una resa dell’intelletto e della capacità di creare il proprio futuro comprensibile, ma francamente disarmante.
Ma anche al centro e al nord non si scherza quanto a vuoto di proposte e di obbiettivi. Non si capisce bene di cosa si stia parlando oltre il paroni a casa nostra declinato in una decina di dialetti incomprensibili tra loro, ma alla fine, sembra un prezzo da pagare alla Lega che governa, tiene bordone, foraggia i ripianamenti dei dissesti senza cercare responsabili. Un prezzo politico per mantenere in piedi un presidente del consiglio, che poi verrà lasciato a sé stesso e regalato all’Italia, se lo rivoterà. Perché se non fosse chiaro, ottenuto il federalismo, sia pure all’italiana, a qualcuno bisognerà pur dare questa presenza ingombrante sia all’interno che all’esterno del paese. E a chi se non all’Italia dell’ a-politica, tanto poi si potrà rimarcare la differenza tra territori e paese, il noi siamo altra cosa. E comunque, avere qualcuno che è obbligato a dare, non è mica cosa da poco, come ben sapevano le ragazze dell’olgettina. Di questi condizionamenti non si parla, si rimuovono dalle coscienze, perché la lega sembra utile a governare, ma in realtà si asseconda un disegno disgregativo che è il contrario del governo del paese.
Uno stato federale e una crescita condivisa. Non occorre andare distante, basta guardare alla Germania della Merkel, in 20 anni si sono allineate le economie interne e non si è smesso di conquistare economicamente il mondo. I land hanno velocità diverse di crescita, ma i diritti di cittadinanza sono garantiti ovunque, e così la mobilità sociale e fisica. Segno che si può fare, anche risanando l’economia, nel senso che gli investimenti fatti rendono più forte il paese, danno lavoro e competitività, attirano imprese, conservano e fanno crescere quelle che ci sono.
Si può fare se si ha idea di qual’è l’obbiettivo, del valore di uno sforzo condiviso, di una volontà forte di essere paese, nazione, stato. Lo dico da veneto orgoglioso della mia lingua e identità, lo dico da italiano orgoglioso di esserlo, della lingua che mi permette di aprire la mia testa, dell’identità nazionale che finora mi ha fatto andare nel mondo contento di esserlo, sapendo che valevo di più del mio essere veneto.
Ulisse vorrebbe essere davanti al mare, con il mento appoggiato sulle ginocchia raccolte, la schiena su una parete ancora tiepida di sole. Guardo distante, c’è profumo di salso e di olii di erbe arroventate, ho un pensiero che respira come il mare. A sorsate lunghe e concavi vuoti d’onda.
Invece è in città, ulisse e legge. Succede alla sera, quando l’aria e la luce sono più dolci e lui si lascia prendere da uno struggimento senza nome. E’ quello che prova un animale a cui manca qualcosa, chessò, qualche penna essenziale, un’ala, una dimensione reale che si affianchi a quella impalpabile dell’assenza. Lo conosce da sempre, questo vuoto e se ne avvolge, mentre segue tra le parole, il racconto che si fa vero, l’alludere ed il dire diretto, le parole a fior di pelle che interpretano l’accapponare fugace del desiderio curioso, la scrittura che si fa gioco bellissimo e serio: la vita raccontata.
Si ferma, forse è stato percepito in lui qualcos’altro che non era, od almeno non credeva d’essere in tutto questo andare, muoversi, vedere ed introiettare? Ha la sensazione di essere sempre stato colto per pezzi utili, ma ulisse, è qualcosa di molto più complesso, pensa con le sfumature, si nutre di pelle e di tenebra, di razionalità e della follia delle sensazioni. La solitudine è la consapevolezza della fatica di essere circumnavigati, capisce che non può essere una pretesa. Forse neppure la misura di un’attenzione. Le complessità esigono pazienza oppure lame molto affilate per essere sciolte. E la consapevolezza non è rassegnazione, ma una misura di sé, di ciò che si vorrebbe e di ciò che si può chiedere.
Pensa alla sua capacità di capire, al limite che incontra. Alle donne che ha conosciuto. Si chiede chi è penelope davvero, se quella conosciuta, inseguita, immaginata, oppure quella letta nei racconti d’altri e se gli sarebbe piaciuto conoscerla, averla da qualche parte nel suo andare. La penelope degli altri risponde al desiderio del maschio che vorrebbe una donna rupe, forte e certa, ma ulisse ama la morbidezza, il flettersi e il pensiero erotico esclusivo per chi lo condivide. La sua donna non può essere solo un posto dove tornare, è il rischio di non trovare ciò che pensa di aver lasciato. La meraviglia dell’inquietudine è questa, pensa ulisse, l’esserci così profondamente per l’altro, come nessuno mai ed al tempo stesso sentire il sommovimento che pervade entrambi. Quel mutamento che conosce bene e che sa immutabile, ma al tempo stesso mutevole nel manifestarsi, come per la terra ed il terremoto, che muove ciò che sembra immoto e solo lo stolto pensa sia un assestamento.
Ogni mattina bevo un caffè nuovo, pensa ulisse, ogni giorno avrò un pensiero nuovo eppure legato al precedente. Un permanere ed un mutare, finchè la curiosità assisterà la meraviglia e viceversa. Deponendo e radicando: arenarie ed alberi da vento E quando pensa agli alberi da vento, pensa agli alberi di nave ed alla roccia che conserva, memorizza, testimonia ciò che siamo. Andare ed essere assieme. In questo gli manca qualcosa di tangibile che si è spostato verso le sensazioni senza nome, come si fosse privilegiato l’incontro di essenze, togliendo l’ombra del concreto. Troppa luce senza ombre.
Andare seguendo l’inquietudine, l’odore del vento. Forse ho sbagliato, pensa ulisse, ma è abbastanza incosciente da non chiedersi mai troppo su ciò che fa o non fa, l’introspezione è una compagna, non un giudice senza misericordia.
Ora conosci qualcosa dell’ulisse interiore, dice tra sé, ma resta fuori l’ulisse che immagina, le persone e i luoghi con un’ intensa realtà, li sente raggiungibili, parte dell’esperienza. E questo reale possibile lo sente ritmare nel suo giorno, che guarda, affronta, rischia, gioisce, dialoga con ciò che non è vicino, ma c’è. In questo ulisse, avverte la nostalgia di quel mare mentre percorre i giorni e il tempo. E nella sera, la nostalgia è più forte del giungere.