urbanità

Salendo verso i viali di villa Celimontana, i marmi slabbrati, gli immensi cumoli di laterizi, che sin dall’epoca imperiale hanno fatto sfogare la mania di costruire ville, case, mausolei, templi e poi chiese, palazzi di cardinali e di nipoti di papi, circhi e mercati e acquedotti e fontane e di nuovo chiese e case, sono meno invadenti. Accompagnano.

Nella villa ha sede la Società geografica italiana, dalla balconata si vedono giardini, la fontana con un Nettuno ironico per la mancanza di zampillo, ma soprattutto il cielo. Il cielo di Roma ha un’ampiezza particolare, è grande. Come se la città si rovesciasse verso l’alto, ma solo nel contenuto dei desideri degli uomini, mentre i palazzi, le chiese, le case e le strade stessero a guardare, apprensive di quella libertà e continuassero a richiamare quei bimbi riottosi, scendi, scendii, per ricongiungere il vivere, adesso sospeso in aria. I desideri si fanno nubi e cielo e, a volte, piovono sugli uomini, nascondono il sole, rendono l’aria spessa, ma oggi il cielo ha una dimensione così ampia che s’allarga ancora a contenere nubi possenti. Leggerezza e mutevolezza dei contorni spinti dal vento, sembrano suggerire l’essenza del vivere, a noi, che c’accontentiamo di guardare prima d’essere.

I pini seguono i viali del giardino, si spargono e coprono d’ombra, erba e panchine, e ghiaino. Poco prima, davanti alla basilica dei santi Giovanni e Paolo, un matrimonio affollava la piazzetta. Per il colore degli abiti, per le mise un po’ sopra tono, per il formarsi indeciso dei gruppi, per l’attesa d’entrare, per la chiesa equamente spartita tra i sodali della sposa a sinistra e quelli dello sposo a destra, i viali  di villa Celimontana sarebbero stati, invece, la cornice ideale. Con i bambini vestiti di bianco ad additare, ridendo, i papagallini verdi persi tra i rami e poi subito a correre tra i pini, con le donne colorate a far capannelli da sciogliere e riformare, nei gorghi di parole, e risate e commenti a mezza voce, con gli uomini in disparte, a commentare e fumare. Sciami che si separano e riformano come gli storni che si muovono sopra la città e di colpo scendono, si posano, liberando il cielo e riempiendo i lecci, di corpi leggeri, di frastuono di voci, di sterco. E poi nuovamente s’alzano alla prima minaccia o voglia, per riformare la nube, e disegnano figure in cielo e, pur bassi rispetto alle nubi vere, affascinano ed attirano sguardi e commenti di uomini che vanno. Vanno verso treni, case, alberghi e non par loro vero, d’occuparsi d’altro che li tolga dall’utilità che li accompagna e pesa. Così all’infinito.

La città si merita tutto questo, è stata accumulata di presenze, è stata risuonata di voci, canti, spazi e sfottò. E’ stata riempita di templi, vuotata di dei, ripopolata di chiese, acquedotti, potenza, rovina, indifferenza, case e bisogni. Perché non dovrebbe meritarsi di essere un luogo in cui l’essere assieme è libertà, fatto vitale e non occasione? Cos’ha in meno delle città, altrimenti antiche, che ribollono d’umanità, in Africa ed oriente, che si punteggiano di caffè, case e giardini, miserie e ricchezze riempite di uomini che non le hanno costruite? Quello che mi fa accettare Roma, per me provinciale, non è la cristianità e il divino spalmati sulla città, ma l’arroganza di chi, indefessamente, ha costruito per magnificare sé attraverso la divinità, ostentando un’umiltà che non esisteva.

A fianco della basilica dei santi Giovanni e Paolo, ci sono le parti del tempio di Claudio al Celio. Su queste e su una villa è stata costruita la chiesa, e poi case, e sopra ancora una casa e un campanile. E quelle vecchie colonne, e pilastri, e travi, messe per altri dei, sono state chiamate a sopportare il peso di tutto questo nuovo credere e sapere, che dilagava nella città. In una nuova funzione, in un riciclo dove il credere si sposta, ma resta come bisogno da soddisfare, guidare, accogliere. Non per tutti, ma resta.

Nessuno degli invitati sembra interessato all’androne galleria che si apre a fianco del campanile e mostra i resti del tempio, neppure al busto di un prelato, posto su una colonnina a prestito sono interessati. Anzi un’auto gli era stata parcheggiata davanti, cosicchè il prelato guarda il retro della macchina. La pietra non si sconsola, e neppure il prelato, solo gli uomini, a volte, pensano che ci sia un posto, e un luogo, per tutto e non la confusione che mescola persone, effigi, funzioni, passato ed attesa di felicità future. Tutto buttato in un melting pot, una pentola ribollente, dove il momento si scioglie senza traccia, neppure quello che si celebra, dura, e tutto confluisce in un brodo che fa dire: è stata una bella giornata, hai visto chi c’era, era buono, stavo bene, il più bel giorno della mia vita, bella cerimonia, che stanchezza. Voci e pensieri che si sovrappongono e si confondono in un brontolio di presente scontato, dove si sa quasi tutto. Per questo mi sarebbe piaciuto vederli nei viali di villa Celimontana, con i vestiti corallo, grigi, rossi, bianchi e tutti i colori che queste occasioni richiedono quando si deve essere un po’ più di quello che si è. Ed è una spesa che deve trovare soddisfazione. Ma l’occhio attento guarda il colore delle scarpe, si accorge del risparmio, giudica l’altezza del tacco e l’abbinamento della sciarpa e poi scivola sugli uomini e coglie l’abbinamento camicia, cravatta, giacca, si accorge del tamarro in agguato ed allora sorveglierà il tono della voce, guarderà ancora, ma con tenerezza, come si dispongono in chiesa. E si allungherà per cogliere il commento per la disposizione sui banchi infiorati di bianco, con i cuscini bianchi e il sacrestano, pure vestito di bianco, finché si fermerà, convinto, che l’aria e i pini sarebbero stati il posto migliore.

Ma perché siete venuti in questa chiesa, non è neppure bella, l’hanno rifatta e ancora rifatta, la parte migliore è fuori e vi avete parcheggiato le macchine.

Il cielo è azzurro, c’è aria calda, ma all’ombra rinfresca. Sotto i pini di villa Celimontana corrono cani e bambini, qualcuno si stende sull’erba, la fontanella butta acqua. Se si chiude la bocca del leone che fa da cannella, si beve acqua fresca, dallo zampillo del naso. 

E’ caldo e fresco, come dentro la palazzina della Società geografica, dove s’ annidano carte ed esploratori italiani, qualche storia d’amore africana, passaggi in Asia e nelle Americhe. Hanno camminato, scritto, imparato, tracciato mappe, raccontato e sono tornati.

Fuori è pomeriggio , il sole splende sopra i pini, la città vortica. Più sotto il matrimonio procede. Le voci sono una sensazione, un flusso. Solo gli uomini accumulano anche ciò che non è stato.

paesaggi urbani

Avevo trovato un appartamento, vecchio naturalmente, con una grande terrazza, sostanzialmente un tetto, attorniato da case più alte, su tre lati. Il quarto si apriva su un campo da calcio di oratorio ed oltre, c’era un convento. Sullo sfondo la vista dei colli. Mi piaceva il posto, dentro un labirinto di case, ma quella sensazione di chiusura mi faceva guardare da una sola parte, come se il mondo avesse un’unica dimensione. 

Pochi giorni dopo mi accompagnarono a vedere una seconda casa, poco distante. Aveva la vista sul fiume e sul traffico della riviera. Si vedevano anche i cigni e le anatre del ponte della specola. Sotto c’era un ristorante, ma chiudeva presto, mi dissero. Per me era ancora la vecchia osteria in cui da ragazzo andavo, a bere con gli amici e a veder giocare a bocce. Tra tante superfetazioni e rimaneggiamenti della casa, questo appartamento di stanzette aveva conservato, sul retro, una terrazza, più piccola dell’altra, ma qui andava addirittura peggio: l’accerchiamento di case, era completo su quattro lati.

Per il prezzo ed il mancato accordo, le case andarono ad altri, che certamente, avranno interpretato con altri occhi, stanze e possibilità della terrazza circondata da case. Per me era un vincolo forte, difficile da vivere. L’ho pensato molto, successivamente, tanto da farmi decidere di acquistare una casa senza ascensore, ma sufficientemente alta.

Sopra al mio appartamento c’è una terrazzetta, piena delle mie piante, con lo spazio per un tavolino, due sedie. Volendo, uno può prendere il sole o guardare dai due lati aperti, che potrebbero essere tre. C’è una vista sul vicolo, che guarda verso la chiesa, oppure verso le case e il Prato. Lontano, nei varchi tra le case, si vedono i colli. Mi sono spesso chiesto cosa avrebbe significato avere un grande spazio alla vista di tutti. Per le mie abitudini naturistiche, sarebbe stato un limite non da poco, ma anche per la voglia di solitudine sarebbe stato un vincolo, un’impressione di vetrina difficile da rimuovere. Capisco allora perché mentre mi veniva magnificata la potenzialità della terrazza, non ci credevo e mi ritraevo guardando attorno. La sentivo non come una libertà, ma come una limitazione a me.

Spesso ho la stessa impressione, quando, per lavoro o curiosità, visito fiere, guardo negozi o riviste d’arredamento, e vedo mobili, lampade ed oggetti per spazi inesistenti al vero. Bagni grandi come soggiorni, camere da letto circumnavigabili, bisognose di navigatore per trovare il comodino, soggiorni enormi per divani enormi. Poi terrazze ed attici con sdraio e tavoli, pompeiane con teli svolazzanti. Luoghi che evocano più il vivere in un’isola semiabitata che quello in una città del nord.

Mi chiedo dove vivano gli architetti, i designer, i progettisti di queste cose. Quanto debba essere il ricarico per le piccole serie prodotte, e quanto i venditori, debbano prendere in giro, i clienti abbagliati dalla bellezza, per fargli dimenticare i loro 20 mq di soggiorno.

Obbligherei questi progettisti, prima di fargli firmare alcunché, a vivere in un appartamento normale, uno di quelli veri, disegnato da un loro collega che magari adesso risiede in qualche villa di campagna e dopo un anno di spazi veri farli,  misurare nelle soluzioni, nel fare i conti con i palazzoni vicini, con i metri quadri reali, per vedere poi cosa ne nasce.

Nella società della patacca, anche la fantasia viene presa per il naso.

la diversità

Bersani mi piace quando s’arrabbia. Mi piace quando è autoironico. Capisco anche la sua difficoltà di guidare un partito che è fatto di almeno tre anime e molti rais di varia importanza. Non l’ho votato al congresso, ero con Marino, resto alternativo per la laicità, i diritti individuali, il lavoro, e qualcos’altro, ma è il mio segretario e finché resterò in questo partito, come tale lo sosterrò.

Solo che… Ecco il vecchio comunista che emerge, direbbero, il problema è altro, adesso dirai, per non affrontare le cose nel momento.

Solo che a me piaceva e piace la diversità, la differenza. Ed in questo non ho mai cessato di considerare la lezione Berlingueriana, che diceva che la questione morale è il problema della politica e dell’Italia, e che per essere davvero alternativi non bisogna essere moralisti, ma differenti. L’eguaglianza della legge, dei diritti, è altra cosa, è il codice etico che delimita l’appartenenza, che condiziona le amicizie, le alleanze, che, purtroppo, condanna, salvo brevi periodi, all’opposizione. Ma questa presenza differente, porta avanti l’intero paese, lo rende più giusto, consolida il diritto contro l’arbitrio. Bisogna essere consapevoli di questo, sapere e reinterpretare l’opposizione, il che significa non essere il muro verso ogni proposta, ma la proposta diversa, quella che considera l’onestà e la correttezza amministrativa, il presupposto di ogni vincolo, riforma, diritto imposto per legge.

Dovrei condire i pensieri con molti non, sarebbe pleonastico, capiamo tutti di cosa si parla. Amministrare non è semplice, essere al servizio dei cittadini, neppure, considerare i mandati parlamentari ed amministrativi un’ esperienza politica a termine, difficile, ma la diversità in questo modo di proporsi, assieme al rigore dell’onestà, è quello che in molti ci aspettiamo. La diversità, per l’appunto, quella che mi fa dire che non è vero che sono tutti eguali, che esiste una alternativa, che la differenza tra furbi e intelligenti, onesti e consenzienti, esiste.

Bene fa Bersani a querelare, il Pd non è l’ndrangheta, bene fa a stabilire i confini tra l’azione della magistratura e il ruolo dei partiti. Conta di più la prima che deve fare il suo lavoro e mantenere la fiducia dei cittadini nella legge.

Gli chiedo solo un passo in più: la sospensione automatica dal partito e dalle cariche degli indagati, compresa la loro candidatura in qualsiasi elezione. A loro la libertà piena di difendersi, al partito la serenità che se ci sono comportamenti devianti, immediatamente saranno isolati e resi inoffensivi.  Capisco che qualche ingiustizia verrà compiuta, ma i benefici saranno grandi.

Diversità, un luogo in cui pensare che la società sia riformabile, orientabile verso i principi. Questo vorrei, non l’affermazione che siamo eguali e solo un po’ più rigorosi.

Se non ci va bene, si può sempre scegliere di andare altrove, no?

bollettino

Le parole del presidente sono scandite nel silenzio. A tratti, un raschiare, imbarazzato, di gole che scorrono la relazione, scritta con caratteri grandi e molto grassetto. Procede per asserzioni: sfide, problemi, colpe, perdite. Il governo è sotto accusa. anche se quasi tutta questa sala lo vota. Sono costruttori edili, non comunisti. Andavano bene i democristiani, quelli sì che sapevano cos’era la malta, la fatica del sole che dai campi si era trasferita sui tetti, la crescita per campanili. Questo Berlusconi ha detto che era uno di loro, ma era una finta. Mica sapeva davvero cos’era un cantiere, la malta, il sole d’estate sui tetti.

Le hostess alle loro convention sono sempre belle. Tubini neri, succinti, pochi reggiseni, tatuaggi discreti. Immagino sia il target dei sogni di categoria, l’immaginario dei figli imprenditori, perché qui il passaggio generazionale è cosa concreta come i rolex d’oro, le ferrarine o le maserati. La discrezione e l’apparenza si sposano, fanno fare affari, ma in fondo nessuno ci crede davvero e queste ragazze sono il metodo e la coscienza applicata al business. La famiglia è altra cosa.

Ma c’è crisi, rispetto agli anni scorsi sono diminuite le consorti biondissime e le Ferrari, tutte rimpiazzate dalle solitudini e dalle Bmw. Anche la sala, che era sempre strapiena, adesso ha larghi varchi.

Il bollettino continua: 230.000 posti di lavoro perduti in Italia, 2000 nella città e provincia. La CIG ha attenuato le perdite, ma sotto un certo limite spariscono le aziende. La nave non galleggia più.

Scadisce l’accuse nei confronti delle banche fedifraghe che non finanziano, pronte un tempo a lucrare sulla crescita, ora si negano agli appelli disperati, nascoste dietro Basilea 3.

Mi guardo attorno, quelli che stanno bene hanno ripreso a chiaccherare, altri ostentano sorrisi, se li guardi, e tacciono.

I cadaveri in economia, puzzano subito ed attivano un movimento innaturale che allontana la riva, una selezione per cui chi non ha forza, annega. E con lui le persone che lavorano nell’azienda. Bisognerebbe interpretare con le categorie di Nash i percorsi delle persone che si aggregano e sciolgono, il tenore dei discorsi, come si formeranno i tavoli per la cena.

Adesso il relatore, elenca i progetti dei grandi architetti che hanno firmato i progetti della città nuova. Torna il silenzio. Qui non amano i grandi architetti. Non aiutano, sono bizzarri, fanno cose invivibili e invendibili E costano. Sono solo belle e néanche sempre. Pare che in architettura ci sia una via di mezzo che assicura la soddisfazione di tutti, l’architetto medio, ma adesso non interessa più, qui sono alla canna del gas e sarebbero morti tutti, se non l’avessero già tagliato, il gas. Hanno bisogno di vendere, non di sognare e a questo  non servono più i gadgets delle convention, le amicizie, le reti.

Le parole sembrano strisci sul vetro. Non è un grande lettore il presidente, i basta si inseguono, sono troppi, si annullano, ma c’è l’atto di coraggio finale: noi ci siamo.

Già, ma chi? Mi guardo attorno, mancano conoscenti, quelli spariti quest’anno.  Capisco che ci sia un’eleganza, uno stile, anche nei naufragi. Qui lo stile è il silenzio. Molti di loro sono partiti dal cantiere, dalla piccola costruzione sino alle grandi opere. La complessità gli è nata tra le mani finché ancora queste pensavano, con il ferro da costruzione e la calce che non andavano mai via davvero. C’erano operai da spostare su più cantieri, crediti da trovare, macchine da comprare e materiali, e appalti, e costruzioni banali di cui andare fieri. Ci sono stati anni che ruggivano come una fornace, anni di sacco del territorio dove la burocrazia, le regole non reggevano la domanda, il mercato. Scempi immani permessi da quella politica che ora sembra essersi allontanata da loro. E loro non capiscono. Non capiscono come navigare, perché non ci sono stelle, non c’è direzione o piano, non c’è luce, oltre a quella che sta nei cervelli.

Gli interventi si susseguono, cresce la noia, ma bisogna arrivare all’ora di cena. Qui si mangia bene, il vino è ottimo, la conversazione sarà leggera, ricca di sfottò.

Molti padri sussurrano ai figli cinquantenni, commenti preoccupati. Il passaggio generazionale è anche questo, solo che la staffetta qui dura a lungo, come per le successioni in cui i re non se ne vogliono andare ed il principe invecchia.

Fuori stanno apparecchiando, i vetri rilucono, tra poco sciameremo tutti sul prato.

La notte sarà noiosa e lieve. 

p.s. forse i costruttori la usavano come ninna nanna

l’incrocio

Quell’incrocio non ha ricordi lieti. Abitavo vicino e lo frequento da quand’ero ragazzo. Era lo snodo tra la città dei professori, delle arti liberali ed il rione popolare, per eccellenza: il Portello. Poco oltre l’angolo stavano le carceri, poi fagocitate dall’università per divenire luogo delle mie pene matematiche. D’estate si sentivano i canti dei detenuti, qualche parente sotto chiamava, qualcun altro rispondeva. Su tutto, pioveva la ruggine delle bocche di lupo, delle grate spesse, del portone scrostato. Una sera di pioggia, era d’inverno, ci fu un’incidente. L’autista del bus disse: non l’ho vista. Aveva 17 anni, morì di colpo sotto le ruote posteriori. Ero appena oltre l’angolo, il rumore non mi è mai andato via dalla testa, se passo di sera ancora lo ricordo. Per anni mi sono chiesto, perché lei. Perché una persona che aveva una vita non ancora iniziata, e i perché si sono sprecati, assieme ai punti di domanda, come ogni volta che accade qualcosa che ci fa sentire più soli nell’universo.

Nello stesso incrocio, per anni c’è stata una ragazza. Magra, si muoveva veloce tra le auto. Appena trasandata, e poteva essere un vezzo, ma si vedeva che non era così.

La parola clochard è un eufemismo gentile. Dovuto perché molti, gentili ed educati, lo sono davvero. Lei chiedeva l’elemosina con discrezione, spesso neppure accennava al gesto della mano. Se si voleva si poteva dare.

D’ una bellezza scavata, capelli corti, si notava. Un passato di tossicodipendenza l’aveva allontanata da casa, dagli affetti d’una qualsiasi gioventù, gettata via dall’usuale per passare all’eccezione. Ne era uscita, ma ancora restava sbandata. Le erano rimasti i suoi quarant’anni e la possibilità di scrivere un pezzo di vita: quella che non aveva vissuto e quella nuova.

Si è spento tutto in una notte d’estate. In una strada di cintura, investita da un’auto, mentre andava in bicicletta. Andava, non tornava. Andava da qualche parte, come tutti noi che non abbiamo solo percorsi circolari, abitudini, riti e parole che acquietano.

Dai particolari dell’incidente ho sperato sia morta subito, che non ci siano stati altri insulti e sofferenze a una vita difficile.

Chissà come sono passati per Lei,  questi anni, con pochi bisogni, il cappuccino del bar d’angolo (i baristi hanno cuore), le piccole cose messe a fianco del materassino, in una cabinetta elettrica dismessa. I pensieri, il mondo che vorticava attorno, la vita che sfuggiva e si rapprendeva in improvvise speranze di futuro. L’immagino così, che vuol vivere e che non pensa troppo al passato, ma a ciò che può fare. Serve a me, per dare una ragione, ma chissà cosa circolava nel silenzio di troppe, lunghe ore, nella sua testa.

Al suo funerale c’era la chiesa piena. L’ex assessore, tante persone che forse Lei non aveva neppure notato, persa com’era nel suo sforzo di vivere, conservando una percepibile dignità.

Clochard, ognuno di noi ne conosce qualcuno, a volte mi dico che la distanza è breve. Basta poco. Un rovescio finanziario, una pena d’ amore eccessiva, una dipendenza incoercibile, una vergogna insostenibile, oppure la fuga che rovescia la percezione del mondo. Basta poco. Il mio compagno di banco all’università l’ho ritrovato così, un amico con un segreto troppo grande ha fatto lo stesso. E poi altri border line, si dice così adesso, che erano coetanei e frequentavano i miei stessi posti, prima che le strade divaricassero. Morti di stenti alcuni, d’incidente altri, avevano un destino segnato? Molti anni fa scrissi una lettera ad un giornale e poi un articolo, dove parlavo della concatenazione indifferente degli avvenimenti, del parlar vuoto sul valore della vita umana, dell’insensibilità burocratica che semplicemente eseguiva. Eseguire ovvero l’atto che dà concretezza all’esecuzione, ma senza colpa perché tutto è separato, parcellizzato e quindi l’uomo, la carne, la sofferenza non c’è mai. Un fucile, una mira, un grilletto, una pallottola. Uno sfratto, i mobili in strada, una carta, una firma mancante, le ferie d’agosto del funzionario. Mi chiedevo: perché accade tutto questo, in fondo un problema è un problema. Si affronta, si risolve. Oppure ci si gira dall’altra parte. Vanno bene entrambe le soluzioni, ma nulla è peggio dell’indifferenza.

Al semaforo dell’incrocio, c’è un mazzo di fiori.

Le piacerebbe.

il resto di niente

Cosa resterà di questi anni, quali entusiasmi verranno ricordati, simboli, battaglie combattute.

Quali uomini resteranno nella memoria collettiva, tanto da poter dire li ho conosciuti, sono stato con loro, ho vissuto il loro tempo.

Resterà un po’ di musica, qualche film, dei libri, poca arte, meno poesia. Una politica limacciosa ed unta come una pozza di petrolio che potrebbe dare energia ed invece sporca .

Attorno c’è un brusio di bene che non aggrega, scelte individuali, molto edonismo e consumo dell’attimo. Anche le passioni durano poco, le più lunghe sono domestiche, mancano i baci di piazza, la gioia d’esserci e d’essere vivi assieme.

Prosegue una frana iniziata negli anni ’80, un suicidio della memoria, ma soprattutto la morte del nuovo.

La speranza non muore, lo smottare si fermerà, la china verrà risalita, ma sarà più duro e la fatica di riconquistare quello che si aveva, rallenterà il nuovo che spunterà altrove.

Mi chiedo dov’eravamo quando tutto questo ha iniziato a consumarsi, perché non abbiamo capito, ed abbiamo lasciato che le parole si svuotassero di contenuti, mentre gli uomini, noi stessi, diventavamo più soli di fronte all’ingiustizia, ai privilegi, alla demolizione di ciò che avevamo caro. Come se quell’amore sacrificato non ci riguardasse, e pur lottando, non ci fosse convinzione, costanza ed idee chiare per desiderare e vincere.

E’ rimasta una fatica a metà, che non è prima e non è dopo.


top gun

Per il top gun, adesso è l’ora. E’ pronto, si è allenato per questo con centinaia di ore di volo, migliaia di simulazioni di duello ed azione che sono ora sequenze naturali e vitali.

Decollo, avvicinamento, rilevazione obbiettivo, contraerea, fuoco, sgancio, rientro.

Ha affrontato sacrifici importanti, mentre i suoi coetanei passavano le giornate al bar, ha studiato, imparato a reagire automaticamente a macchine complesse che lo interrogano in linguaggi binari.

Sì/no, le indecisioni appartengono ad altri. Anche nella vita vera è così. Nessun dubbio, mai!

Dovere, missione, onore. E’ la prosecuzione del mestiere che altri hanno fallito. Bisogna metterci una toppa.

E’ stato ignorato, sottovalutato dai civili, veri goijn del vivere, ma alla fine è lui che risolve.

Ora.

Altri poi si prenderanno la gloria, e lui tornerà nell’ombra ad allenarsi.

Disciplina, dovere, onore. Lui. Ora. Chi altro?

Una moltitudine di spine dorsali senza nerbo, indecisi. Tocca a lui, poi scomparirà e si chiederanno se esistano ancora uomini d’armi. Concluderanno che non ci sono, ovvero sono pochi, e per finta. E’ il suo mestiere, esserci e non essere percepito. Si è allenato anche a questo. E’ stata la parte più difficile. Difficile essere ciò che si è e non farlo vedere.

Colpire, non consentire la replica, eliminare, se necessario sbagliare, ma colpire.

Uno o mille non fa differenza. Missione, obbiettivo inquadrato, sgancio, colpito.

Rientro.

meccanica

 

C’è un sole da cantiere, quasi fuori posto per febbraio. E’ quel sole che asciuga ed incolla schizzi di fango dappertutto. Sul container con le finestre che fa da ufficio-mensa, sul prefabbricato appena montato, sulle sponde dei camion che si ostinano a correre troppo e scavano buche sulla pista. Ognuno sa quello che deve fare, i martelli pendono dalle cinture da lavoro, i guanti, tavole da getto, materiali accatastati, le gru gommate che si spostano in continuazione.  A mezzogiorno pausa, ma il sole ha tirato fuori gli uomini dal container, li ha mischiati, finalmente, tra fumatori e non, e mangiano. Le chiacchere in tre lingue si sono fatte tessuto. Risate.

Siamo alla soglia del pomeriggio. Intorno fabbriche, molte, hanno già ripreso a lavorare. Anche i camion iniziano a far colonna in entrata e uscita. Il just in time impone mobilità veloci, non c’è magazzino, i pezzi passano di macchina in macchina, entrano semilavorati, escono complicati prodotti finiti.

Mi piacevano gli ingranaggi. Circonferenze dentate, sinuose d’infinite curve, smussi, archi che impegnavano compassi al limite d’estensione. Lucentezze d’uso, olio come su corpi pronti alla lotta, ruotavano piano, si accarezzavano tra denti lievi d’attrito, pronti a spiccare in accelerazioni folli, fatte di sussurri. Un orecchio esperto sentiva normalità e sofferenza in quel fruscio da vento di metallo, che agitava aste, trasmetteva moti sghembi attraverso cardani, finché, alla fine, s’acquietava in risultati lontani da tutto quel muoversi, sussurrare, impegnarsi in corse rotanti. Poi feci chimica e la nostalgia s’acquattò in un lato del cervello. Inoffensiva, ma pronta ad un sorriso per la meccanica. Allora, la meccanica, sembrava surclassata dall’elettronica ed ancor più da quelle schede piene di piste di stagno che conducevano tra componenti statici. Guardandole in controluce sembravano città di notte, però mancava la vita, si toglievano i moti visibili, e si trasferiva tutto su flussi d’elettroni senza rumore apparente. Al più qualche fischio di sofferenza malata dal calore. Come topi. Ecco, pensavo a quel correre di cariche come a topi in tubazioni sotterranee, al massimo non potevano che stridere di paura o di piacere. Sempre lo stesso verso, non come gli ingranaggi che quando godevano del loro moto si muovevano per aliti, sussurri, carezze d’attriti.

Mi sorprende la complicazione svelata dei lavori, le abilità in piedi di chi manovra macchine, guarda numeri e segni grafici su schermi, mentre poco distante utensili tagliano il metallo, mani di pinza prendono, occhi elettronici guardano, scelgono, ripongono. Dentro la fabbrica il sole non arriva. Prima, appoggiati al muro, ( e sembrava un film neo realista), operai fumavano aspettando l’inizio; guardavano il sole, la cancellata, parlavano di lato, con calma, assaporando l’aria. Poi al rientro, ciascuno al suo posto, statici quasi, senza quel passeggiare di cantiere, quel muoversi ad ondate di necessità. Eppure ancora, nel rumore controllato delle macchine, la consapevolezza di un’abilità rendeva attenti. Il pensiero del fare si mescolava con la vita, si impastava con il fuori.

C’è crisi, il futuro è una macchia che gli operai vedono sul muro bianco, come paura che s’apra un foro, che entri il sole e fermi tutto e tutti. Anche le macchine. Quando si fermano le macchine, c’è una sensazione di vuoto negli operai, d’inutilità, il futuro è quel rumore controllato in decibel dalla medicina del lavoro, è quel pulsare che quando si ferma la sera diventa un’onda di silenzio che ammutolisce. Ma poi il parlare riprende, perché domattina le macchine torneranno a muoversi e quell’ammutolire era un silenzio goduto, un sollievo prima di altri rumori.

Ad un anniversario, dissi che la sera, spesso mi fermavo fino a tardi in ufficio. Spegnevo la luce un po’ prima di andarmene e dall’alto, al bujo, guardavo le luci rosse e bianche che si muovevano sulla tangenziale, le fabbriche ed i laboratori tutto intorno, il corpo dell’interporto che si svegliava e muoveva container, appendendoli alle gru. L’orizzonte, verso la città ed i monti, era rigato d’un pulsare rosso di segnalazione, di camini e ripetitori altissimi, di uffici che spandevano luce bianca nella notte, d’un brulicare di camion verso i mercati all’ingrosso e di auto che cercavano puttane, di uomini e di donne che andavano verso il turno di notte dell’acciaieria. Aprendo la finestra, dissi, veniva un rumore fuso, fatto di fresco, di buio, di colori, di pensieri singoli, desideri, stanchezze, volontà direzionate. Un suono continuo, come di fisarmonica, dove i tasti e le mani erano tanti e la melodia inspiegabilmente si componeva, diventava unica. Ed io trovavo che c’era un linguaggio della zona industriale, parole di poesia propria e di uomini, e che tutto questo mi commuoveva come fosse un’impresa collettiva da sostenere, da portare innanzi assieme.

Sentii gli sguardi increduli, i commenti a bassa voce punteggiati di sorrisi ironici, un dimenarsi, da impazienza, nelle sedie.

Qualcuno mi prese da parte: avevo forzato per retorica, ma non ero via di testa, vero? La sera non mi fermavo a luci spente, andavo via con gli impiegati, la zona industriale e il lavoro erano altra cosa. Era così, vero?


 


 

nimby

… se si vuole restituire una dimensione umana, comunitaria,ecologica alla nostra vita, se si vuole restituire una dimensione, umana, comunitaria, ecologica, non tanto in senso ambientale quanto psicologico esistenziale, alla nostra vita, se si vuole sfuggire a quello che ho chiamato il “ modello paranoico” che ci costringe a consumare per produrre a livelli sempre più insostenibili, a competizioni sempre più stressanti e ci priva del vero valore dell’esistenza, il tempo, non c’è “bio”, “ecocompatibile”, “we”, “sviluppo sostenibile” che tengano, il solo modo di tornare a “un’economia di sussistenza”, vale a dire, sia pure in modo graduale, limitato e ragionato, a forme di autoproduzione e autoconsumo che passano necessariamente per un recupero della terra e un ridimensionamento drastico dell’apparato industriale, finanziario e virtuale…
Massimo Fini ne “ il fatto quotidiano “ del 20-11-2010


Per un mio quasi coetaneo, benestante, realizzato e inquieto può essere facile dire “ torniamo ad un’economia di sussistenza”, in fondo l’aggettivo graduale non inficia né il tenore di vita, né le opportunità residue, e neppure le abitudini vengono sostanzialmente toccate. Le priorità di valori, le necessità si alterano con l’età e si invertono quando si esprimono salendo sulla scala delle possibilità economiche, vale a dire che a seconda di dove ci si trova nello spazio tempo-sociale si hanno bisogni differenti. Ma ciò non toglie che quanto dice Massimo Fini mi trova consenziente, purché non sia un lusso occidentale. Il n.i.m.b.y che sposta altrove le nostre difficoltà, senza rinunciare a nulla. La strada dell’alternativa a questo modello di vivere non può essere indolore, bisogna perdere, rinunciare per avere. Se penso alla mia esperienza di lavoro che cerca di proporre una compatibilità incrementante dell’uso del territorio, una riduzione progressiva dell’impatto, ma che nel farlo, non conosco la velocità del degrado complessivo e che devo, per eccesso di variabili, assumere che alterando di meno comunque miglioro l’ ambiente, mi resta il dubbio, che oltre alle parole, vendo un sottointeso, un inganno. E che il solo motivo per cui vengo creduto è nella parola compatibile, e che la mia proposta non altera desideri, attese, abitudini, ma semplicemente le condisce della speranza di non essere in un treno lanciato verso una catastrofe. E che anche una catastrofe non fa paura, perché si pensa che qualcuno si salverà, e questo saranno tra i più forti non tra i più deboli. Meglio quindi appartenere comunque ai primi. La carne da cannone non è mai morta definitivamente e si riproduce ovunque, al ritmo necessario per il suo consumo da parte delle élites. Se si diviene consapevoli di tutto ciò, cosa se trae se non la percezione delle proprie contraddizioni ed inanità. E per sfuggire all’apatia o alla disperazione del fare, quale strada resta a disposizione? Trascurando i cambiamenti repentini da catastrofe, resta la via del cambiamento progressivo delle coscienze, il proporre, l’essere conseguenti e l’attuare stili diversi di vita. Rifiutare per resistere, praticare ciò che è compatibile con sé stessi, approfondire le analisi e le compatibilità con il vivere, ma resistere alla suasion che modifica, approva, rende compartecipi dei magnifici destini del comportamento prevalente, della moda dei consumi, della scienza orientata a trovare soluzioni a ciò che si altera in un percorso infinito di rottura e riparazione. Resistere significa essere conseguenti, maturare consapevolezze allegre, essere progressivamente innervati di priorità diverse, di cultura che conosce l’altra faccia della realtà e non ne ha paura, ma cambia in conseguenza. Resistere significa avere i giovani dalla propria parte, senza la maggioranza dei giovani non si cambia e non si vince. Ma i giovani sono la parte più difficile da convincere perché devono ancora consumare, temono di perdere possibilità in una concezione del mondo che appare “pauperista”, meno ricca di opportunità di star bene, di avere. Restare in un ragionamento riduzionista  è castrante, riconduce a gruppi piccoli, religiosi, mentre serve una laicità del crescere differente che evidenzi la crescita, che si alimenti di selezione e non tolga possibilità, anzi aggiunga incessantemente e con evidenza, qualità al vivere. Non è facile, anzi, la deriva moralistica, il vedere la propria necessità diventare norma, toglie la capacità di cogliere i problemi, le difficoltà del mutare abitudini, le implicazioni di un modello che si basa su una libertà di scelta apparente, ma sostanziale. Rinunciare all’auto per andare a lavorare a piedi a 3 km di distanza non è una grande fatica, ma se il lavoro fosse a 30 km? E in una società basata sulla sussistenza ci sarebbe lavoro per tutti, e con quali garanzie ? L’industria ha creato lo stato sociale, l’agricoltura non era in grado di farlo. Il commercio mette in relazione il mondo, ma ha bisogno di una moneta comune non del baratto. Immaginate un mondo in cui gran parte delle cose che fate, avete, usate, non abbiano più significato comune, un mondo artigiano in cui la tecnologia non ha serialità, una tecnologia resa solo funzionale, quasi domestica. Il progresso che rallenta perché non servono in continuazione nuove “release” di software o di hardware. Immaginate un mondo con il manifatturiero ridotto, un mercato basato praticamente sull’uso e non sul possesso. Immaginate che questo commercio svuoti le scelte  nelle vetrine e nelle bancarelle. Immaginatelo questo mondo che colloca le persone e le cose al centro del loro significato quotidiano, esisterà una via aurea per combinarlo con questo mondo senza critica in cui viviamo. La domanda che si pone è : ma davvero vogliamo questa via e questo mondo e cosa siamo disponibili a pagare per averlo?

gli anni di plastica

La plastica esiste sul serio da 50 anni, prima c’era la bachelite, la celluloide, quelle che oggi sono plastiche da gourmet, di cui i vecchi conservano memoria e qualche vecchia azienda adopera per penne stilografiche di pregio. Quello che è nato a partire dagli anni 50 è stato, invece, usato per fare qualsiasi cosa e deriva essenzialmente dal petrolio. Pensate alla singolarità di questo miscuglio di catene di carbonio, ossigeno ed idrogeno che, nato da vegetali ed animali variamente combinati dalla pressione e dalla temperatura, viene estratto liquido, in parte bruciato ed in parte ricombinato a formare prodotti assolutamente nuovi e mai visti in natura, ma talmente stabili che la plastica prodotta, è quasi tutta ancora in ambiente. Residuo del benessere e dell’opulenza, è in gran parte negli oceani e forma enormi distese di detriti che le correnti concentrano a profondità diverse. E siccome la natura non sta ferma  a guardare, dai microorganismi sino ai grandi mammiferi, tutti si stanno dando da fare per capire se questi oggetti multicolori sono commestibili, immettendola plastica nella catena alimentare. Un ciclo che torna all’ inventore, che piano piano se la divora, nel sushi, nel pesce, nella carne alimentata con farine di pesce, nell’acqua con microparticelle in sospensione, nel latte, nei formaggi, ecc. ecc. Le catene dei polimeri si rompono sotto l’azione della luce, formano polimeri più piccoli, anche se, per ora, non si arriva facilmente ai monomeri, e questo è un freno all’irrompere massiccio nei corpi degli animali e dell’uomo, ma non durerà. Si calcola che sinora siano state immesse in ambiente un miliardo di tonnellate di plastiche varie, polimeriche. Considerato che non si è decomposto quasi nulla, ne abbiamo già per i secoli futuri. In qualche laboratorio si allevano microorganismi disponibili e voraci, in grado di aggredire le lunghe catene chimiche, ma quale effetto avranno queste bestioline sulle catene alimentari e sull’ambiente in generale, non è dato conoscere. Troppe variabili, troppa ignoranza, troppo distacco tra apprendisti stregoni e l’interconnessione che regola il pianeta. Si assume un atteggiamento fatalista, ci si ripete che in fondo è proprio la stabilità della plastica a salvarci, certo non è lo stesso con i pigmenti così mutageni e cancerogeni, e neppure per le molecole ad alta tossicità, ma per ora quelle fanno parte di una vita statisticamente più lunga e quindi tanto male non faranno. Con questi pensieri si lascia passare un effetto di mitridatizzazione che dovrebbe abituare gli organismi, ma non sappiamo se tutto questo diffondersi di ignoto genererà qualche mostro. La paura si arresta davanti alle oltre 6000 nuove molecole chimiche prodotte ogni anno e destinate a finire in ambiente. Cosa faranno? Non c’è risposta. Sarà un male sbilanciato, oppure le nostre cellule troveranno un bene che le equilibri. Chissà; è un ignoto talmente grande che ” il cor …si spaura “, ma non cessa di battere, semplicemente si distrae e quando non si sa, si rimuove e si spera. 

Analizzare i rifiuti  racconta tante cose. L’imprevidenza, la prodigalità, il tenore di vita, le abitudini, i vizi, le buone pratiche. In un’epoca apparentemente senza classi, i rifiuti definiscono i confini sociali. Hanno cominciato gli americani in sociologia, a scavare nei cassonetti per anni, prima per definire la middle class, e poi per fornire i dati alle aziende, oltreché alla comunità scientifica. Le abitudini e la capacità di reddito hanno un notevole valore nel programmare i consumi di massa ed i livelli di accesso al censo. Ma la plastica è trasversale, non definisce un confine di classe o di censo. Le borse di Vuitton dei cassonetti sono quelle napoletane o cinesi e non si era prevista la Cina, il vero re della plastica e dei nuovi consumi di massa. La plastica conformerà gli uomini, il mondo lo sta già conformando. E sarà un mondo fatto di plastica cinese, di bassa qualità, imprevedibile nella sua decomposizione e nella sua azione sugli organismi viventi. Ma in fondo a noi non è mai importato troppo degli organismi viventi e tantomeno dell’ambiente. E in fondo a Gea non è mai importato molto dell’uomo. I prossimi 50 anni saranno interessanti da questo punto di vista, ma in questa progressiva riconduzione degli individui dal sociale al personale ognuno se la vedrà da solo. Al massimo si medicalizzerà anche la plastica, non i comportamenti o la produzione. Solo la fine del petrolio permetterà un argine, ma manca ancora molto a questa svolta e quello che si produce, intanto finirà negli oceani, ad attendere, sornione, il morso del primo pesce o che il plancton lo ingoi senza decomporlo. E’ una spirale che con un balzo d’ingegno si ricondurrà all’inizio e ad ogni giro ciò che troverà sarà mutato. Ma nessuno ci pensa troppo, non sono gli anni di plastica questi? Facciamoci un Campari, và…